R come…

In un altro spazio ho scritto che l’arte africana è anzitutto un linguaggio, prima che un’emozione (https://artidellemaninere.com/2014/12/30/emozione-e-ragionamento/).

Ma quale linguaggio?…non certo quelle parole scritte, quello dei pensieri compiuti o, viceversa, quello dell’ebrezza.

Quale allora? Attraverso quali modalità possiamo sperare di arrivare al cuore dell’espressione artistica di popoli così lontani nel tempo, nello spazio, così alieni alla nostra natura e cultura?

Se per de Vlaminck, Derain e Picasso, quel linguaggio era la stupefazione, il coinvolgimento emozionale, la scoperta della forma, noi, oggi, di cosa parliamo quando parliamo del linguaggio dell’arte d’Africa?

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Collage by Hanna Hoch (“The Flirt,” 1926)

Comprendo il pericolo di generalizzazioni. Comprendo e per questo preciso anzitutto, che non ho affatto la pretesa di parlare a nome di tutti e tantomeno di parlare di tutti i popoli del continente africano.

Parlo per me, parlo di quel che vede il mio sguardo.

Un caposaldo del linguaggio artistico delle Arti Africane, un elemento sintattico per avvicinare quella quella lingua è la rinuncia.

Intendo per rinuncia, l’abbandono di una cifra stilistica descrittiva spesso malamente utilizzata, che intende esprimere l’ecfrasi artistica attraverso modelli propri della cultura occidentale, quali ad esempio “elemento cubista”, “plastica surreale”, “design moderno”… applicati a manufatti quali maschere, sculture o oggetti d’uso.

Un altro elemento irrinunciabile è il rispetto.

Quante volte abbiamo sentito paragonare l’arte dell’Africa a quella dei bambini come se tribale significasse infantile. Come ha precisato Sally Price, l’idea di un mero parallelismo tra arte infantile e arte primitiva, è semplicemente una forma di razzismo culturale che disconosce sia le produzioni dell’infanzia che quelle tribali (Primitive Art in Civilized Places, 1989).

Un terzo elemento per decifrare quel linguaggio artistico, lo ravviso nel riconoscimento.

L’arte primitiva, e tanto più quella africana non è mai casuale, non sgorga dall’istinto pulsionale dell’artista e non parla soltanto a sentimenti inconsci del fruitore occidentale. Inoltre non è mai anonima, anche se sconosciuti a noi sono gli artisti che l’hanno creata; e non risponde soltanto a criteri del canone espressivo previsto dall’etnia di appartenenza, ma evidenzia una sottile, duratura evoluzione in relazione alla personalità di ciascun artista.

Rinuncia, Rispetto e Riconoscimento sono forse alcuni elementi basilari di un nuovo lessico indispensabile per accostare e non stravolgere quel linguaggio e per affermare una propria sua autonoma dignità.

Un linguaggio, giova ricordarlo, che certo sa parlare al nostro cuore ed alle nostre emozioni, ma che vive di una sua imprescindibile autonomia e non necessita affatto, per esistere, di svenevoli palpiti o mirabolanti estasi.

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Sacha Guitry “Les perles de la Couronne”, 1937

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