A proposito di Astrazione

bwa_fr12

Credo che in un caso come questo, una maschera Kobiay dei Bwa del Burkina Faso, possiamo dirci davvero davanti ad un miracolo compositivo di rara efficacia.
Il livello di astrazione di questa maschera è sommo; particolarmente rigorosa è l’esattezza delle sue geometrie e la sinteticità delle sue forme che nulla concedono alla decorazione.
La capacità esecutiva di questo ignoto scultore raggiuge stupefacenti livelli nelle ardite soluzioni formali.
Forme, volumi e simmetrie infatti, sono perfettamente calibrati nello spazio e si fondono in un’astratta armonia di grande potenza costruttiva.
Il risultato è un manufatto che unisce le caratteristiche di ancestrale evocazione ad un fortissimo rigore geometrico che conferiscono alla maschera uno straordinario vigore espressivo.

Bwa people, Kobiay Mask, Dédougou, western Burkina Faso

Dove ha attinto la cultura di questo popolo, le forme disegnate dalla maschera?
Nel modello percettivo occidentale, la genesi dell’astrattismo, quale iconografia artistica data i primi decenni del XX sec, fatti salvi alcuni esempi antecedenti, come in certe opere di William Turner.

William_Turner_-_Sun_Setting_over_a_Lake
W. Turner, Sun setting over a Lake, c. 1840

L’occidente concepisce pertanto la figurazione astratta dopo un processo millenario di riflessione, svolte, tentativi, anticipazioni, fallimenti…e non sempre l’esito è apprezzato come dimostra la storia dell’Impressionismo.

Il mondo tribale, al contrario, raggiunge l’astrazione apparentemente con estrema facilità, senza particolari scossoni e sovvertimenti.
Questa mirabile maschera ne è l’esempio, ma tanti altri casi si potrebbero citare. Ed allora, non è il momento di riflettere sul concetto eurocentrico di Arte ? Forse, nello sviluppo percettivo delle forme e dei volumi e quindi dello spazio, un piccolo tributo di merito va pure riconosciuto a questi misconosciuti, arbitrariamente definiti “selvaggi” ed alla loro stupefacente creatività.

bwa_pr11kk

Per saperne di più sulla maschera Bwa, cliccare il link: http://artidellemaninere.forumattivo.it/t368-bwa-people-kobiay-mask-dedougou-western-burkina-faso

Gli occhi di un altro: lo sguardo “nero”


Articolo pubblicato in : ARCHEOLOGIA AFRICANA – Saggi occasionali 2012-2013 n° 18-19

Résumé – L’article compare la signification psychologique et symbolique du regard dans la culture occidentale et tribale. Un regard intériorisé avant que artistique. L’art africain en particulier, à travers le regard et les yeux de trois sculptures représentant la “maternité”, une du Congo (Yombe), une de la Côte-d’Ivoire (Sénoufo) et une Nigériane (Igbo), souligne la signification symbolique d’une seule appartenance et un même destin humain.

Abstract – The Western eye and the Tribal eye. Three African sculptures resenting the “maternity”, from Congo (Yombe), from Ivory Coast (Senufo) and from Nigeria (Igbo), with their special looking at the world, are telling us about a shared symbolic meaning and a shared symbolic doom. A philosophical and psychological encounter, before of an aesthetic challenge.

Lo sguardo è lo specchio dell’anima… Chi l’ha detto?… Vale per tutti?… In ogni luogo e tempo?…
Ovvero esiste una specificità nelle Arti Africane? E qual è, se mai ci fosse?
Già Hegel aveva sottolineato come nel ritratto la pittura raggiunga il suo culmine, dal momento che il soggetto rappresentato risulta l’oggetto sommo e più spirituale; non si tratta più di paesaggi o nature, più o meno morte, bensì dell’individuo nella sua essenzialità autenticamente umana e non soltanto come tipo fisiognomico.
Il tema dello sguardo, nel suo presentare alla superficie l’interiorità e l’essenza, il carattere e lo spirito, costituisce il vero centro argomentativo; nello sguardo si concentra l’enigma dell’essenza presente (del soggetto), e della presenza assente (del senso), come giustamente ha sottolineato Jean-Luc Nancy.
Lo sguardo nell’arte africana si riassume sostanzialmente in due “oggetti”: maschere e sculture.
Qui nasce una prima questione: lo sguardo della maschera non è lo sguardo di chi la indossa, bensì lo sguardo che sta al posto di colui che la indossa! E questo non è pro¬priamente la stessa cosa.
Persona etimologicamente è legata a maschera, come nell’antico teatro greco dove una maschera era utilizzata per “im-personare” figure e psicologie.
La maschera può anche sostituire, celare, nascondere, interpretare, rappresentare la persona. Ed allora quello sguardo è uno sguardo per così dire simbolico, cioè sta al posto di, lo rappresenta e lo trasfigura, da sguardo individuale a sguardo immaginifico.
Gli sguardi delle maschere e delle sculture pertanto assurgono a caratteristica di eternità simbolica in cui le valenze individuali terrigne sono sublimate in valenze trasfiguranti e potenzialmente folli.
Folli perché configurano identità immaginifiche ed iperuraniche, laddove si incontrano gli dei, benigni o maligni, da onorare o da imbonire perché sovra dirimenti le volontà e le capacità umane.
Uno sguardo, quello delle maschere, che non vuole celare, ma incontrare quelle divinità terribilmente immature, fragili ed allo stesso tempo immensamente potenti, il cui sguardo (questo si davvero incenerente) mai essere umano potrebbe affrontare e sopportare soltanto con i pro¬pri nudi occhi.
Ecco allora una prima specificità: lo sguardo nell’arte africana cela per sopportare ed incontrare, sia occhi spalancanti o sbirciati, in tralice o diretti, palesi o camuffati.

Scomparivo da bambino nell’ampio mantello di mio nonno e qualcuno provvedeva a camuffarmi con una maschera da “vecchio”…ecco ero pronto per il carnevale!

