Pace o perdono

Il popolo dei Bete è stanziato nella parte centro-occidentale della Costa d’Avorio. É composto da numerosi clan ed è, dopo i Baule, il secondo gruppo etnico del paese. L’origine dell’etnonimo Bete rimane sconosciuta; queste popolazioni ignoravano il termine prima del periodo coloniale ed il nome, secondo un’opinione corrente, potrebbe derivare da una parola che significa pace o perdono.



Maschera antropomorfa
Bete, Costa d’Avorio
Legno, pigmento, pelle di scimmia, h. 28,0 cm
Collezione privata
Provenienza: Drouot; S. Volta
©Archives Fondation Dapper – Photo: Hughes Dubois

Questa maschera del guerriero, comune a tutti i popoli della Costa d’Avorio occidentale e meridionale, nel periodo precoloniale era, insieme alla rappresentazione del combattimento, parte integrante degli aspetti folklorici ed epici della narrazione tradizionale. Uno dei suoi ruoli era di imporre la pace durante i conflitti interni e monitorare le forze ostili della foresta. Era anche espressione del controllo sociale ed agiva nell’individuare e rintracciare gli stregoni e coloro che trasgredivano le norme. La realizzazione di maschere di questa tipologia, non erano soggette a requisiti formali particolarmente rigorosi ed i fabbri scultori agivano secondo il loro talento interpretativo. Un esemplare simile, con la grande fronte bombata, sormontata da pelle di animali e segnata dal rilievo sagittale, con le caratteristiche incisioni sotto gli occhi, la bocca aperta a mostrare i denti limati, è appartenuto negli anni ‘30 a Tristan Tzara, mentre una terza maschera, forse dello stesso atelier, è conservata presso l’Art Institute di Chicago.



Figura femminile Bete
Costa d’Avorio, fine XIX, inizio XX secolo
Legno, pigmento, h. 61,0 cm
Collezione privata
Provenienza: J. Vanderstraete; H. Kamer
©Archives Fondation Dapper – Photo: Hughes Dubois

La figura femminile , dalla rigida postura frontale mitigata dai morbidi volumi, si caratterizza per un’evidente dismorfia anatomica che accentua la creatività artistica dell’autore e forse celebra la figura di una mitica antenata. Lo stile scultoreo ha diverse similitudini con la maschera: la piccola testa appuntita con gli occhi ravvicinati alla radice del naso, il rilievo sagittale sull’ampia fronte bombata, insieme ad una comune patina lucida e nerastra. Il canone stilistico è il medesimo, pur nella mutevole interpretazione delle due opere. La forza con cui l’artista ha messo in evidenza il grande ombelico delimitato dalla quadruplice scarificazione a forma di rettangolo lobato, forse rimanda al significato dell’origine e della perpetuazione della stirpe.

Elio Revera

Si ringrazia la casa editrice Skira. Le infomazioni sono tratte da un mio lavoro pubblicato sul volume Ex AFrica. Storie e Identità di un’arte universale, Milano, 2019, (vedi: https://artidellemaninere.com/2019/02/27/ex-africa-storie-e-identita-di-unarte-universale/)

Lungo il fiume Congo

Voglio parlarvi di un uomo che agli inizi del XIX sec, si avventurò in territori sconosciuti del Congo in un’epopea davvero disgraziata. Tutti conoscono Henry Stanley ed il suo incontro con il dott. Livingstone (1871), ma non è di lui che intendo parlare.

Henry Stanley
L’incontro in un disegno dell’epoca

Pochi sanno, invece, di James Kingston Tuckey che si imbarcò in un‘impresa rischiosa per conto dell’Ammiragliato Inglese, a bordo della nave, il cui nome, per l’appunto, era Congo e che prese il largo da Deptford, in Inghilterra, il 26 febbraio 1816.

