Hunting charm. A caccia con l’amuleto !

 

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Cacciatori Lobi (Burkina Faso), Photo A. Heim, 1934

 

Ben diversamente dal significato dei giorni nostri, il rito della “caccia” è stato per tutti i popoli dell’Africa sub-sahariana un momento di forte identificazione collettiva destinato a perpetuare la tradizione e la socializzazione della propria specifica cultura.

“ Le chasseur de même que le guerrier, dont le savoir et l’endurance s’acquièrent et s’affirment au cours de l’initiation, trascendent tous les dangers. Reconnus et honorés pour leur pouvoir- ils garantissent la vie de la communauté à la quelle ils assurent nourriture et protection -, ils sont par ailleurs craints parce qu’ils versent le sang et infligent la mort. C’est pourquoi des rites ayant parfois comme supports des objets en bois, en ivoire ou en metal visent à favoriser leur réussite, à les protéger, mais aussi rétablir l’équilibre du monde sans cesse menace par leur actes”. (Christiane Falgayrettes Leveau, 1998)

La caccia come necessità di sopravvivenza, i riti al fine di propiziarla  e soprattutto i riti per il ripristino dell’equilibrio di quel mondo naturale che in ogni caso la caccia ha profanato con il versamento di sangue animale e di morte, sono i pilastri  che pur con diversissime manifestazioni si riscontrano in tutte le culture di quei luoghi.

 

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Cacciatori Dondo, Congo,Cartolina postale fini XIX sec. Courtesy AAN.

 

Anche tra le popolazioni del Congo sud/occidentale, ai confini attuali dell’’Angola, tra gli Yaka, i Suku e gli Holo, la caccia costituiva uno tra i momenti più significativi della vita degli uomini.

Come ha scritto Arthur P. Bourgeois ( Art of Yaka and Suku), “l’homme adulte est chasseur avant tout. Au-delà de la quête de nourriture la chasse confère à l’homme un statut sociale, et elle est la quintescence des activités masculines. Tandis que la femme est considerée surtout pour sa capacité à enfanter, un homme est celui qui montre son adresse à la chasse et procure de la viande à ses parents”.

Insieme alla lancia, all’arco e la carabina, vari oggetti rituali accompagnavano il cacciatore.

Anzitutto un sifflet di varie fogge, lungo (kondi kondi) o sferico (ndembà), destinato a segnalare la presenza, impartire gli ordini, richiamare i cani. Il sifflet, oltre che essere necessario per gli atti indispensabili durante la caccia, era considerato un oggetto rituale a protezione degli spiriti negativi legati alla stregoneria e per questo, sovente, era avvolto nella pelle presa dalla caviglia  di un’antilope ed una testa umana era scolpita nella parte inferiore dello stesso.

“De nombreux pendentifs, paquets de charme constructions et poteaux sculptés sont associés à la chasse comme talismans personnels…des scuptures au visage humain portant des cornes verticales sont liées à une certaine varieté de pièges…”( A.P. Bourgeois, op. cit.)

Proprio in riferimento a questo ultimo oggetto rituale e propiziatorio nella caccia con l’utilizzo di trappole, ho cercato nella documentazione del Musée Royale de l’Afrique ( Tervuren) e nell’archivio Yale University Art Gallery  gli esemplari conosciuti, a mio parere estremamente limitati e rari. Le misure variano da 15 ai 40 cm, anche se la maggioranza è di circa  20 cm.

Tutte le immagini che seguono, ad eccezione di una, sono tratte dai due Archivi citati, ai quali vanno il mio personale ringraziamento e la mia considerazione.

 

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In questi sei esemplari Yaka di chiara matrice etnografica, si riscontrano, quale elemento comune, le lunghe corna, un viso sommariamente scolpito ed in alcuni la presenza di un ricettacolo ventrale destinato a contenere la sostanza magica che il devin approntava allo scopo di tenere lontano gli spiriti che potevano comportare una caccia sfortunata.

 

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Anche questi tre successivi sono stati classificati come oggetti appartenenti alla cultura Yaka. In essi appare maggiormente delineata la perizia scultorea di chi li ha fatti.

 

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I successivi, invece, appartengono al popolo Suku. In due casi le braccia sono state scolpite nella  postura tipica dell’iconografia Suku. In uno si nota la presenza del ricettacolo per accogliere la sostanza magica.

 

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Anche il prossimo, appartenuto alla Coll. Brill, di gran lunga quello con maggiore valenza artistica, è stato attribuito alla cultura Suku.

 

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Ex Coll. Brill, cm 20

 

Sono invece soltanto due gli esemplari Holo conosciuti di questa tipologia, il primo al Tervuren, il secondo in una raccolta privata.

