Ha un futuro il nostro collezionismo?

Riprendo alcune riflessioni che, pur essendo di pochi anni fa, necessitano di ulteriore approfondimento, alla luce dello sviluppo ed al verificarsi di quanto avevo raccontato in un precedente lavoro, la cui lettura considero preliminare. (La forza del destino…o del quattrino?)

La domanda più spontanea ed immediata, che mi pongo oggi, riguarda il futuro del collezionismo di arte tribale, africana nello specifico.

L’approccio diffuso del collezionismo di alta gamma è legato alla qualità dei pezzi ovvero soltanto alla sua immediata fruizione estetica?

In altre parole quanto importano la storia antropologica, il significato simbolico, il valore documentale di un’opera tribale, nel momento della sua acquisizione?

 

Yoruba fan utilizzato nel culto della dea fluviale oshun, che conferisce il dono dei bambini. Il culto si è diffuso praticamente nell'intero Yorubaland, ma è centrato sulla città di Oshogbo. (2)

 

Indagine su di un ventaglio al di sopra di ogni sospetto

 

L’analisi delle vendite effettuate dalle principali case d’asta, che trattano l’arte tribale, fa emergere senza dubbio alcune tendenze che soltanto da pochi anni si sono radicate nel costume di questo specifico collezionismo.

La prima è una diffusa abitudine di attribuire la stima  economica dell’opera alla bellezza intesa come immediata percezione di forme e volumi accattivanti e di immediata fruizione. Perché? A mio parere perché il target collezionistico è quello di potenziali clienti provenienti dal collezionismo di arte moderna e contemporanea per i quali,  forme stilizzate ed audaci realizzazioni plastiche, trovano maggiore considerazione rispetto ad altri parametri.

 

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Una falce di luna nel cielo dei Pende

 

Va da sé che non è certo mia intenzione svilire il gradiente estetico delle opere dell’arte tradizionale africana, ma certamente una cosa è il valore estetico, un altro quello estetizzante, vacuo e senza radici storiche.

La bellezza di queste opere non consiste soltanto nella loro apparenza, ma si coniuga con i loro significati simbolici, con la tradizione ieratica, con il  momento storico/geografico che le ha generate; il vero apprezzamento è dato dal  ” riconoscere  pienamente la diversità culturale, la vitalità intellettuale e l’integrità estetica dei suoi creatori” (S. Price, 1992).

Importano ancora qualcosa queste fondamentali considerazioni o la collocazione dell’opera su di un mobile di design è l’unica preoccupazione?

Voglio pensare che questa tendenza sia per fortuna marginale, ma di fatto, è una linea presente nel mercato dell’arte tribale.

 

Hunting charm. A caccia con l’amuleto !

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Conseguenza di questa matrice interpretativa, anche se non immediatamente percepibile, è l’ipertrofica importanza all’attribuzione ed  alla provenienza delle opere. Relegati a fattori secondari considerazioni etnografiche e significati simbolici, è del tutto evidente che sia giocoforza di massimo interesse, per il collezionista scevro di interesse e conoscenza, quel che prosaicamente è stato definito il pedigree,

Anche in questo caso, non voglio sottovalutare affatto l’importanza di una puntale ricostruzione delle vicende che riguardano la provenienza ed il possesso precedente dell’opera, ma certamente l’esagerata attenzione soltanto a questi fattori conduce a sottovalutare una grandissima parte di opere che, al contrario, meriterebbero un’altra attenzione, stante l’intrinseca loro qualità. E di sicuro, galleristi e case d’asta non sono esenti da responsabilità nel diffondersi di questa dinamica.

La determinazione del prezzo dell’opera, quanto dipende da quello descritto fino ad ora? A mio parere tutto ciò incide sommamente e determina un innalzamento del prezzo, sovente molto lontano dal valore intrinseco dell’opera stessa. Tutto ciò, di fatto, esclude a priori una grandissima parte di potenziali collezionisti e nello specifico di quelli più giovani, notoriamente privi, in generale, di grandi possibilità finanziarie.

La partecipazione ad una sola seduta d’asta, una visita alle gallerie, un tour alle fiere specializzate nelle capitali europee, sono più che sufficienti per confermare l’età media dei partecipanti.

 

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Il sorriso ed il sangue degli Asante

 

La risposta alla domanda iniziale circa il futuro del collezionismo tribale, alla luce delle semplici considerazioni illustrate, non è pertanto di facile definizione.

A questo proposito, io penso, che una possibile risposta al quesito risieda nel considerare l’approfondimento e lo studio, forse gli unici deterrenti al propagarsi di una moda che privilegia unicamente il censo e l’età del collezionista.

Nello studio dell’arte tradizionale africana sono ancora oggi individuabili ambiti di collezionismo di nicchia, che il mercato ufficiale non considera per svariati motivi, quando non intere produzioni artistiche di numerose popolazioni affatto conosciute.

Il cambiamento di paradigma, da mero contemplatore ad attivo fruitore, è un percorso certamente più ostico, ma immensamente più proficuo e soddisfacente. Favorire questo passaggio è auspicabile sia opera di tutti gli operatori del settore, non orientati unicamente alla valutazione economica delle opere.