E’ noto il miraggio dell’oro del continente africano che alimentava le fantasie occidentali fin dall’epoca di Mansa Musa, imperatore del Mali agli inizi del XIV sec. (https://artidellemaninere.com/2017/12/04/il-rinoceronte-doro/)

Nel 1412 Giovanni I del Portogallo inviò in Africa occidentale una spedizione che però, giunta in prossimità dell’equatore, fece ritorno perché si credeva che oltre quella lineaimmaginaria, tutti gli uomini sarebbero bruciati vivi.

In seguito suo figlio, Enrico il navigatore, un pelino più coraggioso del padre, si spinse più a sud, ma invece dell’oro trovò schiavi…eppoi come sia andata è storia nota.

Ma torniamo al prode James Kingston Tuckey. Scopo della spedizione del Congo consisteva nel risalire il fiume Congo, raccogliere tutto quanto di interesse, trovare nuove vie d’acqua, che potessero magari condurre più a sud del continente. Risalire oltre i 300 km conosciuti del fiume prima del suo sbocco nell’oceano, questo era lo scopo ufficiale della spedizione, oltre naturalmente alla colonizzazione di nuove terre, la conoscenza dei luoghi e dei suoi abitanti e naturalmente la scoperta di preziosi giacimenti.

Fiume Congo in una carta geografica all’epoca di Turckey

Non per nulla sul cargo erano stipate le solite cianfrusaglie, collanine, ombrellini, coltelli, specchi e specchietti… che secondo l’Ammiragliato Inglese sarebbero dovuti servire per prendere contatto con i nativi.

Sulla nave, tutto sommato piuttosto piccola per l’impresa, cento tonnellate di stazza, erano imbarcati 56 uomini tra i quali ben quattro carpentieri che avevano il compito di costruire le casse destinate a custodire i vari materiali raccolti in itinere.

A bordo infatti, c’erano anche “scienziati” tra i quali Christian Smith, un botanico norvegese, Lockhard un giardiniere, Galwei un volontario amico del comandante, Tudor un anatomista comparativo, Cranch un ciabattino con la passione del collezionismo di “oggetti di storia naturale” ed altri “esperti” in svariati ambiti.

Vegetazione lungo il fiume

Turckey con questo equipaggio iniziò la risalita del fiume Congo. Se inizialmente il paesaggio, la vegetazione e gli animali erano quelli dell’immaginario tipico europeo ed anche la temperatura era accettabile, col proseguire della navigazione il quadro era completamente mutato. La tratta degli schiavi, che andava avanti da trecento anni, ed era considerata del tutto normale, aveva ridotto i villaggi ed i loro abitanti in uno stato miserabile. Gli esseri umani infatti erano il principale prodotto della regione e la valuta con cui i satrapi locali si compravano dai negrieri le meraviglie della civiltà occidentale: armi, liquori ed altre chincaglierie.

Nel cerchio nero , il porto di Boma quando il fiume Congo sfocia nell’oceano

Il 2 agosto la spedizione raggiunse il principale porto sul fiume, Embomma (attualmente Boma), una città ed un porto che significa anche fortezza in kikongo ed in altre lingue bantu. Stanley nel suo libro “Come ritrovai Livingstone” infatti, utilizza il termine in questo senso. Boma fu fondata come centro per scambio di schiavi da mercanti provenienti da vari Paesi europei fin dal sedicesimo secolo.

Un angolo di Boma

Dopo giorni di navigazione, risalendo il fiume, la nave si arenò e Turckey e l’equipaggio furono costretti a lasciarla e proseguire via terra, insieme a qualche portatore assoldato localmente.

A fermare la spedizione fu però la febbre gialla, che ben presto si manifestò e causava la morte nel giro di una ventina di giorni dall’insorgere dei sintomi. Il primo ad ammalarsi fu Tudor, l’anatomista, ed di seguito tutti gli “scienziati”, morti uno dopo l’altro.

All’inizio di ottobre Turckey ed il suo secondo di nome Hawkej erano i soli due ufficiali rimasti in vita. Turckey però morì il 4 ottobre ed Hawkej gli sopravvisse due giorni.

