Vicini di capanna

Di certo, oggi,  non esiste essere umano sulla terra che abbia già sperimentato gli effetti di una pandemia virale. Noi tutti, pertanto, stiamo subendo, sia a livello individuale che collettivo,  gli esiti di un  fenomeno planetario sconosciuto e dall’esito incerto. Io credo, però, che l’umanità tutta saprà sopravvivere se, come il lieve e salvifico principe Myškin dell’ ”l’idiota” di Dostoevskij, porrà al centro della propria aspirazione l’armonia concorde dell’umanità. In questo senso la bellezza spirituale, interiore, autentica e pura saprà davvero salvare il mondo. Ognuno, di conseguenza, tenti come può a condividere i suoi peculiari doni, non importa in quale maniera, ma sempre con il medesimo fine. Io ci provo con la mia ricerca sulle Arti Africane, convinto che la conoscenza sia essa stessa un dono della bellezza.

 

In Africa la parola contaminazione non è utilizzata soltanto in riferimento a spaventose epidemie.

Un’altra forma di contaminazione, rivolta a caratteristiche etnografiche, culturali ed artistiche è quella tra alcuni popoli che denotano reciproche influenze stilistiche nella realizzazione dei loro manufatti. Questi popoli, infatti,  condividono territori contigui e le loro creazioni artistico/religiose sono certamente uniche ed autonome, ma sono altresì attraversate da comuni rimandi artistico/espressivi. Questo fatto rompe il diffuso stereotipo che immagina gli antichi popoli dell’Africa isolati, chiusi nel loro mondo quando, invece, forte a volte fortissima, era la propensione a scambi culturali e commerciali.

Un esempio di tale natura è riferibile alle opere dei popoli BwendeBembe e Teke siti nell’area tra la Repubblica Democratica del Congo e quella  dell’ex Congo francese con capitale Brazzaville.

Un’altra dimostrazione, questa, della scarsa lungimiranza del colonialismo occidentale nel momento della definizione dei confini geografici.

 

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Nella vetusta terminologia la denominazione dell’etnia era prefissata da BA, che significa popolo.

 

I Bwende appartengono al gruppo etnico dei Kongo ed il loro territorio, con quello dei Sundi, Dondo, Kamba e Bembe, formava la provincia di Nsundi. Si separarono dalla madrepatria verso la fine del XIII secolo con una migrazione che li portò nell’estrema propaggine centro-occidentale dell’attuale Repubblica Democratica del Congo, quella che si incunea fino all’oceano Atlantico, verso la regione angolana della Cabinda e la Repubblica  del Congo. Stretti tra i vicini Teke e Bembe, i Bwende hanno mantenuto, come detto, una propria autonomia artistica nella loro creazione scultorea, sebbene alcuni stilemi, soprattutto per quanto attiene la postura, siano comuni ai tre popoli.

 

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Le statuette lignee Bwende, come quelle Bembe sono generalmente comprese tra i 15 ed i 40 cm di altezza.

 

In particolare, questa figura presenta una stazione eretta caratterizzata da corte gambe, ginocchia leggermente flesse e braccia piegate ad angolo retto ed era associata ai riti di guarigione e divinazione. La bocca chiusa, la barba sul mento, le larghe spalle, i piedi arrotondati e senza dita, la tipologia di scarificazioni sul volto, tronco e dorso, sono  caratteristiche peculiari dei canoni stilistici Bwende, unitamente alla tipica foggia del copricapo asimmetrico. La figura, denominata ntelemono mufwokama, era legata al culto degli antenati, stringe tra le mani due contenitori di zucca, forse destinati a pratiche di guarigione.

La produzione artistica di questa popolazione era incentrata sui riti funerari per i quali venivano realizzati grandi manichini che fungevano da reliquari, i niombo, figure antropomorfiche in tessuto, portate in processione prima della sepoltura al suono di tamburi e di trombe.

 

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Cartolina postale di inizio ‘900 raffigurante un funerale Bwende con l’esibizione di un niombo, imponente figura reliquiario in tessuto.

 

Lo stesso rito funerario era celebrato anche tra i Bembe, le cui figure-reliquario in tessuto, di minore imponenza, erano denominate muzidi o muziri (figura in basso), a testimonianza del rapporto e delle contaminazioni interculturali tra i due gruppi etnici.