La maschera per scomparire e la maschera per esserci, un’altra specificità dello “sguardo nero”.
Nella dimensione storico/antropologica tribale, nulla è più vero della maschera/scultura per esserci, rappresentare un evento, circoscrivere un fenomeno, esorcizzare una paura. Soltanto attraverso di esse e di conseguenza attraverso i loro sguardi, l’individuo non scompare, bensì acquisisce quell’identità che conta, quella che rappresenta non lui, ma l’intera comunità di cui lui ora si è fatto testimone ed interprete delle necessità collettive, dei segreti inconfessati ed inconfessabili, dei riti più eterodossi per qualsivoglia altro essere umano non appartenente a quella specifica assemblea umana.
Lo sguardo della maschera è allora il veicolo che alla velocità della luce, attraversa la coscienza etnica e raggiunge la sommità del mistero, delle potenze oscure della natura e con quello sguardo chiede, prega, implora o interpreta quell’energia tellurica o celeste che tutto presiede.
Alcuni hanno parlato dello “sguardo dell’invisibile”, dell’ignoto, dell’inconoscibile.
Uno sguardo che celebra l’assenza e contempla il vivente quale mero strumento e destino di potenze altere e mutevoli, sfiorabili soltanto da dietro le fessure della maschera, pena l’esserne annientati.
Soltanto dietro la maschera l’individuo osa avvicinare il suo destino ed interpellare oscure deità. Perché ciò che veramente è necessario non è la salvezza individuale, bensì quella del clan, del villaggio, della collettività: una salvezza necessaria, ma non garantita perché mai come in quel caso è dio che tira i dadi, e non c’è modo di barare a quel tavolo!
Di quale forza si nutre l’Ikenga guerriero o re che sia? Ed il misterioso byeri? L’infingardo Songye, (infingardaggine dello sguardo, intendo), e la dolce Luba?

Osserviamo lo sguardo di tre sculture. Sono tre maternità, così le definirebbe qualsiasi storico dell’arte occidentale. La prima è una maternità congolese Yombe.

Yombé part.
Coll. privata, Italia

A quale sguardo ci riferiamo se nemmeno gli occhi sono stati scolpiti? E perché non sono stati scolpiti?
Non lo sapremo mai, ma nulla mi vieta, con i limiti sopra richiamati, di esprimere una mia interpretazione.
Quegli occhi non ci sono perché quella madre non ha bisogno di guardare; il suo sguardo è interiorizzato, profondo, rivolto non al mondo, ma al suo ruolo di donna che accudisce la vita e la perpetua. Non ha bisogno di guardare perché lei già vede quel che è necessario vedere e quel che è necessario vedere non è fuori, ma dentro, nel suo significato ancestrale di nutrice.
Il silenzio che promana da quegli occhi-non occhi è la rappresentazione di un’identità collettiva, di un ruolo attri¬buito che prescinde da quello individuale perché, a differenza di una madre occidentale che ha nome e cognome, quella figura Yombe non è una madre, bensì “la madre”, vale a dire la rappresentazione impersonale della continuità dell’esistenza.
Come ella non ha nome, così non ha nome chi l’ha realizzata ed è in questi frangenti che personalmente misuro tutta la fragilità epistemologica della cultura occidentale che con grande fatica accetta di fermarsi davanti all’ignoto e spesso ricorre a ridicole classificazioni del tipo “Maestro delle maternità cieche”! Cieco infatti, è chi guarda ma non sa vedere!

Senufo
Coll. privata, Italia

Ma a chi è rivolto lo sguardo di questa madre Senufo?
Qui gli occhi ci sono, e sono pure grandi, ben spalancati, ma dove guardano? Con chi stanno parlando, in silenzio?
La madre Yombe, priva di occhi, intesseva un mutuo e profondo dialogo con sé medesima ed esprimeva l’idea universale della maternità. Ma la Senufo?
Forse ci può aiutare l’osservazione dell’intera scultura e la postura dei tre soggetti rappresentati.
Fiera e solenne, questa madre non fa trasparire alcuna emozione, nessun sentimento di complicità affettiva verso i piccoli che allatta, nessuna empatia di affettuosa partecipazione al gesto.
Una donna che esibisce i due pargoletti, non a caso maschio e femmina, e li nutre, impassibile ed altera, come stesse eseguendo un atto dovuto. Il suo sguardo infatti è altrove, non certo verso i piccoli, che trattiene piuttosto che accogliere al seno. Ma perché?
E se quella figura non fosse una madre terrena?
E se i due poppanti non fossero due piccoli affamati?
In questo caso la fiera madre non sarebbe altro che la Terra Senufo e i due bambini i simboli delle nuove generazioni che la grande Madre Terra nutre simbolicamente perpetuandone l’esistenza.
Ed allora, se una superficiale lettura deponeva per la rappresentazione impersonale di un’anaffettiva madre, vista più da vicino quella figura assurge a figura simbolica, nobile e ieratica, che incarna la sapienza della sua tradizione e la trasmette alle due figure maschile e femminile, a loro volta, simboli del divenire e perpetuarsi dell’etnia.
Quello sguardo fiero ed aperto pertanto guarda ad un futuro di là da venire e si incarna nel più tenero gesto umanamente immaginabile, trasfigurandolo e rendendolo eterno.
Questa scultura è quindi una natività, una natività Senufo ed altresì un degno archetipo dell’intera umanità e del suo istinto di conservazione e perpetuazione.

Igbo Ntekpe3
Coll. privata, Italia

Questa figura in terracotta è la rappresentazione di una maternità Igbo, denominata altresì N’tepke.
Destinata quale ornamento dell’altare famigliare, la postura di questa figura è legata con ogni probabilità ai riti simbolici afferenti l’offerta.
La materia con cui è realizzata garantisce una stupefacente, plastica espressività. Pare di notare una spensieratezza allegra, l’espressione è priva di ogni preoccupazione, lo sguardo ottenuto attraverso fori praticati nella materia molle è diretto e senza infingimenti, come quello sul volto di una persona serena. Priva di ogni drammaticità, questa madre si offre per ciò che è, cioè una donna semplice e complice nello stesso tempo, con il suo piccolo che pare dormire sulle sue ginocchia.
Osservati più da vicino però, lo sguardo e la postura di questa N’tepke, sottendono un’altra caratteristica: la nobile fierezza.
Su quel volto leggermente inclinato all’indietro, l’espressione che compare è quella di una madre perfettamente consapevole del suo ruolo, che esibisce con fierezza il suo pargolo ed insieme il suo status. Ne sono testimonianza l’acconciatura complessa, le scarificazioni rituali che compaiono sulle guance, i monili, le collane e i voluminosi bracciali che sono posti anche sul bambino; tutto sta ad indicare che non è lì per caso, bensì sta offrendo allo sguardo di chi la vede il suo sguardo di madre consapevole ed orgogliosa.
Questo tratto di tanta trasparenza emozionale non è affatto comune nella plastica Africana, così aliena a volte, impenetrabile ed enigmatica. Dunque, un merito a questa terracotta ed al suo sguardo che restituiscono fiduciosa allegria in un mondo tribale tanto difficile ed ostico.

