Il rinoceronte d’oro

Anche se non documentata da testimonianze scritte, l’Africa antica possiede una storia, spesso sottostimata quando non brutalmente negata. A partire dalle tracce lasciate da civiltà il piú delle volte scomparse e dalle tradizioni orali, François-Xavier Fauvelle ricostruisce in modo rigoroso e appassionante la ricchezza di questo continente ritrovato. In trentaquattro brevi saggi offre al lettore un panorama dell’Africa subsahariana dall’viii al xv secolo: dai viaggiatori cinesi del periodo Tang alle avventurose spedizioni di Vasco da Gama lungo le coste dell’oceano Indiano. Tra questi due estremi il lettore incontrerà momenti memorabili: una città introvabile, la capitale del Ghana, descritta nel 1068 da un geografo di Cordova; una cerimonia grandiosa svoltasi a Marrakech con l’arrivo del re dell’oscuro regno di Zafun; una misteriosa tomba sudafricana dove nel 1932 è stato trovato un piccolo rinoceronte d’oro del xii secolo; una chiesa costruita dal sovrano cristiano d’Etiopia nel xiii secolo… Un mosaico di testimonianze, siti archeologici, oggetti e frammenti che permettono all’autore di ricostruire il volto di un’Africa per lungo tempo rimasto nell’ombra. Dal Sahara al fiume Niger, dall’impero del Mali al regno cristiano della Nubia, dai principati della costa orientale alle maestose rovine di un enigmatico regno del Grande Zimbabwe. (Nota redazionale a cura Einaudi ed.)

 

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«Tra i fiumi Senegal e Gambia si estende il regno dei “Gilofi” (Wolof), guidato da un re che regna su altri re suoi vassalli. Ma, dice Cadamosto che cerca in qualche modo di cogliere l’originalità di ciò che sente e vede, “non è questo re simile alli nostri di cristianità; perché il suo regno è di gente selvaggia e poverissima; e non vi è città alcuna murata, se non villaggi con case di paglia”. I loro regni, del resto, non sono ereditari, poiché la loro sovranità sembra dipendere da un sistema di scambio di servizi e tributi fra re e signori. Un re ha tutte le mogli che vuole ed è proprietario di schiavi che coltivano i suoi possedimenti. È presso un signore della costa chiamato il “Budomel” […], che il Veneziano affina la sua antropologia del potere: i grandi di questo paese non sono affatto re per merito dell’estensione della loro terra, della potenza dei loro castelli o dell’ereditarietà del loro status. “Questi tali non sono signori perché siano ricchi di tesoro né di danari, perché non ne hanno, né lí si spende moneta alcuna; ma di cerimonie e di seguito di genti si ponno chiamar signori veramente, perché sempre sono accompagnati da molti e reveridi e temuti molto piú dai suoi subditi, di quello che non sono i nostri signori di qua”. La regalità non consiste in un elenco di attributi; essa è una percezione sociale». (Il libro)

A cura di Elio Revera

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Est-ce que l’art africain existe?

 Ma nella cultura primordiale dell’Africa il concetto di bello, di bellezza era conosciuto?

 E di conseguenza quello di Arte che posto occupava in quelle culture?

Certamente tale nozione, nell’accezione occidentale, era sconosciuta, ma se per arte intendiamo ” il metodo e l’insieme delle regole per ben fare qualsiasi cosa( Larousse encyclopédique), allora, senza tema di smentita, tale concetto era ben presente.

Ma guardiamo la cosa più da vicino.

 L’immanenza del bello, declinato diversamente in ogni cultura ed in ogni epoca,  non mi pare è affatto una peculiarità di culture più o meno evolute secondo i canoni interpretativi occidentali, ma riguarda l’intera storia dell’umanità.

 Come immaginare che tra la popolazione dei cacciatori/raccoglitori di Altamira, in Spagna, quindicimila anni fa, improvvisamente si optò per decorare con delle magnifiche pitture rupestri la celeberrima grotta? E che tale azione sia stata realizzata da uomini qualsiasi, così, per trascorrere il tempo?

 

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In realtà quella magnificenza fu opera di individui istintivamente attratti dal bello e dotati delle abilità necessarie a tradurre in pittura l’opera del loro ingegno creativo.

 

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E la stessa cosa può dirsi per le rocce istoriate che testimoniano la vita degli antichi Camuni che abitarono nel paleolitico la Valle Camonica, in Italia, fin da 8000 anni prima di Cristo, caratterizzate da figure di animali, in particolare  cervi, incise in maniera molto semplice con strumenti rudimentali di roccia silicea.

 

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 Rocce rupestri di Cividate Camuno, (Brescia)

 

 Se per quegli antichi popoli non disponiamo che delle loro testimonianze artistiche, per i popoli d’Africa, al contrario, la tradizione orale è disponibile e costituisce un fattore decisivo nel confermare la presenza dell’idea di bello e di arte.

 Scrive Raoul Lehuard: “Pour la région qui nous concerne le plus directement, le Bas-Zaïre, les populations Bakongo possèdent un mot qui désigne à la fois celui qui crée avec telent, ingéniosité et dextérité; celui qui exerce son métier  avec génie. Il s’agit de Mbangu, et ses dérivés Ambangu, Umbangu. Ce vocable désigne également la rectitude d’une chose qui ne serai rien sans cette rectitude: une poutre faîtière, par exemple, un alignement, l’assise d’un bâtiment, la tradition”. (AAN, n.74, 1990).

 

Bameleke costumed ritual dancers, Cameroon, circa 1930's. Photographer unknown.

Bameleke costumed ritual dancers, Cameroon, circa 1930’s. Photographer unknown.

 

Lo stesso Albert Maesen a sua volta scrive “ Dans certains dialectes Kongo, le mot Umbangu désigne à la fois le génie créateur et le fait de s’insérer dans une ligne tracée qui n’est autre que la tradition ancestrale” (Umbangu, Bruxelles, 1960).

