Carl Kjersmeier e l’arte africana. Un inedito

Mi scrive Gigi Pezzoli che giorni fa, dopo aver letto su questo blog l’articolo dedicato al piccolo libro di Carl Kjersmeier ( https://artidellemaninere.com/2020/09/02/quando-il-piccolo-e-grande/), gli è venuto in mente che, anni fa, aveva acquistato un libricino, Negerdigting, Copenaghen 1922, che forse è stata la prima opera di Kjersmeier sulle arti africane.

Proprio quella copia era stata donata da Kjersmeier a Gaston-Denys Périer (1879-1962), un romanziere belga autore, tra l’altro, di Moukanda (1914) e di Curiosités Congolaises (1922). Nel libricino, che viene dalla biblioteca personale di Périer, è contenuta una lettera originale di Kjersmeier datata 3 novembre 1924. E’ un inedito che non è stato interpretato completamente e che nel quale Kjersmeier parla della sua grande collezione (eppure in quel momento aveva solo 35 anni!) e dei suoi progetti di future pubblicazioni sulle arti africane.

Mi scrive Gigi, al quale mi legano sentimenti di fraterna amicizia e di feconda collaborazione in varie iniziative culturali –-Forse è solo una curiosità, ma siamo nel 1924, agli albori della “scoperta” delle arti africane, e quindi, caro Elio, se ti piace l’idea, ti cedo il diritto di pubblicare in esclusiva la lettera sul blog e metterla così a disposizione di tutti gli interessati che lo frequentano.

Dopo un doveroso ringraziamento, provo a pubblicare il testo integrale della lettera, preceduta dalla copertina del libro prima citato e dalla dedica a Gaston-Denys Périer.

Carl Kjersmeier, Negerdigting, Copenaghen 1922

Di non facile decifrazione, ma qualcuno di buona volontà vuol tentarne la traduzione?

Elio Revera

Etotoshi e Mweel, sua sorella/sposa

Dengese, cm. 56,2, fine XIX sec. Repubblica Democratica del Congo, Sankuru River region, MET, NY, The Michael C. Rockefeller Memorial Collection, Gift of Nelson A. Rockefeller, 1969

In una leggenda narrata da Joseph Cornet (A propos des statues Ndengese, in “Arts d’Afrique Noire” n. 17, 1976), una donna Dengese o Ndengese, GunjiIlunga, dopo varie vicissitudini, diede vita alla società maschile Totshi, i cui componenti erano caratterizzati da un copricapo in rafia intrecciata, dotato di appendici assimilabili alle orecchie, che ricorda quello rappresentato sulla nostra statua. I Dengese, secondo un’altra storia, sarebbero discendenti da Etotoshi che sposò Mweel, sua sorella. Come spesso accade in Africa, la mitogenesi dei popoli sovrasta la loro storia e le discendenze mitiche sono pressoché la regola. Il territorio di questa etnia è situato nella regione del Kasai, al centro della Repubblica Democratica del Congo. La cultura artistica dei Dengese, pur mantenendo una peculiare cifra stilistica, è assimilabile a quella dei vicini Kuba, sebbene pare che siano stati proprio i Dengese ad arrivare per primi in quelle terre. I gruppi di rango, detentori di rilevante status, come gli adepti delle società dei fabbri e dei cacciatori amministravano il potere nei villaggi ed avevano grande rilevanza nelle celebrazioni dei riti religiosi. I divinatori erano incaricati di scoprire le streghe della temuta società segreta, tramite un rituale che prevedeva anche l’utilizzo di veleni. Questa figura si sviluppa secondo un criterio volumetrico cilindrico accentuato dalle lunghe braccia e dalle grandi mani poggianti sul ventre. É arricchita da una livrea cromatica che la ricopre interamente, dalla testa fino a dove erano un tempo i grandi genitali, simbolo forse della perpetuazione. L’intero corpo, inoltre, è interessato da complesse scarificazioni a disegni geometrici ispirate alla cultura artistica dei Kuba che utilizzavano questi motivi decorativi sui tessuti shoona di rafia e tela. Stante l’autorevole monumentalità, la figura con ogni evidenza, è la rappresentazione di un illustre antenato o di uno capo di alto lignaggio.

Elio Revera

Si ringrazia la casa editrice Skira. Le infomazioni sono tratte da un mio lavoro pubblicato sul volume Ex AFrica. Storie e Identità di un’arte universale, Milano, 2019, (vedi: https://artidellemaninere.com/2019/02/27/ex-africa-storie-e-identita-di-unarte-universale/)

Buon Anno !

Auguro un bellissimo e sereno anno nuovo a tutti i 15.900  appassionati che con le loro 23.500 visualizzazioni hanno frequentato nel 2020 il blog.
Grazie!

A sentirci presto!

Elio

I wish all my 15.900 enthusiastic followers, whom in 2020 have visited my blog 23.500 times, a wonderful and serene 2021!

Thank you! See you soon!

Elio

Buon Anno Nuovo a tutti!

Bonne Année 2021!

Happy new year 2021!

Feliz año nuevo!

Feliz ano novo!

Frohes neues Jahr!

Gelukkig nieuwjaar!

Доброе утро 2021 !

L’antenato poligamico

Il popolo dei Boyo o Buyu, stanziatosi dopo varie peregrinazioni nella regione centro-orientale della Repubblica Democratica del Congo, in prossimità del fiume Luama, ad ovest del lago Tanganica, ha vissuto nei secoli passati tragiche vicende che lo hanno ridotto a poche migliaia di unità. Decimato dalle malattie e dagli schiavisti arabi, questo popolo è erede di una grande tradizione scultorea.


Figura maschile di antenato regale, kalunga kabetshi kunda, Boyo, Repubblica Democratica del Congo, XIX secolo Legno, pigmento, h. 99,5 cm, Collezione privata
Provenienza: Van Ramsdonck
©Archives Fondation Dapper – Photo: Hughes Dubois

Questa imponente e celebre figura maschile regale, denominata kalunga kabetshi kunda ne è un esempio. Si caratterizza per la postura frontale, l’impressionante testa contornata da barba e acconciatura di trecce a foggia di diadema, gli occhi globulari semichiusi ed il naso aquilino; il corpo, dal grande pene, è ricoperto di scarificazioni rituali. Sacre effigi come questa, dove non mancavano i segni connotanti il rango, come i numerosi bracciali, incarnavano lo status degli illustri antenati regali. La massima espressione artistica di questo popolo, infatti, era rivolta all’arte funeraria. Luc de Heusch, tra il 1947 ed il 1950, si è imbattuto per primo nelle opere dei Boyo e, meglio di ogni altro, ha svelato al mondo la meraviglia delle loro realizzazioni e la bellezza delle sculture custodite nelle capanne funerarie. Tra i Boyo le pratiche rituali erano in gran parte limitate ai sacrifici rivolti agli spiriti ancestrali della natura, quali l’acqua, il cielo e l’arcobaleno. Oltre alla società dei divinatori e quelle potenti e segrete dei guaritori e degli uomini di magia, i Boyo non diedero vita a complesse organizzazioni sociali. A differenza di altri popoli vicini, privilegiarono il ruolo famigliare ed il clan di appartenenza. Le strutture di parentela dei capi, erano caratterizzate dalla discendenza matrilineare. In una cultura poligamica come la loro, il matrimonio tra i membri della stessa linea era proibito ed i beni posseduti seguivano la linea della discendenza materna. Non è chiaro quanto questo, nel tempo, abbia influito sull’organizzazione politica e socio-economica delle loro comunità; è comunque ipotizzabile un progressivo indebolimento della struttura di potere, a causa delle complesse questioni ereditarie intrecciate con la realtà poligamica famigliare.

Elio Revera

Si ringrazia la casa editrice Skira. Le infomazioni sono tratte da un mio lavoro pubblicato sul volume Ex AFrica. Storie e Identità di un’arte universale, Milano, 2019, (vedi: https://artidellemaninere.com/2019/02/27/ex-africa-storie-e-identita-di-unarte-universale/)

Gli antenati del popolo Guru

Pietra neolitica antropomorfa di GOHITAFLA

Costa d’Avorio centrale, Regione di Marahoué

Gruppo etnico principale: Wan

Granito verde/grigio (gneiss) screziato con profondi depositi di sabbia rossa negli interstizi del conglomerato  della pietra.

Misure: cm. 29 altezza, cm. 5 larghezza, cm. 8 profondità.

Peso kg. 4,250

Epoca presunta: 4000/10.000 A.C. ca.

Provenienza

  • Coll. privata, Tolosa
  • Galleria L’atelier (Tolosa)
  • Coll. privata Italia

Esposizioni

“Rares, oeuvres du golfe de Guinée”, Galerie L’Atelier,  settembre 2011, Tolosa  (Francia)

Pubblicazioni

Catalogo Esposizione “Rares, oeuvres du golfe de Guinée”, ref. n.4, color

AHDRC: # 0174976

Le pietre antropomorfe di GOHITAFLA sono state in seguito utilizzate come oggetti d’uso a guisa di pestello o altro utensile, dalle popolazioni  Wan, Gouro et Baoulé Ayahou che le hanno nel tempo rinvenute.