Tre figure, quelle precedenti, che incarnano un mondo tribale, tanto alieno dalla nostra cultura e dalla nostra civiltà, non fino al punto però, di negare la va¬lenza simbolica di una comune origine e di un condiviso destino.

Bibliografia

HEGEL G.W.F.
1976 – Estetica, ed. italiana a cura di N. Merker, Einaudi, (NUE, nuova serie, 16), vol. II: 965-969, 990, Torino.
KAMER H.
1974 – De l’autenticité des sculptures africaines, Arts d’Afrique Noire, n. 12: 17-41.
PANOFSKI E.
1995 – La prospettiva come forma simbolica e altri scritti, Feltrinelli, Milano.
NANCYJ.L.
2000 – Le regard du portrait, Galilée, Paris

Contra Varìola

Oggi è il  Covit-19, prima il virus Ebola a terrificare l’occidente, ma da sempre le popolazioni dell’Africa e del mondo intero convivono con le epidemie.

Da sempre infatti, fin dai primordi della storia dell’umanità, l’uomo ha dovuto confrontarsi con devastanti epidemie e tra queste, quella del vaiolo, è purtroppo una costante ad ogni latitudine.
Malattia virale devastante della pelle e spesso letale, il vaiolo fu in qualche misura contrastato in Asia già prima del Mille, ma come gran parte delle epidemie è stato debellato soltanto in tempi recenti.
Nel Bangladesh infatti c’è stata l’ultima grande epidemia, 1973/74, con circa 170mila vittime accertate.
Nella variante meno aggressiva l’ultimo individuo accertato affetto da varì
ola minor è stato riscontrato nel 1977.

Un evento di tale portata concreta ed immaginifica non poteva non lasciare tracce nella produzione artistica ed iconografica ed infatti sono numerose le rappresentazioni della malattia raffigurate in immagini e sculture, a partire dalla testa in terracotta conservata al Museo Archeologico risalente a più di duemila anni fa.

scan11scan1107

Il popolo che per esorcizzare la malattia ha realizzato numerosi oggetti propiziatori è stato quello dei Songye per ritornare al nostro specifico artistico.
Le terre Songye infatti furono devastate da questa epidemia tra la fine dell’800 ed i primi del ‘900 e naturalmente la tragedia interessò anche le popolazioni limitrofe.

Come ci ricorda Cyrille van Overbergh nel suo lavoro Les Basonge del 1908, i Songye pur essendo uno dei popoli più sani del Congo, furono interessati dall’epidemia, sebbene il numero dei decessi tra questa gente fu inferiore a quello registrato tra le etnie viciniori.
Come abbia influito su questo la realizzazione di numerosi feticci di protezione è difficile immaginarlo: fatto sta che è comunque proprio tra i Songye che si riscontrano numerosi Minkisi all’uopo destinati alla protezione del vaiolo.

Ne pubblichiamo alcuni con l’avvertenza che l’attribuzione di questi feticci alla protezione vaiolosa è fatta su basi deduttive che derivano dall’osservazione delle piccole sculture. Infatti quei chiodi di legno o di metallo, quei buchi riscontrabili sul volto, rimandano agli effetti devastanti che questa malattia causa alla pelle e, di conseguenza, non pare affatto azzardato ipotizzare che lo n’kisi personale fosse propiziatorio di un qualche effetto protettivo.

songye12

Coll. privata, Italia

corlay

Coll.J.Corlay

gh8

Courtesy F. Neyt

Collezioni e collezionisti

Le vicende di tanti collezionisti e le storie a loro legate mi han personalmente convito di un fatto: la collezione deve temporalmente terminare prima del collezionista.
In altre parole, chi con amore, passione e sacrificio ha condotto la sua esistenza verso quella vicinanza del bello, che poi chiamiamo collezione ( …certo non tutte, ma tante!), deve intervenire prima che il destino lo separi da essa.
Ovviamente nessuno è in grado di prevedere quando il fato segnerà la sua fine terrena, ma di sicuro ognuno è in grado di rendersi conto che la cosa, se non imminente, è almeno nell’ordine delle evenienze possibili, e di conseguenza, quello è il momento di agire.
Agire come?
Cosa fare, come e perché non è un problema che mi pongo, per il semplice fatto che non stiamo parlando di un problema e quindi non c’è un’univoca soluzione, bensì svariate soluzioni possibili.
E’ il collezionista a dover scegliere quale, se conservare, donare, smembrare tutto o in parte, creare una fondazione, destinare ai nipoti o all’amante quel che ha raccolto…. soltanto lui può decidere in merito, evitando quella pena post mortem di eredità contese, ufficiali giudiziari, liquidatori, tribunali, che sovente sono l’infame codazzo di una vita spesa nella passione per l’arte, sotto qualsivoglia forma essa si manifesti.
Ci sono tanti esempi che rafforzano questa mia convinzione, ne cito uno a caso, la storia di Han Coray, il grande collezionista svizzero.Coray 1928
Han Coray, 1928

Coray morì nel 1974, nella sua tenuta ticinese, all’età di 94 anni.
Non aveva deciso nulla sul destino delle sue poliedriche collezioni d’arte ed artigianato artistico, di ogni epoca e cultura…migliaia di opere archiviate in svariate raccolte, Arti Africane comprese naturalmente, solamente aveva disposto che le sue raccolte restassero tutte insieme per almeno dieci anni nella Casa Coray, il grande complesso alberghiero di Agnuzzo, sul lago di Lugano, da lui costruito e gestito in decenni di lavoro.

coray

Poco dopo la sua morte, gli eredi chiusero per sempre l’albergo, le collezioni furono smembrate tra di loro e poi furono disperse ai quattro venti, in successive vendite. Il grande complesso sul lago andò in rovina e l’intera proprietà fu ceduta ad un’immobiliare che intendeva edificare un albergo più moderno.

coray kondy
Kongo, Nkondi, cm 94

Oddio, è perfino giusto che capolavori d’arte ritornino in circolazione, ma a mio modesto parere è saggio che ciò avvenga ad opera e cura di chi quegli oggetti li ha visti, scelti, amati e conservati nel corso di tutta la sua esistenza.
Immaginare che la medesima passione, lo stesso entusiasmo sia condiviso dagli eredi che non hanno mai partecipato a nulla di tutto ciò è un atto di imperdonabile ingenuità e forse, di puerile egoismo. Non possiamo infatti pretendere che altri si uniscano ai nostri interessi!
E’ una fortuna se ciò avviene, ma un arbitrio, al contrario, è pretendere di imporre la nostra volontà ed i nostri gusti collezionistici.

coray3
Songye Nsapo, cm 24

Le opere d’arte non hanno padroni, sopravvivono a loro infatti, come giusto che sia, ed il collezionista trai suoi doveri ha quello di accompagnarle verso un esito degno della loro importanza e del loro valore culturale ed artistico.