 E per parte sua, Marie-Louise Bastin, in riferimento al popolo Chokwe d’Angola ci informa che il termine Utotombo designa un oggetto ben fatto e funzionale, realizzato con grande abilità ed amore (L’Art d’Afrique Noire dans les collections privées belges, Bruxelles 1988).

 Sono sufficienti queste tre testimonianze per far piazza pulita di infiniti stereotipi inerenti l’arte classica africana, come quelli che si riferiscono alla casualità del bello, alla spontaneità senza riflessione, alla produzione di manufatti in assenza di progetto e finalità ed altre similari amenità.

 

Igbo 'Agbogho Mmuo' (maiden spirit) ritual, Nigeria, early 1900s. Photo by Northcote Thomas.

Igbo ‘Agbogho Mmuo’ (maiden spirit) ritual, Nigeria, early 1900s. Photo by Northcote Thomas.

 

 Quanto sopra, però, non comporta il fatto che in occidente resti attuale la mistificazione dell’arte africana, come suggerisce Peter Mark in un eloquente articolo, Est-ce que l’art africain existe? ( Revue française d’histoire d’outre mer, tome 85, n.318, 1998).

 Scrive Mark, “Il ne s’agit pas moins que de recréer la discipline de l’histoire de l’art africain. Il faudrait d’abord éviter la mystification du sujet. Et il faudrait situer les objets étudiés dans leur contexte historique. Comme l’a écrit l’historien Mamadou Dawara, “abandonner le primat de l’esthétique et travailler plus sur des aspects historiques et anthropologisques s’impose”.

 Se condivisibile è l’appello all’approccio storico delle arti africane, in gran parte superata, mi pare, l’affermazione che riconduce queste arti nel recinto antropologico che privilegia l’aspetto storico/etnografico su quello artistico.

 

 

Also from the collection is the following photograph by Ulli Beier, from his Yoruba Children series.

Also from the collection is the following photograph by Ulli Beier, from his Yoruba Children series

 

 La contrapposizione tra arte ed etnografia, infatti, riferita ai manufatti primordiali, è stata alla base di conflitti tra intere generazioni di studiosi e soltanto alla fine del secolo scorso si è assistito ad un sostanziale riavvicinamento delle due posizioni, grazie in particolare all’opera di Sally Price che a mio parere è da considerarsi un punto di svolta in questa materia.

 Grazie a lei, infatti, lo smascheramento della contrapposizione tra oggetto etnografico ed opera d’arte, tra primitivi ed  artisti occidentali, è  finalmente compiuto.

 L’arte dei “selvaggi” riceve il giusto riconoscimento attraverso lo studio e la valorizzazione dell’ambiente culturale che l’ha generata; non si parla più di un’arte anonima, quanto di artisti sconosciuti proprio in assenza dell’approfondimento storico/culturale della cultura originaria.

 

 

Alberto Giacometti accanto a un reliquiario Kota del Gabon, 1927.

 Alberto Giacometti nel suo studio con il reliquiario Kota.

 

 

Federico Zeri, il grande storico e critico dell’Arte occidentale riferendosi all’opera della Price, Primitive Art in Civilized Places, (1989), scrive infatti nella prefazione della prima edizione francese, “…Les faux critères d’atemporalité et d’anonymat, appliqués généralement aux primitifs, sont ceux-là même qui dénaturent les æuvres de nos siècles obscurs…”

   A mio parere, possiamo quindi rispondere alla domanda iniziale, affermando che il concetto di arte sia stato parte integrante della cultura primordiale africana, sebbene denominato e coniugato in maniera difforme rispetto all’occidente.

 

 

Collage by Hanna Hoch (“The Flirt,” 1926)

Collage by Hanna Hoch (“The Flirt,” 1926)

 

 La prevalenza del significato ieratico nelle opere africane, infatti,  non incide affatto sulla qualità artistica dei loro manufatti, come non incide parimenti per la cultura europea, il fatto che grandissima parte delle opere d’arte fossero di ispirazione e destinazione religiosa.

 Soltanto il pregiudizio e la supponenza occidentale hanno relegato l’arte primordiale a puro oggetto esotico, degno casomai di una  Wunderkammer non certo di un museo, spogliandolo di tutta la cultura che l’ha generato, rendendolo anonimo, disprezzandolo nel suo significato simbolico…in una parola, attuando su di esso la medesima politica colonialista adottata con le popolazioni soggiogate.

 E del resto…era mai possibile indagare, studiare ed apprezzare l’opera di “primitivi selvaggi” destinati in gran parte alle necessità dei bianchi civilizzatori?

 

 

Hommage à Jean Grémillon, DAÏNAH LA METISSE (1932)

Hommage à Jean Grémillon, DAÏNAH LA METISSE (1932)

 

 Qui infatti è la radice della questione a parer mio: ridotta a puro feticcetto esotico, a mero oggetto d’ornamento, a curiosità d’oltremare, la grande Arte primordiale del continente africano ha subito niente di meno di quello che han subito per secoli i popoli che di quelle arti erano i facitori: la riduzione a meri strumenti di un colonialismo avido e bieco  perpretato dalle civilissime nazioni europee ed americane.

 Ma come qualcuno ha saggiamente scritto, l’arte cura le ferite che crea, ed infatti la scoperta della valenza estetica delle arti primordiali africane fu opera, in gran grande sostanza, di artisti squattrinati, ma ricchi di sensibilità e gusto.

 Le avanguardie artistiche del primo novecento, sia pure in maniera istintiva, seppero leggere in quei manufatti il disegno di una nuova estetica destinata a rivoluzionare l’arte dell’intero secolo.

In qualche modo l’arte occidentale rese giustizia a quella primordiale ed in parte seppe sanare, almeno sul piano culturale, le ferite e le ingiustizie che interi popoli ebbero a subire.

 

 

Black & White (Kiki) 03 - Man Ray,1926

Black & White (Kiki) 03 – Man Ray, 1926

 

Ecco, mi piace pensarla così: l’arte occidentale ha compensato in parte il debito con quella primordiale dei lontani continenti, l’ha riconosciuta nel suo profondo significato storico e l’ha ricondotta nell’alveo culturale ed estetico dell’intera umanità.