“Au centre de la Côte d’ivoire, dans la riche vallée du Marahoué en pays Wan, ont été mis à jour des pierres figurant des têtes humaines dans les années 80.
Plusieurs expéditions scientifiques dirigées par l’anthropologue le Pr. Niangoran Bouah ont permis de récolter in-situ des informations intéressantes qui ont permis à la communauté scientifique internationale, et aux amateurs de l’art à porter un regard tout particulier à ces objets lithiques d’exception dénommés : Les Pierres de Gohitafla, du nom du village où la première découverte a été faite par une paysanne revenant des champs exactement en 1982.
Ces mystérieuses pierres sont taillées dans de la latérite ou du granit avec une technique particulière dite de “pierre contre pierre”.
Datées à ce jour de 3000 ans à 10.000 ans av. JC, au C14, ces têtes anthropomorphes ou anthropo-zoomorphes et autres objets telles les meules, ont servi par la suite aux populations Wan, Gouro et Baoulé AYAHOU d’objets à usage domestiques (représentation d’ancêtres, dieux, esprits des forets et autre appareillage divinatoire).
Selon les enquêtes menées in-situ, ces pierres ne proviennent pas des travaux des populations autochtones. Ces objets du paléolithique sont l’œuvre d’une race antérieure ayant séjourné dans cette vallée”. (Raymon Koffi, following research on the field by anthropologist Niangoran Bouah)

Elio Revera

Il mondo spirituale, magico e talismanico del popolo Hausa della Nigeria

Il sette dicembre 2020, nella prestigiosa Cappella Palatina del Maschio Angioino di Napoli, avrebbe dovuto essere inaugurata l’esposizione “nel Nome di Dio Omnipotente. Pratiche di scrittura talismanica dal nord della Nigeria”.

L’epidemia ha costretto Andrea Aragosa e gli altri componenti dell’organizzazione a posticipare l’evento alla primavera del  2021 ( fatti i debiti scongiuri).

Locandina dell’esposizione

La mostra è dedicata delle Tavole Coraniche o Alluna  del popolo nigeriano degli Hausa che si islamizzò a partire del XII-XIII sec d.C ad opera di predicatori che provenivano dal Mali.

Localizzazione del Popolo Hausa, nord Nigeria e sud Niger

Sono le tavole utilizzate nelle scuole coraniche estremamente affascinanti per la loro bellezza grafica ed estetica, cariche di simboli e significati che affondano le radici in pratiche esoteriche, magiche, talismaniche non del tutto ancora decifrate.

Le tavole lignee decorate su entrambi i lati, misurano in media tra i 50 ed i 60 cm. e sono di diversa tipologia a seconda del loro utilizzo. Ci sono le allon sauka , equivalenti   a veri e propri diplomi rilasciati a conclusione degli studi coranici, le allon kafin gida,  destinate alla protezione della casa, le allon sha  misteriose tavole numerologiche destinate alla predizione ed alla cura e le allon karatu  quelle usate per pura scrittura.

Per conoscere la futura esposizione, abbiamo incontrato Gigi Pezzoli, che insieme ad Andrea Brigaglia ha curato la mostra che si avvarrà di un poderoso catalogo ricco degli approfondimenti  di specialisti e studiosi internazionali, catalogo al quale ho fornito anch’io un contributo con un breve saggio sulla pratica e sul significato della divinazione.

Caro Gigi Pezzoli, amico e sodale nella realizzazione della mostra Ex Africa del 2019, parlaci di queste Tavole coraniche, ancora così misteriose e sconosciute anche nell’ambito del collezionismo di Arte Africana.

L’argomento è piuttosto complesso e già me ne sono occupato nel mio libro Alluna, Mondo e spiritualità Hausa, nel 2013 per il Centro Studi Archeologia Africana. Qui pertanto mi limito a descrivere una particolare tipologia di tavola coranica, la kafin gida, ovvero quella destinata alla protezione della casa dagli spiriti maligni e lo sanno Dio ed Allah quanto il mondo ne abbia bisogno in questo particolare periodo di pandemia. In altro momento se vorrai tratterò anche delle altre tipologie.

Perfetto Gigi, parlaci delle tavole allon  kafin gida.




Non è certo che questa sia una allon kafin gida ma è la più antica tavola coranica conosciuta con scritte e animali del Sahel. E’ del XIX secolo e proviene probabilmente dal Darfour una regione del Sudan dove da secoli sono installate comunità hausofone. La tavola è conservata al Museo di Brooklyn.

Sono tavole magico-talismaniche fatte  di legno, come hai scritto. Queste tavole, a detta degli informatori Hausa, non si trovano in ogni casa, ma unicamente in quelle di adepti delle confraternite sufi della Qadiriyya e Tijaniyya. Ma non è neppure detto che questo avvenga sempre, dipende dai problemi di quella casa e di quella famiglia. C’è gente che per la protezione personale si affida agli amuleti, altri per proteggere la casa fanno disegnare scritte sui muri, anche se questa è una moda recente. Nel complesso, sono pratiche che gli Hausa facevano come tradizione ancestrale probabilmente derivata dai culti precedenti all’introduzione dell’Islam.

In quale particolare circostanza erano utilizzate ?

In pratica, quando succede che qualcuno si sente minacciato da spiriti malvagi, che cade in trance perché posseduto dal demonio, si rivolge ad un malam per avere protezione, per scacciare lo spirito maligno che è entrato nella sua casa. In hausa la protezione magica si chiama kafi, significa ‘inchiodata’ e gida significa ‘casa’. Quindi l’allon kafin gida ‘inchioda’ gli spiriti cattivi impedendo loro di manifestarsi e di agire. Per tale ragione le tavole sono sempre conservate in casa e, tra l’altro, sovente sono realizzate riutilizzando vecchie tavole di scrittura perché su queste si è accumulata la parola di Dio e così sono più potenti.

Antica Allon Kafin Gida. La decorazione talismanica della tavola è realizzata su una superficie ricoperta di scritte coraniche fatte negli anni precedenti con un inchiostro ricavato dal fondo nero e grasso dei recipienti utilizzati per la cottura dei cibi. Le antiche tavolette, infatti, erano le preferite perché , secondo la tradizione, imbevute della parola di Allah. Su entrambi i lati ci sono vari uccelli, tutti a quattro zampe e un pavone e questa iconografia è piuttosto rara. Il segno verde a forma di L con la parte inferiore più lunga è il simbolo del predicatore errante e si riferisce a coloro che, provenendo dal Mali, portarono l’Islam agli Hausa nel XII-XIII secolo.

Come si presentano materialmente?

A differenza delle altre tavole coraniche, uniscono parole sacre insieme a disegni di animali della savana. In particolare, ai diversi tipi animali sono associati specifici significati: ad esempio, le lucertole e i serpenti sono di buon augurio, il cammello propizia la ricchezza, il leone la forza, gli uccelli, avendo il potere di beccare l’occhio, scacciano il malocchio. Però, siccome la rappresentazione degli animali è vietata dalla religione, il profilo è definito da parole sacre e così l’interdetto è superato.

Esiste una specifica chiave interpretativa di questa complessa simbologia?

Si, l’Ummu Musa, come suggeriscono le ricerche di Andrea Brigaglia e Mohammed Bunza, profondi conoscitori dell’argomento, è probabilmente la chiave di spiegazione e il prototipo dell’iconografia che appare sulle allon kafin gida. Secondo l’informatore Hausa, “da tempi antichi noi Hausa abbiamo un libro magico esoterico, si chiama Ummu Musa, letteralmente significa ‘la madre di Mosè’ o anche ‘i miracoli della madre di Mosè’. Contiene tutti i disegni e le formule per ogni problema di protezione. Ma scegliere quello giusto è compito del malam esoterista. Per far questo, il malam traccia sulla sabbia bianca tanti piccoli segni, li cancella, ripete il rito più volte, fa i calcoli fino a scoprire ciò che serve al caso in questione. Ma questo è un privilegio riservato solo a coloro che conoscono i segreti della divinazione. A quel punto il malam dice al paziente che bisogna comprare un montone o un pollo per sacrificarlo perché alla fine bisogna sempre fare un sacrificio di sangue”.

Allon Sauka

Cosa puoi aggiungere a proposito dell’Ummu Musa, “madre” delle tavolette talismaniche Hausa?

Un libraio di Kano che commercia in libri antichi e manoscritti racconta che un giorno portò, per conto di un editore, una copia del libro noto come Ummu Musa (la madre di Mosè) presso lo Shaykh Umar Ibrahim Kabo (2008), che era un giurista e il presidente del Nigerian Council of Ulamas, e la cui biblioteca privata era, all’epoca, una delle più grandi a Kano. Appena vide il libro, Kabo scosse la testa e disse: “Ummu Musa, ti è stato riservato un posto speciale tra gli inferi!”. Poi, dopo avere sfogliato le pagine, mostrò al libraio una pagina che descriveva la preparazione di un incantesimo. Secondo la ricetta, una parte dell’incantesimo andava seppellita tra i rifiuti, un’altra tra gli escrementi. Il libraio, che aveva già venduto molte copie dell’Ummu Musa senza essere consapevole di questo dettaglio, tornò dall’editore che ne aveva commissionato la stampa e gli mostrò il passaggio controverso. L’editore sospese la vendita, e dopo la rimozione di quella sezione fece preparare una nuova edizione, “ripulita”, dell’Ummu Musa.

Un aneddoto molto eloquente circa l’utilizzo dei contenuti di questo libro.

Infati, questo aneddoto sintetizza in modo eloquente due aspetti fondamentali che dobbiamo tenere a mente quando ci avviciniamo all’enigmatico libro noto nello Hausaland come Ummu Musa. In primo luogo, l’aneddoto mostra che abbiamo a che fare con un libro intrinsecamente controverso. Shaykh Kabo, il religioso che “maledice” l’Ummu Musa, era affiliato alla Tijaniyya, un ordine sufi che non condanna l’uso di talismani islamici in quanto tale. Eppure, come mostra l’aneddoto, alcune delle ricette contenute nell’Ummu Musa gli risultano indigeribili.

Dobbiamo allora concludere che l’Ummu Musa rappresenta un sottogenere specifico, all’interno della pubblicistica talismanica islamica, che è estraneo al mondo degli ‘ulamā’?