(Le opere pubblicate sono tutte appartenute ad Han Coray)

Astrazione vs figurazione

E’ innegabile che, come per ogni cosa, il tempo agisca da fattore di cambiamento anche sulla considerazione estetica delle opere di Arte Africana.

Mi riferisco all’evoluzione del gusto cioè a quel progressivo slittamento verso forme, volumi, colori…che poi determinano scelte collettive a favore o meno di determinati oggetti, situazioni, parole.

Non è tanto il gusto individuale che mi interessa in questo momento, quanto quello collettivo che non è da identificarsi con la moda, essendo essa medesima un sottoprodotto del gusto collettivo.

A questo proposito, a proposito cioè dell’attuale apprezzamento delle forme astratto/concettuali, mi pare corretta una riflessione che si ricollega all’arte contemporanea e che ha avuto anche grosse ricadute sull’evoluzione del gusto artistico.

La percezione dell’arte contemporanea è da ricondurre a una dualità insita nella sua storia da Marcel Duchamp in avanti ( 1920 ) e cioè il fatto che, da quel momento in poi, il fulcro di ciò che viene definito arte si sposta dagli aspetti tecnici e decorativi a quelli concettuali.

Quindi, in ambito contemporaneo, la cosiddetta qualità va di pari passo con la freschezza dell’intuizione, anzi, è proprio quest’ultimo aspetto a determinare parte significativa del valore di un’opera .

Questo mutamento di gusto ha inciso anche nella considerazione dell’Arte Africana, portando ad un apprezzamento e ad una valorizzazione delle forme inusitate, ardite, francamente impensabili stante il loro intrinseco livello di astrazione concettuale, a scapito di un ritenuto stantio figurativismo delle forme classiche.

img_0010
Senufo, Kpeli-Yehe mask, Coll. privata, Milano

Tutto questo, si badi, lo dico senza minimamente esprimere un giudizio di valore che privilegi l’astrazione sul figurativismo o viceversa, ma semplicemente sottolineando un elemento che può aver inciso nell’evoluzione del gusto collettivo e quindi anche nella valorizzazione economica di alcuni oggetti a scapito di altri.

A parte il fatto, poi, che raramente a ben osservare, una scultura africana o una maschera possono ben definirsi figurative tout-court; non lo sono per esempio le statue congolesi o le maschere Dan, che a prima vista potremmo definire tali.

6b2bd1d26d3044d33df253a288bc39db
Maternità Yombe. Coll. Myron Kunin, in novembre esitata da Sotheby’s, http://www.sothebys.com/en/auctions/ecatalogue/2014/myron-kunin-collection-african-art-n09225/lot.95.html

Primitivismo Estetico

Chokwe figure Part. volto
Chokwe, particolare del volto

In Arte, è stata riaffermata la necessità di un ritorno al vigore del pensiero contro la logica del prodotto/oggetto, inanimato quanto sterile.

Di conseguenza, non ci si faccia meraviglia se per illustrare le caratteristiche di quel che denomino Primitivismo Estetico, inizi non da una classica definizione artistica, quanto da un proposizione logica.

Ma facciamo prima un passo indietro.

Con Primitivismo Estetico provo a delineare alcune caratteristiche che, per quel che mi riguarda, distinguono l’oggetto d’arte africano bello da quello meno bello o decisamente brutto.
Siamo in ambito cioè del gradiente estetico, cioè della valutazione eminentemente soggettiva del criterio riferito al bello.

Non ho nessuna pretesa filosofica in merito, nemmeno quella di citazioni dotte e compite…semplicemente sottopongo a tutti quello che per me discrimina il bello dal brutto.

Niente dunque a che fare con il criterio del mi piace/non mi piace, dal momento che posso facilmente imbattermi in un oggetto bello che non mi piace affatto mentre è comune il fatto che un oggetto meno bello, mi piaccia parecchio.

Inutile sottolineare che mi riferisco soltanto ed unicamente ad oggetti d’arte africana autentici secondo i criteri consolidati in letteratura e comunamente condivisi.

E’ possibile a questo punto ritornare alla proposizione con cui ho iniziato.

Credo che la bellezza di un oggetto sia ravvisabile anzitutto nella sua forza espressiva che poi non è altro che il materializzarsi al massimo livello della forza del pensiero creativo dell’artista che ha creato quell’oggetto.

Questo, pertanto, è l’espressione di un atto creativo, mai casuale ed anonimo, che condensa le intenzioni e le capacità esecutive dell’artista.

Nell’Arte Africana,sebbene dell’artista si ignori l’identità, non è mai anonimo; senza nome è soltanto l’incapacità e l’impossibilità di risalire all’esecutore.
E questi non è mai esecutore di un mero progetto tribale frutto di una consolidata tradizione, bensì l’interprete di quella tradizione, capace di rinnovamento e di creatività, pur nell’ambito del canone espressivo e culturale della sua etnia.

E quando questo avviene al massimo livello, la concentrazione di bellezza è palpabile in un evidente primitivismo estetico che nasce dalla forza del pensiero, da quelle delle mani e dalla fantasia creatrice.

makond5
Coll. privata, Italia
Makonde, Coll. privata, Italia

L’immagine di un’opera così concepita si differenzia da un’altra per la sua intrinseca nitidezza, capacità di sintesi, spontaneità e forza, versus un misto di incertezza, sfocatura, ridondanza e ripetizione.
Non c’è vita in quest’ultima opera, soltanto ripetizione di un qualcosa che già preesisteva, di un originale forte ed unico, mai frutto del caso e mai anonimo.

Il risultato di un’opera d’arte non ci parla per intensità emotiva, oscure forze primigenie, misticismi di bassa lega, ma per coerente ed originale interpretazione del canone, armonioso disegno esecutivo e grande potenza evocativo/espressiva.

In sintesi, questo è ciò che chiamo Primitivismo Estetico, l’idea cioè destinata ad esprimere con graduazione progressiva, il mio ideale di bellezza dell’opera d’arte africana.