 

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I Bembe condividono con i Bwende il medesimo gruppo etnico Kongo ed il loro territorio è situato nella parte estremo-meridionale della Repubblica del Congo ad ovest di Brazzaville, nella regione compresa tra Sibiti e Mouyondzi e confina con quello dei vicini Bwende e Teke.

I Bembe erano animisti e la loro espressione artistica era connotata soprattutto da sculture antropomorfiche di legno che commemoravano e celebravano gli antenati. Gli antenati erano ritratti in varie posture ed impugnavano diverse tipologie di oggetti: coltelli, contenitori di zucca, bastoni e fucili. Il corpo, molto spesso, era caratterizzato da profonde e complesse scarificazioni, come nella figura sottostante.

 

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Pur in presenza di numerosi sub-stili scultorei, le figure degli antenati, denominate nkumba, erano di piccola taglia. Due erano le principali tipologie iconografiche: quelle per rappresentare i capi defunti della comunità e custodire la memoria del clan, e le figure di potere usate dagli indovini per la cura delle malattie. Alla morte del proprietario la statuetta veniva consacrata inserendo, in un piccolo foro praticato all’altezza dell’ano, una miscela magica composta anche da micro parti del corpo del defunto. La nkumba, incorporato lo spirito dell’antenato, diveniva così una figura ancestrale denominata nkiteki. A quel punto, il nkiteki era conservato in un angolo della casa di famiglia e custodito dal maschio più anziano del clan.

 

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Villaggi Teke nelle cortoline d’epoca coloniale

Provenienti dalla riva destra del fiume Congo, il popolo Teke, che occupa territori a nord del Congo, fino ad avere propagini in Gabon e oltre il fiume Congo lungo le sponde della Repubblica Democratica del Congo, nell’area di Kinshasa. Gli antichi Teke,  citati dai primi esploratori europei anche con la denominazione di Anzichi, Ategue, Moteques, Meticas, Bakono, Tio sono stati un popolo bellicoso, affatto immune da traffico degli schiavi. Questa etnia fu descritta nel 1887 dal Dr. Mense, che attribuì le loro statuette agli scultori Wuum,  l’antenato Teke che si mescolò, sulla riva sud di Malébo, con le popolazioni Kongo e lavorò su ordine dei villaggi Teke vicini di territorio.

Nel 1880, un esploratore friulano, ma naturalizzato francese,  Pierre Savorgnan de Brazza, nobile friulano, naturalizzato francese, stipulò un trattato con il Re dei Teke, Makoko di Mbé che prevedeva un’ alleanza con la Francia, ma che di fatto ne  annetteva i suoi territori.

 

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Il re Teke, Mokolo di Mbé con la famiglia e, nella teca a destra, il trattato stipulato con Pierre Savorgnan de Brazza

 

Il Re temeva che i bianchi si alleassero con le loro  popolazioni nemiche, i  Kota del Gabon meridionale ed i Kongo. L’attuale capitale della Reppubblica del Congo, Brazzaville, deriva la sua denominazione dal nome dall’esploratore friulano.

 

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Pierre Savorgnan de Brazza a colloquio con il re dei Teke

 

Le statuette magiche Teke  quasi sempre di tipo maschile, sfuggono anche a catalogazioni precise, poiché solo il destinatario e chi le fabbricava ne potevano conoscere i poteri intrinseci e l’uso al quale erano destinate. Le più rappresentative del culto degli antenati erano cariche di reliquie che ne materializzavano lo spirito e il potere soprannaturale.
Le statuette legate al culto degli antenati giunte a noi denominate biteki, bitegué o itio, come le definisce lo storico Jan, sono di due tipi: quelle consacrate, che rappresentavano fisicamente l’antenato (buti), e quelle senza reliquie o aggiunte di sorta (nkiba).

 

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Il bilongo visibile nell’immagine qui sopra, è il contenitore di argilla delle statuette consacrate, “veicolo di valori etici, politici e persino legali” (Lecomte e Lehuard, Batéké, Les Fétiches, 2014, p. 41)

Questo feticcio barbuto, alto 35,5 cm., con le classiche scarificazioni striate, è una scultura di grande qualità espressiva. Ciò, tuttavia, è di secondaria importanza. Quel che dà valore a questo oggetto magico sono i componenti medicinali che esso contiene nel bilongo di forma conica di argilla e resine, rara nella produzione artistica dei Teke.