 Non necessariamente, in quanto i fatti sono più complessi di quanto appaia a primavista. Le condanne che occasionalmente sono potute provenire da ‘ulamā’ di alto rango come Kabo, infatti, non hanno impedito all’Ummu Musa di godere di una circolazione relativamente ampia, e di un certo grado di accettazione (o perlomeno, di un tacito assenso) nei circoli dell’élite islamica istruita. La copia a stampa pubblicata dalla stamperia di Sharif Bala Gabari(2014), ne è testimonianza. Gabari, infatti, oltre adessere stato attivo nel dominio della stampa islamica, è stato il massimo calligrafo del Corano di Kano, e gestiva una grande scuola dedicata all’insegnamento della memorizzazione del Corano. La pubblicazionedell’Ummu Musa, in questo caso, non è dunque un affare marginale, relativo ad una pubblicistica esoterica di natura prettamente “popolare” e “sincretica”, ma proviene da un religioso di un certo rango, cosa che dimostra come un certo interesse in questo genere dipubblicazioni persista anche in ambienti “ortodossi”. Magari come interesse parallelo e marginale rispetto a quelli che sono i loro interessi principali nel campo degli studi coranici, della giurisprudenza, della teologia edella poesia, ma non necessariamente in contraddizione con questi ultimi.

C’è dell’altro relativamente a questo aneddoto?

In secondo luogo, l’aneddoto, rivelando un episodio di deliberata interferenza con il testo da parte di un editore, mostra un fotogramma della complessa storia di un libro che, per secoli, è passato sicuramente attraverso molteplici recensioni che, come in questo caso, comportavano la continua aggiunta o rimozione di frammenti. Nessuna edizione critica del testo dell’Ummu Musa è stata tentata finora, e verrebbe anche da dubitare che una tale operazione possa essere possibile, considerata la differenza sostanziale che sembra esistere tra molteplici versioni del testo, sia manoscritte che a stampa.

Scritte magiche e talismani Hausa

Come si presenta l’Ummu Musa, e quali sono i suoi usi e il suo contenuto?

Fisicamente ha l’aspetto di un opuscolo che, nella maggior parte delle versioni che abbiamo consultato, contiene circa 180 ricette, asrār (formule segrete), awfāq (quadrati magici), khawātim (composizioni talismaniche), ecc. Le edizioni a stampa che abbiamo consultato hanno di solito o una lunghezza di 140-160 pagine. Alcune versioni manoscritte sono sensibilmente più brevi: consistono solo di immagini talismaniche e quadrati magici, riducendo lo spazio dedicato alle ricette (cioè alle spiegazioni relative a come confezionare e utilizzare un determinato talismano) al minimo essenziale. Il libro è spesso stampato in un formato molto piccolo (12 cm di altezza), così da permettere che esso venga usato, per intero, come un singolo talismano. Secondo Alhaji K. Y., che è specializzato nella vendita di talismani e letteratura talismanica nella sezione dei libri islamici del mercato Kurmi a Kano, questo formato è fatto apposta per soddisfare le esigenze di acquirenti Tuareg, che spesso portano tali edizioni tascabili dell’Ummu Musa come talismani, all’interno di portafogli in pelle indossati al collo. Alhaji K. Y. stampa anche delle grandi riproduzioni in fotocopia, in singoli fogli di dimensione A1, di una complessa composizione manoscritta che include tutti i 180 talismani descritti nell’Ummu Musa: il “distillato” di potere talismanico così ottenuto viene poi ripiegato, chiuso in una custodia di pelle e portato addosso come protezione dai suoi acquirenti.

Scuola Coranica

Come le edizioni tascabili dei romanzi che ci accompagnano in treno o sui mezzi pubblici.

L’Ummu Musa può essere considerato un tipico esempio di quello che in hausa è noto come kundi, in arabo come kunnāsh. Kundi è una parola che significa genericamente “taccuino di note manoscritte a pagine sciolte”, ma che nella tradizione dei malam locali si riferisce in modo più specifico al taccuino sul quale un malam annota le ricette di diversa origine relative alle “virtù” (faḍā’il), o usi pratici, delle varie sure coraniche, dei nomi di Dio, dei quadrati magici e così via. I kundi sono di solito anonimi, in quanto consistono in collezioni di note procedenti da informazione orale raccolta attraverso gli anni dal proprio proprietario a partire da fonti orali disparate. I due kundi più famosi che circolano nello Hausaland sono Ummu Musa e Baru Uwa Uba ga Maraye.

L’Ummu Musa deve il titolo ad una delle figure femminili più affascinanti della narrazione biblico/ coranica, la madre di Mosè. L’uso dei nomi di profeti come tramiti di poteri spirituali efficaci è pratica attestata nelle arti talismaniche sia ebraiche che islamiche.

Quel che ci dici ribalta in gran parte la convinzione diffusa che le Scuole Coraniche ed i loro adepti siano state una congrega di illetterati fanatici e stabilisce un punto di contatto con la tradizione ebraica.

E ci sono delle buone ragioni per attribuire un’influenza magico-talismanica speciale alla madre di Mosè. Nella narrazione coranica, le sue preghiere sono sempre esaudite da Dio in modo miracoloso. Ella porta in grembo e dà alla luce un bebè, l’unico figlio maschio degli israeliti a sopravvivere all’ira degli egiziani, di nascosto dagli occhi dei soldati del Faraone. Quando lo abbandona in una culla sulle rive del Nilo, il bebè miracolosamente sopravvive, e le acque del fiume lo trasportano proprio in un giardino all’interno del palazzo del Faraone, dove viene visto dalla moglie di quest’ultimo. Adottato dalla coppia reale egiziana, il bebè rifiuta di nutrirsi al seno di tutte le donne del palazzo, finché i suoi genitori adottivi si rivolgono ad una donna israelita estranea al palazzo, il cui seno è accetto al bimbo. Questa è, manco a dirlo, la madre naturale del bimbo, della cui reale identità gli egiziani restano però all’oscuro, fin quando Mosè, cresciuto, diventa il leader divinamente eletto che guida il suo popolo fuori dalla cattività.

Allon Karatu

Infatti, il contatto islamico/giudaico mi pare evidente!!

Insomma, la figura della madre di Mosè ha tutto il necessario per essere considerata l’archetipo del ricettacolo di assistenza divina in momenti difficili, e dunque, una figura talismanica: dopo tutto, infatti, le arti talismaniche non sono forse concepite proprio allo scopo di fornire questo tipo di assistenza? Inoltre, nel Corano alla madre di Mosè viene dato credito di avere ricevuto una rivelazione proveniente direttamente da Dio (Qur. 28:7, wa-awḥaynā ilā Ummi Mūsā, “e Noi rivelammo alla madre di Mosè”). Per i sufi, dunque, la madre di Mosè è anche prototipo del santo (walī) che ha accesso ad una conoscenza di origine divina. E per chi pratica le arti talismaniche, più in particolare, il contenuto della “rivelazione” divina ricevuta dalla madre di Mosè secondo quanto alluso dal Corano, aveva la forma di preghiere e formule di efficacia speciale che, recitate al momento opportuno, salvarono la vita del bebè. Queste formule sarebbero poi state trasmesse oralmente, da maestro a discepolo, per millenni, prima di essere infine raccolte nel kundi dell’Ummu Musa.

Gigi, ci stiamo addentriamo in un affascinante percorso esoterico.

La prima sezione del testo ha la forma letteraria di un hadith (narrazione profetica), con un sanad (catena di trasmettitori) improbabile e scritto in un arabo pieno zeppo di errori grammaticali e incoerenze. Dal Profeta, il sanad del hadith fa un salto indietro fino a Mosè e a sua madre, ed è poi seguito da un matn (corpo testuale) che con espressioni ostentatorie introduce i poteri miracolosi delle ricette e delle formule che il resto del testo passerà in rassegna: “chiunque desideri essere sotto la protezione [di Dio] in questo mondo e nell’aldilà, al riparo dai re e dagli uomini e dalle donne, scriva questa ‘madre di Mosè’ (pace su di lui); chiunque desidera incontrare l’amore di uomini e donne, scriva questo supremo nome di Dio, ne beva (l’inchiostro così ricavato) oppure lo appenda al corpo (a mo’ di amuleto): egli sarà onorato dalle genti, non temerà la prigione dei suoi nemici, e Dio lo renderà vittorioso sui suoi nemici…ecc.”. La catena di trasmissione incompleta e improbabile di questo testo, più ancora che il suo contenuto, è certamente una delle ragioni dello scetticismo che molti dei religiosi ortodossi hanno nutrito nei suoi confronti. Se il lettore continua a sfogliare le pagine dell’Ummu Musa, però, incontrerà anche diverse ragioni per restare incantato (in tutti i sensi!) dal libro e dal suo abbondante campionario di immagini di animali (scorpione, cammello, lucertola, pavone, uccelli vari, ecc.). In molti casi, i contorni di questi animali sono formati da lettere dell’alfabeto arabo, o le accludono. Lettere come sīn, hā’ e fā’ sono spesso usate per rappresentare piume, peli o squame, mentre le lettere arabe ḥ-m-d spesso formano le zampe dell’animale dipinto; combinate con il ventre dello stesso, che ha la forma circolare della lettera araba mīm, esse comporranno così la struttura consonantica M-ḥ-m-d, quella del nome del Profeta Muḥammad. Osservando le immagini animali dipinte nell’Ummu Musa, si trova subito risposta alla domanda relativa alle origini dell’iconografia delle tavolette talismaniche hausa (allon kafin gida) . Quasi tutte le immagini del mondo animale che osserviamo su queste tavolette, infatti, possono essere osservate, in realizzazioni virtualmente identiche, sull’una o sull’altra pagina dell’Ummu Musa. Possiamo concludere, dunque, che gli autoridelle allon kafin gida hanno preso spunto direttamentedall’Ummu Musa, che ne costituisce una sorta di manualedi riferimento.