L’arte africana nei libri

Debbo ringraziare  Federico Ferrari, ben noto collezionista e bibliofilo di Parma per questo esauriente quadro relativo alle più significative opere librarie inerenti le Arti Africane. Certamente mancano all’appello altri volumi, soprattutto quelli di recente pubblicazione, ma l’isieme fornito è di ampia soddisfazione.
Grazie Federico!

DOCUMENTAZIONE SULLE ARTI AFRICANE

I migliori testi in assoluto e/o generalisti:

1) Leiris – Delange – Afrique Noire, La creation plastique (1967)
2)Cornet – L’art de l’Afrique noire au pays du fleuve Zaire (1971)
3) Neyt – La grande statuarie Hemba du Zaire (1977)
4) Robbins – Nooter – African art in American collections (1989)
5) Einstein – Negerplastik (1915)

Spiego i motivi delle mie scelte: il seminale Carl Einstein di Negerplastik e il Leiris-Delange, mi sembra, hanno costituito – ognuno nella sua epoca – il fondamento dell’estetica occidentale applicata alle arti tradizionali africane, superando in questo il tanto decantato (e, secondo me, un po’ sopravvalutato) Kerchache-Paudrat-Stephan; il Cornet perché è stato il primo testo “moderno” ad operare compiutamente sulla linea inaugurata da Kjersmeier e ad identificare con precisione i centri di stile all’interno di una determinata macroarea (in quel caso il Congo RDC); il Neyt per la tecnica di individuazione dei sottostili all’interno di un unico centro di stile e il Robbins-Nooter per la sua ampiezza e insostituibilità come repertorio iconografico di materiale di alto livello qualitativo.

Aggiungo ai miei top-five “generalisti” altre liste più specifiche:

top-five dei volumi dedicati a collezioni private

1) Vogel – African Aestethics (sulla collezione Monzino)
2) Collection Verité (catalogo della vendita all’asta)
3) Collection Hubert Goldet (catalogo della vendita all’asta)
4) Mestach – L’intelligence des Formes (catalogo dell’esposizione della collezione Mestach a Bruxelles
5) Bassani et al. – The power of Form (collezione Horstmann)

top-five dei volumi dedicati a collezioni museali

1) AA.VV. – Treasures from the Africa-Museum Tervuren (1995) (sul MRAC di Tervuren)
2) Koloss et al. – Africa art and culture (sul Museo Etnologico di Berlino)
3) Krieger – Westafrikanische Plastik I, II e III (1978) (sul Museo Etnologico di Berlino)
4) AA.VV. – Forms of Wonderment (2002) (sull’Afrika museum di Berg en Dal)
5) Siegmann – African art. A century at the Brooklyn museum (2009) (sul Brooklyn Museum)

top-five dei volumi monografici dedicati ad un singolo centro di stile

1) Neyt – La redoutable statuaire Songye d’Afrique centrale (2004)
2) Leloup – Statuaire Dogon (1994)
3) Lehuard – Art Bakongo. Les centres de style (1989)
4) Meyer – Kunst und Religion der Lobi (1981)
5) Lehuard – Les arts Bateke (1996)

top-five dei volumi basati su ricerche antropologiche originali condotte sul campo (solo testi recenti)

1) Biebuyck – Lega culture (1973)
2) Nooter Roberts – Roberts – Luba art and the Making of History (1996)
3) Preston Blier – African Vodun. Art, psychology and power (1995)
4) Felix – Jordàn – Makishi Lya Zambia (1998)
5) Phillips – Representing Woman. Sande Masquerades of the Mende of Sierra Leone (1995)

top-five dei volumi pubblicati in occasione di esposizioni “generaliste”

1) Phillips et al. – Africa. The art of a continent (Royal Academy of Arts,London, 1996)
2) Rubin – “Primitivism” in 20th Century art. Affinity of the Tribal and the Modern (Museum of modern art, New York, 1984)
3) Bassani – Africa. Capolavori da un continente (Galleria di Arte Moderna, Torino, 2003)
4) de Grunne – Mains de Maitres (Espace culturel BBL, Bruxelles, 2001)
5) AA.VV. – Arts d’Afrique (Musée Dapper, Paris, 2000)

top-five dei volumi pubblicati in occasione di esposizioni “specialistiche” o monografiche

1) La Gamma – Eternal Ancestors. The art of the Central African Reliquary (Metropolitan museum of art, New York, 2007)
2) Homberger – Cameroon. Art and Kings (Museum Rietberg, Zurich, 2008)
3) AA.VV. – Central Nigeria unmasked: Arts of the Benue River Valley (Fowler Museum UCLA, Los Angeles 2011 et al.)
4) AA.VV. – Gabon. Presence de esprits (Musée Dapper, Paris, 2006)
5) Grootaers et al. – Ubangi. Arts et cultures au coeur de l’Afrique (Afrika Museum, Berg en Dal, 2007)

Per finire, la top-five dei volumi più quotati sul mercato, in termini monetari

1) Kjersmeier – Centres de style de la sculpture nègre africaine (4 volumi, ed. originale 1935-1938, Paris)
2) Harter – Arts anciens du Cameroun (1986)
3) Chaffin – L’art Kota. Les figures de reliquares (1979)
4) Perrois – La statuaire Fang (1973)
5) Lehuard – Art Bakongo. Les centres de style (1989)

Uno (o due, massimo massimo tre…) reference-book per ogni etnia:

Dogon:
Leloup – Statuaire Dogon (1994); Griaule – Masques dogons (1938) e Leloup – Dogon (Quay Branly, 2011)

Lobi:
Meyer – Kunst und Religion der Lobi (1981)
e Bognolo – Lobi (2007)

Bamana:
Colleyn – Bamana; The art of existence in Mali (2003)

Baule:
Vogel – Baule; African art, western eyes (1997)

Senufo:
Goldwater – Senufo sculpture from West Africa (1964), Förster – Die Kunst der Senufo (1988) e Gottschalk – Senoufo; Massa et les statues du Poro (2002)

Dan:
Fischer, Himmelheber – Die Kunst der Dan (1976)
e Harley – Notes on the Poro in Liberia (1941) / Masks as agents of social control in Northeast Liberia (1950)

Mende / Gola /Vai (Bundu):
Phillips – Representing Woman. Sande Masquerades of the Mende of Sierra Leone (1995) e Gottschalk – Busch-teufel im Land der Mende (1990)

