Indagine su di un ventaglio al di sopra di ogni sospetto

 

Il sacro ed il profano. In questo lavoro è mia intenzione provare a stabilire una  relazione tra un’Orisha, cioè una creatura Yoruba di origine divina  ed una più profana divinità, anch’essa con i suoi riti, i suoi simboli, ma altresì con i suoi pregiudizi e banalità: il collezionismo.

La prima domanda che scaturisce è cosa intrattenga la cultura Yoruba della Nigeria con il collezionismo d’arte africana, se non il fatto che l’arte Yoruba è ovviamente un argomento di collezione.

Nel pantheon del popolo Yoruba, che occupa la parte sud-occidentale della Nigeria moderna e la parte meridionale del Benin, sono oltre quattrocento le divinità deputate a mediare il rapporto con l’aldilà, a regolare le cerimonie, le festività, i riti, gli eventi della vita quotidiana.

 

 

nigeriamap

Tra le divinità, Oshun (anche scritto Osun), era considerata principalmente come la dea dell’amore, ma interpretava tuttavia anche un altro ruolo, vale a dire quello di custode ed elargitrice del dono della fertilità femminile, della protezione dei bambini ed anche  delle acque. Il culto di questa divinità fluviale era diffuso praticamente nell’intero Yorubaland, ma era centrato soprattutto nella regione nord-occidentale di Oshogbo. Qui, in particolare, si celebravano le feste ed i riti dedicati a questa divinità femminile e, come scrive Babatunde Lawal, durante l’invocazione per la protezione dei bambini,  scettri ed ornamenti, soprattutto ventagli e bastoni rituali, ornavano il  suo altare (Yoruba, 2012, Milano).

 

36 cm

Fan (ventaglio rituale), Yoruba, Courtesy Yale University  Archive of African Art

 

In particolare, l’utilizzo del ventaglio rituale è stato descritto fin dalla fine del XIX secolo in varie pubblicazioni europee.

Nel testo di Webster, W.D. “Illustrated Catalogue of Ethnological Specimens. European and Eastern Arms and Armour. Prehistoric and Other Curiosities”, Vol. 3, No. 21., 1899  appare l’immagine  di un ventaglio di cuoio.

 

RAAI 54729_images_image_4113_medium

Courtesy James J. Ross Archive of African Images 1590 -1920, n.5472 immagini, n.4133, fan

 

Ugualmente nel libro di Pitt Rivers Augustus. “Antique Works of Art from Benin Collected By Lieutenant-General Pitt Rivers”, D.C.L., F.R.S., F.S.A. Inspector of Ancient Monuments in Great Britain, &c. 1900, sono due i ventagli pubblicati, uno in metallo e l’altro in cuoio.

 

RAAI_2116.42

Courtesy  James J. Ross Archive of African Images 1590 – 1920, n.2116.42

E per finire, un altro ventaglio rituale di cuoio verde con applicazione di frange di tessuto rosso  è descritto nel testo di  Roth, Henry Ling. Great Benin: Its Customs, Art and Horrors, 1903.

I Jekri, a cui si riferisce il testo relativo all’immagine, erano un’ etnia stanziata nella Nigeria meridionale, lungo il bacino inferiore del fiume Benin, di lingua affine a quello yoruba.

 

RAAI 28096_images_image_7102_medium

Courtesy James J. Ross Archive of African Images 1590 – 1920, n 28096

 

Questo a dimostrazione di quanto sia stato radicato il culto di Oshun, con i suoi riti, ed il corredo rituale ad esso legato.

Ma tornando all’enunciazione iniziale, che riguarda l’altra divinità profana, quella del collezionismo, io mi chiedo quanti si siano mai  interessati ad oggetti rituali legati al rito di questo Orisha, mentre statuette, coppe, maschere ecc.,  afferenti ai culti Shango, Eshu, Ibeji, Ogboni, Egungun, sono in centinaia di collezioni di tutto il mondo.

Oggetti a volte magnifici , alcuni perfino dei capolavori; ma la qualità artistica, la rarità, la bellezza estetica non si celano soltanto nelle opere destinate ai riti più conosciuti!