Il feticcio è prima scolpito con una cavità quadrata, che viene successivamente riempita con ingredienti speciali, che includono, a volte, nella miscela un pezzo della sua barba e ingredienti prescritti dal divinatore investito di funzioni magico/religiose. Uno strato di resina, che contiene più sostanze magiche, è aggiunto e polvere di tukula rossastra e viene strofinata sul legno per assicurare il potere magico.
Denise Paulme suggerisce che queste figure magiche sono a protezione dei bambini (vedi Les Sculptures de l’Afrique Noire). Alla nascita, un pezzo di placenta del neonato è mescolato con tukula e collocato nella cavità. La figura segue il bambino fino all’adolescenza, quando viene rimossa la carica magica.
I feticci Teke sono abbastanza comuni, è raro però trovarne uno finemente scolpito come questo “ (Linda Sigel, African arts, autunno 1971, vol.5, n.1)

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La grande qualità artistica propria della creatività dei popoli Bwende, Bembe e Teke è visibile nelle opere qui pubblicate. Lo scopo di questo lavoro è però un altro: mostrare la contiguità stilistica della scultorea di questi popoli che le vicende storiche hanno separato, ma il cui  immaginario creativo permane nel loro interscambio simbolico ed artistico.

 

Elio Revera

Obamba e Ndasa, custodi dell’invisibile

 

La designazione Kota indica vari gruppi etnici del Gabon, legati tra loro da una forte identità linguistica e culturale. Comune a tutto il popolo Kota è la grande tradizione funeraria che li accomuna ai Fang, da cui però li separa la concezione stilistica nella realizzazione delle figure da reliquario.

I Kota, infatti, impiegavano in modo massiccio il rame e l’ottone, in lamine e fili, per rivestire un’anima di legno.

Sull’argomento si veda https://artidellemaninere.com/2015/08/10/testa-e-croce-nelle-cultura-funeraria-kota/

E’ il caso di questi due mbulu-ngulu o mboy, nomi che designano questi oggetti, indispensabili per i culti funerari.

 

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Kota reliquary with skulls, Gabon, photo C.S. Chauvet, 1930 ca.

 

Lo mbulu-ngulu era completato da un sottostante contenitore, in grado di accogliere i teschi ed i frammenti ossei degli avi del clan famigliare. In questo modo e in virtù di complessi riti, gli antenati erano costantemente presenti nell’esistenza dei viventi, garantendo loro protezione e sostegno.

 

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I nostri due reliquari, pur assolvendo al medesimo compito, sono molto diversi, poiché la loro realizzazione è correlata sia all’epoca in cui sono stati creati, sia alle particolarità stilistiche dei singoli gruppi etnici che costituiscono il popolo Kota. Nella fattispecie, tutti e due appartengono alla tradizione dei Kota del sud, nello specifico al sttogruppo Obamba quello a destra,  del  Museum Fünf Kontinente di München (cm.58) ed  al sottogruppo  Ndasa quello in basso, ( cm.57), di una collezione privata.

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Entrambi  presentano sotto  gli occhi  brevi lamelle verticali, una particolarità piuttosto rara nei reliquiari Kota. Tre sono le possibili interpretazioni. La prima che si tratti di tatuaggi, come quelli che si trovano sul volto delle figure magico-religiose dei Teké del Congo-Brazzaville, di cui i Kota meridionali sono confinanti.

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La seconda è che questi segni siano riferibili all’iconografia cristiana delle “lacrime”, pur senza alcun significato religioso, bensì come esito del tradizionale sincretismo dei popoli africani nel tradurre in forme artistiche autoctone gli stimoli provenienti da altre culture (https://artidellemaninere.com/2015/10/05/le-lacrime-del-kota/).

La terza interpretazione è che questi mbulu-ngulu non fossroe soltanto destinati a custodire e proteggere le reliquie degli antenati, ma che intervenisse anche in un altro ruolo, quello di permettere agli iniziati di accedere al mondo dell’invisibile. Sono infatti documentati riti che, facendo ricorso a polveri e sostanze urticanti, provocavano la  lacrimazione degli occhi.