 

La pietra che visse due volte

Sapi

Lì, infatti,  sta il vero tesoro del ricercatore e del collezionista che, per far questo, non necessità di illimitati cespiti, ma soltanto dell’autentico valore aggiunto di ogni avventura culturale: la curiosità e la passione, che per fortuna,  non sono  merce riservata soltanto alle élites!

Elio Revera

N.B. Le opere illustrate hanno una caratteristica  descritta nell’articolo…. che l’attento lettore avrà già individuato!

Uno sguardo sull’invisibile

 

E’ ben difficile ed alquanto improbabile, per noi abitanti del XXI sec., con una  storia, una filosofia ed una  tecnologia millenarie alle spalle, comprendere il significato reale e simbolico dello n’kisi.

Provate però ad immaginare di essere sperduti, in un tempo lontano,  nella foresta o savana africane, senza alcun riferimento se non la vostra  comunità di appartenenza, senza alcuna tecnologia a disposizione, esposti ad ogni rischio e pericolo, dalle carestie alle epidemie, dalla minaccia del  fuoco o dell’acqua, dalla ferocia dei nemici e delle belve della foresta…forse, adesso, il significato dello n’kisi vi diverrà più comprensibile.

Lo n’kisi è il nome generico di un oggetto, quasi sempre una figura antropomorfa o zoomorfa  investita da uno o più spiriti che potenziano il potere dell’individuo e della comunità di appartenenza che lo detiene. Il rapporto che vincola lo n’kisi con il suo possessore è magico. In due frasi R.P.J. Van Wing,  sintetizza questa situazione «La gloire du nkisi, c’est d’avoir un maître en vie. Le chef a son autorité, le féticheur a la sienne.» (Études bakongo II, Religion et magie, Bruxelles, G. Van Campenhout, 1938, p. 131).

Lo n’kisi (o i minkisi, se sono più di uno), è destinato pertanto a proteggere l’individuo e la comunità da ogni minaccia, ed in particolare,  dalla stregoneria, vissuta quale suprema causa di ogni possibile evento negativo.
Un oggetto diventa uno n’kisi soltanto quando, dopo essere stato scolpito dal fabbro, è consacrato dal diviner (nganga) che  infonde lo spirito magico nel  bilongo, vale a dire nel contenitore  posto sul corpo della figura. Nel bilongo sono custoditi materiali etereogenei di varia natura quali elementi vegetali (luyala), gesso bianco e carbone ( luhemeba e kala zima), frammenti di fungo (tondo), polvere rossa per neutralizzare gli spiriti maligni ( nkandikila) e molto altro ancora.

Nella regione del Bas-Congo (R.D.C.), tra le variegate etnie afferenti al popolo Kongo, una particolare figura di n’kisi era utilizzata per gli scopi sopra descritti.

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Si tratta della figura del cane, da sempre compagno di vita di quei popoli.

Peculiare è quello della razza Basenji o Cane del Congo, la cui storia si perde nella notte dei tempi.  Una leggenda narra che questo cane  venisse utilizzato per combattere le belve feroci, ma appunto si tratta di una leggenda.

Questo animale è ancora oggi una delle razze più diffuse in Africa, dove viene allevato come cane da caccia o da guardia.

 

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La scelta della  figura n’kisi con le sembianze del cane, denominato mbwa (in alcuni testi nkonde oppure makhende),  non è stata naturalmente una scelta casuale

L’utilizzo  di cani nella mvita, o guerra spirituale, contro forze ostili non è che l’intensificazione rituale del potere dei cani di rintracciare e annusare la preda. I cani, poi,  si muovono liberamente e senza limiti tra villaggio e foresta, attraversano cimiteri, si muovono sia di giorno che di notte e di conseguenza, per quei popoli, sono il contatto duale tra il mondo materiale e quello dell’invisibile, tra quello dei vivi e quello degli antenati: personificano cioè, il rapporto inscindibile tra i due mondi.

Au chien, cet indispensable complice des chasseurs, est attribué le rôle de traqueur de sorciers et de gardien de maisons, son image sculptée suffisant à protéger le village des esprits malins” (Felix, Art & Kongos, 1985, p. 103).

 

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Nail fetishes, 1902, Boma, Congo

Secondo Robert Farris Thompson, “les tenants de la tradition pensent que ces animaux sont dotés de quatre yeux, deux pour ce monde et deux pour l’autre” (in Falgayrettes-Leveau, Le Geste Kôngo, 2002, p. 50).

Le immagini seguenti illustrano le due tipologie di n’kisi mbwa,  vale a dire, per semplificazione, quello con chiodi e lame infissi nel corpo e quello ritto sulle zampe anteriori. Entrambi, però, recano su di loro il bilongo della sostanza magica. Queste figure scultoree sono estremamente rare nella produzione dei Kongo.

 

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1916, Verneau

 

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Courtesy Yale University Art Gallery

 

La sostanziale differenza tra le due tipologie non è legata a scopi diversificati.  Tutte e due sono figure di protezione;  il cane con i chiodi, n’kisi nkondi mbwa, era destinato specificatamente alla cura del villaggio, e l’altro a quella più individuale o del clan famigliare.

Questo piccolo n’kisi mbwa della coll. Dartevelle dal codino arricciato, è l’immagine di tutte le caratteristiche sopra illustrate.