A mio parere il collezionista dotato di  volontà e dedizione e sorretto da studio ed approfondimento, dovrebbe dedicarsi anche alla ricerca di oggetti di culto afferenti a popoli meno conosciuti e famosi, ma certamente non inferiori di fascino e bellezza.

Eccoli i pregiudizi e le banalità: credere che l’arte del continente africano si esprima soltanto tra le etnie più celebrate,  i Dogon, i Senufo, i Bamana, i Baule, i Fang, i Kota, i Luba, i Songye, i Chokwe, per dire i primi che mi vengono in mente, e soltanto nel loro corredo rituale maggiormente appetibile dal mercato. Come se non ci fossero storia e simbologia di ampio risalto anche nei riti meno conosciuti!

Tutto questo per parlare di un mio personale convincimento, che  trova però applicazione nei fatti.

Il ventaglio Yoruba, del culto di Oshun sotto illustrato, è la dimostrazione reale di quel che ho affermato. Questo oggetto di metallo, rame ed ottone, con la parte finale  dell’impugnatura in legno, misura 55 cm in altezza ed il disco ha un diametro di 37 cm.

utilizzato nel culto della dea fluviale oshun, che conferisce il dono dei bambini. Il culto si è diffuso praticamente nell'intero Yorubaland, ma è centrato sulla città di Oshogbo. (2)

Ornato da tre  frange di ottone, un numero affatto casuale, fissate con antichi rivetti di metallo, come nel caso di quelli delle immagini precedenti, si giova di un decoro geometrico su tutta la superficie, quasi a disegnare un’ immaginaria geografia dell’anima.

Reale, invece, è il fascino che promana e la qualità estetica visibile da chiunque, pure se digiuno di conoscenze africaniste.

La dea Oshun vive tra le mie pareti domestiche ed, in virtù della cura della ricerca e dell’apprezzamento rivolto al fan a lei dedicato, sono certo saprà vegliare col suo benefico influsso sulla casa e su tutti i suoi abitanti e visitatori.

 

Yoruba fan utilizzato nel culto della dea fluviale oshun, che conferisce il dono dei bambini. Il culto si è diffuso praticamente nell'intero Yorubaland, ma è centrato sulla città di Oshogbo. (2)

 

Yoruba fan cm 53,6 retro

Questo ventaglio è stato esposto alla mostra 10 Jare, Gesellschaft der Förderer des OÖ (Oberösterreichisches) Landesmuseum, 1987/1997”, nel 1997 al Museo di Linz, in Austria e pubblicato nel libro, a cura di Stefan Eisenhofer, “Kulte, Künstler, Könige in Afrika – Tradition und Moderne in Südnigeria”, Katalog des oberösterr, Landesmuseums, pag.297, fig. III/11.18,1997.

Elio Revera

 

 

 

 

Annunci

L’Africa di Alberto Magnelli

 

Magnelli01midmid

 

La collezione  africana di Alberto Magnelli, nato a Firenze nel 1888 e spentosi a Meudon, in Francia, nel 1971, composta in gran parte da opere di grande qualità, provenienti per lo più dal Gabon, dalla Costa d’Avorio e dal Mali, fu costituita principalmente negli anni trenta.

 

Magnelli05midMagnelli07mid

 

Magnelli intratteneva con le sue opere un rapporto affettivo e molto intimo, al punto da portarle con sé, in estate, nel suo atelier di Grasse. L’artista diede questa spiegazione sui motivi del suo interesse per le arti africane:

“Ciò che più mi attira nell’arte negra è innanzi tutto la forza  plastica e l’invenzione delle forme. Evidentemente, il significato di queste maschere, di questi feticci, di questi oggetti, il loro uso e la loro magia m’interessano, ma dopo il fatto scultoreo stesso. Come pittore, è soprattutto la “maniera” con cui questi scultori dell’Africa o dell’Oceania hanno posto o risolto potentemente i problemi plastici, i loro mezzi espressivi e la straordinaria ricchezza d’invenzione che hanno impiegato per lavorare e per realizzare le loro opere, con un tempo illimitato a loro disposizione, senza alcuna preoccupazione delle ore, delle giornate o dei mesi che occorrevano. Si sente, si vede che ci hanno messo tutto il tempo che occorreva e qualsiasi sia la regione di provenienza essi sono sempre stati loro stessi. E’ questo che trovo grande e che ammiro.”