 

Elio Revera

 

 

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Il culto del Mani nell’Africa equatoriale

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Regione settentrionale della Repubblica Democratica del Congo con l’indicazione dei principali popoli citati nell’articolo. Courtesy “Ubangi. Art and cultures from the african heart land”, 2007, Jan Lodewijk Grootaers ed.

 

Nel primi decenni del secolo scorso, nelle regioni settentrionali del Congo, sono sorte alcune associazioni chiuse (ed in seguito segrete), con organizzazione, direzione, gradi e riti di iniziazione, per la pratica assembleare della magia: Biri, Nando, Kpira, Siba e Wanga. Il loro scopo era la celebrazione dei riti magici, in particolare di quelli legati alla preparazione, soministrazione e diffusione di preparati curativi, pozioni medicamentose, fiale dagli effetti ritenuti magici. Tra queste, forse la più importante ed articolata è quella del Mani, certamente la più conosciuta,  che differisce dalle altre  soltanto per il tipo di medicine utilizzate e per alcuni rituali d’iniziazione. Originaria del Sudan o, secondo altri, sorta tra i Banda della Repubblica Centrafricana.

Mani est un culte d’initiés au génie Yanda qui comporte, chez les Zandé comme chez les Nzakara et les Banda, trois degrés d’initiation. Les Banda ont, m’a-t-on dit, des statuettes ; les Nzakara, à ma connaissance, n’en ont pas. (H. Burssens, 1962)

 

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Yanda Zande, Courtesy Sotheby’s

Infatti la setta del culto Mani utilizzava durante le cerimonie segrete le  statuette Yanda e maschere realizzate in modo piuttosto approssimativo. “Le secte Mani, qui a été organisée pour combattre le pouvoir, se sert au cours de ses cérémonies secrètes de sculptures Yanda…La secte Mani se sert également de masques taillés assez grossièrement”. (L’Afrique noire: Histoire et Culture, P. Salmon et Alii, 1976)

 

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Yanda, Courtesy Bruno Claessens

 

Edward E. Evans-Pritchard che ha svolto, tra il 1926 e il 1930, il lavoro sul campo tra gli Zande ( o Azande) dell’Uele, ai confini con la Repubblica Centrafricana in riferimento alle associazioni segrete, scrive La prudenza dovrebbe essere opportuna nel cercare di spiegare l’introduzione nella terra zande delle associazioni chiuse. Possiamo tuttavia affermare che non solo sono state introdotte a seguito della conquista europea del paese, ma sono anche funzioni della dominazione europea e indice del crollo della tradizione“.  (Stregoneria, oracoli e magia tra gli Azande, 2002).

” Censée protéger le dignitaire du Mani qui la possèdait, elle pouvait grâce à des rituels, libérer sa puissance de manière négative si l’on désirait provoquer la maladie ou la mort” (Détours des Mondes).     

“Among the Azande, witchcraft is considered to be a major danger. They believe that witchcraft can be inherited and that a person can be a witch, causing others harm, without realising her or his influence. Because of this danger, effective means of diagnosing witchcraft are, for them, vital. One method is through the use of an oracle. Several kinds of oracles are explored in the film, the most important being benge, a poison which is fed to baby chickens. The chick’s death or survival provides the oracle’s answer. Azande also use benge to judge other evidence in a court before a chief. (B. Claessens)

 

  Film a cura dell’antropologo John Ryle e del regista André Singer, Courtesy  “Witchcraft among the Azande for Granada Television’s Disappearing World series”.

 

Come per quasi tutte le società segrete, anche il culto Mani contemplava vari  gradi di iniziazione, ai quali si accedeva in virtù di rituali che prevedevano sostanzialmente l’acquisizione di nuovi medicamenti e di conseguenza il potenziamento del potere magico. Erano rituali estremamente articolati e complessi  e costituivano l’essenza dell’associazione, alla quale potevano accedere  anche le donne. Da associazione chiusa, in conseguenza dei divieti coloniali e dell’opera dei missionari, si è in seguito strutturata come società segreta, custode del sapere magico ed ostile al potere costituito. Prima dell’intervento europeo, si sapeva chi fossero i suoi membri, i luoghi del culto e quando avvenivano le riunioni…oggi tutto è “sprofondato nella più assoluta segretezza”. (E. E. Evans-Pritchard)

Di alcune popolazione di queste regioni e delle loro tradzioni mi sono occupato in altri lavori ( https://artidellemaninere.com/2015/02/15/laggiu-nellubangi/).