I superstiti, ridotti al lumicino, tornarono sui loro passi e raggiunta la nave navigarono verso l’Inghilterra, trasportando con loro i campioni di vegetali, di minerali ed una brulicante massa di insetti raccolti durante lo sfortunato percorso dagli “scienziati”.

Complessivamente James Turckey aveva risalito il Congo per i 300 chilometri già conosciuti, percorrendone pochi altri a piedi.

La spedizione rivelatasi un autentico fallimento, indusse l’Ammiragliato Inglese a volgersi verso altre direzioni, di cui la più illustre era la ricerca del mitico passaggio nord-ovest in Artide.

Ma questa è un’altra storia.

Elio Revera

I Kukuyu del Lago d’Iseo

A volte, prima di buttare un vecchio mobile è opportuno accertarsi se i cassetti celino o meno preziosi reperti.

Nel caso di Roberto Predali la sorte è stata alquanto benigna!

In un vecchio canterano, infatti, ha rinvenuto centinaia di fotografie risalenti ai primi decenni del secolo scorso, che si riferiscono ad una missione religiosa in Kenia.

Nel suo ottimo Archivio Fotografico, Roberto Predali ha confezionato un dossier dove, accanto alle immagini più significative, sono presenti alcuni articoli che illustrano il contesto storico e descrivono il fortunato ritrovamento.

Buona lettura!

200 cartoline ritrovate in un vecchio canterano

Mama…o non m’ama…MAMA!

Il popolo Mama è stanziato nella Nigeria centrale, nell’area del medio corso della Benue a nord degli altopiani di Jos. Estremamente varia dal punto di vista etnico e linguistico, questa terra è stata in passato luogo innumerevoli migrazioni ed invasioni. La stessa denominazione Mama, in effetti, raggruppa numerosi sotto-gruppi etnici a loro volta organizzati in clan. Secondo la tradizione i Mama emigrando dall’area di Kantana e si trasferirono ad est della città di Wamba, nell’odierno stato di Nassarawadi, la posizione più occidentale di tutti i gruppi Bantu Jarawan.

Maschera -cimiero zoomorfa mangam kantana kulere cm.54, Courtesy Coll. Jean-Paul Chazal

Questa maschera-cimiero, mangam kantana kulere, si caratterizza per la sua difformità rispetto a poche altre, identificate fin dagli anni ‘50, e relative al culto mangam, che era condiviso dalle diverse popolazioni di quel crogiolo etnico. Non è infatti assimilabile alla maschera dell’antilope dalle lunghe corna e nemmeno a quella con fattezze zoo-antropomorfe e tantomeno a quella più piccola, e più comune, del bufalo stilizzato, con le corna che si congiungono al limite della loro estensione. Le sue inusitate forme suggeriscono piuttosto una sintesi creativa di diversi animali, sebbene la lunga banda verticale, seghettata lungo i bordi, rimanga un enigma. Come spesso si riscontra in altre maschere dei Mama, anche questa è ricoperta da una spessa patina crostosa e rossastra a differenza della successiva, che si caratterizza per una spessa patina scura.

Courtesy Gall. James Stephenson, 41 cm, Mama mask a patina nera

Il culto mangam era forse destinato ad evocare il mondo degli spiriti, ma non esistono documentazioni certe circa il suo ruolo nella comunità e tantomeno sul suo significato simbolico. Il fatto che, in ogni caso, tutte le maschere di questo rituale fossero la rappresentazione di animali con le corna, lascia immaginare il rispetto e la considerazione per questi bovidi, indispensabili per la vita quotidiana dell’uomo.

Elio Revera

Si ringrazia la casa editrice Skira. Le infomazioni sono tratte da un mio lavoro pubblicato sul volume Ex AFrica. Storie e Identità di un’arte universale, Milano, 2019, (vedi: https://artidellemaninere.com/2019/02/27/ex-africa-storie-e-identita-di-unarte-universale/)

Courtesy Gall. Chantal Dandrieu – FabrizioGiovagnoni, cm. 47, Mama mask erosa dall’uso e dal tempo.