 

 

Magnelli09midMagnelli08mid

 

 

Il primo soggiorno a Parigi di Alberto Magnelli fu dal marzo al giugno del 1914.

A Parigi ritrovò i futuristi italiani e particolarmente un suo amico, il pittore e critico Ardengo Soffici (co-fondatore nel 1913, a Firenze, della rivista Lacerba), poi si legò ad Apollinaire, incontrando Picasso, Max Jacob, Fernand Léger, Juan Gris, Archipenko e Matisse.

 

Magnelli06mid

 

A quell’epoca, Parigi, non era solo la capitale del cubismo ma il luogo effettivo della scoperta, daparte del mondo dell’arte moderna, della “arte negra”. Mentre Vlaminck, Derain, Matisse, Braque e Picasso raccolsero (verso il 1905-1908) i primi esemplari della loro collezione di arti primitive, un secondo gruppo di amatori specializzati cominciò a organizzarsi, particolarmente intorno ad Apollinaire. Tra questi, lo scultore- mercante Brunner e, a partire dal 1911, il futuro gallerista Paul Guillaume.

Magnelli affermava di avere acquistato il suo primo oggetto, la maschera Pounou (qui sopra), nel 1913 da un marinaio al porto di Marsiglia.

 

Magnelli02mid

“Message automatique”. Olio su tela, datato 1935. Cm 100×81. Excoll. Olivier le Corneur (Coll. privata).

 

Tornato in Italia dal luglio 1914 all’ottobre 1931, l’artista sperimentò il passaggio all’astratto per poi tornare ad una figurazione arcaica che trovava referenze nell’arte italiana del Trecento e del Quattrocento, ma, a partire dal 1931, con la serie delle Pietre ispirata alla visione dei marmi di Carrara, le preoccupazioni della costruzione architettonica dei volumi vennero al primo posto nella sua ricerca. Questo periodo precedette di poco il suo ritorno a Parigi e la definitiva  fuoriuscita dall’Italia. In contatto con Kandinsky, a partire dal 1933, Magnelli percorse ben presto le correnti vitali che segnarono le strade dell’arte astratta in Francia.

Fu allora che verosimilmente l’artista cominciò a costituire la propria collezione d’arte africana, frequentando antiquari e  marchés  aux pouces. Della sua collezione (che alla fine degli anni ’60 comprendeva circa 200 pezzi)  si può rimarcare l’eccezionale qualità e la profonda coerenza che dona all’insieme un’identità stilistica incontestabile.

 

Magnelli04midMagnelli13mid

 

La collezione Magnelli comprendeva nella sua originalità due tipi di collezione di arti “primitive”:  quella delle “collezioni d’artista” (Matisse, Picasso, Braque, Vlaminck) che si caratterizzava per la rarità di oggetti di grande livello, privilegiando le scelte stilistiche e brutali e l’eccesso di deformazione espressiva geometrica, e quella delle collezioni dei “mercanti/amatori” (come Paul Guillaume e Charles Ratton dopo la Prima Guerra mondiale) che, al contrario, appuntavano le proprie preferenze sulle opere di alta qualità, testimonianze di un realismo stilizzato e di una raffinata esecuzione. Della “collezione d’artista”, Magnelli adottò l’attenzione alla geometrizzazione e al ritmo espressivo delle forme; della “collezione da amatore”, la ricerca dell’eleganza e un gusto particolare per le figure cariche di ritegno e d’interiorità.