In particolare, per quanto attiene la loro magica religiosità, si veda l’articolo: https://artidellemaninere.com/2015/12/16/wama-e-mbu-i-due-contendenti-dellubangi/

Uno di questi popoli, i Ngombe,  siti nella regione dell’Ubangala, a sud dell’Ubangi, non sono raffinati scultori, ma realizzano diversi tipi di oggetti, tra cui figure che ricordano quelle dei vicini Ngbandi e Ngbaka.  Alcune sono piuttosto semplificate e stilizzate, mentre altre hanno forme più naturalistiche.  Le differenze di aspetto sono attribuibili  alle diverse origini ed alle diversificate usanze. Infatti questo popolo si estende su di un’area molto ampia e le loro creazioni hanno caratteristiche peculiari,  collegate a culti e pratiche specificamente locali. (M. L. Felix, 1987)

 

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Ngombe mask, coll. privata, Belgio

Il popolo Ngombe produce anche maschere, ma queste maschere sono molto rare e spesso sono confuse con le maschere Ngbaka o Ngbandi.  Poco si sa sull’uso delle maschere da parte Ngombe; forse erano utilizzate nell’ambito rituale del culto del Mani,  diffusosi nei primi decenni dl secolo scorso tra gli Zande  ed  in seguito, in tutte le regioni del Congo settentrionale.

 

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Ngombe mask, Courtesy Dorotheum

Il culto pertanto, e gli oggetti ad esso legati, giunsero negli anni successivi tra la popolazione Ngombe.

Maggiormente conosciuti nella loro produzione  sono i seggi di legno denominati ekele, (spesso ricoperti di borchie di ottone che disegnano raffinati decori) e le armi, da taglio, autentiche creazioni artistiche dei fabbri Ngombe.

sothebys  Ngbaka o Ngombe, Courtesy Sotheby’s

 

1941d82cd86b3da6c4efa98b0618cea8  Seggio Ngombe, Ekele

 

Alcune tra le armi da taglio degli Ngombe

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Capo Ngombe con gli attributi del rango

 

La varietà dei culti e dei riti utilizzati dalle popolazioni di queste regioni dell’Africa equatoriale è assai vasta e misteriosa; di fatto lo stato delle nostre conoscenze poco aggiunge al testo di Evans-Pritchard ” Witchcraft, Oracles and Magic among the Azande” pubblicato nel 1937.

Un recente valido contributo, però, è contenuto nel lavoro edito da Jan Lodewijk Grootaers   che, grazie al lavoro di vari studiosi,  ha approfondito la conoscenza dei popoli dell’Ubangi, soprattutto quella delle loro produzioni artistiche: “Ubangi. Art and cultures from the african heart land”, 2007, volume edito in occasione all’omonima mostra all’Afrika Museum di Berg-en- Dal,  (ottobre 2007/marzo 2008).

 

Elio Revera

 

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I Mahongwe del Gabon

Questo articolo riprende un mio lavoro pubblicato nel catalogo Ex Africa-Storie e identità di un’arte universale  da Skira editore Milano,  in occasione dell’omonima Mostra di Bologna del 2019.

 

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Reliquiario Mahongwe ( fronte/ retro), cm 52,7, conservato al Met di N.Y.

 

Nella regione di Mékambo, nel Gabon settentrionale, il gruppo etnico dei Mahongwe praticava il culto degli antenati realizzando figure da reliquario alquanto difformi da quelli degli altri gruppi Kota. Le due tipologie hanno infatti in comune unicamente l’uso del legno e del metallo. Anche per i Mahongwe il culto prevedeva la raccolta, la conservazione, e sovente la decorazione delle ossa degli antenati di lignaggio. Il reliquiario di questo gruppo etnico, denominato boho-na-bwété (ovvero la faccia del bwété), è un manufatto di legno rivestita da placche e sottili lamine di ottone di una dimensione compresa tra i 40 e i 60 cm circa di altezza.