MOSSI…da lontano!


Maschera, karanga
Mossi, Burkina Faso, XIX secolo
Legno, fibre, h. 77,0
Collezione Olivier Castellano, Parigi
Provenienza: L. Van Bussel

Le antiche vicende del popolo Mossi e le sue storie mitiche sono narrate oralmente e tramandate di generazione in generazione, come di regola per le genti d’Africa. Gli studiosi attribuiscono in ogni caso al XV secolo l’inizio della storia dei Mossi. In quel periodo i Mossi riuscirono a conquistare territori molto vasti, grazie all’utilizzo di un’efficiente cavalleria. Crearono così un prospero impero, fino all’arrivo, nel XIX secolo, dei colonizzatori europei che ne stroncarono l’espansione.

Questo popolo, stanziato nell’area centrale del Burkina Faso, vive principalmente nel bacino del fiume Volta ed è il gruppo etnico più numeroso del paese. La leggenda narra che Yennenga, una principessa figlia di Dagomba, il re del Ghana, mentre cavalcava si smarrì nel deserto e fu salvata da Rialé, un cacciatore solitario Mandé. Dalla loro unione nacque Ouedraogo, il primo autentico Mossi, riconosciuto dal mito come il padre di questo popolo. Una parte di verità è forse riscontrabile nella leggenda, laddove sembra accertato che l’origine dei Mossi sia riconducibile all’etnia Asante del Ghana.

Courtesy African Art Masterworks from the Indiana University Art Museum

La maschera karanga proviene dal nord del Burkina Faso. Pare fosse utilizzata nell’ambito del clan Nyoinysé, rinomato perché in grado di mobilitare le forze dell’invisibile per colpire con la folgore i nemici Nakomsé. Lo stile di riferimento è quello risiam, uno dei tre stili del nord, insieme a yatenga e kaya. Il canone stilistico risiam prevedeva che le maschere, a livello del viso del danzatore, fossero convesse. La testa di antilope è posta sopra il casco carenato che non presenta le classiche scarificazioni sul volto, assenti, peraltro, anche in alcune maschere facciali sormontate da figure femminili.

Questa antica maschera, dalla spessa patina crostosa e parzialmente mutilata della parte sommitale, era utilizzata durante le cerimonie funerarie in occasione della morte di un capo del clan. In quelle circostanze, le maschere uscivano dal luogo in cui erano conservate, ed accompagnavano lo spirito del defunto nel mondo degli antenati, onorandoli per la protezione elargita al gruppo parentale.

Elio Revera

Si ringrazia la casa editrice Skira. Le infomazioni sono tratte da un mio lavoro pubblicato sul volume Ex AFrica. Storie e Identità di un’arte universale, Milano, 2019, (vedi: https://artidellemaninere.com/2019/02/27/ex-africa-storie-e-identita-di-unarte-universale/)

La coppia originaria…forse.


Figura femminile
Tabwa, Repubblica Democratica del Congo
Legno, fibre, h. 36,5 cm
Museum Fünf Kontinente, München (inv. 05/53)

Il popolo Tabwa occupa un territorio sulla sponda occidentale del lago Tanganica, nella Repubblica Democratica del Congo sud-orientale. Alla fine del XVIII secolo, il regno dei Luba estese la sua influenza culturale fino al limite del lago Tanganica, tra i Tabwa ed i vicini Tumbwe. Verso la metà del 1800, ebbe luogo una certa centralizzazione dei numerosi clan guidati dai rispettivi capi. Prese forma un’arte di corte ed i minkisi, le piccole figure di protezione degli antenati, furono sostituiti da statue più grandi, più raffinate e destinate a perpetuare la grandezza della corte e dei suoi dignitari. Le nostre due sculture, una maschile e l’altra femminile, sono l’espressione di quella cultura che si materializzò alla fine del XIX secolo