Due Allon Kafin Gida con raffigurazione di animali

A questo punto ti chiedo quale sia stata l’origine dell’iconografia dell’Ummu Musa

La domanda relativa a quale sia stata, rimane aperta. Si tratta forse di un’iconografia hausa preislamica, che è stata poi espressa in un idioma islamico dagli hausa musulmani dopo che questi ebbero fatto propria la nuova religione? Secondo alcuni è proprio così: l’iconografia dell’Ummu Musa deriva da una tradizione ancestrale radicata in culti locali preislamici ed è proprio per questo che gli animali rappresentati sono sempre quelli della tradizione saheliana, con il significato che è loro associato nella tradizione locale. Questi simboli potrebbero essere stati in passato anche simboli totemici associati a clan o gruppi etnici. D’altra parte, invece, ma non necessariamente in contraddizione con la prima ipotesi, potrebbe essere stata proprio la tradizione arabo-islamica di disegnare figure animali attraverso la realizzazione calligrafica delle lettere dell’alfabeto arabo che, penetrando nello Hausaland attraverso i manoscritti di letteratura esoterica, fu adattata e rimodellata secondo un’estetica africana, dando origine all’iconografia dell’Ummu Musa.

Ummu Musa

Mi pare di scorgere in questo la presenza di altre iconografie antiche o sbaglio?

 Non ti sbagli, infatti. L’iconografia islamica di Persia, Turchia e India, dopo tutto, fornisce anch’essa un abbondante campionario (anzi, senz’altro più abbondante dello Hausaland: le allon kafin gida erano molto poco note e discusse nella letteratura fino a tempi relativamente recenti) di realizzazioni calligrafiche di leoni, cammelli, pavoni, scorpioni, ecc., con i simili significati simbolici loro associati. In ogni caso, la presenza di questa ricca iconografia, oltre ad essere l’aspetto più affascinante dell’Ummu Musa e il suo collegamento più evidente con le tavolette talismaniche, è anche un elemento che dà a questo testo, se paragonato ad altri libri del genere kundi, una certa unità di stile e di forma. Sebbene l’autorialità del testo vada senz’altro considerata collettiva e stratificata, la mano di un ingegnoso revisore che, ad un certo punto nella storia, ha riorganizzato materiali che avevano precedentemente circolato in altra forma, viene fuori piuttosto chiaramente.

Allon Sha

Siamo dunque, forse, in grado di speculare sulla possibile identità di tale autore/revisore?

Un breve riferimento all’Ummu Musa (uno dei pochi, forse l’unico, in una pubblicazione accademica in lingua occidentale) appare in un articolo di Jürgen Wasim Fremgben sulla figura dello scorpione nel folklore islamico. Qui, Fremgben attribuisce il libro ad un certo “al-Hajj Mohammad al-Ta’im” di Kano, e dà una data specifica, l’anno 314 dell’Egira, corrispondente al 926 d.C., per la sua composizione. Il nome dell’autore potrebbe essere frutto di un errore di lettura di al-Ḥājj Muḥammad al-Tāsi‘ Yantando, il cui nome appare come quello dell’editore di una delle copie a stampa del testo. Ma la data è irrealisticamente antica: nel X secolo, Kano stava per essere fondata come città, e la prima penetrazione dell’Islam nella regione data solo al XIV secolo.  Inoltre, le copie del testo che abbiamo consultato sono tutte anonime, e i rivenditori di letteratura talismanica del mercato Kurmi di Kano che abbiamo intervistato, hanno tutti confermato di considerarne anonima l’autorialità.

Secondo Habib Alhassan, l’autore dell’Ummu Musa va invece rintracciato negli studiosi islamici delXVIII secolo della città di Yandoto. All’epoca, Yandoto(oggi, nello stato di Zamfara; storicamente, legataa Katsina) ospitava una delle più importanti comunitàdi studiosi islamici dello Hausaland prima del jihad diUsman Ɗan Fodio (m. 1817) dell’inizio del XIX secolo.Le recenti ricerche di uno degli autori della presentenota confermerebbero l’ipotesi di Alhassan, maestenderebbero la regione di possibile origine dell’autore(o degli autori) dell’Ummu Musa anche a Gobir.

Da dove venivano, quale era l’origine di questi scrittori? Da quale regione dell’Africa?

Originari del Mali, gli studiosi di Yandoto avevano un’attitudine quietista rispetto alle comunità superficialmente islamizzate in mezzo alle quali vivevano, e in particolare, rispetto ai loro capi e sovrani. Quando il movimento jihadista capeggiato da Usman Ɗan Fodio si rivolse contro i sovrani hausa di Katsina, esso cercò in origine il sostegno dei religiosi islamici di Yandoto. Ad eccezione di pochissimi, però, la maggior parte di questi rifiutò l’invito a partecipare al jihad e si schierò con il Re. Così, nel 1805, Muhammad Bello (m. 1837), figlio di Usman Ɗan Fodio, guidò un attacco contro la comunità di Yandoto: molti degli studiosi islamici fuggirono, e l’esercito di Bello saccheggiò la città. Scambi epistolari successivi tra Bello e il principale rivale islamico del jihad dei Ɗan Fodio, lo Shehu di Borno, narrano che durante il saccheggio della città, molti dei libri delle biblioteche di Yandoto furono distrutti. Lo Shehu utilizza questo aneddoto per delegittimare le credenziali islamiche dell’esercito dei Ɗan Fodio, il quale, dice, “distrugge, sparge per strada e getta in mezzo allo sporco” libri nei quali è scritto il nome di Dio. Bello, pur ammettendo di avere personalmente visto “fogli di carta che volavano via nel vento” e “cadevano sullo sporco”, si giustifica sottolineando di avere “cercato di recuperarli” ma di non esserci riuscito a causa del loro grande numero, e aggiunge anche che “se qualcuno avesse intenzionalmente gettato via questi fogli di carta”, egli lo avrebbe punito severamente.

Ci piace pensare che, sparsi tra le vie di Yandoto quel giorno, ci fossero anche delle pagine dell’Ummu Musa, immagini iconiche di un’era della storia dell’Islam in Nigeria, e di un aspetto della produzione di sapere islamico in Africa, che da allora in poi sarebbe stata percepita come appartenente al passato, ma che ancora prende corpo, di quando in quando, come sulle superfici delle allon kafin gida  pubblicate sul catalogo.

Carissimo Gigi, mi duole fermati qui perché la ricchezza del tuo narrare richiede di essere assimilata lentamente per assaporarne tutti i benefici influssi.

Ma ci torneremo caro amico, magari dopo che la mostra di Napoli sarà stata aperta e noi potremo prendere fiato dopo la fatica organizzativa e scritturale!

Antica Allon Kifin Gida. Le scritte sulle antiche tavole coraniche erano realizzate con una sorta di inchiostro ricavato dal fondo nero e unto delle pentole utilizzate per la cottura dei cibi. Queste scritture furono fatte, lavate e rifatte più volte. In questo modo, secondo la tradizione, la tavola era impregnata della parola di Allah. Per questo motivo, queste tavolette sono state in tempi successivi preferite per disegnare simboli e numeri talismanici. Su un lato della tavola sono disegnate le agamidi, le grandi e colorate lucertole del Sahael, noto simbolo di protezione della casa e dall’altro, cinque sfere verdi, il colore dell’Islam con l’aggiunta di lettere e numeri.

Si ringrazia Alluna Mondo e spiritualità Hausa, Centro Studi Archeologia Africana, per alcune immagini contenute ad illustrazione dell’articolo.

Elio Revera

Un giorno, secoli fa!

In queste giornate di innegabile ripiegamento, mi fa piacere condividere un articolo di Francesco M. Cataluccio, apparso sulla rivista on line Doppiozero.com, che all’epoca dell’esposizione Ex Africa di Bologna del 2019 mi era sfuggito ( https://artidellemaninere.com/2019/02/27/ex-africa-storie-e-identita-di-unarte-universale/). Un lavoro che mi riporta a quei frenetici giorni di impresa e creatività che oggi, purtroppo, non possono essere rivissuti se non con nostalgia e rimpianto.

Non ripiegamento, però…torneranno altri cimenti, altre esperienze culturali, altri giorni di duro, intenso e creativo lavoro.

Ed è a quelle giornate che ci diamo appuntamento, per nuove avventure tra le arti che condividiamo e tanto amiamo.

Buona lettura e grazie a Doppiozero.com ed a Cataluccio che ha avuto la bontà di citare nell’articolo anche il sottoscritto.

E.R.

Ex Africa: l’arte dell’ineffabile

Francesco M. Cataluccio

Non sono mai stato in Africa. Ho letto e visto molto: soprattutto le mostre curate dal grande studioso e collezionista Ezio Bassani (come La grande scultura dell’Africa Nera, al Forte Belvedere di Firenze, nel 1989, e la mostra Africa. Capolavori da un continente, nel 2003, alla Galleria d’Arte Moderna di Torino), deceduto, all’età di 94 anni, mentre stava preparando, assieme a Gigi Pezzoli, la mostra Ex Africa. Storie e identità di un’arte universale appena inaugurata a Bologna. 

Difronte all’arte africana ho la strana sensazione di toccare un oggetto attraverso un guanto, avendo l’impressione che il tatto sia falsato da non esser mai stato in Africa e dalle mille incrostazioni equivoche che l’Occidente ha imposto a quel mondo. 

Però, forse, questa mancanza di “conoscenza sul campo” mi aiuta a guardare e apprezzare l’arte africana con uno sguardo libero, come pura arte e non come documenti etnografici. Anche se si tratta di un’“arte tradizionale”, fatta di opere non create espressamente per il mercato, ma in risposta ai bisogni religiosi, rituali, politici ed estetici delle società africane del passato. 

L’arte africana per esistere non ha infatti bisogno di categorie derivate da altri contesti, e neppure del riconoscimento della cultura occidentale. Come ha scritto William Fagg, uno dei più grandi africanisti del Novecento: “l’arte nella sua forma più pura riguarda la comunicazione dell’ineffabile, che è al di là delle parole”.

La bellissima mostra presentata al Museo Civico Archeologico di Bologna (dal 29 marzo all’8 settembre), curata da Bassani e Pezzoli (con la collaborazione di Anne Vandestraete, Elio Revera, Malcolm D. McLeod, François Neyt, Bernard de Gryunne, Micol Forti, Alessandra Brivio, Pierre Amrouche, Claudia Di Tosto), è la più ampia mostra d’arte africana mai realizzata in Italia e aiuta a considerarla finalmente come un’arte universale.

