Tellem…o Dogon?

In vari lavori, Nadine Martinez, dell’Università della Sorbonne a Parigi, docente di Storia e Scienza dell’Arte ed Etnoesteica, ha posto il problema circa l’attribuzione delle opere Tellem e Dogon, non ultimo, nel suo saggio molto critico sull’esposizione dei Dogon al Branly curata da Hélène Leloup.

Polemiche a parte, il tema de’ – a quale famiglia appartengano le opere che comunemente denominiamo Tellem o Dogon è particolarmente interessante ed aperto a significative implicazioni.

La vulgata più diffusa e semplificatoria è che i Tellem hanno anticipato la venuta del popolo Dogon sulla falesia di Bandiagara, vale a dire, dove c’erano i Tellem poi sono arrivati i Dogon.

I primi Tellem secondo le attuali conoscenze storiche, sono arrivati sulla falesia in seguito alle guerre nell’impero di Wagadou, conosciuto in Europa con la denominazione di Regno del Ghana, situato nell’attuale sud/est della Mauritania  e in parte del Mali (a dispetto del nome, dunque, non vi è alcuna correlazione geografica con l’odierno Ghana).  L’insediamento si situa tra l’VIII ed il IX sec., d.c. anche se questa ipotesi, ad avviso di altri storici, è da anticipare, dal momento che alcuni reperti ritrovati sono di datazione anteriore,
Le tracce di questo popolo e della loro cultura, peraltro ancora alquanto poco conosciuti, si perdono verso il XVI sec., anche e soprattutto in seguito all’arrivo dei Dogon  sulla falesia, avvenuto all’incirca  cento anni prima.

Lavorando su tre metodi di identificazione e cioè quello iconografico, stilistico ed infine storico, la Martinez pone delle questioni ancora in gran parte irrisolte.

Dal momento che gli stilemi presenti nelle sculture Tellem , si ritrovano tutti quanti nella statuaria Dogon bisogna per forza chiedersi:

a- Dogon hanno preso a modello le opere Tellem?
b- i Tellem hanno scolpito per conto dei Dogon?
c- tutte le opere sono in realtà di produzione Dogon?

Sono questioni non da poco, come si vede, alle quali la Martinez, attraverso un approccio peculiarmente etno-estetico, prova a dare delle ”provvisorie” risposte o meglio prova a fornire delle interpretazioni.

In particolare in questo studio, la Martinez ha approfondito una specifica tipologia di oggetto ed un peculiare stilema.
Il suo interesse si è rivolto infatti alle sculture con “personnages aux bras levés addossé à un plan”.
La scelta non è ovviamente casuale o esplicitata sulla base del gusto personale.
Le sculture a braccia alzate, spesso appoggiate ad un piano, sono infatti le tipiche rappresentazioni plastiche dei Tellem che, giova ricordare, hanno una produzione creativa di soggetti plastici meno ricca  di quella dei Dogon.

Questo motivo però è particolarmente interessante perché esprime una continuità stilistica tra Tellem e Dogon.

Orbene, comparando una serie di sculture della tipologia prima descritta, avendo esse una datazione certa al 14C, la Martinez osserva che hanno le medesime caratteristiche stilistiche e  che rappresentano medesime entità che si riferiscono alla mitologia dei Dogon.
L’anacronismo è  immediatamente percepibile e la studiosa si  chiede – Chi è realmente rappresentato in quelle sculture?  Come è possibile che oggetti separati da 8/9 secoli riproducano le medesime entità? Come potevano i Tellem conoscere le figure mitiche poi rappresentate nelle loro sculture se i Dogon, secondo la vulgata, col carico della loro complessa simbolica cosmogonia, giunsero sulla falesia secoli dopo l’insediamento dei Tellem?

La ricerca storica aiuta a fornire interpretazioni chiarificatrici circa le questioni sopra richiamate.

E’ possibile che i Dogon siano partiti e ritornati in un luogo già occupato da loro stessi, sulla falesia in particolare. In questo modo i Tellem e i Dogon costituirebbero ipoteticamente una medesima famiglia, una parte della quale è rimasta sul luogo, e l’altra è qui ritornata dopo un lungo periplo.

Le tradizioni orali Dogon menzionano due direzioni: la prima li fa venire dall’Est, da Tombouctou fino al Mandé, per via d’acqua; una seconda ritornare verso Est da Djenné.
Secondo Germaine Dieterlen e Diarra Sylla (1992), i Dogon  arrivati da Djigou e da Tombouctou,  e dislocati presso Wagadou ( regione maliana all’estremo sud/est dell’attuale Mauritania), si sarebbero in seguito separati in due gruppi: l’uno diretto verso la falesia, l’altro verso il Mandé.
Questo secondo gruppo avrebbe soggiornato e vissuto nella regione di Dogoro e Sibi per più di 1200 anni per poi ripartire per Ségou e Djenné e ritornare infine nell’antico luogo di partenza.