 

Kongo doppia immagine

 

La scultura del feticcio è definita in una postura di massima all’erta. Il cane è ritto sulle zampe anteriori, le orecchie drizzate, i tondi occhi  di  faïence scrutanti, le fauci digrignano i denti aguzzi con la piccola lingua rossa penzolante all’infuori e soprattutto reca sul dorso il bilongo, trattenuto da un vetro trasparente che  garantisce allo n’kisi  di vedere anche alle sue spalle.

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Kongo muso1 Il suo scopo, infatti, quello a cui è stato destinato dallo nganga che lo ha consacrato è infatti  annusare, scovare e neutralizzare gli spiriti maligni e stregoneschi garantendo così  la protezione ed il benessere della famiglia.

Al di là del valore estetico di questa scultura, a mio parere più interessante è la sintesi concettuale tra l’oggetto ed il suo intrinseco significato. L’aderenza descrittiva sul piano figurale con la valenza simbolica, infatti,  appare stupefacente, prospettando un’ulteriore mirabile bellezza estetica.

Come ho scritto nel catalogo Skira dell’esposizione appena terminata a Bologna,  Ex Africa, proprio a commento di sculture  Kongo, ” queste figure al di là dei significati magici a loro attribuiti, sono da un lato l’espressione della maestria e fantasia scultorea  degli artisti di questo gruppo etnico,  dall’altro il fedele specchio di una comunità, sociale e famigliare, governata dalla necessità di una proficua e diuturna relazione con il mondo dell’inconoscibile.” 

Elio Revera

 

 

 

 

Les photos ethnographiques anciennes (où et comment les trouver) ?

Condivido con grande piacere questo accurato lavoro di Atans Carnets d’Afrique.

La ricerca di immagini “etnografiche tribali” prese sul campo è estremamente preziosa per ogni appassionato e studioso.

Atans ha scandagliato le  fonti più autorevoli e, bontà sua, ha inserito tra queste, anche il mio Blog!

Un sincero ringraziamento e l’augurio a tutti di buona lettura!

Elio Revera

 

African ethnographic field photos : Where and how to find them

Tout collectionneur rêve un jour de voir l’un de ses propres objets déjà photographié 100 ans plus tôt lors d’une sortie de masques au cœur du Congo ou du Mali (il ne faut pas trop rêver quand même). Cela-dit, il est parfaitement légitime d’apprendre en regardant comment les masques ont dansé, selon l’expression consacrée. En l’absence d’internet , la solution consiste à se créer une bibliothèque (toujours indispensable bien entendu) d’ouvrages généralistes, de monographies et de revues comme Tribal Arts. Comment dès lors trouver gratuitement des trésors en argentique sur Internet ?

Être prudent et ne pas surinterpréter

En guise de liminaire, on se doute que cette recherche a souvent pour fonction de légitimer l’authenticité et/ou de faire prendre de la valeur. Sur ce point, grande est la tentation de faire parler les photos au delà de ce qu’elles peuvent exprimer. Je prends pour exemple cette fameuse photo de champ où l’on voit des masques Songe (Songye) alignés tels des enfants à l’école primaire. Rien de moins naturel que cette pose ! Le fait que la photographie soit ancienne ne garantit pas au sens strict que les masques photographiés ont dansé (j’aurais quand même tendance à le présumer compte tenu du fait qu’il sont complets).

Les photos de champ avec des objets exposés sont anciennes : cette fameuse photo (1) montre aussi que des objets destinés à être vendus aux européens au début du XXème siècle (environ 1910), donc “considérés comme non authentiques”  (made for the market), ont de sérieuses ressemblances avec des vedettes des plus grands musées (voir ici le cas du masque Vili du Quai Branly). Que doit-on en déduire ? La prudence est de mise…

La comparaison avec le masque Vili, ancienne collection A. Lefèvre (N° inventaire : 73.1965.10.5) du Quai Branly pose la question de l’authenticité au delà de celle de l’ancienneté.

Dernière précaution (mais essentielle) : ne pas confondre date de la photo, date de la publication et date de création de l’œuvre d’art. Une photographie ne peut certifier qu’une seule chose : l’objet en question est au moins aussi ancien qu’elle, mais pas plus ! Dans le cas précédent (masque Vili), sa présence sur un étal ne permet en rien d’affirmer qu’il a été fabriqué “récemment” pour être vendu ou qu’il a dansé.

Quelques liens intéressants

Une fois ces considérations de prudence faites, on peut commencer à se promener sur le Web qui constitue un outil formidable pour dénicher de belles photographies, le plus dur étant de leur attribuer un auteur, une date ou un ouvrage notamment lorsqu’elles viennent de sites généralistes (type Pinterest).

Parmi les sites consacrés à l’Art africain traditionnel, notre favori en ce qui concerne les photos de champ est le site Yale RAAI réalisé par Jim Ross (lien ici). On y trouve parmi les plus anciennes photographies de champ avec références précises et même débats entre spécialistes. Un must.

 

Le site SIRIS (lien ici) du Smithonian institute offre de très belles photographies aussi, notamment une collection impressionnante de photographies d’Eliot Elisofon et de Léon de Sousberghe.