Figura maschile
Tabwa, Repubblica Democratica del Congo
Legno, fibre, h. 33,5 cm
Museum Fünf Kontinente, München (inv. 05/52
)

Le due figure sono finemente scolpite ed evidenziano tratti del viso delicati, che denotano l’influenza dei canoni estetici Luba. Equilibrate nella postura, indossano panni di rafia e cotone grezzo. Donate al Museum für Völkerkunde di Monaco nel 1905, sono riferibili a quello che François Neyt ha definito come il primo dei tre stili dell’area centrale (Tabwa Sculpture and the Great Traditions of East-Central Africa, in E.M. Maurer,A.F. Roberts,“The Rising of a New Moon: A Century of Tabwa Art”, 1986). Questi stili, infatti, caratterizzano la produzione scultorea nel territorio Tabwa, a sud di Moba in un raggio di ottanta chilometri circa, fino al lago Tanganica. La nostre figure sono caratterizzate da un volto triangolare e sporgente segnato da scarificazioni, occhi e naso ben disegnati e un’acconciatura elaborata che, nel caso della rappresentazione maschile, scende lungo la nuca e il collo. La rappresentazione della coppia non è affatto comune nel canone artistico dei popoli dell’Africa; di conseguenza, dal momento che questo motivo è piuttosto ricorrente nella produzione artistica dei Tabwa, è desumibile che, per loro, avesse una significativa rilevanza nell’ambito rituale e culturale. Forse era la celebrazione della coppia originaria, ovvero un tributo all’essenza del nucleo famigliare. Altre sculture di questa tipologia sono al Metropolitan Musem of Art di New York, all’Africa Museum di Tervuren.

Elio Revera

Si ringrazia la casa editrice Skira. Le infomazioni sono tratte da un mio lavoro pubblicato sul volume Ex AFrica. Storie e Identità di un’arte universale, Milano, 2019, (vedi: https://artidellemaninere.com/2019/02/27/ex-africa-storie-e-identita-di-unarte-universale/)

La coppia di spalle.

Carl Kjersmeier e l’arte africana. Un inedito

Mi scrive Gigi Pezzoli che giorni fa, dopo aver letto su questo blog l’articolo dedicato al piccolo libro di Carl Kjersmeier ( https://artidellemaninere.com/2020/09/02/quando-il-piccolo-e-grande/), gli è venuto in mente che, anni fa, aveva acquistato un libricino, Negerdigting, Copenaghen 1922, che forse è stata la prima opera di Kjersmeier sulle arti africane.

Proprio quella copia era stata donata da Kjersmeier a Gaston-Denys Périer (1879-1962), un romanziere belga autore, tra l’altro, di Moukanda (1914) e di Curiosités Congolaises (1922). Nel libricino, che viene dalla biblioteca personale di Périer, è contenuta una lettera originale di Kjersmeier datata 3 novembre 1924. E’ un inedito che non è stato interpretato completamente e che nel quale Kjersmeier parla della sua grande collezione (eppure in quel momento aveva solo 35 anni!) e dei suoi progetti di future pubblicazioni sulle arti africane.

Mi scrive Gigi, al quale mi legano sentimenti di fraterna amicizia e di feconda collaborazione in varie iniziative culturali –-Forse è solo una curiosità, ma siamo nel 1924, agli albori della “scoperta” delle arti africane, e quindi, caro Elio, se ti piace l’idea, ti cedo il diritto di pubblicare in esclusiva la lettera sul blog e metterla così a disposizione di tutti gli interessati che lo frequentano.

Dopo un doveroso ringraziamento, provo a pubblicare il testo integrale della lettera, preceduta dalla copertina del libro prima citato e dalla dedica a Gaston-Denys Périer.

Carl Kjersmeier, Negerdigting, Copenaghen 1922

Di non facile decifrazione, ma qualcuno di buona volontà vuol tentarne la traduzione?

Elio Revera

Un caro amico ha decrittato la lettera, grazie di cuore, caro Donald!!