Sul piano simbolico la condivisione del culto di Binou, fondatore delle famiglie Dogon, significa letteralmente “partito e ritornato” (Montserrat Palau-Marti, 1960).
Questo elemento simbolico radicato nella cultura Dogon induce a pensare ad un diretto riferimento alle migrazioni di quel popolo, certamente indotte da eventi bellici e motivazioni  religiose, oltre che alla ricerca di luoghi climaticamente ed ambientalmente più ospitali.

Dal punto di vista storico e religioso Solange de Ganay (1941, 1942),  ci fornisce un’informazione capitale: “…certains Binou proviennent du Mandé, region d’où  émigrèrent les Dogon vers le Xème siecle; d’autres ont été trouvés dans les falaises de Bandiagara”.

Riassumendo, secondo l’ipotesi illustrata, da un lato i Tellem rinviano ad una identità mitica, dall’altro i Dogon ad un’identità storica, si ricompongono nell’ originaria famiglia al momento del ritorno della frazione migrante, intorno al  secolo XV/XVI.

Sulla base di questa interpretazione (e cioè che in realtà i Dogon non sono altri che gli originari abitanti della falesia ricongiuntisi al gruppo famigliare originario Tellem, più di mille anni dopo l’insediamento iniziale) , è possibile dare una spiegazione storico/ artistica del pannello Dogon.

Il pannello (ex antica coll. Charles Ratton, Parigi), considerato un’opera Dogon e datata sulla base dello stile di esecuzione intorno al XV/XVI sec, ha riservato una sorpresa ad un esame scientifico più approfondito.

A cura dell’Università di Milano e di Napoli si è provveduto alla datazione del legno con la tecnica 14C-AMS ( radiocarbonio con spettrometria di massa con acceleratore).

Tralasciando i dettagli tecnici precisati nel rapporto finale, il risultato della datazione del legno del pannello è risultato essere il seguente: 1330 d.c. con probabilità di 30/50 anni in più o in meno.

E’ opportuno ricordare, quel che ha scritto R. Bedaux a proposito di datazione delle opere di legno, quando sottolinea che i Dogon  sono soliti scolpire nel legno fresco essendo più facile da lavorare e che, peraltro, il legno stagionato  è di difficile reperibilità nelle terre Dogon, come del resto nell’intera Africa. L’età delle sculture, di conseguenza, è da considersi, secondo Bedaux,  poco lontana da quella del legno utilizzato per la realizzazione della stessa (Des Tellem aux Dogon: recherches archeologiques dans la boucle du Niger (Mali), in Centro Studi Archeologia Africana, Milano 1992).

E’ stato a questo punto che ci si deve interrogare sull’origine e sulla storia dei Dogon/Tellem perché è del tutto evidente che se il pannello fosse stato realizzato nel 1500/1600, l’attribuzione Dogon sarebbe stata del tutto plausibile, ma se risulta essere del 1300, come è possibile definirlo Dogon quando la vulgata fa partire la storia artistica dogoniana nel XV/XVI sec.?

Da qui l’approfondimento illustrato in precedenza e grazie al quale è perfettamente comprensibile come già nel 1300, ed anche prima, siano possibili elementi etnoestetici Dogon in una cultura che da sempre denominiamo proto-dogon o tellem intendendole erroneamente culture diverse da quella Dogon.

Il pannello, anche per questo, credo assurga a documento storico oltre che una pregevole opera d’arte del popolo della falesia.


Bibliografia.

Nadine Martinez ( edition L’Harmattan, Paris):

-LA RÉCEPTION DES ARTS DITS PREMIERS OU ARCHAÏQUES EN FRANCE
Les arts de l’Afrique, 2010
-ECRITURES AFRICAINES
Esthétique et fonction des écritures Dogon, Bamana et Sénoufo, 2010
-FORMES ET SENS DE L’ART AFRICAIN
Les surfaces planes dans les œuvres d’art des Dogon, Bamana et Sénoufo du Mali, de la Côte d’Ivoire et du Burkina Faso, 2003
-DES OEUVRES D’ART DOGON OU TELLEM ?
Regard sur l’exposition “dogon” Quai Branly – 2011
-ART CONTEMPORAIN / ART TRADITIONNEL
Aller-retour Mali-Mali, 2010

-EZRA Kate – “Art of the Dogon: selections from the Lester Wunderman Collection” – Metropolitan Museum of Art edition, New York 1988

– LELOUP Hélène, RUBIN William, SERRA Richard, BASELITZ Georg – “Dogon Statuary” -edition Daniele Amez, Strasbourg 1994

– LAUDE Jean – “Iron sculpture of the Dogon” – edition Galerie Kamer, Paris, 1964

– LAUDE Jean – “African Art of the Dogon: the Myths of the Cliff Dwellers” – Brooklyn Museum edition, New York 1973

– DIETERLEN Germaine – “Les Dogon: notion de personne et mythe de la creation” – edition L’Harmattan, Paris 2000

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