Bien connue, mais uniquement après inscription, la Yale Van Rijn Archive(lien ici) offre une multitude de photographies exceptionnelles avec d’excellentes références. En outre, elle constitue aussi un must car elle recense une quantité extraordinaire d’objets issus des musées, catalogues et grandes expositions.

 

Côté français, la base ULYSSE (lien ici) recense des archives de la période coloniale peu connues et intéressantes.

 

Du côté des généralistes, on peut trouver assez facilement des photographies de champ sur Pinterest qui est beaucoup plus intéressant que FB pour effectuer des recherches (inscription gratuite nécessaire ici) . Ma propre page recense environ 500 photos ethnographiques (lien direct ici).

Je recommande aussi de visiter la page Pinterest de Huib Blom (lien ici), très bien classée en groupes ethniques et mélangeant œuvres d’art et photos ethnographiques.

 

 N’oublions pas nos amis blogueurs qui régulièrement publient des photographies anciennes : François “Sanza” Boulangerdétour des mondesrandafricanartartidellemaninere , Bruno Claessens

(1) voir ce lien sur le site de Bruno Claessens

Pour approfondir : https://www.cairn.info/revue-histoire-des-sciences-humaines-2005-1-page-193.htm

Laggiù qualcuno vi ama!

 

Centro della riflessione è quel che Marc Augé ha definito con la parola surlocalizzazione, vale a dire la modalità esclusiva di percezione dello spazio abitato. Scrive Augé – il luogo è anche un “territorio retorico”, ovvero uno spazio dove ciascuno si riconosce nel linguaggio degli altri, un insieme di punti di riferimento spaziali, sociali, storici: tutti coloro che vi si riconoscono hanno qualcosa in comune, a prescindere dalla diversità delle loro situazioni. (M. Augé 2019)

Tale definizione delinea perfettamente lo status delle etnie africane sparse sul territorio subsahariano, prima, almeno, dell’intervento colonialistico occidentale.

 

Fra Mauro World Map c.1450

Fra Mauro World Map c.1450

 

Fino ad allora l’universo materiale, la concezione religiosa, le credenze popolari e le norme regolanti tutti gli aspetti della vita, dalla nascita alla morte, avevano luogo e soluzione nella surlocalizzazione di quel particolare popolo.

Ciò non esclude scambi commerciali e contaminazione culturali tra le etnie viciniori, ma, in definitiva, le caratteristiche principali di una determinata etnia sono rimaste confinate in uno specifico ambito, geograficamente più o meno vasto.

In siffatto contesto storico ed antropologico, la seduzione della sauvagerie è totalmente priva di significato ed anzi, foriera di equivoci ed incomprensioni.

La surlocalizzazione dei popoli della tradizione africana sposta l’ordine delle priorità individuali e sociali e delinea un’aura difficilmente comprensibile (o accettabile) per quanti ne sono esclusi.

Delinea al contrario un universo verticale nel quale sono correlati i significati simbolici e le modalità per esprimerli e trasmetterli alle future generazioni.

 

'French Congo, Batéké family. Congo Français. Photograph by J. Audema. ca.1905

‘French Congo, Batéké family. Congo Français. Photograph by J. Audema. ca.1905

 

La priorità non è pertanto quella della realizzazione individuale, quanto quella d’integro mantenimento della struttura concettuale identificativa di  quel popolo nella sua originaria realtà.

Con questa chiave interpretativa sono comprensibili la devastazione e l’annientamento dell’incontro con i bianchi, soprattutto nell’epoca coloniale.

Totalmente spogliati dall’originario universo materiale, concettuale e spirituale, ridotti a mera merce da sfruttare, nulla è stato riconosciuto della loro genialità creativa e tantomeno di quella creativa.

Sarà il destino di giovani scapestrati all’alba del XX secolo a riabilitarne, almeno in parte, il loro universale valore artistico.

 

Fanti Hairdresser, Ghana, circa 1910.

Fanti Hairdresser, Ghana, circa 1910.

 

Un’arte, quella tradizionale africana, che per essere riconosciuta ha pagato il prezzo più alto immaginabile: la scomparsa della cultura che l’ha generata se non addirittura dei popoli che l’hanno creata.

Ho scritto che la surlocalizzazione ha stravolto l’ordine delle priorià.

Per le culture occidentali, la rottura del legame col territorio di origine è stata la molla dello sviluppo culturale, economico e sociale, si pensi alle scoperte geografiche, al comparire dell’Umanesimo, al fiorire del Rinascimento, al diffondersi della stampa, del commercio, delle scoperte matematiche ed astronomiche. Ma nel contempo ha creato emarginazione sociale e culturale, desolate periferie, nonluoghi.

Viceversa, l’appartenenza ad un determinato territorio da parte delle etnie africane, di fatto, ha consentito il mantenimento del contesto tribale ed in parte il suo sviluppo e ha permesso l’evoluzione del canone artistico con altre  modalità e tempi diversi  da quelli dei  popoli europei.

 

Yakoma Village, Congo at the turn of the 20th Cen. Photograph by Jean Audema.

Yakoma Village, Congo at the turn of the 20th Cen. Photograph by Jean Audema.

