L’ideé d’une esthétique africaine est une entreprise fort complexe ha scritto Roger Somé (1992) è non soltanto molto complessa, aggiungo io, ma anche difficilmente definibile nei suoi confini.
Già la definizione di Arte in riferimento alle produzioni delle società tribali non è del tutto condivisa se anche Raoul Lehuard ha scritto che “l’art pour l’art n’existe pas dans les sociétés dites primitives” ( 1990) ed addirittura altri autori hanno ipotizzato che non esiste affatto la nozione del concetto di “bellezza” nella cultura degli africani.

Black & White (Kiki), Man Ray, 1926
D’altra parte non di certo può aiutarci in questo irto cammino, l’idea estetica kantiana quando afferma che la bellezza di un oggetto non è in funzione ed in relazione alla sua utilità, ben sapendo che l’intera produzione dei manufatti africani è avvenuta in un ambito religioso ed è per questo inseparabile dal suo contesto rituale. Un’arte, di conseguenza, finalizzata soltanto per l’intrinseca funzione ieratico/religiosa e quindi inseparabile dalla sua funzione di utilità sociale.
Paradossalmente ci sovviene l’idea hegeliana a sostegno del riconoscimento artistico di tali manufatti se è vero che per Hegel l’arte è manifestazione dello spirito: certo sono semplificazioni, queste, ma esemplificative della difficoltà di determinare i confini di un’estetica africana.
Del resto la funzione sociale dei manufatti tribali e, di conseguenza, della loro bellezza ne è testimone Jaques Kerchake quando sostiene che la beauté d’une sculpture n’est pas étrangère à sa fonction sociale ( 1988), vale a dire che è proprio questa origine funzionale a determinare la bellezza dell’oggetto.

Negative Noire et Blanche, Man Ray, 1926
Sono queste questioni epistemologiche che esulano dai limiti di questo lavoro e sono qui richiamate soltanto per una preliminare illustrazione della questione.
Questione che si riassume in una domanda: quali sono i confini che delimitano i criteri mediante i quali definiamo la bellezza delle Arti Africane?
Ho già espresso il mio punto di vista circa quel che intendo sia per la qualità (https://artidellemaninere.com/2014/11/08/la-qualite-cet-obscur-objet-de-desir-a-la-recherche-de-la-qualite/), la cultura artistica (https://artidellemaninere.com/2014/11/11/esthetique-tribale/) ed il linguaggio (https://artidellemaninere.com/2014/12/30/emozione-e-ragionamento/) in riferimento all’arte africana.
Qui voglio approfondire il perimetro che delimita la visione estetica del manufatto tribale.
Parto da una preliminare considerazione che mi avvicina all’idea di Kerchake, ma che non coincide propriamente con essa.
Proprio perché la scultura africana nasce ed ha senso nel contesto sociale, va considerata e valutata esteticamente mediante questa chiave critico/interpretativa.
Mentre una scultura che nasce nell’ambito della cultura occidentale, è conclusa quando l’artista finisce l’opera stessa, offrendola al giudizio dei criteri estetici quali che siano dell’osservatore, la scultura africana non è affatto conclusa quando il fabbro termina la sua opera.
Proprio perché legata ad un contesto ritologico, è al contrario da quel momento che essa inizia il suo percorso.
Nuda, priva cioè di quella funzione sociale e dei riti prima richiamati, l’opera non ha senso, è cioè priva di significato.
Quel che la rende opera significativa è il rito, vale a dire le infinite manipolazioni, i toccamenti, i versamenti di sostanze a cui sarà sottoposta nel corso della sua vita sociale/religiosa.
Ma allora, quale delle due si dovrà considerare dal punto di vista estetico: l’opera nuda, priva di qualsivoglia valore perché non consacrata dal rito, o la medesima, dopo però il suo percorso iniziatico?
Ma la mera considerazione estetica se riferita al solo significato sociale/religioso, non rischia di appiattire ogni opera in un uniforme ed indistinguibile criterio di valore?
Non tutte le opere sebbene consacrate dal rito sono per forza da definirsi belle; se così fosse non si parlerebbe di bellezza, ma di utilità, di merito, di efficacia, certo non di bellezza.

Elizabeth Arden Electrotherapy Facial Mask, Man Ray, 1932
E proprio qui si annida l’aporia che questo articolo vuole stanare: qui sta la contemporanea verità di due tesi contrapposte!
Soltanto la sintesi del criterio interpretativo occidentale con quello sociale/religioso può a mio parere indicare una via di uscita.
Non è infatti possibile a mio parere misconoscere le categorie estetiche che un formalismo di stampo occidentale ha costruito nel corso della sua storia e nemmeno, allo stesso tempo, disattendere la funzione sociale/religiosa dei manufatti che nascono unicamente in quell’ambito e per quei fini.
Forse è nella sintesi di queste apparentemente contrapposte due tesi che c’ è la via per la definizione dei confini di quella valutazione estetica, tanto agognata quanto imprendibile.
Elio Revera





