Donald Sheridan ha scritto:

Voici ce que j’ai réussi à lire (je ne garantis pas d’avoir tout saisi). L’auteur de la dédicace, Carl Kjersmeier, n’avait pas une excellente maîtrise du français et il faut faire abstraction des nombreuses fautes de syntaxe, de conjugaison et d’orthographe.

A Gaston-Denys Périer, hommage de Carl Kjersmeier, négrophile du Nord

Cher honoré monsieur et compère
Avec la plus vive émotion, j’ai lu vos deux livres: Moukanda et Curiosités Congolaises. Je serai heureux connaissant d’autres œuvres de votre main. Tout jeune, j’ai rêvé devenir un juge (?) de Congo belge.
La guerre a détruit cette espérance, et j’ai résigné, recueillant maintenant des sculptures-nègres, en publiant sur cette matière hautaine un petit livre, le plus grand fiasco des lettres de l’année. Danois ridiculisé, j’ai suivi avec admiration l’intérêt croissant des artistes et des poètes de Belgique et de France pour un sujet qui pour moi vaut la vie même. Le petit livre que je vous envoie vous donnerait seulement une idée vague de mes quarante sculptures nègres. Mes coupes archaïques de Masaï et les plus belles et les plus grandes statues de ma collection n’y sont pas reproduites.
Vous y trouverez seulement mes figurines premières, qui, malgré leur beauté évidente, ne sont guère que des figures de premier ordre, non pas des évènements XXX.
J’espère, à l’occasion vous envoyer des photographies de mes plus belles statues. je serai plus heureux encore si vous une fois visitez mon pays. Ma collection certainement vaut le voyage.
Je prépare une œuvre, traitant l’art nègre, surtout ce-ci des Batavilas (?) et des Baloulas (?), armé des reproductions de mes statuettes. XXX ce motif, je vous serai très reconnaissant si vous voulez me mettre en relation avec quelques antiquaires qui vendent des sculptures nègres. Pendant mon séjour en 1922 à Bruxelles et à Anvers, je n’ai pas vu le moindre fétiche nègre, et mon cher compère, Poe (?) de Mons ne pouvait pas me donner des renseignements utiles. Je cherche seulement des figures de la beauté de celles qui arment votre “Curiosités Congolaises”. Poète et homme pauvre, je payerai des prix convenables. Je vous serai reconnaissant pour toute la vie pour un Basse BXXX BXXX.

Malheureusement, vous ne lisez pas notre langue je suppose, mais mes recueils de poésie sont à votre disposition. Pardonnez aussi le ton curieux de cette lettre, il est bien difficile au premier moment de tracer une biographie XXX que de soi même, mais j’espère une revanche éclatante à travers cette correspondance féconde
Entouré de ma garde de quarante nègres fidèles, je vous serre cordialement la main.
Votre bien dévoué admirateur danois
XXX
Copenhagen, Danemark

Traduzione.

Donald Sheridan ha scritto:

Ecco cosa sono riuscito a leggere (non garantsco di aver da capito tutto). L’autore della dedica, Carl Kjersmeier, non aveva un’ottima padronanza del francese e bisogna ignorare i numerosi errori di sintassi, coniugazione e ortografia.