 In barba ai tanti delle retroguardie del XXI secolo, nostalgici di una superiorità perduta e, soprattutto, dei privilegi che essa garantiva!

 

Elio Revera

 

 

Fang Ngil Mask, Gabon, date and photographer unknown

Fang Ngil Mask, Gabon, date and photographer unknown

La scimmia primordiale

Ci sono opere della cultura primordiale dell’Africa, siano esse semplici oggetti d’uso quotidiano, maschere o sculture, che si impongono immediatamente per la loro innegabile bellezza, armonia compositiva, purezza dei tagli; altre, certamente meno seducenti alla visione, costituiscono però la testimonianza di una particolare cultura antropologica, una traccia significativa che documenta  quella peculiare storia  e la vita in quell’ambito geografico.

Poi ce ne sono altre, molto più rare, che sintetizzano nella loro essenza, una straordinaria qualità artistica coniugata con i più profondi  significati simbolici di quella cultura e di quello specifico popolo.

Sono opere queste, che sovente, stante la loro arcaicità, sono di difficile lettura ed attribuzione, dal momento che costituiscono l’archetipo, il modello originario per così dire, di tanti similari oggetti creati nelle successive epoche.

Di queste opere possiamo ben condividere l’attribuzione di “capolavoro” nell’accezione dell’originario significato lessicale di opera che, stante  le sua intrinseca qualità, sta a capo delle altre.

Ho utilizzato il termine “cultura primordiale” in sostituzione di parole abusate quali “arte tribale,  arte primitiva, etnia…” per rimarcare una distanza semantica e storica da un’impostazione stereotipata  di marca post-colonialista che ancora permane in tanti abiti della nostra cultura, in relazione alle manifestazione artistiche non occidentali.

 

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Burkina Faso (ex Alto Volta) con la localizzazione dei principali popoli.

 

 

Una di queste opere che ho definito capolavoro o archetipo originario è certamente, la maschera Nwantantay del popolo Bwa del Burkina Faso, conservata nel Musée d’Arts Africains, Océaniens, Améridiens di Marsiglia.

 

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Questa maschera, di grande eleganza formale e di notevole qualità artistica, misura 123 cm.

Le altre della medesima tipologia si presentano sotto forma di pannello, con alla base un viso piatto, rotondo od ovale, ornato, nella parte superiore, da motivi geometrici, tra i quali ricorrono sovente scacchiere dipinte in bianco e nero. La maschera lignea è completata da un complicato corredo di fibre vegetali che vengono intrecciate nella boscaglia, all’alba del giorno del rito.IMG_8813 I danzatori guardano attraverso l’apertura della bocca; gli occhi sono dei grandi cerchi geometrici…Il danzatore, abbigliato come incarnazione di Do (culto principale tra i Bwa), non può parlare poiché la parola appartiene agli uomini “la comunità umana viene nuovamente introdotta nel ciclo della natura e in virtù di questo essa rinnova le sue forze come la vegetazione che rinasce ogni anno” (J. Capron, 1957, C. Roy, 1987). Anche secondo William Fagg queste maschere sono utilizzate per celebrare le stagioni agricole nell’ambito della società Do. (1980)

 

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Il confronto con alcuni esemplari più recenti evidenzia senza particolari spiegazioni la distanza qualitativa tra la maschera di Marsiglia e tutte le altre.

 

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Rimanendo in Burkina Faso, dove anche le abitazioni sono talvolta piccoli capolavori di creatività ed eleganza,  un altro popolo che confina ad ovest  con i Bwa ed a sud con il Ghana, vale a dire i Nuna, fornisce un ulteriore esempio di quanto appena descritto.

 

 

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Resto in Burkina Faso, ma ciò è del tutto casuale, dal momento che il medesimo ragionamento è replicabile per ogni produzione artistica del continente.

I Nuna appartengono al grande popolo dei Gurunsi o Gourounsi che costituisce all’incirca il 6% dell’intera popolazone del Burkina, dove i Mossi sono ben più numerosi con oltre il 50%.

I Gurunsi credono in un essere supremo Yi, che si è sottratto al mondo dopo averlo creato ed il suo altare, infatti, occupa il centro dei villaggi.

 Yi  ha inviato in sua rappresentanza lo spirito Su che, a detta dei Gurunsi, si incarna in tutte le maschere. Una volta rispettate le regole propiziatorie, Su proteggerà  la famiglia ed il villaggio apportando salute, fertilità e prosperità.

Le maschere in cui si incarna lo spirito Su, secondo i Nuna, raffigurano  vari animali, quali il serpente, il coccodrillo, il bufalo, l’ antilope, la scimmia ed altri ancora.

Più che l’aspetto concreto della maschera, quello che la identifica è la danza e come ha scritto J.B. Kiethega , “ à tous ces masques est attaché un corpus des mythes anciens ed modernes “. (1992)

Una di queste maschere è quella della scimmia (singe).

“Dans  la plus part des spectacles…un ou deux masques singes sont chargés de contrôler la foule. Portés par des jeunes gens renommés pour leurs talents d’acteurs, ils miment souvent les actions des hommes par des paillardes qui arrachent  aux spectateurs des tonnerres de rires et d’applaudissements.” ( C. Roy, 1987)

Senza alcuna pretesa di rappresentare l’intero corpus di questa tipologia di maschere, ringraziando in particolare lo  YALE-VAN RIJN ARCHIVE OF AFRICAN ART, sono qui di seguito riprodotte quelle che ho rintracciato.

Queste maschere singes dei Nuna  hanno una misura compresa tra i 25 ed i 40 cm. circa di grandezza.

 

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Come si può vedere, a parte la comune impostazione costruttiva,  qualità, anzianità ed  espressività sono alquanto difformi.

Ma non è tra queste, a parer mio, che si trova quella che ho definito l’archetipo originario.