Fino al Novecento, ciò che ha impedito di apprezzare le espressioni della creatività africana come arte è stato la conseguenza di un lungo processo di incomprensione della diversità e di disprezzo, che ebbe il suo tragico culmine con la tratta degli schiavi tra il XVI e il XIX secolo. Come scrive Gigi Pezzoli nell’Introduzione al Catalogo della mostra (edito da SKIRA): “L’Occidente, per secoli, ha deliberatamente costruito un immaginario negativo sull’Africa e sugli Africani, un processo nel quale una rappresentazione falsificata ha creato il paradosso di una pseudo-conoscenza di verità nel momento stesso in cui produceva finzione. Quell’immaginario è giunto fino ai nostri giorni, ha impedito di riconoscere ed apprezzare la diversità e la creatività dell’Africa e quindi – in ultima analisi – di costruire quel dialogo di reciproco rispetto e di riconoscimento, quanto mai indispensabile nella realtà multiculturale e complessa del mondo contemporaneo. (…) Per dare supporto al commercio in grande scala di esseri umani, serviva una giustificazione per così dire ‘morale’, supportata da un potente immaginario. (…) Valentin Mudimbe l’ha sintetizzato efficacemente già nel titolo di una sua celebre opera: L’invenzione dell’Africa, cioè una rappresentazione distorta e stereotipata del Continente Nero e dei suoi abitanti.” 

Con l’avvento del colonialismo e poi, soprattutto, dalla metà dell’Ottocento, moltissimi oggetti africani arrivarono in Europa: erano destinati alle Esposizioni e ai Musei Coloniali e ai nascenti Musei Etnografici. Manufatti di cultura materiale e opere d’arte giunsero senza attestati di nobiltà, nella massa indifferenziata di ciò che veniva considerato prevalentemente, se non unicamente, “documenti etnografici” di culture inferiori. Come tali, furono ammassati e anche esposti senza alcuna distinzione qualitativa. 

Micol Forti, nel saggio XX secolo: l’Europa guarda l’Africa, racconta come il cambiamento di atteggiamento verso l’arte africana avvenne con le Avanguardie del primo Novecento (Espressionismo tedesco, Cubismo francese, Surrealismo e Metafisica): “La sperimentazione, indirizzata a travolgere i concetti di tradizione e di ‘classicità’, trovò nelle testimonianze delle culture primitive, ed in particolare nell’art nègre, stimoli e conferme per la definizione di nuovi canoni estetici. La straordinaria sintesi formale e le potenzialità espressive di materiali poveri espressi nelle opere provenienti dal continente africano, si intrecciavano con il fascino per la magia e l’occulto, per un senso originario della natura e della religione, per una rappresentazione assoluta del potere”.

Acquisito il riconoscimento del valore dell’arte dell’Africa, nel Novecento si è avviato il laborioso processo, tuttora in corso, per costruirne una vera e propria storia delle Arti del Continente Nero, dovendo combattere contro due pregiudizi difficili da superare: 

1) che l’arte africana sia un’ARTE SENZA TEMPO (alle opere d’arte in legno, che sono la maggioranza dei manufatti, veniva fino a oggi attribuita una modesta anzianità adducendo come spiegazione la caducità del materiale in condizioni climatiche sfavorevoli e la sostituibilità delle opere nelle società d’origine); 

2) che sia un’ARTE ANONIMA, frutto di un generico sapere collettivo (come scrive Pezzoli: negare l’individualità della creazione a favore di una paternità diffusa e impersonale, altro non era che l’eredità di una certa visione adatta all’immagine dell’Africa primitiva).

Visitando la mostra di Bologna (che comprende 270 pezzi provenienti da 50 prestatori), la prima cosa che si apprende è che quasi nessuna statua è fatta per stare appoggiata da qualche parte. Come sostenne, nel 1940, l’etnologa austriaca Etta Becker-Donner: “Nel mondo delle arti africane, pochissime statue sono opere d’arte pura, create appositamente per l’amore della creazione”. Abbiamo a che fare con una concezione dell’oggetto artistico assolutamente dinamica: quelle figure lignee sono compagne di danze rituali, strumenti di potere, idoli che vengono continuamente spostati, maschere, oggetti “vivi” che vengono vestiti, strofinati, puliti ecc. È un’idea d’arte che per secoli in Occidente si è persa e che soltanto nel Novecento va riscoprendosi con le performance e le istallazioni.

Traendo spunto dalle schede descrittive degli oggetti in mostra, che per la sezione arte “tout-court” sono state redatte da Elio Revera, alcune opere meritano di essere segnalate.

Il primo incontro che si fa è con una coppia di statue di donne dalle braccia smisuratamente lunghe, gambe corte e i seni accuminati: Figure femminili (XIX secolo) del popolo Bamana, etnia della savana del Mali. Queste statue esaltavano la bellezza muliebre alla quale aspiravano gli uomini. Esse servivano per celebrazioni iniziatiche (rito jo), che avvenivano ogni sette anni. I danzatori portavano in giro queste statue tra canti e movenze tradizionali.

Poco più in là, sempre nel grande salone iniziale, troneggiano due imponenti Figure pombilbélé, una maschile e una femminile, della Costa d’Avorio. Le braccia allungate e arcuate servivano per essere afferrate come “maniglie” durante le danze rituali che si concludevano con la distruzione di questi feticci. Il copricapo della figura maschile è piuttosto singolare: una figura geometrica iscritta in un quadrato irregolare a sua volta inserito in un grande cerchio ligneo.

Assai interessanti, oltre che dal punto di vista artistico, anche da quello storico-antropologico, sono le vetrine con i piccoli Pesi figurati per la polvere e le pepite d’oro, prodotti dai popoli Akan (Ghana e Costa d’Avorio), tra il XVI e il XIX secolo. La funzione di questi pesi, inizialmente di forme geometriche e poi con figure, non era limitata all’essere strumenti di misura, ma anche, in diversi casi, di trasmissione, in un linguaggio allusivo ma chiaro ai destinatari, di messaggi sotto forma di proverbi o di detti legati alla saggezza popolare oltre che al mito. Anche questi piccoli oggetti rivelano una connessione tra scultura e tradizione orale. È assai probabile, inoltre, che alcuni di questi pesi siano stati utilizzati anche come talismani a scopo terapeutico e apotropaico e che fossero essi stessi merce di scambio. 

Sempre nel campo delle “micro opere”, più avanti si incontrano gli Amuleti Luba (Repubblica Democratica del Congo, fine XIX inizio XX secolo). Piccole sculture antropomorfe in avorio dal potere magico, destinate a proteggere chi le indossa: un busto con silhouette femminile sul quale si innesta il collo che sostiene una testa ovoidale. Gli occhi sono socchiusi, il naso è schiacciato, la bocca ovale è sporgente e l’acconciatura quadrilobata si ripiega sulla nuca. Il corpo liscio, spesso inclinato in avanti, in una postura di riflessione, è talvolta decorato con losanghe e, in qualche caso, presenta un’adiposità verso il basso ventre. Le braccia ad arco sono protese in avanti con le mani posate sui seni. Ancora oltre si possono ammirare le Figure in stile “Bibendum” del popolo Lega (Repubblica Democratica del Congo), sempre in avorio. La denominazione curiosa di questo stile è l’ulteriore dimostrazione del grande ruolo giocato dai collezionisti nella storia dell’arte africana: Bibendum infatti era il nome dell’omino Michelin (il simbolo della società francese di pneumatici fondata nel 1898). In origine questo nome è stato dato da André “Jo-Jo” Rasquin, che collezionava opere Lega ed è vissuto a Kindu negli anni sessanta, e da Jean-Pierre Lepage, un mercante di arte africana che aveva la sua attività a Parigi. Le figurine nello stile “Bibendum” hanno un corpo dalle linee arrotondate; una testa sferica e grosse membra rigonfie. Cerchi con puntini indicano gli occhi, il naso è piccolo e più o meno rettangolare, nella bocca sono delineati i denti, e anche seni e ombelico sporgente. 

Uno dei capolavori della mostra, straordinario nella sua simbolica essenzialità e modernità, è la Maschera zoomorfa del popolo Gbaya (Repubblica Centrafricana), probabilmente posta sulla testa del danzatore: una testa animale con corna volte antinaturalisticamente in avanti. La testa di questa bestia sembra un aratro leggerissimo.

Di sicura attribuzione autoriale è la Figura femminile lü me (Costa d’Avorio: inizio XX secolo). Zlan, nato a Gangwebe (al confine tra la Costa d’Avorio e la Liberia), alla fine dell’Ottocento, era uno degli scultori più rinomati del popolo Dan. Di sé diceva: “Il mio nome significa Dio, e come Dio capace di dare vita alle cose belle con le mani”. 

Simbolo della dignità femminile, e denominato wunkirle (“la moglie più ospitale del villaggio”, è il Cucchiaio antropomorfo cerimoniale wakemia (“il cucchiaio che agisce”) del popolo Dan (Costa d’Avorio: prima metà del XX secolo). Esso simboleggiava la generosità e il talento: era il collegamento tra la donna che lo deteneva e l’aldilà. Il cucchiaio rappresentava l’equivalente della maschera per gli uomini. L’equilibrio delle gambe semiflesse si coniuga con le masse muscolari delineate. Più avanti si incontra un altro, quasi fiabesco, Cucciaio rituale kulukili del popolo Boa (Congo), in avorio e fili di ottone, anche questo creato con finalità rituali. 