A Gaston-Denys Périer, omaggio di Carl Kjersmeier, negrofilo del Nord Caro signore e amico onorato Con la massima emozione, ho letto i tuoi due libri: Moukanda e Curiosités Congolaises. Sarò felice di conoscere altre opere della tua mano. Quando ero molto giovane, sognavo di diventare un giudice (?) Del Congo Belga. La guerra ha distrutto quella speranza, e io mi sono dimesso, ora collezionando sculture negre, pubblicando su questo argomento arrogant a libricino, il più grande fiasco di lettere dell’anno. Danese ridicolizzato, ho seguito con ammirazione il crescente interesse di artisti e poeti in Belgio e in Francia per un argomento che per me vale la vita stessa. Il libretto che ti mando ti darebbe solo una vaga idea delle mie quaranta sculture negre. Le mie arcaiche coppe Masai e la statua più bella e cresciuta della mia collezione non sono riprodotte lì. Lì troverai solo le mie prime figure che, nonostante la loro evidente bellezza, non sono altro che figure di prim’ordine, non eventi XXX. Spero di inviarti occasionalmente fotografie delle mie più bella statua. Sarò ancora più felice sarà visitato una volta il mio paese. La mia collezione vale sicuramente il viaggio. Sto preparando un’opera che tratta di arte negra, soprattutto questa di Batavilas (?) E Baloulas (?), Armata di riproduzioni delle mie statuette. XXX questo motivo, ti sarò molto grato se vuoi mettermi in contatto con alcuni antiquari che vendono sculture negre. Durante il mio soggiorno a Bruxelles e ad Anversa nel 1922, non ho visto il minimo feticcio negro, e il mio caro amico Poe (?) Di Mons non ha potuto darmi alcuna informazione utile. Cerco solo figure della bellezza di coloro che armano lo uccide “Curiosità congolesi”. Poeta e pover’uomo, pagherò prezzi decenti. Sarò per sempre grato per un basso BXXX BXXX. Sfortunatamente, immagino che tu non legga la nostra lingua, ma i miei libri di poesia sono a tua disposizione. Perdona anche il tono curioso di questa lettera, è molto difficile al primo momento traccia una biografia XXX che di se stessi, ma spero in una clamorosa vendetta attraverso questa feconda corrispondenza corrispondenza Circondato dalla mia guardia di quaranta fedeli negri, ti stringo cordialmente il mano. Il tuo devoto ammiratore danese XXX Copenhagen, Danimarca

Etotoshi e Mweel, sua sorella/sposa

Dengese, cm. 56,2, fine XIX sec. Repubblica Democratica del Congo, Sankuru River region, MET, NY, The Michael C. Rockefeller Memorial Collection, Gift of Nelson A. Rockefeller, 1969

In una leggenda narrata da Joseph Cornet (A propos des statues Ndengese, in “Arts d’Afrique Noire” n. 17, 1976), una donna Dengese o Ndengese, GunjiIlunga, dopo varie vicissitudini, diede vita alla società maschile Totshi, i cui componenti erano caratterizzati da un copricapo in rafia intrecciata, dotato di appendici assimilabili alle orecchie, che ricorda quello rappresentato sulla nostra statua. I Dengese, secondo un’altra storia, sarebbero discendenti da Etotoshi che sposò Mweel, sua sorella. Come spesso accade in Africa, la mitogenesi dei popoli sovrasta la loro storia e le discendenze mitiche sono pressoché la regola. Il territorio di questa etnia è situato nella regione del Kasai, al centro della Repubblica Democratica del Congo. La cultura artistica dei Dengese, pur mantenendo una peculiare cifra stilistica, è assimilabile a quella dei vicini Kuba, sebbene pare che siano stati proprio i Dengese ad arrivare per primi in quelle terre. I gruppi di rango, detentori di rilevante status, come gli adepti delle società dei fabbri e dei cacciatori amministravano il potere nei villaggi ed avevano grande rilevanza nelle celebrazioni dei riti religiosi. I divinatori erano incaricati di scoprire le streghe della temuta società segreta, tramite un rituale che prevedeva anche l’utilizzo di veleni. Questa figura si sviluppa secondo un criterio volumetrico cilindrico accentuato dalle lunghe braccia e dalle grandi mani poggianti sul ventre. É arricchita da una livrea cromatica che la ricopre interamente, dalla testa fino a dove erano un tempo i grandi genitali, simbolo forse della perpetuazione. L’intero corpo, inoltre, è interessato da complesse scarificazioni a disegni geometrici ispirate alla cultura artistica dei Kuba che utilizzavano questi motivi decorativi sui tessuti shoona di rafia e tela. Stante l’autorevole monumentalità, la figura con ogni evidenza, è la rappresentazione di un illustre antenato o di uno capo di alto lignaggio.