 

Magnelli10mid

 

 

Per simili scelte si può trovare anche qualche spiegazione, poiché dopo la fine della Seconda Guerra, Magnelli sviluppò numerosi contatti con i mercanti specializzati (René Rasmussen, Olivier Le Corner e Jean Roudillon) che gli fornirono parecchi capolavori. Inoltre, la sua ricerca e la sua evoluzione artistica lo portarono ad elaborare un linguaggio plastico che tentava di risolvere la questione della stilizzazione e quella  dell’inscrizione di una forma nello spazio. Infatti, alcune sue pitture evocano opere africane, nel dinamismo plastico sorretto da contrasti di curve e di angoli, di vuoti e di pieni e di superfici convesse e concave, incarnando con semplici segni plastici e con la più grande economia di mezzi una potente monumentalità.

Susi Magnelli, sua moglie, fece dono della collezione di Alberto al Musée National d’Art Moderne nel 1984, pur conservandone l’usufrutto.  Dopo la scomparsa di Susi nel 1994, la donazione, conformemente ai suoi desideri, è stata aggiunta alle altre opere di grande prestigio custodite nel Museo.

Nota :

Questo articolo è stato liberamente tratto e tradotto dalla  prefazione del catalogo d’esposizione: LA  COLLECTION AFRICAINE D’ALBERTO MAGNELLI. Donation Susi Magnelli. 1995, Paris, Centre Georges Pompidou, a firma di Jean –Paul Ameline. (Courtesy Artes Africanae)

 

Magnelli03mid

“Le Jockey”. Olio su tela, 1928. Musée national d’art moderne, Paris.

Se questa è una maschera…

Nel panorama dell’arte tradizionale africana, Plinio docet…  e le  sorprese sono dietro l’angolo.

Come noto, il popolo  Pende, del Congo R.D. centro-occidentale, è geograficamente dislocato in tre regioni, denominate Pende del Kwilu, ad occidente, Pende centrali e Pende orientali, compresi tra i fiumi Loange e Kasai. Pur appartenendo alla medesima etnia, la loro produzione artistico/rituale si differenzia soprattutto per quanto riguarda le maschere. Diverse e ben conosciute sono infatti le varie tipologia destinate a cerimonie e riti specifici: per i Pende della regione centrale, le Giwoyo, Pumbo, Nganga Ngombo Mukhetu, Muyombo; per quelli dell’est le Kindomgolo, Kiwoyo, Kambanda, Kipoko e per i Pende del Kwilu la maschera circolare Gitenga.

In particolare, le due maschere Giwoyo e Muyombo si caratterizzano per un imponente prolungamento simile a una lunga  barba, prominente e  non ortogonale rispetto alla sommità della maschera stessa. Erano probabilmente indossate sulla testa piuttosto che sul viso ed erano completate, come tutte le maschere, da un costume di rafia ed altri materiali che rivestivano il danzatore.

 

lzoc285n

Maschera Muyombo. Courtesy Artkade

 

university of yowa

Maschera Giwoyo, Courtesy Smithsonian Institution , Washington D.C.

Nella produzione dei Pende esistono anche degli oggetti rituali che, a differenza delle maschere, hanno il prolungamento caratterizzato da un lungo rilievo  a losanghe triangolari, perpendicolare alla testa e non curvato verso l’esterno. Questo elemento cerimoniale è stato sovente ed erroneamente scambiato per una maschera di danza. Dire sovente è un’esagerazione dal momento che, almeno a mio conoscenza, sono soltanto due o tre gli esemplari conosciuti e, di conseguenza, appartenenti ad un corpus artistico estremamente limitato.

 

a pende 44,7 cm. b

Oggetto rituale. Altezza cm.45. Coll. Privata Italia

Un’altra differenza rispetto alle maschere consiste nell’assenza o nello  scarso numero dei fori sulla parte del prolungamento.

Nelle maschere  i fori erano destinati ad essere appigli per il costume di rafia.

In questo caso avevano un uso ben difforme.

Nel testo “100 People of Zaire and their Sculpture: The Handbook”, ( Bruxelles 1987 pagg.140 e 141), Marc L. Felix in riferimento ai Pende del Kasai orientale, descrive alcuni loro oggetti rituali e tra gli altri – “The Pende Kasai also make anthropomorfphic architectural to adorn chiefs’houses and roof figures, as well as ground-level posts form of a figure or head”, (I Pende Kasai creano anche un’architettura antropomorfa per adornare i tetti delle abitazioni dei capi, oltre a figure o teste, a guisa di pali, da sistemare  a livello del suolo). Nell’immagine di Felix (fig.n.16), sono disegnati i pali, alti  mediamente  50 cm.