Secondo la mia valutazione, è questa successiva maschera rinvenuta in una  collezione privata francese,  l’esemplare sommo delle maschere scimmia dei Nuna.

Questa maschera è stata raccolta in situ nell’area di Tchériba, dell’omonimo dipartimento della provincia di Mouhoun, dove ancora oggi persite la presenza dei culti che utilizzano le maschere come ben evidenzia il filmato. https://www.youtube.com/watch?v=QMQ7rJfd9ME

Caratteristiche della maschera: legno eroso con patina di grande anzianità e di lungo utilizzo, riparazione idigena, pigmenti colore e corda, h. 30 cm.

 

 

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La potenza espressiva di questa arcaica maschera è devastante. Davvero si rintraccia in essa, ed in altre opere of course!,  la spiegazione del perché tanti artisti delle Avanguardie del primo ‘900 furono turbati al punto da generare una nuova espressività,  tale è infatti la sintesi di rigore, potenza e bellezza in questo mirabile oggetto.

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La dolente fierezza dello sguardo (umano), quel grido silente, l’armonia compositiva, la spontaneità dell’esecuzione, insieme alla percepibile anzianità ed alla patina che il tempo ha depositato, fanno di questo oggetto un autentico capolavoro dell’arte primordiale  dell’Africa nera.

Nuna mask retro L’antica riparazione visibile al retro, poi, eseguita nell’intento di preservala, impreziosisce il contesto originario e ci rimanda un’idea di cura ed affetuosa attenzione.

 

Ma non intendo Nuna Mask Burkina cm 29dilungarmi oltre ed affido alla visione attenta del lettore il confronto con le maschere pubblicate.

La mia conclusione, dopo quanto scritto si indirizza, però, in una direzione diversa che prescinde dalle maschere del Burkina Faso prese in esame.

Quanto ho illustrato pone una questione strutturale: è maggiormente proficuo indirizzare la ricerca storica nella definizione dei nominativi di antichi fabbri, con la conseguente attribuzione a maestri e scuole più o meno plausibili, ovvero, al di là dei nomi, è più decisivo individuare gli originari  archetipi generatori delle variegate produzioni artistiche dell’Africa nera?

Elio Revera

 

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Visions make Beauty: the permanence

Translated by Ilaria Pol Bodetto. Revised and edited by Deborah Dainese

In this fourth and final chapter of Visions, my gaze turns towards one of the peculiar characteristics that connote the autonomous statute of the iconic tribal act. (https://artidellemaninere.com/2017/05/09/visions-make-beauty-the-image/)

I have already identified in the image/event (https://artidellemaninere.com/2017/05/26/visions-make-beauty-the-imageevent/)  and in the vitality ( https://artidellemaninere.com/2017/07/24/visions-make-beauty-the-vitality/ ) two fundamental – in my opinion – aspects of such statute.

The permanence is the third characteristics that connotes this process.

Beware, the aspects that we could hypothetically investigate are, in truth, countless; however I believe that the event , the vitality and the permanence summarize the iconic tribal statute – in other words, they “let the image jump, through a visual or tactile fruition, from a state of latency to the exterior efficiency in the sphere of the perception, of the thought, and of the behaviour”, to quote H. Bredekamp.

The permanence – that is to say, an object’s ability of crossing space and time while keeping its original characteristics untouched – is not a tribal prerogative.

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The peculiar aspect of the so-called “ primitive ” culture, and, more specifically, of its images, is the absolute and incorruptible adherence to the model originally conceived among every specific ethnic group, and then passed on through the realization of compositive manners and canons, immediately distinguishable from one another, despite the inevitable cultural contaminations between neighbouring populations.

If we look at the images of the artistic production of the Dogon (Mali), the Baoulé (Ivory Coast) or the Luba (Congo) people, just to mention three widely known cultures, it is impossible for us to make any possible attributive mistake: the permanence of their peculiar characteristics is absolute in every artifact, no matter if we are in front of a sculpture, or a mask, or a powerful tool, or something which was intended to be used daily.

We might therefore state that this is the result of insular and impenetrable cultures, cultures that refer only to themselves… but even this speculation won’t explain the force of such expressive permanence that, in my opinion, shouldn’t be researched in any material or geographical cause.

Although located in specific territories, these cultures weren’t isolated – at all.

We know, for instance, about a series of cases where blacksmiths of different ethnic groups made objects of devotion for other people, and we should also remember that trades were common and ordinary;  however nothing has even scraped the permanence of the ancient primeval model – although, and it is obvious, the evolution of such model has always been incessant, thanks to the virtuosity of artists who are, sadly, still unknow.

This situation lasted until the encounter with the Western culture and its predatory, manipulative and impositive burden.

But while these culture still lived freely, what was the immaterial factor that should be pinpointed as the origin of such stubborn and embedded permanence?

What force determined such a powerful outcome, to the point of crossing centuries, in a space as wide as entire continents?

 

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In other words, going back to our topic, to what energy could possibly be subject a phenomenon so radical that can imprint on the images’ vision that iconic power that firstly perturb us and then makes us curious, that attracts us and then scaries us, that tightens its grip before making us understand itself?

Surely that energy is not the vacuous and defenceless aura of exotism, nor are the antiquated narrations of voyages in mysterious and far-away lands!

The force that jumps forward from the images is the same primeval force that permeates those people, the subterranean force that passes through their gestures, their rites and the objects they use while performing such rites.

We could recall, for instance, the ritology of the Fang people (Culti So, Bokung- Elong, Ngi, etc), or the Gaza rites of the Nbaka people of Congo, or even the Hamba cult of the Chokwe people or the Bitwi one of the Loumbo culture, just to mention a couple of them among the hundreds of possible ones (https://artidellemaninere.com/2015/10/24/la-nuit-nous-avons-une-autre-vie-les-figures-loumbo-du-bwiti/).

 

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And the force of this permanence is enclosed in a proper tribal mystic that, as a river does, crosses the whole culture of different peoples and populations, giving them identity and meaning, symbols and rites.