 

In altra sede ho scritto come – Le immagini dell’arte tradizionale africana, in tale immanenza atemporale, non sono affatto relegate ad un destino di mancata evoluzione, di immobilismo creativo o, peggio, di reiterata e pedissequa ripetizione. In questo statuto iconico, proprio dell’hic et nunc, l’evoluzione iconografica risponde a categorie epistemologiche estranee alla dimensione occidentale. Proprio nella consapevolezza di forze irrappresentabili, all’interno del canone espressivo tradizionale del proprio popolo, l’artista africano opera continuamente quelle variazioni che rigenerano il significato artistico ed estetico dei manufatti: la forza di queste immagini consiste nello scarto tra tradizione e creazione, in una sorta di ossimoro definibile in immanenza evolutiva o forse, nell’estasi immobile di einsteiniana memoria. ( Ex Africa. Storie ed identità di un’arte universale. 2019)

 

Grand Chief Mangbetu Okodongwe 1930 c zagouruski

Grand Chief Mangbetu Okodongwe 1930, C. Zagouruski

 

La surlocalizzazione, invertendo le priorità esistenziali/individuali, ha valorizzato gli aspetti mistici del rapporto con le forze della natura riuscendo a generare un universo cosmologico ed un culto per gli antenati che hanno protetto l’etnia dalle insidie di un territorio in molti casi ostile e maligno.

Sul piano della creazione artistica, l’appartenenza ad un determinato ambito ha garantito l’originalità delle forme e della creazione plastica che infatti, appaiono anche all’occhio del profano  notevolmente difformi, basti pensare a certe creazioni della Nigeria, della Costa d’Avorio o del Congo.

Non è possibile, pertanto utilizzare parametri di valutazione di stampo occidentale per comprendere l’arte di questi popoli, come peraltro restano incomprensibili il mondo invisibile e le ritualità legate a determinati eventi.

Shilluk Warrior of Sudan in full regalia, early 20th Cen, Photographer Unknown.

Ciò che può comporre, almeno in parte, lo iato tra le due culture non consiste nel rinunciare allo sguardo di uomini dell’occidente, impossibile peraltro, ma nello sforzo di elaborare il reciproco riconoscimento attraverso la creazione di uno statuto proprio dell’Arte tradizionale africana che sappia valorizzare i meriti e la geniale creatività di un’Arte certamente Universale.

Elio Revera

 

 

Shilluk Warrior of Sudan in full regalia, early 20th Cen, Photographer Unknown.

 

La madre con il camaleonte

 

Il ruolo della donna nella cultura Dogon rivestiva una significativa importanza, testimoniata da numerose opere scultoree, alcune delle quali molto antiche.

La donna appare in varie situazioni esistenziali, fanciulla e adulta, madre dedita al lavoro quotidiano o alla cura delle attività domestiche. Non c’è infatti comunità Dogon, tintam, wakara, bambou-toro, tomo-ka, n’duléri, che non abbia celebrato, con intensa suggestione stilistica la figura femminile, simbolo della continuità e della discendenza.

 

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Dogon, Mali, fine XVIII secolo, Legno, h. 69,0 cm, Collezione privata francese, Provenienza: reperita in situ ante 1960

 

E’ il caso di questa maternità proveniente dal centro-nord dell’altopiano di Bandiagara e risalente alla fine del XVIII secolo. La donna, forse la moglie o la figlia di un capo, nutre il figlioletto tenendolo amorevolmente sulle ginocchia. E’ seduta su uno sgabello recante incisioni a zig-zag, simbolo della parola, dell’acqua e del serpente e reca gli attributi ornamentali del suo rango: bracciali e collana. La ricca acconciatura è sormontata da uno dei più antichi animali totemici Dogon, il camaleonte, a simboleggiare la capacità di trasformazione ed adattamento nelle vicissitudini dell’esistenza.

Opera di un artista appartenente ad un atelier difficilmente identificabile, probabilmente n’duléri, la scultura ha sul volto le scarificazioni a scacchiera che la riconducono alle antiche opere dei Djennenke e, ai lati della bocca, quelle riferibili ai Fulbe. L’epoca di realizzazione riporta ad un particolare periodo storico, funestato da guerre, in cui i Dogon furono vittime dello schiavismo ad opera dei Saman del Wadouba, una società guerriera islamizzata e dei loro alleati Fulbe.

Quest’opera pertanto, ricchissima di riferimenti simbolici, celebra la maestria artistica dei Dogon e costituisce una vera e propria testimonianza degli avvenimenti e delle vicissitudini storiche di quel popolo.

Elio Revera

Ex Africa. Storie e identità di un’arte universale

Lo confesso, sono di parte!

Ho partecipato in prima persona alla realizzazione di questa grande esposizione, quale membro del Comitato scientifico e curatoriale.  Per il catalogo, edito da Skira editore, ho scritto  le note che accompagnano le immagini delle opere esposte nella sezione Semplicemente Arte, che Ezio Bassani e Gigi Pezzoli hanno scelto  per questa mostra.


                                   

                               Ex Africa. Storie e identità di un’arte universale

                                                         In ricordo di Ezio Bassani

 

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               BOLOGNA  Museo Civico Archeologico    29 marzo – 8 settembre 2019

                                                     Una produzione CMS-Cultura

 

 

Ex Africa semper aliquid novi”, così scriveva Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia. Da qui parte la nostra mostra per raccontare come si intreccino vicende africane ed europee, dall’antichità a oggi,  attraverso storie d’arte, di identità, di viaggi e di incontri, partendo dalle cronache dei viaggi e dei primi contatti tra europei e africani.