 

dal libro di m. felix. elementi cerimoniali poggiati a terra e legati a dei pali

Courtesy Marc L. Felix

 

Un oggetto proveniente dalla coll. di Lucien  Van de Velde, che è stato battuto all’asta Bonhams a N.Y. nel 2007, assomma queste caratteristiche, tanto è vero che è repertoriato come maschera Kiwoyo nell’Archivio della Yale University Van Rijn of African Art  al n. 69572, ma  con la precisazioneapparently not a dance mask, but was bound to a pole during ceremonies” ( probabilmente non una maschera di danza, ma un oggetto legato ad un palo durante le cerimonie).

 

pende cm 45

Courtesy  Yale University Van Rijn of African Art,   cm.45.

 

Così si spiega la ragione dell’assenza dei numerosi fori che invece sono visibili sulle due maschere Kiwoyo e Muyombo; non dovendo trattenere la rafia, i pochi fori presenti erano quelli necessari a fissare verticalmente l’oggetto cerimoniale ad un palo come suggeriscono le due successive rarissime immagini fotografiche.

 

IMG_1601IMG_1600

Courtesy, L.de Sousberghe, L’Art Pende, Bruxelles, 1959

 

Nel testo di de Sousberghe, il rinvenimento di questo oggetto è avvenuto a Lukamba un territorio  abitato dagli Mbuun e Pindi e secondo l’autore è stato scolpito nell’area  Pende-Kutundu da scultori Mukulu . Questa è l’ennesima lampante dimostrazione di quanto sia complessa la ricostruzione delle influenze culturali tra etnie e popolazioni viciniori. Molto  interessante, in ogni caso, è l’ubicazione del luogo di ritrovamento dell’oggetto:  un ornamento del palazzo distrettuale in cui era amministrata la giustizia.

Di più oggi non è dato sapere,  dal momento che non esistono testimonianze verbali o descrizioni critiche sull’argomento.

 

photo courtesy ross archive of african images. publication 1911. hilton-simpson, melville.

Photo courtesy Ross Archive of African Images. Publication 1911. Hilton-Simpson, Melville.

 

Sia l’oggetto rituale di Van de Velde che il nostro,  sono similari per significato e tipologia, con il medesimo viso piatto a forma di cuore, la fronte bombata sormontata da  un pinnacolo, gli occhi semichiusi, il naso triangolare e la bocca prognata.

Il lungo prolungamento verticale, inciso con le losanghe triangolari in rilievo, nella visione di profilo, pare sorreggere la testa, caratterizzata dalla peculiare espressività dei Pende e con le tipiche incisioni sotto gli occhi.

 

a pende dxa pende sx

 

Quello che pareva una delle numerosissime maschere Pende, si è rivelato appartenere ad uno sconosciuto rito, ad una cerimonia ancora non nota. Un oggetto “sacro” pertanto,  forse più modesto, ma certamente molto più unico e raro di qualsiasi altra maschera.

Elio Revera

 

Grazie!

Ringrazio uno ad uno tutti gli 8792  appassionati che con le loro 15.666 visite hanno frequentato il blog nel 2018!

Buon Anno Nuovo a tutti!

Bonne Année 2019!

Happy new year 2019!

Feliz año nuevo!

Feliz ano novo!

Frohes neues Jahr!

Gelukkig nieuwjaar!

Доброе утро 2019 !

Elio

Una falce di luna nel cielo dei Pende

Un importante ambito artistico  del popolo Pende della Rep. Dem. del Congo centro-occidentale si riferisce agli oggetti decorativi:  i sifflet, gli amuleti, denominati ikhokho, entrambi in avorio e le asce, insegne di potere. L’aggettivo “decorativo” non è da intendersi nella sua mera definizione di oggetto di abbellimento, dal momento che nella cultura delle arti tradizionali africane quasi tutti gli oggetti prodotti assumevano anche uno specifico significato rituale ed una peculiare valenza simbolica.