Secondo Gérard Delorme, questi reliquiari appartengono allo stile più antico, caratterizzato da una figura estremamente ardita, almeno per la nostra percezione, poggiante su un supporto a losanga, destinato a sormontare il contenitore delle ossa.

Uno dei primi reliquari di questa tipologia, attualmente conservato nell’Ethnologisches Museum di Berlino, è stato raccolto nel 1875 dal viaggiatore tedesco Oscar Lenz che aveva risalito il fiume Ogooué sino alla confluenza con I’lvindo.

 

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Figura da reliquario, boho-na-bwété, cm.44, Courtesy Christie’s

 

Merita di essere segnalato che le terre dei Kota sono estremamente povere di rame, materia prima indispensabile per la lega di ottone, e pertanto resta misterioso, come queste popolazioni abbiano deciso di farne un uso massiccio e, soprattutto, come abbiano potuto procurarselo. Il ritrovamento di antichi recipienti, ciotole e grandi piatti in rame ed ottone di origine europea, probabilmente portoghese (neptunes), depone per un possibile contatto con i bianchi, ma certamente non risolve la questione.

 

Quale sia stata la concezione ontologica che ha concepito siffatte figure e quale pensiero creativo le abbia prima ideate e poi realizzate, costituisce un enigma per la critica moderna. Queste opere non sono certo il risultato del caso o di un’improvvisazione fortuita, quanto piuttosto l’esito di un’ammirevole indole artistica. Tradurre sul piano plastico l’immagine rarefatta ed antropomorfica del volto dell’antenato, necessita non soltanto di invidiabili abilità esecutive, quanto la guida di un pensiero capace di sintesi logica ed iconografica.

 

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Boho-na-bwété, cm.48, Courtesy Sotheby’s

Elio Revera

La madre con il camaleonte

 

Il ruolo della donna nella cultura Dogon rivestiva una significativa importanza, testimoniata da numerose opere scultoree, alcune delle quali molto antiche.

La donna appare in varie situazioni esistenziali, fanciulla e adulta, madre dedita al lavoro quotidiano o alla cura delle attività domestiche. Non c’è infatti comunità Dogon, tintam, wakara, bambou-toro, tomo-ka, n’duléri, che non abbia celebrato, con intensa suggestione stilistica la figura femminile, simbolo della continuità e della discendenza.

 

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Dogon, Mali, fine XVIII secolo, Legno, h. 69,0 cm, Collezione privata francese, Provenienza: reperita in situ ante 1960

 

E’ il caso di questa maternità proveniente dal centro-nord dell’altopiano di Bandiagara e risalente alla fine del XVIII secolo. La donna, forse la moglie o la figlia di un capo, nutre il figlioletto tenendolo amorevolmente sulle ginocchia. E’ seduta su uno sgabello recante incisioni a zig-zag, simbolo della parola, dell’acqua e del serpente e reca gli attributi ornamentali del suo rango: bracciali e collana. La ricca acconciatura è sormontata da uno dei più antichi animali totemici Dogon, il camaleonte, a simboleggiare la capacità di trasformazione ed adattamento nelle vicissitudini dell’esistenza.

Opera di un artista appartenente ad un atelier difficilmente identificabile, probabilmente n’duléri, la scultura ha sul volto le scarificazioni a scacchiera che la riconducono alle antiche opere dei Djennenke e, ai lati della bocca, quelle riferibili ai Fulbe. L’epoca di realizzazione riporta ad un particolare periodo storico, funestato da guerre, in cui i Dogon furono vittime dello schiavismo ad opera dei Saman del Wadouba, una società guerriera islamizzata e dei loro alleati Fulbe.

Quest’opera pertanto, ricchissima di riferimenti simbolici, celebra la maestria artistica dei Dogon e costituisce una vera e propria testimonianza degli avvenimenti e delle vicissitudini storiche di quel popolo.

Elio Revera

Se questa è una maschera…

Nel panorama dell’arte tradizionale africana, Plinio docet…  e le  sorprese sono dietro l’angolo.