Una mostra curata da Ezio Bassani (†) e Gigi Pezzoli, con il contributo di studiosi italiani e stranieri ed in memoria dello stesso Bassani, scomparso improvvisamente durante i lavori del progetto e figura alla quale si deve la diffusione della conoscenza dell’arte africana nel nostro Paese

La mostra si avvale di un Comitato scientifico e curatoriale internazionale, composto da:  Pierre Amrouche, Ezio Bssani, Bernard De Grunne, Armand Duchateau, Micol Forti, Gigi Pezzoli ed Elio Revera.

Sono inoltre previsti  i contributi di Alessandra Brivio, Malcolm McLeod, François Neyt ed Anne Vanderstraete.

 

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Figure DJENNÉ – JENO, Mali (A.D. 1050 – 1350) Terra cotta, height 22,5 cm Private collection, Belgium © Frédéric Dehaen, Brussel

 

L’esposizione è articolata in piùsezioni:

Semplicemente Arte: Ezio Bassani, Gigi Pezzoli, Elio Revera

 

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Democratic Republic of the Congo, XIX centuryWood, metal, nails, beads, fiber, raffia cloth, Heights 14 cm, 14 cm and 16,5 cmABG Collection© Hughes Dubois

 

Un’ampia selezione di figure rituali e di maschere provenienti dai più importanti musei europei e dalle più celebri collezioni e, insieme agli oggetti di grandi dimensioni, un gruppo di miniature in bronzo utilizzate per pesare la polvere d’oro.

Un’arte antica: Bernard De Grunne

Il caso Mande, 1000 anni di arte del Mali: il più importante patrimonio di statuaria lignea e in terracotta del medioevo africano, Dogon e Tellem, databile a partire dall’XI sec., per una storia dal fascino senza tempo.

 

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Ancestral figure SONINKE, Mali (A.D. 1040) wood, height 167 cm Private collection, Belgium © Frédéric Dehaen, Brussel

 

Un’arte di corte: Armand Duchateau

Una straordinaria selezione dei tesori dell’antica città-stato di Ife, che gli scopritori europei  attribuirono a un Fidia dell’Equatore; bronzi del celebre regno del Benin, il Palazzo Reale , con gallerie imponenti, come quelle della Borsa di Amsterdam, decorate con placche di arte raffinata, descritti nel 1668.

XX secolo: L’Europa guarda l’Africa: Micol Forti

In questa sezione si dà conto del dialogo straordinario, avvenuto nei primi anni del XX secolo, tra la cultura artistica dell’occidente e la cultura visiva africana, la cosiddetta Art Nègre, nella quale gli artisti della Avanguardie storiche riconoscevano un’originarietà arcaica della forma e del suo valore simbolico e spirituale.

Non creazione anonima ma arte di artisti: Bernard De Grunne

La sezione propone alcuni esempi di identificazione di personalità artistiche o di specifici atelier, che consentono di superare lo stereotipo di un’arte senza autori.

Gli avori Afro portoghesi: Ezio Bassaniddd

Saliere, cucchiai, impugnature per daghe, pissidi e olifanti del XV e XVI secolo, destinati alle collezioni principesche e alle Wunderkammer europee, commissionate, a partire dalla metà del XV secolo, dai navigatori portoghesi ad artisti africani.

Cucchiai afro-portoghese Nigeria, cultura Edo o Owo, XVI sec, collezioni medicee avorio foto di Saulo Bambi, Sistema Museale dell’Università di Firenze

 

Mostra di “Scultura Negra”, Venezia 1922: Gigi Pezzoli

Viene riproposta, con una selezione di opere, la prima pionieristica esposizione di arte africana in Italia, svoltasi presso il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia nel 1922.

Un’estetica “diversa”. Ordine e disordine nell’arte vodu: Pierre Amrouche

Quella del vodu è un’arte materica, accumulativa, impregnata di sacralità, in continuo divenire, opere intrise di religiosità, connettori del passato e dell’oggi, una selezione di pezzi per la prima volta in Italia.

Arte africana contemporanea: Micol Forti

 

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Figures 1856, Geological Structure ANDRIALAVIDRAZANA Malala 2018, UltraChrome Pigment Print su carta Hahnemühle Photo Rag Ultra Smooth 110 x 140 cm courtesy: the artist and Galleria Alessandro Casciaro, Bolzano and C-Gallery, Milano

 

Opere che nascono dal confronto tra un’eredità culturale e spirituale che si intrecciano, talvolta scontrandosi, con lo sguardo rivolto all’occidente, affermando comunque e sempre una precisa identità, senza negare la possibilità di contaminazioni.

 

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Man Ray, Noire et Blanche, 1926, Fotografia new print del 1980Collezione privata, Courtesy Fondazione Marconi, Milano© The Museum of Modern Art, New York Scala, Florence©Man Ray Trust by SIAE 2018

 

Nella sezione che ho curato, Semplicemente Arte, ho inteso affrontare il tema dell’identità iconica delle immagini dell’arte tribale che, come quelle occidentali, sono espressione di uno statuto  parimenti significativo ed, in certi casi, ben più potente e vivificante di quello occidentale.