Proseguendo nella visita, ci si imbatte in due Figure magico-religiose nkisi n’kondi (fatte di legno, specchi, conchiglie, tessuto, rame e piene di chiodi), e una specie di grande porcospino, Figura zoomorfa nkisi n’kondi: create nel XIX secolo e provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo. Queste opere, come le si osservano oggi, sono il risultato di almeno tre interventi successivi.
 La scultura infatti diventava uno nkisi n’kondi soltanto quando conteneva specifiche sostanze medicali e lo spirito di antenati. Lo scultore realizzava la statua, poi interveniva l’uomo di magia che poneva la sostanza magica nella barba e nel contenitore posto sull’addome e protetto da uno specchio (bilongo), infine agiva il divinatore (nganga). Toccava a quest’ultimo invocare e provocare lo spirito dello n’kondi che era nella scultura. Per infastidirlo e suscitarne la reazione, gli veniva esplosa addosso della polvere da sparo. Poi, nel corso della consultazione, lo nganga piantava chiodi, viti, lame e altri oggetti in ferro nel corpo stesso della statua per rendere lo spirito arrabbiato nei confronti dei nemici che si intendeva colpire. Ogni ferro inserito era l’esito di una richiesta, un accordo, la sottoscrizione di particolari voti o il suggello di alleanze. Nel momento in cui il divinatore enunciava l’esito della consultazione, il rito implicava di norma il sacrificio di un animale. Lo n’kondi fungeva altresì da deterrente contro eventuali atti antisociali, assumendo pertanto anche la funzione di controllo del benessere della comunità.

Colpisce per la perfezione delle forme e la grande tecnica dell’artista la Maschera soko mutu,
Hemba (Repubblica Democratica del Congo). Era presumibilmente utilizzata dalle società segrete bugado e bambudye durante le cerimonie funebri. Testimoniava il caos delle temute forze dell’invisibile, contrapposto al mondo ordinato dei viventi. Per metà umana e per metà scimmiesca, l’enorme bocca dal labbro superiore piatto, atteggiata a una sorta di grottesco sorriso, esprime le caratteristiche zoomorfe dello scimpanzé, considerato dagli Hemba un animale infido e feroce,
a volte predatore anche di uomini.
Le maschere soko mutu erano di due dimensioni: quelle più grandi venivano usate per le danze rituali, mentre quelle piccole, come questa, erano conservate nelle abitazioni, fatte oggetto di riti e cerimonie per onorare la memoria degli antenati e invocare la loro protezione. 

Nella sala successiva c’è una delle sezioni più interessanti della mostra perché il curatore, Bernard de Grunne, ha cercato di raggruppare le opere secondo uno stile simile e ipotizzare la mano di uno stesso artista. Ad esempio, le sorprendenti Figure Mumuye (Nigeria) sono create da un grande maestro (detto il “Maestro di Tara”, dal nome della prima collezione alla quale una di queste statuette appartenne): uno scultore di evidente talento che riuscì a reinventare il volto umano secondo un peculiare approccio analitico-cubista. La caratteristica formale più specifica di questo stile è la straordinaria soluzione della testa plasticamente composta come una bandiera del Regno Unito. La dorsale del naso e l’acconciatura a cresta definiscono il piano verticale, gli occhi quello orizzontale, mentre le orecchie si proiettano a croce con un’angolazione di quarantacinque gradi sotto gli occhi. Un altro specifico elemento stilistico è la presenza di segni di scarificazione costituiti da linee parallele con un motivo frastagliato sulla parte superiore del petto. 

Sempre de Grunne ha curato la sala successiva dove si dimostra l’“antichità” dell’arte africana. Le sculture prodotte da artisti del popolo Mande, il cui baricentro può essere collocato nel santuario di Kangaba, nel Mali meridionale, fanno infatti parte di una tradizione scultorea estremamente antica e sofisticata, detta Soninke, che si è espressa in opere di terracotta e legno in un periodo compreso tra il 1000 e il 1750. Tra le vette della creazione artistica fiorita nell’antico mondo dei Mande, si annoverano: lo stile architettonico “sudanese” (fusione dell’architettura islamica con l’iconografia di antichi altari e santuari subsahariani); l’apprezzato corpus di letteratura orale, tramandato da poeti e bardi di professione; i centri tecnologici e artistici di lavorazione del ferro; le ricche tradizioni scultoree delle società di iniziazione Bamana. 

Le opere Soninke sono scolpite in modo assai più naturalistico rispetto allo stile dei Dogon (la cui presenza nella regione risale al XIV secolo) e mostrano una grande ricchezza di dettagli iconografici: tuniche, calzoni, copricapi, armi e stivali di pelle. Un’altra caratteristica di questo stile è la presenza sulle tempie delle figure di un motivo peculiare di scarificazione consistente in tre linee lievemente sporgenti. Questo motivo si collega ai nobili Soninke del clan Kagoro, che fuggirono dal regno del Mali meridionale in seguito a complesse contese dinastiche e alla crescente influenza dell’islam presso la corte dell’imperatore del Mali. 

Alcune delle opere in mostra in questa sala, attribuite al cosiddetto “Maestro Soninke della maternità rosa”, sono di una bellezza assoluta e dimostano l’antica grandezza dell’arte africana. La statua lignea più antica, Figura ancestrale (datata 1040) è anche una delle più antiche sculture lignee dell’Africa occidentale: un uomo magro e lungo che è quasi un “ombra della sera” o una statua di Giacometti. Grande importanza hanno il mento e il ventre. Colpiscono le grandi mani attaccate ai fianchi quasi a tenere assieme tutto il corpo.

In queste figure ancestrali si notano anche una grande varietà dei gesti, posture dei corpi e dettagli iconografici. Ho particolarmente apprezzato quelle, già appartenenti alla cultura degli invasori Dogon, che tengono le braccia alzate verso il cielo, obbligando il corpo a inarcarsi leggermente, piegando appena le ginocchia.

Ci sono poi le pregevoli statue in terracotta della cultura di Djenne, del delta interno del Niger. Perfetta è la Figura femminile gravida e inginocchiata (Mali, 950-1250), ma davvero ammirevoli per la perfezione tecnica e l’originalità della raffigurazione sono la Figura inginocchiata con pustole (Mali, 1330-1490) e l’altra Figura inginocchiata con pustole (Mali, 1030-1270): le pustole che coprono tutto il corpo, come delle borchie di una corazza, producono un singolare gioco di ombre e rilievi.

Ciò che accomuna queste fragili, ma molto ben conservate, statue di terracotta è descritto bene da de Grunne, nel suo secondo saggio compreso nel Catalogo della mostra: “La maggior parte delle sculture esibisce un cranio cilindrico stretto e allungato, con la parte inferiore del volto appiattita lungo l’asse del mento. Gli occhi sporgono dal piano del viso, di solito su una dorsale mediana orizzontale. Il naso triangolare è arrotondato all’estremità, mentre una serie di linee parallele, incise in un quarto di cerchio, rappresenta le narici. La bocca, composta di una doppia sporgenza arrotondata o vagamente triangolare perpendicolare al volto, è di solito socchiusa. Le spalle tendono a essere dritte e le membra ben definite”. 

La stanza successiva, intitolata Un’arte di corte, dedicata all’arte del Benin contiene gli oggetti sicuramente più conosciuti e apprezzati dal pubblico non di specialisti, come le terrecotte e i bronzi di Nok, Igbo-Ukwu, Ife e Owo, che hanno riscosso grande ammirazione alla mostra dei Tesori dell’Antica Nigeria presentata nelle più prestigiose sedi espositive del mondo (tra cui Palazzo Strozzi a Firenze nel 1984). Bronzi come la Testa di Oni Ife, quartiere di Wunmonije, (Nigeria, XII-XV secolo), la Testa di Oni con corona Ife, quartiere di Wunmonije (Nigeria, XII-XV secolo), il Busto di Oni Ife, quartiere di Wunmonije (Nigeria, XV-XVI secolo), la Testa commemorativa di Oba Edo (Nigeria, XVI secolo) o la suggestiva Testa di leopardo Edo, regno del Benin (Nigeria, XVII-XVIII secolo).


Non hanno davvero niente da invidiare alla grande arte occidentale dello stesso periodo. Questi volti in ottone, percorsi da striature regolari che sottolineano delicatamente le varie parti della testa, appaiono come il risultato della cultura e della sensibilità di una grande civiltà che ha saputo rappresentare nei volti le varie pieghe dell’anima.

Agli inizi del Cinquecento lo studioso portoghese di origine morava Valentim Fernandes scriveva che “in Sierra Leone ci sono uomini molto raffinati e ingegnosi [che] fanno opere di avorio molto meravigliose da vedere di tutte le cose che si comanda loro di fare, ossia alcuni fanno cucchiai, altri saliere, altri impugnature per daga” La sala dedicata agli oggetti in avorio però mi ha lasciato piuttosto freddo. Delle arzigogolate saliere e dei delicati olifanti si ammira la grandissima tecnica artigianale, la precisone minuziosa degli intarsi, ma non si riesce a liberarsi da un senso di inutile spreco di lavoro e materiale fine a se stesso: roba da Wuderkammer.

Dopo tutto questo biancore eburneo, si entra in una piccola stanza semibuia dove è proibito, per rispetto, fare fotografie. Si tratta infatti della sezione dedicata all’arte del vodu: una delle poche tradizioni culturali africane che adattandosi, modificandosi e modernizzandosi, ma mantenendo una relazione profonda con le problematiche e le paure dell’uomo contemporaneo, è sopravvissuta all’impatto con la cultura occidentale con la quale piuttosto cerca di dialogare. Gigi Pezzoli, che dell’arte del vodu africano è uno dei massimi esperti e collezionisti, ha montato tre “isole” ricche di figure e oggetti che presentano un’estetica “diversa”, apparentemente disordinata, materica, accumulativa, impregnata di sacralità e in persistente divenire (nel Catalogo, l’articolo di riferimento di Pierre Amrouche è intitolato Scultura Fon-vodu del paese di origine. Un’arte profondamente apotropaica).