Come noto, il popolo  Pende, del Congo R.D. centro-occidentale, è geograficamente dislocato in tre regioni, denominate Pende del Kwilu, ad occidente, Pende centrali e Pende orientali, compresi tra i fiumi Loange e Kasai. Pur appartenendo alla medesima etnia, la loro produzione artistico/rituale si differenzia soprattutto per quanto riguarda le maschere. Diverse e ben conosciute sono infatti le varie tipologia destinate a cerimonie e riti specifici: per i Pende della regione centrale, le Giwoyo, Pumbo, Nganga Ngombo Mukhetu, Muyombo; per quelli dell’est le Kindomgolo, Kiwoyo, Kambanda, Kipoko e per i Pende del Kwilu la maschera circolare Gitenga.

In particolare, le due maschere Giwoyo e Muyombo si caratterizzano per un imponente prolungamento simile a una lunga  barba, prominente e  non ortogonale rispetto alla sommità della maschera stessa. Erano probabilmente indossate sulla testa piuttosto che sul viso ed erano completate, come tutte le maschere, da un costume di rafia ed altri materiali che rivestivano il danzatore.

 

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Maschera Muyombo. Courtesy Artkade

 

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Maschera Giwoyo, Courtesy Smithsonian Institution , Washington D.C.

Nella produzione dei Pende esistono anche degli oggetti rituali che, a differenza delle maschere, hanno il prolungamento caratterizzato da un lungo rilievo  a losanghe triangolari, perpendicolare alla testa e non curvato verso l’esterno. Questo elemento cerimoniale è stato sovente ed erroneamente scambiato per una maschera di danza. Dire sovente è un’esagerazione dal momento che, almeno a mio conoscenza, sono soltanto due o tre gli esemplari conosciuti e, di conseguenza, appartenenti ad un corpus artistico estremamente limitato.

 

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Oggetto rituale. Altezza cm.45. Coll. Privata Italia

Un’altra differenza rispetto alle maschere consiste nell’assenza o nello  scarso numero dei fori sulla parte del prolungamento.

Nelle maschere  i fori erano destinati ad essere appigli per il costume di rafia.

In questo caso avevano un uso ben difforme.

Nel testo “100 People of Zaire and their Sculpture: The Handbook”, ( Bruxelles 1987 pagg.140 e 141), Marc L. Felix in riferimento ai Pende del Kasai orientale, descrive alcuni loro oggetti rituali e tra gli altri – “The Pende Kasai also make anthropomorfphic architectural to adorn chiefs’houses and roof figures, as well as ground-level posts form of a figure or head”, (I Pende Kasai creano anche un’architettura antropomorfa per adornare i tetti delle abitazioni dei capi, oltre a figure o teste, a guisa di pali, da sistemare  a livello del suolo). Nell’immagine di Felix (fig.n.16), sono disegnati i pali, alti  mediamente  50 cm.

 

dal libro di m. felix. elementi cerimoniali poggiati a terra e legati a dei pali

Courtesy Marc L. Felix

 

Un oggetto proveniente dalla coll. di Lucien  Van de Velde, che è stato battuto all’asta Bonhams a N.Y. nel 2007, assomma queste caratteristiche, tanto è vero che è repertoriato come maschera Kiwoyo nell’Archivio della Yale University Van Rijn of African Art  al n. 69572, ma  con la precisazioneapparently not a dance mask, but was bound to a pole during ceremonies” ( probabilmente non una maschera di danza, ma un oggetto legato ad un palo durante le cerimonie).

 

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Courtesy  Yale University Van Rijn of African Art,   cm.45.

 

Così si spiega la ragione dell’assenza dei numerosi fori che invece sono visibili sulle due maschere Kiwoyo e Muyombo; non dovendo trattenere la rafia, i pochi fori presenti erano quelli necessari a fissare verticalmente l’oggetto cerimoniale ad un palo come suggeriscono le due successive rarissime immagini fotografiche.

 

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Courtesy, L.de Sousberghe, L’Art Pende, Bruxelles, 1959

 

Nel testo di de Sousberghe, il rinvenimento di questo oggetto è avvenuto a Lukamba un territorio  abitato dagli Mbuun e Pindi e secondo l’autore è stato scolpito nell’area  Pende-Kutundu da scultori Mukulu . Questa è l’ennesima lampante dimostrazione di quanto sia complessa la ricostruzione delle influenze culturali tra etnie e popolazioni viciniori. Molto  interessante, in ogni caso, è l’ubicazione del luogo di ritrovamento dell’oggetto:  un ornamento del palazzo distrettuale in cui era amministrata la giustizia.