The power of such tribal mystic does not lay in a vacuous and shallow sacredness, does not express itself through the bored dances performed for the tourists, and neither through those pseudo-artistic objects that crowd into the art market; its essence saturates the deeper contents of anthropological cultures, somehow still mysterious and – for us – unknowable; in constitutes the authentic root and the the original meaning of the permanence of such cultures across the space and the time.

I guess I have probably disconcerted someone since I talked about “tribal mystic”, but if the most genuine meaning of the word mystic – term which comes from the Christian world and, even before that, from the classical Greece, where the word was born – is the interior experience, the one that involves the Man as a whole, par excellence  (Marco Vannini, 2013), I believe that only few would object the fact that the whole sub-Saharian African continent has been crossed by cults and rituals that were destined to involve not only a single individual, but the whole community he belonged to.

The fact that the names of the theologians and mystics of the tribal cults are still unknown, (in contrast to what happened to Western figures such as Ildegard from Bingen and Ernst Troeltsch, Meister Eckhart and Michel de Certeau … it doesn’t mean, at all, that a specific tribal mystic shouldn’t be present; a mystic, in this case, aimed towards the deepest experience of communication with the invisible forces that discipline the whole universe.

 

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And it is this tribal mystic , in my opinion, the immaterial factor that has determined, on one side, the permanence of an aesthetic/expressive system that still gives us the possibility to recognize the peculiarity of each culture in relation to its own creations and the creations of other people and, on the other side, the expressive force of the tribal image, with its charge of symbolism and and the perturbing disquiet it raises in the Western viewer.

Event, vitality and permanence, as I tried to illustrate them, are therefore the three pillars of the autonomous statute of the iconic tribal act , pillars that make that statute a specific field of research and in-depth analysis.

I do not know if, with the four chapters of Visions , I managed to accomplish to this purpose  but I hope and I believe I have outlined an innovative and fruitful modality of vision of the tribal image.

Elio Revera

 

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My Africa!

La pietra che visse due volte

Non è affatto raro il riutilizzo di reperti preistorici, utensili della vita quotidiana, punte di lancia, di freccia ecc…  in contesti i più diversificati e questo avviene anche in Africa.

Nelle terre comprese tra la Sierra Leone e la Guinea e marginamente la Liberia, i ritrovamenti di antiche sculture da parte delle popolazioni Kissi e Koranko in Guinea e Sierra Leone, dei Mende e Kono in Sierra Leone, dei Toma-Loma in Guinea e Liberia e da altri popoli stanziati in quell’area, non costituisce un evento straordinario.

Lavorando nei campi, gli agricoltori locali si imbattono in vestigia preistoriche, ovvero rinvengono delle statuette antropomorfe di pietra appartenenti agli antichi Regni dei Sapi, regni che si estendevano lungo le coste della Sierra Leone nei secoli precedenti e che presumibilmente hanno raggiuto il loro apogeo tra il XV ed il XVI sec. (A. Tagliaferri, 2003).

 

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Cartina geografica dell’Africa centro/occidentale e dei ritrovamenti lapidei. Courtesy Tagliaferri, 1989

I Kissi le chiamano “pietre dei morti” ovvero “pomtan” ( sing. pomdo) e le utilizzano nei loro corredi funerari attribuendogli un grande potere magico e,  stante l’origine misteriosa, se ne servono come amuleti protettivi.

Peraltro, curiosamente, accanto a questi ritrovamenti antichi i Kissi hanno continuato a fabbricare similari statuette almeno fino alla metà del XIX sec., (D. Paulme, 1954),  come ci ragguagliano altresì numerosi rapporti tra i quali quello dell’amministratore coloniale M. Humblot che svolgeva il suo servizio a Kankan (Guinea Francese) e che,  in una lettera del dicembre 1913, ci informa che le popolazioni locali continuano la tradizione della fabbricazione delle statuette in pietra  a figurazione umana, una tradizione che non ha mai cessato di esistere.

A ben vedere siamo difronte ad una situazione che dal punto di vista interpretativo costituisce una vera e propria sovrapposizione semantica: quelle statuette infatti vivono una duplice esistenza: prima con i Sapi che le scolpirono e poi con i Kissi che le riutilizzano, attribuendo loro nuovi e peculiari significati.

Doppia esistenza, doppio utilizzo, doppio significato!

Si può ben affermare …la pietra che visse due volte, memori del genio cinematografico di Alfred Hitchcock!

 

T. Alldridge 1907

T. Alldridge, 1907

La tradizione di replicare le antiche statuette antropomorfe sconta ovviamente una risibile qualità artistica rispetto alle produzioni originarie dei Sapi, risalenti ai secoli antecedenti, ed è appannaggio di una casta di artigiani-sorciers che scolpiscono le piccole sculture e le utilizzano nelle loro pratiche magico/religiose.

A questo proposito M. Delafosse, in un suo lontano articolo, ci narra un gustoso episodio in cui furbizia, malafede e creduloneria appaiono intricate in un unico esilarate plot narrativo degno della penna di Jorge Amado.

“L’artisan sorcier sculpte chacune des statuettes q’il fabrique à l’image aproximative d’un personnage mort depuis un certain temps déjà. Lorsque la statuette est terminée, il la cache en l’enfouissant dans quelque endroit écarté. Puis, à quelque temps de là il va trouver la famille du mort et lui dit: “J’ai vu en songe le disparu; il m’a fait connaître q’il voulait sortir de terre et que, si l’on ne déférait pas à son désir, il se vengerait sur les membres de sa parenté”.

 

West African Shaman c. 1904, photo by Robert Hamill Nassau

West African Shaman c. 1904, photo by Robert Hamill Nassau

La famille alors presse le sorcier de questions a fin d’en savoir davantage; celui-ci se fait remettre des cadeaux pour procéder à diverses opérations magiques destinées soi-disant à lui faire connaître l’endroit où s’est transporté le défunt, puis il indique la direction dans la quelle il convient d’effectuer les recherches et mène la famille à l’endroit où il a enfoui la statuette. On fouille le sol avec des houes et au bout d’un certain temps, on tombe, comme par hasard, sur l’objet dans le quell l’esprit du mort est censeé s’être incarneé.