Mossi / Bwa / Bobo /Gurunsi:
Wheelock – Land of the flying masks; Art and culture in Burkina Faso (2007) e Roy – Art of the Upper Volta rivers (1987)

Akan /Asante:
Cole, Ross – The arts of Ghana (1977)

Vodou art (Fon, Ewe)
Preston Blier – African Vodun; Art, Psycology and Power (1995); AA.VV. – Vaudou (Collection Kerchache) (2011) e Parodi da Passano (a cura di) – Evhe – Ouatchi; Un’estetica del disordine (2004)

Lamba / Losso:
Amrouche – Corps & Décors; Statuaire Lamba et Losso di Togo (2008)

Nigeria (generale):
Fagg – Nigerian images (1963); AA.VV. – Central Nigeria unmasked: Arts of the Benue River Valley (Fowler Museum UCLA, Los Angeles 2011 et al.) e AA.VV. – Arts du Nigeria (1997)

Yoruba:
Drewal, Pemberton, Abiodun – Yoruba; Nine centuries of African art and thought (1989)

Igbo:
Cole, Aniakor – Igbo arts; Community and Cosmos (1984)

Idoma / Igala / Tiv:
Neyt – The arts of the Benue to the roots of tradition (1985)

Urhobo:
Foss – Where Gods and Mortals Meet; Continuity and renewal in Urhobo art (2004)

Mumuye:
Neyt – Mumuye (2006)

Chamba:
Fardon – Column to volume. Formal innovation in Chamba statuary (2005) e Fardon – Fusions. Maquerades and thought style east of the Niger Benue confluence, West Africa (2007)

Ijo / Isoko / Ogoni:
Anderson, Peek – Ways of the Rivers (2002)

Camerun (generale):
Homberger – Cameroon. Art and Kings (Museum Rietberg, Zurich, 2008); Harter – Arts anciens du Cameroun (1986); Northern – The art of Cameroon (1984) e Gebauer – Art of Cameroon (1979)

Mambila:
Schwatz – Mambilla; Art and Material Culture (s.a.)

Bamum:
Geary – Bamum (2011)

Bangwa:
Brain, Pollock – Bangwa funerary sculpture (1971)

Gabon (generale):
AA.VV. – Gabon; Presence des esprits (2006) e La Gamma – Eternal Ancestors. The art of the Central African Reliquary (Metropolitan museum of art, New York, 2007)

Fang:
Perrois – La statuaire Fang (1973), Labourthe-Tolra, Falgayrettes-Leveau – Fang (1992)

Punu:
Perrois, Grand-Dufay – Punu (2008)

Kota:
Chaffin – L’art Kota. Les figures de reliquares (1979)

Congo (generale):
Cornet – L’art de l’Afrique noire au pays du fleuve Zaire (1971); AA.VV. – Treasures from the Africa-Museum Tervuren (1995) (sul MRAC di Tervuren) e Neyt – Fleuve Congo (2010)

Teke:
Lehuard – Les arts Bateke (1996)

Bembe:
Lehuard, Lecomte – Statuaire Babembe (2010)

Kongo:
Lehuard – Art Bakongo. Les centres de style (1989) e Felix – Arts et Kongos (1995)

Yaka / Suku:
Bourgeois – Art of the Yaka and Suku (1984) e Biebuyck –The arts of Zaire; Southwestern Zaire (1985)

Pende:
De Sousberghe – L’art Pende (1960) e Strother – Pende (2008)

Luba:
Nooter Roberts – Roberts – Luba art and the Making of History (1996) e Neyt – Luba; Aux sources de Zaire (1993)

Songye:
Neyt – La redoutable statuaire Songye d’Afrique centrale (2004); Hersak – Songye masks and Figure sculpture (1985)

Holo:
Neyt – L’art Holo du Haut-Kwango (1982)

Kuba:
Cornet – Royal art of Kuba (1982) e Binkley, Darish – Kuba (2009)

Lega:
Biebuyck – Lega culture (1973); Biebuyck – The arts of Zaire – Eastern Zaire (1986) e Biebuyck – Lega; Ethics and Beauty in the Hearth of Africa (2002)

Bembe / Buyu:
Biebuyck – Statuary from the pre-Bembe hunters (1981)

Hemba:
Neyt – La grande statuarie Hemba du Zaire (1977)

Tabwa:
Roberts, Maurer – Tabwa; The rising of a new moon: a century of Tabwa art (1986)

Mangbetu:
Schildkrout, Keim – African reflections; Art from Northeastern Zaire (1990)

Azande /Ngbaka/Ngbandi:
Burssens – Yanda-Beelden en mani-sekte bji de Azande (1962) e Grootaers et al. – Ubangi. Arts et cultures au coeur de l’Afrique (Afrika Museum, Berg en Dal, 2007)

Angola (generale):
AA.VV. – Sculpture angolaise; Memorial de cultures (1994) e AA.VV – Angola; Figure du pouvoir (2010)

Chokwe:
Bastin – Art decorative Tchokwe (1961); Bastin – La sculpture Tchokwe (1982) e Jordàn – Chokwe; Art and initiation among Chokwe and related Peoples (1998)

Zambia (generale):
Felix, Jordàn – Makishi lya Zambia (1998)

Tanzania (generale):
Felix – Mwana hiti; Life and art of the matrilineal Bantu of Tanzania (1990); Felix, Kecskesi – Tanzania (1994) e Krieger – Ostafrikanische Plastik (1990)

Sud-Africa (Zulu / Nguni):
AA.VV – Art and Ambiguity (1991); AA.VV. – Ubuntu; Arts et cultures d’Afrique du Sud (2002) e Klopper, Nettleton, Pethica – The art of Southern Africa (2007)

Tellem…o Dogon?

In vari lavori, Nadine Martinez, dell’Università della Sorbonne a Parigi, docente di Storia e Scienza dell’Arte ed Etnoesteica, ha posto il problema circa l’attribuzione delle opere Tellem e Dogon, non ultimo, nel suo saggio molto critico sull’esposizione dei Dogon al Branly curata da Hélène Leloup.

Polemiche a parte, il tema de’ – a quale famiglia appartengano le opere che comunemente denominiamo Tellem o Dogon è particolarmente interessante ed aperto a significative implicazioni.

La vulgata più diffusa e semplificatoria è che i Tellem hanno anticipato la venuta del popolo Dogon sulla falesia di Bandiagara, vale a dire, dove c’erano i Tellem poi sono arrivati i Dogon.