 

Pende 30 cm Hans Wende, Düsseldorf, Germany

 

Le insegne di potere degli chief, herminette o hache,  si distinguevano dallo strumento di uso comune, per essere  scolpite sulla sommità e con la lama più o meno allungata a forma di falce di luna. Herminettes ed asce di questa tipologia facevano infatti parte delle insegne di potere denominate anche “il tesoro del capo”, il  kifumo o uwata.

 

.Pende dx

Il volto scolpito sulla sommità di questa herminette (cm.31), esprime una tranquilla serenità e pare accennare ad un enigmatico sorriso; la linea di demarcazione che solca la fronte,  tipica dello stile katundu, si nota anche sulle maschere giwoyo e muyombo. Il ferro inserito sotto il mento, invece di essere posto in bocca, è un impianto stilistico che si trova soltanto sulle asce che riproducono una maschera; forse, lo scultore ha  voluto richiamare la particolare forma della  maschera giwoyo (L. de Sousberghe, L’Art Pende, Bruxelles, 1959).

Interessanti sono anche le coiffures  molto variegate, a seconda delle zone di appartenenza: a piccole trecce a costituire una calotta intorno al capo, nella  regione Kilembe; Pende tre quarti a corna dritte sulla testa, presenti nella chafferie di Sangu-Mvudi; a lunghe trecce parallele, come quelle che appaiono sull’ascia del re Pindi di Mazinga, sulla  riva sinistra del Kwilu. Il capo Pindi è qui ritratto con tutte le sue insegne  di potere, a dimostrazione di come questi oggetti fossero destinati unicamente alla regalità.

.Re pindi di Kilembe

 

Le scarificazioni a forma di croce, presenti sul volto, meritano un’ultima considerazione: la mia interpretazione è che queste incisioni  siano retaggio della cultura Lwena-Chokwe, popoli  che a volte scolpivano anche per quelli viciniori.

 

Lwena scarificazioni (2)Lwena scarificazioni

 

Un’altra dimostrazione questa, dell’interculturalità delle genti d’Africa, spesso divise da confini tracciati con motivazioni storico/poltiche, piuttosto che nel rispetto delle culture e delle etnie di quei popoli.

 

Elio Revera

 

 

Pende frontale

 

Se gira la testa…ahi…ahi!!

a1_DSC_6399

Questa tipologia di statua, del central Congo, con la tête tournée, denominata N’kisi,  è espressione delle regioni occidentali e meridionali dei paesi Songye (principalmente Milembwe e Belande, in particolare tra gli Eki di Kabinda). Intriga l’osservatore per la particolarità della postura della testa, volta a sinistra in questo caso, ma esistono altre statue col capo girato a destra.

 

a1_DSC_6398

 

Il significato di questa posizione non è univoco ed alquanto enigmatico. Secondo Willy Mestach, queste figure personificano  uno spirito terribile e malefico, espressione di intenzioni celate e menzognere (Etudes  Songye, Monaco 1985). Quale che sia il suo reale significato, rimane il fatto che questo nkshi esprime l’inconsueto e l’imprevedibile, tale è la sua deviazione dalla norma del canone statuario che prevede la frontalità  tipica di tutta la produzione Songye e non soltanto Songye.

IMG_1414

 

La presenza poi del corno di antilope, di bufalo o di capra infilato sulla sommità della testa con la punta verso il basso e riempito da imprecisate sostanze magiche nella metonimia songye, interpreta forse la volontà di captazione dell’energia, della conoscenza e della potenza delle forze dell’invisibile (C.M. Faik-Nzuji. La puissance du sacré, l’homme, la nature e l’art en Afrique noire, Bruxelles, 1993).

In questo caso, probabilmente, a danno del destinatario.