Après avoir généreusement recompense le sorcier, les descendants de l’ancêtre réunissent les gens du village et leur font part de la merveilleuse décuverture. On immole des animaux de boucherie, on arrose la statuette avec le sang des victims, on fait bombance, puis l’on porte l’image sacrée dans la chapelle réservée au culte des ancêtres, où elle deviant une nouvelle idole.” (Revue d’Ethnographie et de Sociologie (1914, Parigi, Leroux ed., I vol.)

Bell’apologo che potrebbe indurci in ragionamenti che esulano dal contesto di questo argomento, ma che sono di stretta attinenza: quella statuetta Kissi, realizzata ad imitazione di un antico Pomdo per fini eminentemente truffaldini, scolpita tuttavia più di cento anni fa in Africa con l’ausilio di utensili originari ed utilizzata poi nel contesto famigliare, è da considersi autentica o no?

Certamente è degna di comparire in una wunderkammer… resta da dimostrare la sua valenza qualitativa ed il suo valore artistico che, stante la narrazione di Delafosse, non mi sembrano particolarmente irresistibili!

La rilevanza delle originarie sculture Pomtam dei Sapi, al di là del loro valore intrinseco, è connaturata al fatto che esse costituiscono  prove documentali di usi e tradizioni di un popolo misterioso del quale ben poche sono  le testimonianze note.

Come ho già scritto in altro articolo, (https://artidellemaninere.com/2015/04/18/sapi-people-pomdo-bound-chief-stone-fomaya-area-eastern-sierra-leone/), la ricerca di Aldo Tagliaferri è,  a mio parere, la più significativa perché riesce a coniugare la valenza estetica con la documentazione storiografica di Regni tanto lontani nel tempo e nello spazio.

Riprendo quel che scrive Tagliaferri:

… indagando sulla storia dei Regni dei Sapi, ho potuto così identificare in Acestors Fabulous (1974), grazie a riferimenti contenuti nel Tratado di Almada (1594), l’allusione ad una antica cerimonia in sculture che sembrano rappresentare dei prigionieri mentre invece si tratta di capi Sapi.” (Tagliaferri, 1989).

 

Tagliaferri 1989

Guerriero che mostra la testa mozzata di un nemico. Cm 6,2. Tagliaferri 1989

“Allo stato attuale delle conoscenze, sono da considerarsi particolarmente antichi gli esemplari che rimandano a determinati utilizzi, simbologie e riti, sovente riconoscibili anche per sintetiche e minime narrazioni.
Ne ricordo alcuni, che mi paiono particolarmente significativi: quello relativo ad un processo giudiziario descritto da André de Almada, durante il quale i difensori degli accusati indossavano delle maschere impressionanti; quello che rappresenta un guerriero attorniato dalle teste mozzate dei nemici uccisi; ed infine, quello che si riferisce all’intronizzazione di un nuovo re che, nel corso della cerimonia, doveva essere legato come un prigioniero, sanzionando in tal modo un sacro legame tra la più grande autorità prescelta e la comunità che l’aveva eletta.” ( Tagliaferri, 2003)

 

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Dignitario legato perchè scelto come futuro capo, secondo un cerimoniale in uso presso i Sapi. Steatite grigio-verde. Cm. 11,7. Tagliaferri 1989

Le sculture che raffigurano un dignitario legato sono degne di nota, a parte ogni valenza estetica, perché conservano e tramandano il significato sacrale della costituzione della regalità che, come sappiamo da René Girard, passava attraverso la scelta di un capro espiatorio mediante il quale si liberava la tribù dai mali che la affliggevano; probabilmente, in origine, il re veniva ucciso, e in ogni caso non si può negare, in Africa, l’esistenza di una ideologia secondo la quale il capo poteva, o doveva, essere ucciso. (Claessen, 1981-Tagliaferri, 1989)

 

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 Altro dignitario legato. Soluzione formale più sobria del precedente e materiale meno prezioso. Cm. 20,5. Tagliaferri 1989

Con le sculture Sapi si salda in modo esemplare il connubio oggetto/documento che costituisce, al di là di fantasiose elucubrazioni, l’approccio più corretto alla cultura artistica  primordiale o ancestrale, art primordial ou culture ancestrale.

 

Non sfugge infatti ai più il tentativo in atto, specie in ambito mercantile, di attribuire a questo o quel maestro, atelier o scuola, l’esecuzione di manufatti che spesso non hanno nulla a che fare tra loro.

Un approccio meno abborracciato a questo tema sarebbe auspicabile e certamente più rispettoso dei popoli e delle culture che quei manufatti hanno creato.

 

Elio Revera

 

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Visions make Beauty: la permanenza

 

In questo quarto e conclusivo capitolo delle Visions la mia attenzione è rivolta ad una delle caratteristiche peculiari che connotano lo statuto autonomo dell’atto iconico tribale. (https://artidellemaninere.com/2017/05/02/visions-make-beauty-limmagine/).

Ho già individuato nell’immagine/evento (https://artidellemaninere.com/2017/05/18/visions-make-beauty-leventoimmagine/) e nella vitalità (https://artidellemaninere.com/2017/06/23/visions-make-beauty-la-vitalita/), due fondamentali aspetti, a mio parere, di tale statuto.

La permanenza, è la terza caratteristica che connota questo processo.

Sia chiaro, innumerevoli sono gli aspetti che si potrebbero indagare, ma a mio avviso, l’evento, la vitalità e la permanenza  costituiscono i fattori riassuntivi dello statuto iconico tribale, quelli cioè  “che consentono all’immagine di balzare, mediante una fruizione visiva o tattile, da uno stato di latenza all’efficacia esteriore nell’ambito della percezione, del pensiero e del comportamento”, per dirla con H. Bredekamp.

 

© MAÎTRE DE CÉRÉMONIE DU PEUPLE EKONA, ISANGI, BIKORO.