I primi Tellem secondo le attuali conoscenze storiche, sono arrivati sulla falesia in seguito alle guerre nell’impero di Wagadou, conosciuto in Europa con la denominazione di Regno del Ghana, situato nell’attuale sud/est della Mauritania  e in parte del Mali (a dispetto del nome, dunque, non vi è alcuna correlazione geografica con l’odierno Ghana).  L’insediamento si situa tra l’VIII ed il IX sec., d.c. anche se questa ipotesi, ad avviso di altri storici, è da anticipare, dal momento che alcuni reperti ritrovati sono di datazione anteriore,
Le tracce di questo popolo e della loro cultura, peraltro ancora alquanto poco conosciuti, si perdono verso il XVI sec., anche e soprattutto in seguito all’arrivo dei Dogon  sulla falesia, avvenuto all’incirca  cento anni prima.

Lavorando su tre metodi di identificazione e cioè quello iconografico, stilistico ed infine storico, la Martinez pone delle questioni ancora in gran parte irrisolte.

Dal momento che gli stilemi presenti nelle sculture Tellem , si ritrovano tutti quanti nella statuaria Dogon bisogna per forza chiedersi:

a- Dogon hanno preso a modello le opere Tellem?
b- i Tellem hanno scolpito per conto dei Dogon?
c- tutte le opere sono in realtà di produzione Dogon?

Sono questioni non da poco, come si vede, alle quali la Martinez, attraverso un approccio peculiarmente etno-estetico, prova a dare delle ”provvisorie” risposte o meglio prova a fornire delle interpretazioni.

In particolare in questo studio, la Martinez ha approfondito una specifica tipologia di oggetto ed un peculiare stilema.
Il suo interesse si è rivolto infatti alle sculture con “personnages aux bras levés addossé à un plan”.
La scelta non è ovviamente casuale o esplicitata sulla base del gusto personale.
Le sculture a braccia alzate, spesso appoggiate ad un piano, sono infatti le tipiche rappresentazioni plastiche dei Tellem che, giova ricordare, hanno una produzione creativa di soggetti plastici meno ricca  di quella dei Dogon.

Questo motivo però è particolarmente interessante perché esprime una continuità stilistica tra Tellem e Dogon.

Orbene, comparando una serie di sculture della tipologia prima descritta, avendo esse una datazione certa al 14C, la Martinez osserva che hanno le medesime caratteristiche stilistiche e  che rappresentano medesime entità che si riferiscono alla mitologia dei Dogon.
L’anacronismo è  immediatamente percepibile e la studiosa si  chiede – Chi è realmente rappresentato in quelle sculture?  Come è possibile che oggetti separati da 8/9 secoli riproducano le medesime entità? Come potevano i Tellem conoscere le figure mitiche poi rappresentate nelle loro sculture se i Dogon, secondo la vulgata, col carico della loro complessa simbolica cosmogonia, giunsero sulla falesia secoli dopo l’insediamento dei Tellem?

La ricerca storica aiuta a fornire interpretazioni chiarificatrici circa le questioni sopra richiamate.

E’ possibile che i Dogon siano partiti e ritornati in un luogo già occupato da loro stessi, sulla falesia in particolare. In questo modo i Tellem e i Dogon costituirebbero ipoteticamente una medesima famiglia, una parte della quale è rimasta sul luogo, e l’altra è qui ritornata dopo un lungo periplo.

Le tradizioni orali Dogon menzionano due direzioni: la prima li fa venire dall’Est, da Tombouctou fino al Mandé, per via d’acqua; una seconda ritornare verso Est da Djenné.
Secondo Germaine Dieterlen e Diarra Sylla (1992), i Dogon  arrivati da Djigou e da Tombouctou,  e dislocati presso Wagadou ( regione maliana all’estremo sud/est dell’attuale Mauritania), si sarebbero in seguito separati in due gruppi: l’uno diretto verso la falesia, l’altro verso il Mandé.
Questo secondo gruppo avrebbe soggiornato e vissuto nella regione di Dogoro e Sibi per più di 1200 anni per poi ripartire per Ségou e Djenné e ritornare infine nell’antico luogo di partenza.

Sul piano simbolico la condivisione del culto di Binou, fondatore delle famiglie Dogon, significa letteralmente “partito e ritornato” (Montserrat Palau-Marti, 1960).
Questo elemento simbolico radicato nella cultura Dogon induce a pensare ad un diretto riferimento alle migrazioni di quel popolo, certamente indotte da eventi bellici e motivazioni  religiose, oltre che alla ricerca di luoghi climaticamente ed ambientalmente più ospitali.

Dal punto di vista storico e religioso Solange de Ganay (1941, 1942),  ci fornisce un’informazione capitale: “…certains Binou proviennent du Mandé, region d’où  émigrèrent les Dogon vers le Xème siecle; d’autres ont été trouvés dans les falaises de Bandiagara”.

Riassumendo, secondo l’ipotesi illustrata, da un lato i Tellem rinviano ad una identità mitica, dall’altro i Dogon ad un’identità storica, si ricompongono nell’ originaria famiglia al momento del ritorno della frazione migrante, intorno al  secolo XV/XVI.

Sulla base di questa interpretazione (e cioè che in realtà i Dogon non sono altri che gli originari abitanti della falesia ricongiuntisi al gruppo famigliare originario Tellem, più di mille anni dopo l’insediamento iniziale) , è possibile dare una spiegazione storico/ artistica del pannello Dogon.

Il pannello (ex antica coll. Charles Ratton, Parigi), considerato un’opera Dogon e datata sulla base dello stile di esecuzione intorno al XV/XVI sec, ha riservato una sorpresa ad un esame scientifico più approfondito.

A cura dell’Università di Milano e di Napoli si è provveduto alla datazione del legno con la tecnica 14C-AMS ( radiocarbonio con spettrometria di massa con acceleratore).

Tralasciando i dettagli tecnici precisati nel rapporto finale, il risultato della datazione del legno del pannello è risultato essere il seguente: 1330 d.c. con probabilità di 30/50 anni in più o in meno.

E’ opportuno ricordare, quel che ha scritto R. Bedaux a proposito di datazione delle opere di legno, quando sottolinea che i Dogon  sono soliti scolpire nel legno fresco essendo più facile da lavorare e che, peraltro, il legno stagionato  è di difficile reperibilità nelle terre Dogon, come del resto nell’intera Africa. L’età delle sculture, di conseguenza, è da considersi, secondo Bedaux,  poco lontana da quella del legno utilizzato per la realizzazione della stessa (Des Tellem aux Dogon: recherches archeologiques dans la boucle du Niger (Mali), in Centro Studi Archeologia Africana, Milano 1992).