Nella sezione “L’arte negra”, sempre Gigi Pezzoli, racconta (come già aveva fatto in una sezione della mostra Il cacciatore bianco, a cura di Marco Scotini, ai Frigoriferi Milanesi nel 2017) di come l’Italia, ultimo tra i paesi coloniali, si sia avvicinata all’arte Africana, ricostruendo, con l’esposizione degli oggetti allora esposti, un isolato episodio alla XIII Esposizione Internazionale d’Arte Venezia (1922), quando, alla vigilia dell’avvento del Fascismo, accanto a una mostra di Modigliani e una di Canova, furono mostrate maschere e statue assai significative, accompagnate da didascalie ridicolmente razziste. Poi, per quasi quaranta anni, in Italia non si parlerà più di arte africana. Per rivederla bisognerà attendere il 1959, con l’esposizione Arte del Congo allestita a Roma.

Con questo problematico “ponte” tra l’antico e il contemporaneo si entra nelle due ultime sale. Forse le più “deboli” della mostra. Un po’ perché, dopo aver visto opere bellissime, anche un arazzo come quello di un grande artista ghanese come El Anatsui (1944), intitolato Then, the Flashes of Spirit (2011) e fatto di lluminio, tappi di bottiglia e filo di rame, un po’ sfigura. Ma, soprattutto perché, anche dai pochi pezzi esposti, si comprende come, ormai, il mondo tradizionale dell’Africa Nera non esista più, definitivamente mutato nell’impatto con la modernità e con il modello culturale e consumistico dell’Occidente.

A conclusione, nella rassegna delle influenze dell’arte africana sull’arte occidentale, vogliosa di trovare una nuova strada per rompere con il canone classico, spicca la bellissima e inquietante litografia di Paul Klee, Die Heilige vom inneren Licht (La Santa dalla luce interiore, 1921) che interpreta bene questo possibile dialogo-viaggio alla ricerca del senso dell’ineffabile. 

I fratelli Sango

Queste due figure da reliquiario, caratterizzate dalla piccola testa ed il lungo collo di legno rivestiti di lamine e di fili di ottone, appartengono al gruppo etnico dei Sango o Masango e sono denominate mbumba bwété. La loro provenienza geografica è la regione occidentale dei Kota, in particolare lungo la vallata del fiume Ogooué e del suo affluente Sébé.

Figura da reliquiario, mbumba bwété
Sango, Gabon, XIX secolo
Legno, lamine di ottone, bottoni di madreperla, h. 20,5 cm
Collezione privata, Belgio
Provenienza: S. & M. Stanoff; J. & M. Friede
Photo: Studio Asselberghs

Questa tipologia di reliquiari è stata sovente raccolta con il paniere destinato alla custodia dei resti degli antenati, come testimonia l’esemplare del Musée du quai Branly – Jacques Chirac, rinvenuto da Charles Roche, negli anni ottanta del XIX secolo, assai somigliante a quello sopra , mentre l’altro reliquiario è affine a quello dell’antica collezione di Stéphen Chauvet. Oltre al significato rituale legato al culto degli antenati, il mbumba bwété era utilizzato anche per funzioni magico-divinatorie e, secondo alcuni autori, anche per pratiche di stregoneria. In questi due esemplari, pur a tratti difformi, la sintesi astratta della figura umana è stupefacente e lascia immaginare una capacità evocativa ed un’abilità realizzativa di grandissimo livello. Gli artisti che hanno realizzato i due reliquiari, pur restando nell’ambito del canone tradizionale del gruppo etnico, hanno introdotto alcune varianti personali che diversificano le opere nei tratti salienti, pur mantenendone l’inconfondibile riconoscibilità.


Figura da reliquiario, mbumba bwété
Sango, Gabon, XIX secolo
Legno, lamine di ottone, bottoni di madreperla, h. 29 cm
Collezione privata, Belgio
Provenienza: A.Bovis
Photo: Studio Asselberghs

Una particolarità comune di queste figure da reliquiario sono gli occhi, realizzati con piccoli bottoni di madreperla che conferiscono loro una tipica espressività vivace e stralunata. Questi bottoni, di fabbricazione ed origine europea, sono la prova della contaminazione culturale con i bianchi e, nello stesso tempo, del pensiero sincretico ed adattivo dei nativi verso ogni stimolazione proveniente dall’esterno.

Elio Revera

Si ringrazia la casa editrice Skira. Le infomazioni sono tratte da un mio lavoro pubblicato sul volume Ex AFrica. Storie e Identità di un’arte universale, Milano, 2019, (vedi: https://artidellemaninere.com/2019/02/27/ex-africa-storie-e-identita-di-unarte-universale/)

L’Africa ha davvero una storia?

Ospito un interessante lavoro di Marco Aime apparso sul giornale no profit Doppio Zero.com, che si riferisce al recente libro L’ AFRICA ANTICA curato da François-Xavier Fauvelle ed edito da Einaudi. Un’occasione per scoprire o riscoprire la storia e la cultura dei popoli del continente africano…una storia formidabile e misconosciuta.

Con l’occasione ringrazio l’autore e Doppio zero.com ai quali rivolgo l’augurio di proseguire nell’opera divulgazione della complessa realtà di questo continente.

Marco Aime:L’Africa ha davvero una storia?

Sembra quasi impossibile, eppure ancora oggi quante volte sentiamo chiedere, con tono scettico di chi crede di sapere già la risposta: «L’Africa ha davvero una storia?». Anche questo ricchissimo volume  Africa antica curato da François-Xavier Fauvelle parte da quella domanda, cercando però, con dovizia di dati e immagini, di rendere un po’ di giustizia a quel continente. Avendola spinta da sempre nell’abisso della nostra ignoranza, dei nostri pregiudizi, per non dire della nostra presunzione razzista, l’Africa sembra essere stata espulsa dal club di chi ha fatto la storia. Semmai, l’avrebbe subita e basta. Persino l’antica civiltà egiziana, che studiamo ampiamente a scuola e a cui conferiamo dignità storica, viene spesso presentata e percepita come espressione mediterranea e assai poco connessa al continente africano.

Una delle poche concessioni fatte all’Africa è il riconoscerle il primato dell’origine della nostra specie – ormai è certo, che veniamo tutti di lì – ma poi cala il buio.

Sembra che una volta che i sapiens siano usciti dall’Africa, quella terra si sia svuotata e nulla vi sia più avveduto. Dipingendola come “culla dell’umanità”, ci si è sollevati dal problema di indagare più a fondo e di riconoscere davvero cosa è accaduto.

Gli autori di questo libro hanno cercato di sfatare questo mito negativo, e lo hanno fatto con un approccio multidisciplinare, intrecciando dati storici, reperti archeologici e sguardi antropologici, senza trascurare l’importanza dei fattori ambientali, spesso determinanti per comprendere certi eventi. Per esempio, la concezione a volte ciclica del tempo di certe popolazioni, fa sì che il passato sia percepito in modo diverso e di questo occorre tenere conto, se si vuole uscire da un approccio etnocentrico. Per comprendere la storia dell’Africa (o meglio delle varie regioni africane) secondo i parametri africani, occorre talvolta cambiare il punto di osservazione, prendere punti di riferimento diversi da quelli utilizzati solitamente nel mondo occidentale. I luoghi comuni da smontare sono molti: per esempio, l’Africa viene spesso descritta come spazio di oralità, quando, invece, come ci dimostrano gli autori, ci sono antichissime testimonianze di forme di scrittura in varie parti del continente. Scritture autoctone, che rivelano come l’oralità sia uno dei modi di comunicare, ma non l’unico. Per esempio il Tifinaghè, uno degli alfabeti più longevi al mondo: una scrittura libico-berbera nata probabilmente nel sud dell’attuale Algeria cinquemila anni fa, e adottata ben presto in tutta l’area dei commerci carovanieri e dei pascoli tuareg (Libia, Mali, Niger, Chad, Burkina Faso, Algeria, Senegal, Mauritania…).

Soldati inglesi col bottino del saccheggio del Palazzzo Reale del Benin, 1897. After the raid of the Benin kingdom by British forces. Soldiers posing with looted artifacts 1897

Il Sabeo è un alfabeto usato in Etiopia e Yemen fra il 700 a.C. e il 600 d.C., mentre l’Antico Nubiano, un alfabeto derivante dal Meroitico e, in una fase successiva, dal Copto, è il sistema utilizzato per trascrivere le lingue nubiane fra l’VIII e il XV secolo. L’elenco potrebbe continuare, ma ciò che appare più evidente è la nostra scarsa conoscenza di queste espressioni culturali, che cambierebbero l’immagine che abbiamo dell’Africa.

La patente di “terra di origine” ha inoltre relegato l’Africa a un’epoca “primitiva”, negando ogni forma di trasformazione successiva, così che ancora oggi prevale spesso, nel migliore dei casi, l’idea di un profondo rapporto con la natura. Un espediente di comodo, per non ammettere che quella terra ha sviluppato molte culture e civiltà diverse a partire dall’antichità. Spingendo l’Africa nella sua immagine di “culla dell’umanità”, la si congela a quello stato originario, impedendole di esprimere i suoi cambiamenti.

Lo testimoniano non solo i grandi regni e imperi come quelli del Songhay, del Mali, dello Zimbabwe, dei Luba, ma anche le raffinate strategie messe in atto dai popoli pastorali e dai cacciatori-raccoglitori, capaci di sfruttare al meglio anche ambienti spesso ostili come il deserto o la foresta.

Fernand Leger, La creazione del mondo, 1923

Popoli che hanno saputo innescare profonde trasformazioni da un’epoca di semplice predazione della natura a una di produzione. Particolare attenzione viene anche posta sulle produzioni artistiche africane, partendo dalle più antiche testimonianze di pitture e incisioni rupestri ritrovate nel Sahara e in Sudafrica, fino alle splendide sculture e maschere in legno, che testimoniano perlopiù un’arte di villaggio prodotte dai differenti gruppi etnici, per arrivare poi alle raffigurazioni in bronzo o in terracotta, che raccontano il potere degli imperi e dei grandi regni. Una varietà e una ricchezza che vengono spesso ignorate o trascurate. Basti pensare a quante volte abbiamo visto proporre mostre di arte africana, così come parliamo di musica africana, mentre nessuno parlerebbe di arte o di musica europee. Chi avrebbe il coraggio di mettere in una stessa mostra Giotto e Van Gogh? Oppure Beethoven con i Deep Purple? Eppure con l’arte africana lo facciamo. Ampio spazio viene anche dato allo studio delle lingue africane, contribuendo ancora una volta a frantumare quell’immagine unitaria e omogenea, che spesso abbiamo dell’Africa.