© MAÎTRE DE CÉRÉMONIE DU PEUPLE EKONDA, ISANGI, BIKORO. CONGO

 

La permanenza, vale a dire la capacità di attraversare tempo e luoghi mantenendo le caratteristiche originarie, non è una prerogativa tribale.

Quel che è peculiare nella cultura “primitiva” e specificatamente nelle immagini ad essa inerenti, è l’assoluta, integra fedeltà al modello originariamente concepito nell’ambito di ogni specifica etnia e tramandato attraverso la realizzazione di stilemi e canoni compositivi immediatamente distinguibili gli uni dagli altri, sia pure in presenza di inevitabili contaminazioni culturali tra popolazioni viciniori.

 

© Pitt Rivers Museum, University of Oxford Akpambe Juju circa 1907

© Pitt Rivers Museum, University of Oxford Akpambe Juju, circa 1907

 

Guardando le immagini  della produzione artistica Dogon (Mali), Baoulé (Costa d’Avorio) o Luba (Congo), per citare tre culture ampiamente conosciute, nessuna possibile confusione attributiva è possibile: la permanenza delle caratteristiche peculiari è totale in ogni manufatto, che si tratti di statue, maschere, oggetti di potere o d’uso quotidiano.

Si potrebbe affermare che ciò è il risultato di culture chiuse, impermeabili ad ogni influenza, culture che si riassumono in sé medesime…ma tutto questo non spiega la forza di tale permanenza espressiva che, a mio parere, non va cercata in fattori materiali o geografici.

Per quanto concentrate in specifici territori, queste culture, però,  non erano affatto “chiuse”!

In taluni casi, erano perfino fabbri di differente etnia, evidentemente più abili, i realizzatori delle opere di culto e di norma  gli scambi commerciali erano diffusi ed ordinari; ma nulla ha scalfito la permanenza dell’antico stilema originario, sebbene, come è ovvio, l’evoluzione all’interno di esso sia stata continua, in virtù della maestria di artisti  ancora purtroppo sconosciuti.

 

Igala ritual mask 'Egwu Agba.' Taken from the book ARTS DU NIGERIA, Reunion des musée nationaux Paris 1997. Photograph by J.Boston

Tutto questo fino all’incontro con la cultura occidentale ed al suo carico predatorio, manipolativo ed impositivo.

Ma fin quando queste culture han vissuto nell’ambito della propria indipendenza, quale fattore immateriale è all’origine di una permanenza tanto pervicace e radicata? Quale forza ha determinato un esito così potente tale da attraversare un tempo secolare, in uno spazio vasto interi continenti?

In altre parole, ritornando allo specifico del nostro tema, quale energia soggiace ad un fenomeno tanto radicale da imprimere alla visione delle immagini quella potenza iconica che inquieta prima di incuriosire, che attrae prima di spaventare, che attanaglia prima di comprendere?

Non certo l’esotismo vacuo ed inerme  di facciata e tantomeno le narrazioni stantie di viaggi in terre lontane e misteriose!

La forza che balza dalle immagini è la stessa primigenia forza che permea quelle genti, la forza sotterranea che attraversa i loro gesti, i loro riti e gli oggetti ad essi legati.

Basterebbe ricordare la ritologia Fang  (Culti So, Bokung- Elong, Ngi, ecc..), o i riti Gaza degli Nbaka del Congo ovvero il culto Hamba dei Chokwe  o quello Bitwi dei Loubo, soltanto per citarne  alcuni tra le centinaia possibili. ( https://artidellemaninere.com/2015/10/24/la-nuit-nous-avons-une-autre-vie-les-figures-loumbo-du-bwiti/).

E la forza di questa permanenza è racchiusa in  una vera e propria mistica tribale che, come un fiume, attraversa l’intera cultura di popoli e genti, dando loro identità e significato, simboli e riti.

 

Bwami and Kanyamwa

Bwami and Kanyamwa, Lega people, Congo

 

La potenza di tale mistica tribale non è in una religiosità vacua e di facciata, non si  esprime in quelle annoiate danze per i turisti e nemmeno in quell’oggettistica pseudo-artistica che abbonda sul mercato; la sua essenza impregna i contenuti profondi di culture antropologiche, per certi versi ancora misteriose e per noi inconoscibili, ma che costituisce la radice autentica ed il significato originario della  permanenza di tali culture nel tempo e nello spazio.

 

Bamana Ritual, Mali, Early 20th Cen, Photographer Unknown.

Bamana Ritual, Mali, Early 20th Cen, Photographer Unknown.

 

Immagino di sconcertare qualcuno parlando di «mistica tribale»,  ma se il significato più genuino di mistica, termine proprio del mondo cristiano e prima ancora di quello greco classico, dove peraltro la parola è nata, si compendia come l’esperienza interiore che per eccellenza coinvolge tutto l’uomo (Marco Vannini, 2013), credo che pochi abbiano ad eccepire del fatto che l’intero continente africano sub-sahariano è stato attraversato da culti e riti che non soltanto erano destinati a coinvolgere l’individuo, bensì l’intera sua comunità di appartenenza.

Il fatto che non si conoscano i nomi dei teologi e mistici dei culti tribali, a differenza dei nomi di quelli occidentali da Ildegarda di Bingen ad Ernst Troeltsch, da Meister Eckhart a Michel de Certeau… non significa affatto che non sia stata presente e permanente una specifica mistica tribale destinata alla più profonda esperienza di comunicazione con le forze invisibili regolatrici dell’intero universo.

Ed è codesta mistica tribale il fattore immateriale, a mio parere, che ha determinato da un lato,  la permanenza di un sistema estetico/espressivo che ci fa riconoscere la peculiarità di ogni popolo in relazione alle proprie creazioni e dall’altro, la potenza espressiva dell’immagine tribale col suo carico di simbolismo e perturbante inquietudine per l’osservatore occidentale.