Di più oggi non è dato sapere,  dal momento che non esistono testimonianze verbali o descrizioni critiche sull’argomento.

 

photo courtesy ross archive of african images. publication 1911. hilton-simpson, melville.

Photo courtesy Ross Archive of African Images. Publication 1911. Hilton-Simpson, Melville.

 

Sia l’oggetto rituale di Van de Velde che il nostro,  sono similari per significato e tipologia, con il medesimo viso piatto a forma di cuore, la fronte bombata sormontata da  un pinnacolo, gli occhi semichiusi, il naso triangolare e la bocca prognata.

Il lungo prolungamento verticale, inciso con le losanghe triangolari in rilievo, nella visione di profilo, pare sorreggere la testa, caratterizzata dalla peculiare espressività dei Pende e con le tipiche incisioni sotto gli occhi.

 

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Quello che pareva una delle numerosissime maschere Pende, si è rivelato appartenere ad uno sconosciuto rito, ad una cerimonia ancora non nota. Un oggetto “sacro” pertanto,  forse più modesto, ma certamente molto più unico e raro di qualsiasi altra maschera.

Elio Revera

 

Una falce di luna nel cielo dei Pende

Un importante ambito artistico  del popolo Pende della Rep. Dem. del Congo centro-occidentale si riferisce agli oggetti decorativi:  i sifflet, gli amuleti, denominati ikhokho, entrambi in avorio e le asce, insegne di potere. L’aggettivo “decorativo” non è da intendersi nella sua mera definizione di oggetto di abbellimento, dal momento che nella cultura delle arti tradizionali africane quasi tutti gli oggetti prodotti assumevano anche uno specifico significato rituale ed una peculiare valenza simbolica.

 

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Le insegne di potere degli chief, herminette o hache,  si distinguevano dallo strumento di uso comune, per essere  scolpite sulla sommità e con la lama più o meno allungata a forma di falce di luna. Herminettes ed asce di questa tipologia facevano infatti parte delle insegne di potere denominate anche “il tesoro del capo”, il  kifumo o uwata.

 

.Pende dx

Il volto scolpito sulla sommità di questa herminette (cm.31), esprime una tranquilla serenità e pare accennare ad un enigmatico sorriso; la linea di demarcazione che solca la fronte,  tipica dello stile katundu, si nota anche sulle maschere giwoyo e muyombo. Il ferro inserito sotto il mento, invece di essere posto in bocca, è un impianto stilistico che si trova soltanto sulle asce che riproducono una maschera; forse, lo scultore ha  voluto richiamare la particolare forma della  maschera giwoyo (L. de Sousberghe, L’Art Pende, Bruxelles, 1959).

Interessanti sono anche le coiffures  molto variegate, a seconda delle zone di appartenenza: a piccole trecce a costituire una calotta intorno al capo, nella  regione Kilembe; Pende tre quarti a corna dritte sulla testa, presenti nella chafferie di Sangu-Mvudi; a lunghe trecce parallele, come quelle che appaiono sull’ascia del re Pindi di Mazinga, sulla  riva sinistra del Kwilu. Il capo Pindi è qui ritratto con tutte le sue insegne  di potere, a dimostrazione di come questi oggetti fossero destinati unicamente alla regalità.

.Re pindi di Kilembe

 

Le scarificazioni a forma di croce, presenti sul volto, meritano un’ultima considerazione: la mia interpretazione è che queste incisioni  siano retaggio della cultura Lwena-Chokwe, popoli  che a volte scolpivano anche per quelli viciniori.

 

Lwena scarificazioni (2)Lwena scarificazioni

 

Un’altra dimostrazione questa, dell’interculturalità delle genti d’Africa, spesso divise da confini tracciati con motivazioni storico/poltiche, piuttosto che nel rispetto delle culture e delle etnie di quei popoli.

 

Pende ascia fronte

Elio Revera

 

 

Pende frontale