 

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Ngbaka, R.D.C. Bois, fibres, métal, cm 40 x 27 x 17 Collection privée, Belgique © Studio Asselberghs

 

L’Arte dell’Africa è infatti depositaria di uno specifico e peculiare statuto iconico e, per questo motivo, è indispensabile l’approfondimento e la definizione di una teoria propria delle immagini, in cui esse appaiano come protagoniste attive e non semplicemente come oggetto di complemento esotico, bizzarro e sostanzialmente incomprensibile. La definizione dei presupposti teorici di tale statuto e la ricerca dei suoi strumenti interpretativi è il filo conduttore del mio lavoro che mi ha guidato nella compilazione delle note che accompagnano le immagini delle opere esposte. La mostra infatti si avvale di un prezioso catalogo edito dalla  SKIRA, Milano.

Ex Africa é resa possibile grazie alla collaborazione di alcuni tra i più importanti Musei e Collezioni internazionali,  da cui provengono le oltre 270 opere in esposizione.

 

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Fang. Tête de reliquaire éyèma ô byéri Musée d’Ethnographie de Neuchâtel, Svizzera Alain Germond © Musée d’ethnographie de Neuchâtel, Suisse

 

Musei prestatori:

Abuja, The National Commission for Museums and Monuments of Nigeria
Amburgo, MARKK – Museum am Rothenbaum
Amburgo, Museum für Kunst und Gewerbe
Berg en Dal, Nationaal Museum van Wereldculturen
Bologna, Museo Civico Medievale
Colonia, Rautenstrauch-Joest-Museum
Copenaghen, The National Museum of Denmark
Dresda, Rüstkammer, Staatliche Kunstsammlungen Dresden
Dresda, Staatliche Kunstsammlungen Dresden, Museum für Völkerkunde Dresden
Firenze, Museo di Antropologia e Etnologia, Sistema Museale di Ateneo, Università degli studi di Firenze
Firenze, Tesoro dei Granduchi, Palazzo Pitti, Gallerie degli Uffizi
Francoforte, Weltkulturen Museum

 

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Statue MUMUYE, Nigeria wood, height 53,5 cm Private collection, Belgium © Frédéric Dehaen, Brussel

 

Lisbona, Museu da Sociedade de Geografia
Lisbona, Museu Nacional de Etnologia
Modena, Galleria Estense, Gallerie Estensi
Monaco, Museum Fünf Kontinente
Neuchâtel, Musée d’Ethnographie
Parigi, Musée du quai Branly – Jacques Chirac
Roma, Musei Vaticani
Roma, Museo delle Civiltà-Museo preistorico etnografico “Luigi Pigorini”
Rotterdam, Wereldmuseum
San Pietroburgo, Museo statale Ermitage
Torino, Armeria Reale, Musei Reali di Torino
Venezia, Museo di Storia Naturale
Vienna, Weltmuseum
Zurigo, Museum Rietberg
Zurigo, Völkerkundemuseum der Universität

Per l’eccezionalità dei prestiti la mostra è pensata appositamente e unicamente per Bologna e non potrà quindi avere altre sedi.

L’ONU ha ritenuto il progetto coerente con gli obiettivi dell’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

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Statue Baoulé Baoulé, Côte d’Ivoire, XIX siècle Bois, Collection privée ©Hughes Dubois

 

Courtesy CMS-cultura. Le immagini pubblicate, sono tratte dall’ampio Catalogo che accompagna l’esposizione, pubblicato da SKIRA editore , Milano.

 

Articolo a cura di Elio Revera

 

 

 

Indagine su di un ventaglio al di sopra di ogni sospetto

 

Il sacro ed il profano. In questo lavoro è mia intenzione provare a stabilire una  relazione tra un’Orisha, cioè una creatura Yoruba di origine divina  ed una più profana divinità, anch’essa con i suoi riti, i suoi simboli, ma altresì con i suoi pregiudizi e banalità: il collezionismo.

La prima domanda che scaturisce è cosa intrattenga la cultura Yoruba della Nigeria con il collezionismo d’arte africana, se non il fatto che l’arte Yoruba è ovviamente un argomento di collezione.

Nel pantheon del popolo Yoruba, che occupa la parte sud-occidentale della Nigeria moderna e la parte meridionale del Benin, sono oltre quattrocento le divinità deputate a mediare il rapporto con l’aldilà, a regolare le cerimonie, le festività, i riti, gli eventi della vita quotidiana.

 

 

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Tra le divinità, Oshun (anche scritto Osun), era considerata principalmente come la dea dell’amore, ma interpretava tuttavia anche un altro ruolo, vale a dire quello di custode ed elargitrice del dono della fertilità femminile, della protezione dei bambini ed anche  delle acque. Il culto di questa divinità fluviale era diffuso praticamente nell’intero Yorubaland, ma era centrato soprattutto nella regione nord-occidentale di Oshogbo. Qui, in particolare, si celebravano le feste ed i riti dedicati a questa divinità femminile e, come scrive Babatunde Lawal, durante l’invocazione per la protezione dei bambini,  scettri ed ornamenti, soprattutto ventagli e bastoni rituali, ornavano il  suo altare (Yoruba, 2012, Milano).