E’ stato a questo punto che ci si deve interrogare sull’origine e sulla storia dei Dogon/Tellem perché è del tutto evidente che se il pannello fosse stato realizzato nel 1500/1600, l’attribuzione Dogon sarebbe stata del tutto plausibile, ma se risulta essere del 1300, come è possibile definirlo Dogon quando la vulgata fa partire la storia artistica dogoniana nel XV/XVI sec.?

Da qui l’approfondimento illustrato in precedenza e grazie al quale è perfettamente comprensibile come già nel 1300, ed anche prima, siano possibili elementi etnoestetici Dogon in una cultura che da sempre denominiamo proto-dogon o tellem intendendole erroneamente culture diverse da quella Dogon.

Il pannello, anche per questo, credo assurga a documento storico oltre che una pregevole opera d’arte del popolo della falesia.


Bibliografia.

Nadine Martinez ( edition L’Harmattan, Paris):

-LA RÉCEPTION DES ARTS DITS PREMIERS OU ARCHAÏQUES EN FRANCE
Les arts de l’Afrique, 2010
-ECRITURES AFRICAINES
Esthétique et fonction des écritures Dogon, Bamana et Sénoufo, 2010
-FORMES ET SENS DE L’ART AFRICAIN
Les surfaces planes dans les œuvres d’art des Dogon, Bamana et Sénoufo du Mali, de la Côte d’Ivoire et du Burkina Faso, 2003
-DES OEUVRES D’ART DOGON OU TELLEM ?
Regard sur l’exposition “dogon” Quai Branly – 2011
-ART CONTEMPORAIN / ART TRADITIONNEL
Aller-retour Mali-Mali, 2010

-EZRA Kate – “Art of the Dogon: selections from the Lester Wunderman Collection” – Metropolitan Museum of Art edition, New York 1988

– LELOUP Hélène, RUBIN William, SERRA Richard, BASELITZ Georg – “Dogon Statuary” -edition Daniele Amez, Strasbourg 1994

– LAUDE Jean – “Iron sculpture of the Dogon” – edition Galerie Kamer, Paris, 1964

– LAUDE Jean – “African Art of the Dogon: the Myths of the Cliff Dwellers” – Brooklyn Museum edition, New York 1973

– DIETERLEN Germaine – “Les Dogon: notion de personne et mythe de la creation” – edition L’Harmattan, Paris 2000

Chi sono/About Elio Revera

Il dr. Elio Revera, sociologo, già docente ricercatore universitario di Antropologia Culturale, è stato direttore di servizi pubblici socio-sanitari.  Appassionato collezionista di opere della tradizione africana, i suoi pezzi sono stati più volte pubblicati ed esposti in numerose mostre pubbliche e private in Italia, Europa e Stati Uniti.

Ha collaborato all’allestimento della mostra Warega, i signori della foresta congolese, Brescia 2015 e pubblicato  numerosi articoli specialistici  su varie riviste italiane ed estere e sul sito www.artidellemaninere.

E’ inoltre Perito  ed Esperto della Camera di Commercio per l’arte tradizionale africana (ruolo n. 601). Nell’ambito dell’esposizione Antiquariato a Milano 2019 (Amart) e 2021, ha curato l’operazione di  vetting relativamente alle opere  di Arte Africana esposte per la vendita.

Ha inoltre periziato opere africane per conto dell’agenzia Open Care di Milano.

Componente del Comitato Scientifico e Curatoriale dell’esposizione internazionale  Ex Africa. Storie ed identità di un’arte universale, Bologna marzo-settembre 2019, per la sezione Semplicemente Arte, ha pubblicato per il catalogo della mostra, edito da Skira, il saggio La forza delle immagini  e tutte le note che accompagnano le oltre novanta opere esposte.

Nel 2021 ha scritto per il catalogo dell’esposizione di Napoli,  Arti talismaniche. Pratiche di scrittura sacra e protettiva del nord della Nigeria, il saggio  “Oracoli e Presagi: considerazioni sulla divinazione” .

Altri sui lavori sono publicati sulla rivista Archeologia Africana. Saggi occasionali, Milano.

Nell’ambito della sua ricerca, l’autenticità, la qualità estetica delle opere e l’ interpretazione dei significati simbolici propri delle loro culture di appartenenza, sono alcuni dei suoi principali interessi.

Mail: elioonda@libero.it

luglio-2016

Elio Revera is a sociologist and Cultural Anthropology lecturer at the Universita Statale of Brescia. A passionate collector of African art objects, he is also a member of the Chamber of Professional Experts. Objects from his collection have been published and exhibited in several public and private expositions in Italy, Europe and in the United States. He regularly publishes African art articles on artidellemaninere.com.

For Ex-Africa exhibition catalogue, edited by Skira, he wrote the brief essay La forza delle immagini, together with the texts that caption all the exhibited artworks – more than ninety pieces.

mail: elioonda@libero.it

Je suis passionné par l’art de l’Afrique noire et comme psycho/sociologue je cherche à approfondir tous les domaines couverts par ma passion.
Mon intérêt premier réside, en particulier, dans l’étude esthétique et qualitative de l’art africain authentique. Professionnellement, je m’occupe ces thèmes depuis plusieurs années ainsi que du domaine du collectionnisme qui y est associé. J’ai écrit et publié sur ce sujet, collaboré avec des institutions publiques pour la promotion d’initiatives culturelles, dont des expositions, et comme conférencier en anthropologie culturelle de l’Università Statale di Brescia, j’ai donné des cours de formation destinés aux professionnels de la Santé. Je suis expert et  consultant de la Chambre de Commerce pour l’Art Ancien d’Afrique  (rôle n. 601). J’espère que mon regard de passionné des Arts Africains classiques et de chercheur psychosocial pourra enrichir la réflexion des lecteurs de ce blog.

Elio Revera

Mail: elioonda@libero.it

Materiali

La qualità dei MATERIALI per esempio, è un ambito che parrebbe interessante esplorare. Legno, metallo, terre, pietre…si ma quali? Ogni latitudine evidenzia caratteristiche proprie e di conseguenza non è pensabile ridurre ogni fattispecie a legno o genericamente a metallo.

Un’attenta classificazione delle svariate tipologie forse consentirebbe un orientamento più sicuro sul terreno dell’attribuzione e della datazione.

Ipotesi, progetti, qualcosa da fare…prima…o poi!