Elio Revera

Si ringrazia la casa editrice Skira. Le infomazioni sono tratte da un mio lavoro pubblicato sul volume Ex AFrica. Storie e Identità di un’arte universale, Milano, 2019, (vedi: https://artidellemaninere.com/2019/02/27/ex-africa-storie-e-identita-di-unarte-universale/)

Buon Anno !

Auguro un bellissimo e sereno anno nuovo a tutti i 15.900  appassionati che con le loro 23.500 visualizzazioni hanno frequentato nel 2020 il blog.
Grazie!

A sentirci presto!

Elio

I wish all my 15.900 enthusiastic followers, whom in 2020 have visited my blog 23.500 times, a wonderful and serene 2021!

Thank you! See you soon!

Elio

Buon Anno Nuovo a tutti!

Bonne Année 2021!

Happy new year 2021!

Feliz año nuevo!

Feliz ano novo!

Frohes neues Jahr!

Gelukkig nieuwjaar!

Доброе утро 2021 !

L’antenato poligamico

Il popolo dei Boyo o Buyu, stanziatosi dopo varie peregrinazioni nella regione centro-orientale della Repubblica Democratica del Congo, in prossimità del fiume Luama, ad ovest del lago Tanganica, ha vissuto nei secoli passati tragiche vicende che lo hanno ridotto a poche migliaia di unità. Decimato dalle malattie e dagli schiavisti arabi, questo popolo è erede di una grande tradizione scultorea.


Figura maschile di antenato regale, kalunga kabetshi kunda, Boyo, Repubblica Democratica del Congo, XIX secolo Legno, pigmento, h. 99,5 cm, Collezione privata
Provenienza: Van Ramsdonck
©Archives Fondation Dapper – Photo: Hughes Dubois

Questa imponente e celebre figura maschile regale, denominata kalunga kabetshi kunda ne è un esempio. Si caratterizza per la postura frontale, l’impressionante testa contornata da barba e acconciatura di trecce a foggia di diadema, gli occhi globulari semichiusi ed il naso aquilino; il corpo, dal grande pene, è ricoperto di scarificazioni rituali. Sacre effigi come questa, dove non mancavano i segni connotanti il rango, come i numerosi bracciali, incarnavano lo status degli illustri antenati regali. La massima espressione artistica di questo popolo, infatti, era rivolta all’arte funeraria. Luc de Heusch, tra il 1947 ed il 1950, si è imbattuto per primo nelle opere dei Boyo e, meglio di ogni altro, ha svelato al mondo la meraviglia delle loro realizzazioni e la bellezza delle sculture custodite nelle capanne funerarie. Tra i Boyo le pratiche rituali erano in gran parte limitate ai sacrifici rivolti agli spiriti ancestrali della natura, quali l’acqua, il cielo e l’arcobaleno. Oltre alla società dei divinatori e quelle potenti e segrete dei guaritori e degli uomini di magia, i Boyo non diedero vita a complesse organizzazioni sociali. A differenza di altri popoli vicini, privilegiarono il ruolo famigliare ed il clan di appartenenza. Le strutture di parentela dei capi, erano caratterizzate dalla discendenza matrilineare. In una cultura poligamica come la loro, il matrimonio tra i membri della stessa linea era proibito ed i beni posseduti seguivano la linea della discendenza materna. Non è chiaro quanto questo, nel tempo, abbia influito sull’organizzazione politica e socio-economica delle loro comunità; è comunque ipotizzabile un progressivo indebolimento della struttura di potere, a causa delle complesse questioni ereditarie intrecciate con la realtà poligamica famigliare.

Elio Revera

Si ringrazia la casa editrice Skira. Le infomazioni sono tratte da un mio lavoro pubblicato sul volume Ex AFrica. Storie e Identità di un’arte universale, Milano, 2019, (vedi: https://artidellemaninere.com/2019/02/27/ex-africa-storie-e-identita-di-unarte-universale/)