 

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Fan (ventaglio rituale), Yoruba, Courtesy Yale University  Archive of African Art

 

In particolare, l’utilizzo del ventaglio rituale è stato descritto fin dalla fine del XIX secolo in varie pubblicazioni europee.

Nel testo di Webster, W.D. “Illustrated Catalogue of Ethnological Specimens. European and Eastern Arms and Armour. Prehistoric and Other Curiosities”, Vol. 3, No. 21., 1899  appare l’immagine  di un ventaglio di cuoio.

 

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Courtesy James J. Ross Archive of African Images 1590 -1920, n.5472 immagini, n.4133, fan

 

Ugualmente nel libro di Pitt Rivers Augustus. “Antique Works of Art from Benin Collected By Lieutenant-General Pitt Rivers”, D.C.L., F.R.S., F.S.A. Inspector of Ancient Monuments in Great Britain, &c. 1900, sono due i ventagli pubblicati, uno in metallo e l’altro in cuoio.

 

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Courtesy  James J. Ross Archive of African Images 1590 – 1920, n.2116.42

E per finire, un altro ventaglio rituale di cuoio verde con applicazione di frange di tessuto rosso  è descritto nel testo di  Roth, Henry Ling. Great Benin: Its Customs, Art and Horrors, 1903.

I Jekri, a cui si riferisce il testo relativo all’immagine, erano un’ etnia stanziata nella Nigeria meridionale, lungo il bacino inferiore del fiume Benin, di lingua affine a quello yoruba.

 

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Courtesy James J. Ross Archive of African Images 1590 – 1920, n 28096

 

Questo a dimostrazione di quanto sia stato radicato il culto di Oshun, con i suoi riti, ed il corredo rituale ad esso legato.

Ma tornando all’enunciazione iniziale, che riguarda l’altra divinità profana, quella del collezionismo, io mi chiedo quanti si siano mai  interessati ad oggetti rituali legati al rito di questo Orisha, mentre statuette, coppe, maschere ecc.,  afferenti ai culti Shango, Eshu, Ibeji, Ogboni, Egungun, sono in centinaia di collezioni di tutto il mondo.

Oggetti a volte magnifici , alcuni perfino dei capolavori; ma la qualità artistica, la rarità, la bellezza estetica non si celano soltanto nelle opere destinate ai riti più conosciuti!

A mio parere il collezionista dotato di  volontà e dedizione e sorretto da studio ed approfondimento, dovrebbe dedicarsi anche alla ricerca di oggetti di culto afferenti a popoli meno conosciuti e famosi, ma certamente non inferiori di fascino e bellezza.

Eccoli i pregiudizi e le banalità: credere che l’arte del continente africano si esprima soltanto tra le etnie più celebrate,  i Dogon, i Senufo, i Bamana, i Baule, i Fang, i Kota, i Luba, i Songye, i Chokwe, per dire i primi che mi vengono in mente, e soltanto nel loro corredo rituale maggiormente appetibile dal mercato. Come se non ci fossero storia e simbologia di ampio risalto anche nei riti meno conosciuti!

Tutto questo per parlare di un mio personale convincimento, che  trova però applicazione nei fatti.

Oshun Yoruba

Il ventaglio Yoruba, del culto di Oshun sotto illustrato, è la dimostrazione reale di quel che ho affermato. Questo oggetto di metallo, rame ed ottone, con la parte finale  dell’impugnatura in legno, misura 55 cm in altezza ed il disco ha un diametro di 37 cm.

utilizzato nel culto della dea fluviale oshun, che conferisce il dono dei bambini. Il culto si è diffuso praticamente nell'intero Yorubaland, ma è centrato sulla città di Oshogbo. (2)

Ornato da tre  frange di ottone, un numero affatto casuale, fissate con antichi rivetti di metallo, come nel caso di quelli delle immagini precedenti, si giova di un decoro geometrico su tutta la superficie, quasi a disegnare un’ immaginaria geografia dell’anima.

Reale, invece, è il fascino che promana e la qualità estetica visibile da chiunque, pure se digiuno di conoscenze africaniste.

La dea Oshun vive tra le mie pareti domestiche ed, in virtù della cura della ricerca e dell’apprezzamento rivolto al fan a lei dedicato, sono certo saprà vegliare col suo benefico influsso sulla casa e su tutti i suoi abitanti e visitatori.

 

Yoruba fan utilizzato nel culto della dea fluviale oshun, che conferisce il dono dei bambini. Il culto si è diffuso praticamente nell'intero Yorubaland, ma è centrato sulla città di Oshogbo. (2)

 

Yoruba fan cm 53,6 retro

Questo ventaglio è stato esposto alla mostra 10 Jare, Gesellschaft der Förderer des OÖ (Oberösterreichisches) Landesmuseum, 1987/1997”, nel 1997 al Museo di Linz, in Austria e pubblicato nel libro, a cura di Stefan Eisenhofer, “Kulte, Künstler, Könige in Afrika – Tradition und Moderne in Südnigeria”, Katalog des oberösterr, Landesmuseums, pag.297, fig. III/11.18,1997.

Elio Revera