 

1910 Swann, Alfred J. Fighting the Slave Hunters in Central Africa.

1910 Swann, Alfred J. Fighting the Slave Hunters in Central Africa.

 

Evento, vitalità e permanenza, nelle accezioni che ho provato ad illustrare, sono pertanto i tre pilastri dello statuto autonomo dell’atto iconico tribale e che fanno di esso uno specifico ambito di ricerca e di approfondimento.

Non so se con i quattro lavori delle Visions sia riuscito in questo intento, ma credo e spero  di aver delineato una innovativa e feconda modalità di visione dell’immagine tribale.

Elio Revera

 

Fang Ritual in Lambarene, Gabon. Jean d'Esme 1931.

Why are they showing their dicks?

Translated by Ilaria Pol Bodetto. Revised and edited by Deborah Dainese.

The unbiased innocence of the gaze of a child in front of some african sculptures floors every certainty, exposes the king’s faux robes and leads me towards some considerations concerning this topic, with no other aim but my independent view on tribal art.

The beautiful classical Greek sculptures of the V century BC, characterized by proportion and harmony, and cradle of all Western artistic culture, had no veils to cover them; the naked body – male and female – was venerated, and not just admired.
For centuries, since the transition from the Latin culture to the Christian one, religions and systems of belief have deeply influenced the representation of naked images – reaching the apex of obscurantism, in my opinion, around the second half of the XVI century, when Daniele da Volterra made the nudes of Michelangelo’s Last Judgement wear breeches.

And it is not only the Counter-Reformed Christian religion that stands out because of its
abnegation; the same Jewish religion (apart from an initial parenthesis) is not better, not to mention the Islamic one, where the human figure (more or less clothed) is banished from every kind of representation.
And it is extremely contemporary, in the end, the scandal which arose from L’origine du monde, the painting of Gustave Courbet , plastic and immediate representation of the vagina of a young woman, probably the model Joanna Hiffernan.

 

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Gustave Courbet “L’origine du monde”, 1866

Prohibition, shame, bashfulness and guilt have always accompanied the artistic nude, and not only in Western culture.
But then why, on the contrary, the tribal art, the African one in particular, hasn’t followed this trail- at least until the meeting with fervent Western devouts?

Could it be that, in that cultures, prohibitions, shame, bashfulness and guilt do not exist? Of course not, the wide range of human behaviours and feelings makes no exceptions – not even for tribal cultures; on the contrary, in some cases what is banned and what is forbidden become way more meaningful – just think about the punishments expected for those who break the rules of the secret societies which hold the fate of the whole community!

I think that the reason why the naked figure can instead be represented in more or less every form of African sculpture (and from the Guinea Gulf to Angola, from the Sudanese cultures to the ones of the forests of Gabon and Congo… cultures which didn’t know about the reciprocal existence, if not, in a couple of rare cases, because of long-lost common origines) needs to be found somewhere else.

 

Lobi Rasmussen

Lobi (Ivory Coast)

 

And, in my opinion, and always minding the proper and right differences, one of the reasons that has led Greek and tribal culture to create so many masterpieces where the naked figure stands out is the complete absence of any kind of ideological element connected to the theme of nakedness, and the unconscious force that arises from it.
To be clearer: I am aware of the enormous distance which interocurs between the artistic creations of Praxiteles, Myron or Phidia and the one of some unknown artists from the forest.
And, moreover, I am well aware of the aim of that arts, so different from one another in their purpose, in their consequences and in their outcomes. On the plastic level, however, the representation of the nude is something which is consistent in both of them, and expresses itself with firmness and creativity.

 

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And when I refer to the absence of any ideological convention, I aim to refer to the artist’s possibility of reproducing, on the basis of his own skills and according to the most convenient ritual standards, the human nakedness as a mere factual element of reality. The man, the woman, are made in that way , and there’s nothing that can prevent to represent them ipso facto .
Guilt, shame and prohibition are irrelevant, and they have nothing to do with the nude – rather, maybe in this case we shouldn’t even talk about “the nude”, but, in my opinion, about the image.

Hemba (Congo)

 

There is no shame simply because shame doesn’t belong to the image; there’s no prohibition because the image doesn’t implies prohibitions.
And we shouldn’t talk about freedom of representation either, because there is no freedom in representing reality as it is seen, perceived or interpreted.
Stripped bare of every kind of ideological value, no matter if secular or religious, the image becomes origin and destination of its own self, conceived either for a public agorà or collocated on the family altar of an isolated African village.

 

Fon

Fon (Togo)

 

The specificity of the representation of naked figures, both male and female, in African tribal plastic, has, however, an origin and a history which are different from those concerning Greek art, where the representation of the nude was eminently an aesthetic choice, connected to Policletu’s Canon , according to which harmony and proportions were the fundamental precepts that needed to be respected.
Nothing of the above, naturally, can be referred to a tribal culture – where statues and masks were intended for a well known ritualistic practice, and carved on the basis of a precise (and socially accepted) canon.

Primitive tribal art, in fact, since it doesn’t have an aesthetic purpose, finds its deeper meaning the moment it satisfies a precise symbolic or practical function, and serves the single individual, the family clan and the social group it belongs to.

This is not the place for an in-depth analysis of the hermeneutic of the image in tribal art, but certainly there’s no doubt that the representations of naked figures occupy an important place, and that they are charged with solid iconographies and fascinating allegorical narrations.

 

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Baoulé, (Ivory Coast)

 

And, in my opinion, the archetypical element that characterizes the symbolic imaginary of tribal art is not of secondary importance – at all: the representation of the naked image as close to that primeval element which is the body, sic et simpliciter .
From this issue, then, as we have said before, other symbolic values arise, first of all the ones connected to power, to the perpetration of the clan and to the will of domination.
In the meantime nothing forbids us, common Western mortal men of the XXI century as we are, to admire the beauty and the seducing mystery of such figures, so distant from our sensibility, but at the same time so close to our deeper lust for knowledge.

Elio Revera

 

Bena Luluwa and Bembe (Congo)

Bena Luluwa and Bembe (Congo)