Elio Revera

Arts Traditionnels d’Afrique Noire Subsaharienne

Tout collectionneur rêve un jour de voir l’un de ses propres objets déjà photographié 100 ans plus tôt lors d’une sortie de masques au cœur du Congo ou du Mali (il ne faut pas trop rêver quand même). Cela-dit, il est parfaitement légitime d’apprendre en regardant comment les masques ont dansé, selon l’expression consacrée. En l’absence d’internet , la solution consiste à se créer une bibliothèque (toujours indispensable bien entendu) d’ouvrages généralistes, de monographies et de revues comme Tribal Arts. Comment dès lors trouver gratuitement des trésors en argentique sur Internet ?

Être prudent et ne pas surinterpréter

En guise de liminaire, on se doute que cette recherche a souvent pour fonction de légitimer l’authenticité et/ou de faire prendre de la valeur. Sur ce point, grande est la tentation de faire parler les photos au delà de ce qu’elles peuvent exprimer. Je prends pour exemple cette fameuse photo de champ où l’on voit des masques Songe (Songye) alignés tels des enfants à l’école primaire. Rien de moins naturel que cette pose ! Le fait que la photographie soit ancienne ne garantit pas au sens strict que les masques photographiés ont dansé (j’aurais quand même tendance à le présumer compte tenu du fait qu’il sont complets).

Les photos de champ avec des objets exposés sont anciennes : cette fameuse photo (1) montre aussi que des objets destinés à être vendus aux européens au début du XXème siècle (environ 1910), donc “considérés comme non authentiques”  (made for the market), ont de sérieuses ressemblances avec des vedettes des plus grands musées (voir ici le cas du masque Vili du Quai Branly). Que doit-on en déduire ? La prudence est de mise…

 La comparaison avec le masque Vili, ancienne collection A. Lefèvre (N° inventaire : 73.1965.10.5) du Quai Branly pose la question de l’authenticité au delà de celle de l’ancienneté.

Dernière précaution (mais essentielle) : ne pas confondre date de la photo, date de la publication et date de création de l’œuvre d’art. Une photographie ne peut certifier qu’une seule chose : l’objet en question est au moins aussi ancien qu’elle, mais pas plus ! Dans le cas précédent (masque Vili), sa présence sur un étal ne permet en rien d’affirmer qu’il a été fabriqué “récemment” pour être vendu ou qu’il a dansé.

Quelques liens intéressants

Une fois ces considérations de prudence faites, on peut commencer à se promener sur le Web qui constitue un outil formidable pour dénicher de belles photographies, le plus dur étant de leur attribuer un auteur, une date ou un ouvrage notamment lorsqu’elles viennent de sites généralistes (type Pinterest).

Parmi les sites consacrés à l’Art africain traditionnel, notre favori en ce qui concerne les photos de champ est le site Yale RAAI réalisé par Jim Ross (lien ici). On y trouve parmi les plus anciennes photographies de champ avec références précises et même débats entre spécialistes. Un must.

Le site SIRIS (lien ici) du Smithonian institute offre de très belles photographies aussi, notamment une collection impressionnante de photographies d’Eliot Elisofon et de Léon de Sousberghe.

Bien connue, mais uniquement après inscription, la Yale Van Rijn Archive (lien ici) offre une multitude de photographies exceptionnelles avec d’excellentes références. En outre, elle constitue aussi un must car elle recense une quantité extraordinaire d’objets issus des musées, catalogues et grandes expositions.

Côté français, la base ULYSSE (lien ici) recense des archives de la période coloniale peu connues et intéressantes.

Du côté des généralistes, on peut trouver assez facilement des photographies de champ sur Pinterest qui est beaucoup plus intéressant que FB pour effectuer des recherches (inscription gratuite nécessaire ici) . Ma propre page recense environ 500 photos ethnographiques (lien direct ici).

Je recommande aussi de visiter la page Pinterest de Huib Blom (lien ici), très bien classée en groupes ethniques et mélangeant œuvres d’art et photos ethnographiques.

 N’oublions pas nos amis blogueurs qui régulièrement publient des photographies anciennes : François “Sanza” Boulanger, détour des mondes, randafricanart, artidellemaninere , Bruno Claessens