Emil Nolde, Il missionario, 1912

Moltissime e interessanti immagini a colori e cartine tematiche arricchiscono il racconto di questo libro, e si dimostrano fondamentali per farci apprezzare la raffinatezza di certi manufatti, i rapporti tra società e clima, le connessioni interne all’Africa e tra l’Africa e il resto del mondo. Infatti, un altro luogo comune qui sfatato, è quello dell’isolamento africano: in realtà il Sahara non ha mai fermato nessuno, ha reso difficili e faticosi i traffici di merci, sì, ma non li ha mai impediti. Così scopriamo che le grandi città carovaniere del Sahel, come Timbuctu, Djenné, Gao, Oualata, Chinguetti commerciavano regolarmente con i porti del Mediterraneo e con città come Venezia e Genova. Purtroppo nemmeno gli oceani hanno impedito la tragica tratta degli schiavi, altra fondamentale tappa per raccontare la storia dell’Africa e degli africani, che ha causato una emorragia di milioni di donne e uomini giovani strappati ai loro villaggi per essere deportati nelle Americhe.

Non solo l’Africa ha una storia, ma è stata – a volte suo malgrado – protagonista centrale della storia dell’umanità, dall’Antico Egitto alle Guerre Mondiali, dal traffico di oro e avorio allo sfruttamento del coltan e del cobalto, gli africani sono stati coinvolti in quegli eventi e processi globali, che hanno contribuito alla trasformazione dell’intero genere umano. È stata la nostra visione “eurocentrica” a disconnettere l’Africa dalla storia, immediatamente dopo l’uscita dei nostri antenati, congelandone così l’immagine di culla dell’umanità. Una lettura, questa, che ha legittimato (e continua a legittimare) le varie forme di sfruttamento e di egemonia nei confronti del continente.

Nel sottolineare le numerose sfaccettature culturali e storiche dell’Africa del passato, questo libro non solo ci aiuta a comprendere meglio il presente, ma ci restituisce anche una fotografia, ampia e dettagliata, che rende giustizia alla ricca e multiforme storia di un continente troppo spesso rimasto, nel nostro immaginario, a quell’hic sunt leones degli antichi romani.

Elizabeth Arden electrotherapy facial mask, Man Ray

La voce del cacciatore

Per i popoli primordiali di ogni latitudine la caccia è sempre stata una delle principali fonti di approvvigionamento, sia che fosse praticata individualmente o in gruppo. Tutti ricordiamo le mirabili pitture paleolitiche della grotta di Altamira a Vispières, vicino a Santillana del Mar, (Santander in Spagna).

Ritorno sul tema della caccia tra i popoli dell’Africa perchè questa attività, di fondamentale importanza per la vita dei villaggi, è altresì un significativo  rituale di condivisione dei valori propri dell’etnia di appartenenza, oltre ad essere una grande occasione di solidarietà e socializzatine per i clan familari. Per la caccia sono stati realizzati raffinati manufatti, in particolare presso agli Yaka, Holo, Pende, Chokwe, Kongo, per citare alcuni tra i principali popoli sud-occidentali del Congo.

In questo lavoro saranno i manufatti Yaka ad essere presi in considerazione. Sull’argomento si veda: https://artidellemaninere.com/2016/12/09/hunting-charms-a-caccia-con-lamuleto/

Riassumo il pensiero di Arthur P. Bourgeois a proposito della cultura Yaka.

Hunting whistles are used by the leader of a hunt to alert other hunters and to call his dog(s). He will use it to guide, warn or inform the hunters, with these signals they could communicate across long distances, a side extension is used to modulate the tone (by means of half stopping the hole or holes of quite complicated utterances in the language of whistle-speech). The associated image protects the hunter from harm and brings luck to the venture and are also a prestige object, a reason why they are carved with great care and attention to detail. Whistles are particularly used at the height of the dry season for a grand collective hunt, driving the game into an enclosure of long nets often using a wall of fire.The common name for these whistles is musengo. Depending on its shape, they will have more specific names. The elongated ones with a separate side extension with a single modulating hole: kondi-kondi (ki-suku) or yimbila (ki-yaka); of spherical shape but with a similar although shorter side extension and modulating hole: ndemba. (Arthur P. Bourgeois)

Yaka, yimbila, Piet Blanckaert, Belgium


(Il fischietto da caccia è usato dal leader del gruppo per allertare gli altri cacciatori e per richiamare i cani. E’ utilizzato per guidare, avvertire o informare i componenti della battuta di caccia che con questi segnali comunicano a lunghe distanza. L’estensione laterale viene utilizzata per modulare il tono, attraverso espressioni sonore abbastanza complicate del linguaggio di whistle-speech. Il fischietto, inoltre, protegge il cacciatore dai pericoli e porta fortuna all’impresa; è anche un oggetto di prestigio, motivo per il quale è scolpito con grande cura e attenzione ai dettagli. I fischietti sono particolarmente usati al culmine della stagione secca per una grande caccia collettiva.
Il nome comune per questi fischietti è “musengo”. A seconda della sua forma, avranno nomi più specifici. Quelli allungati, (come quello a sinistra), con prolunga laterale separata con un unico foro modulante: kondi-kondi (ki-suku) o yimbila (ki-yaka); di forma sferica ma con un’estensione laterale simile anche se più corta e foro modulante: ndemba)

Yaka, ndemba, William Brill, New York, USA, coll.

Che questi manufatti fossero oggetti di prestigio lo dimostra la cura con cui son stati scolpiti. Il sifflet infatti, quando non utilizzato durante la caccia, era impiegato come amuleto dal momento che le misure (che erano di norma comprese tra i 9 ed i 16 cm.) consentivano di appenderlo al collo.

I fischietti degli Yaka hanno solitamente sulla loro sommità la rappresentazione di una testa antropomorfa. Nella cultura di questo popolo è data grande importanza ai cinque sensi ed in particolare a quello dell’olfatto. Infatti, la bocca è sempre aperta, come pure gli occhi, le orecchie sono piuttosto prominenti e, soprattutto, il naso è lungo e spesso arricciato ed è la caratteristica stilistica più evidente di tantissime opere degli Yaka, maschere e sculture comprese. Ma cosa rappresenta questa enorme e dismorfica appendice, a volte arricciata fino a toccare la fronte all’altezza degli occhi?

Yaka, Coll. privata sconosciuta

Sono diverse le interpretazioni che si riferiscono a questo particolare anatomico. C’é chi pensa che ricordi la proboscide dell’elefante, oppure altri animali dotati di forti prominenze. Per quel che mi riguarda concordo con R. Devisch, il quale scrive che il senso dell’odorato per questo popolo rinvia all’odore corporale, alla nozione di seduzione ed al desiderio sessuale (1993).

Inoltre, sempre nell’interpretazione di Devish, la linea circolare disegnata dal lungo naso , può far riferimento alla corsa cosmica del sole ed al suo potenziale fecondante di cui la pioggia ne è il risultato (1995). Un riferimento questo, al magico rapporto con le forze della natura, benefiche in alcune circostanze, ma ostili e devastanti in altre.

E non si adombri il lettore del civilissimo occidente per l’ipertrofia riservata dagli Yaka al gusto dell’olfatto. Insigni pensatori da Kant a Leopardi, dai poeti e dai trobadori del dolce stil novo del sec. XIII, a Brillat-Savarin, per non citare, poi, il padre dell’evoluzionismo Charles Darwin, hanno considerato l’olfatto come uno dei sensi più coinvolti nell’anima e nello spirito dell’esistenza. Giusto la Chiesa, al contrario, ha riservato all’olfatto epiteti poco lusinghieri degradandolo ad odore, perlopiù negativo, come ci ricorda Marino Niola… il tanfo del peccato, il fetore del paganesimo, il puzzo dell’inferno e via delirando!

In alcuni casi al fischietto è unito un corno animale, che potenzia il vigore e la forza durante le battute di caccia.


Yaka, Coll. Joseph Christiaens, Brussels, Belgium

Come detto, altri popoli hanno fatto di questo oggetto delle autentiche creazioni artistiche.

Tra questi i Chokwe, insuperabili maestri nella creazione di piccole sculture. Il loro whisle era denominato kasengosengo.

Chokwe, kasengosengo, coll. Privata Malmo, Svezia
Chokwe, kasengosengo, coll. Didier Claes, Belgio

Non meno capaci, i Pende, che hanno utilizzato anche l’avorio nella realizzazione dei sifflets.

Pende, William Brill, New York, USA, coll.

Lo stesso prezioso materiale, che pure gli Yombe del Congo hanno adoperato per creare questo antico sifflet con la rappresentazione dello schiavo, sacrificato alla riuscita della caccia. Un piccolo capolavoro di bellezza ed audacia pur in un contesto di violenza rituale, che ai tempi appariva naturale.

Yombe, nsiba. Già Coll. Umberto Giacomelli, coll. privata Italia

Questo whistle denominato nsiba, risalente al XVII-XVIII sec. proviene presumibilmente dalla Corte dell’antico Regno di Loango, stante la sua intrinseca qualità. Normali fischietti , infatti , erano realizzati con materiali ritenuti più poveri. Il prigioniero indossa una cintura ed un collare, i polsi legati dietro la schiena, simbolo della sottomissione alla potenza dello spirito dello nkisi.

Elio Revera

Il Regno di Loango in un’antica mappa tratta dal libro “Histoire de Loango-Kakongo et autres royaumes d’afrique” dell’abate Lievin-Bonaventure Proyart , 1776

Courtesy all’African Heritage Documentation & Research Centre di Guy e Titus van Rijn per le immagini contenute nell’articolo.