Contra Varìola

Oggi è il virus Ebola a terrificare l’occidente, ma da sempre le popolazioni dell’Africa e del mondo intero convivono con le epidemie.

Da sempre infatti, fin dai primordi della storia dell’umanità, l’uomo ha dovuto confrontarsi con devastanti epidemie e tra queste, quella del vaiolo, è purtroppo una costante ad ogni latitudine.
Malattia virale devastante della pelle e spesso letale, il vaiolo fu in qualche misura contrastato in Asia già prima del Mille, ma come gran parte delle epidemie è stato debellato soltanto in tempi recenti.
Nel Bangladesh infatti c’è stata l’ultima grande epidemia, 1973/74, con circa 170mila vittime accertate.
Nella variante meno aggressiva l’ultimo individuo accertato affetto da varì
ola minor è stato riscontrato nel 1977.

Un evento di tale portata concreta ed immaginifica non poteva non lasciare tracce nella produzione artistica ed iconografica ed infatti sono numerose le rappresentazioni della malattia raffigurate in immagini e sculture, a partire dalla testa in terracotta conservata al Museo Archeologico risalente a più di duemila anni fa.

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Il popolo che per esorcizzare la malattia ha realizzato numerosi oggetti propiziatori è stato quello dei Songye per ritornare al nostro specifico artistico.
Le terre Songye infatti furono devastate da questa epidemia tra la fine dell’800 ed i primi del ‘900 e naturalmente la tragedia interessò anche le popolazioni limitrofe.

Come ci ricorda Cyrille van Overbergh nel suo lavoro Les Basonge del 1908, i Songye pur essendo uno dei popoli più sani del Congo, furono interessati dall’epidemia, sebbene il numero dei decessi tra questa gente fu inferiore a quello registrato tra le etnie viciniori.
Come abbia influito su questo la realizzazione di numerosi feticci di protezione è difficile immaginarlo: fatto sta che è comunque proprio tra i Songye che si riscontrano numerosi Minkisi all’uopo destinati alla protezione del vaiolo.

Ne pubblichiamo alcuni con l’avvertenza che l’attribuzione di questi feticci alla protezione vaiolosa è fatta su basi deduttive che derivano dall’osservazione delle piccole sculture. Infatti quei chiodi di legno o di metallo, quei buchi riscontrabili sul volto, rimandano agli effetti devastanti che questa malattia causa alla pelle e, di conseguenza, non pare affatto azzardato ipotizzare che lo n’kisi personale fosse propiziatorio di un qualche effetto protettivo.

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Coll. privata, Italia

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Coll.J.Corlay

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Courtesy F. Neyt

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