 

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In entrambi gli esemplari si notano le scarificazioni sul volto che connotano la cultura Holo, la presenza delle braccia,  le corna dritte e non eccessivamente lunghe e la presenza del ricettacolo ventrale.

Con queste  opere si esaurisce  l’intero repertorio conosciuto in letteratura degli Yaka, Suku ed Holo per quanto attiene a questa tipologia di hunting charms…almeno  per quel che mi è dato conoscere.

Elio Revera

 

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Le fanciulle di Kara

I riti di iniziazione legati al passaggio dalla giovinezza all’età adulta sovente erano regolati nel continente africano con la consapevolezza di  controllare la sessualità delle ragazze al fine di evitare o limitare episodi di prostituzione o di gravidanze non desiderate o precoci.

Anche tra le popolazioni dell’area di Kara, nel montagnoso nord del Togo, ed in particolare presso i Kabyé, tale ritologia assumeva significati simbolici molto significativi destinati a garantire l’equilibrio sociale e perpetuare l’identità culturale all’interno dei villaggi.

In passato mi sono occupato di un’antica scultura Kabyé il cui significato è di oggettiva, difficile interpretazione ( https://artidellemaninere.com/2015/08/06/ishan-or-esan-arcaic-female-figure-nigeria/)

In questa sede, mi pare opportuno tentare di decifrarne una plausibile interpretazione, certo non definitiva, cosa del resto naturale per tutti gli antichi manufatti d’Africa.

I Kabyé, come detto, vivono principalmente nella regione di Kara, nel Togo settentrionale. Alcuni villaggi Kabyé sono presenti anche vicino alle città di Soutouboua ed ancora più a sud, nei pressi di Atakpamé, retaggio questi della coonizzazione tedesca. Fu infatti il governatore von Zech a creare questi insediamenti, destinati ai condannati per furto e stregoneria.

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Repubblica del Togo

Secondo alcuni studi, i Kabyé sarebbero arrivati parecchi secoli fa nel luogo di residenza attuale attraverso le ramificazioni del fiume Volta. Tracce di questo popolo si trovano in Sudan e Ciad dove similari tradizioni di iniziazione delle ragazze sono presenti presso alcune popolazioni di quei luoghi. Anche la lingua parlata è del gruppo Gur, della famiglia Gurunsi, che fa parte delle lingue voltaiche disseminate in Burkina Faso, in Ghana, in Benin e in Togo. Questo ceppo linguistico è infatti una delle componenti del sottogruppo orientale, tradizionalmente denominato “Tem”.

L’origine precisa dei Kabyé, in ogni caso, non si conosce. Gli anziani si limitano a dire: l’origine dei Kabyé risale ai tempi antichi.

 Ma torniamo ai riti di iniziazione.

Come ha scritto Pierre Amrouche, tra i Kabye “plusieurs grands rituels rythmen les saisons, initiations des garçons Kondona et des filles, Akpema.” (1992)

Attraverso i riti dell’ akpema, la fanciulla ( puwa), raggiunti i 18 anni,  acquisiva lo status di donna.

Il rituale si svolgeva in tre momenti: la segregazione, la prova della verginità ed il matrimonio.

Erano rituali molto complessi che coinvolgevano l’intero nucleo famigliare ed i particolare gli anziani della famiglia chiamati a fare sacrifici sull’altare degli spiriti protettori (waitina).

Si susseguivano poi canti e danze e che culminavano con l’uscita delle  ragazze partecipanti al rito, le akpema appunto, dalle capanne nelle quali erano rimaste chiuse per due giornate.

E’ questo un momento di particolare interesse per l’interpretazione della nostra scultura.

Prima del rituale di uscita delle akpema dalla capanna, colei che le seguiva, la kpangbamu, tagliava loro  i capelli.

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Dopo essere stata completamenta rasata, la testa di ogni akpen ( iniziata) veniva unta con olio rosso o di karité.

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Il rito poi proseguiva con l’accompagnamento della ragazza nel bosco sacro per le altre fasi della cerimonia che si concludeva con il matrimonio, regolato anch’esso da una complessa gerarchia di norme e divieti.

Osservando la scultura, ciò che la connota immediatamente sono la testa calva , le grandi mani ed i tatuaggi/scarificazioni sul volto e sul corpo.

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Il rito dell’akpema prevedeva inoltre che la ragazza iniziata (akpen), dopo il rito della rasatura dei capelli e dell’unzione con l’olio rosso, ricevesse un piccolo bastone (dooka) dono del futuro sposo, che ella tratteneva tra le sue mani a testimonianza della fine della sua fanciullezza.

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Courtesy “Afriche. Società Missioni Africane” per le immagini delle akpema.

Un evidente simbolo fallico, a suggello del nuovo ruolo che la donna da quel momento era destinata ad occupare in seno alla comunità.

Nuovo ruolo e nuovi compiti, primo tra i quali la perpetuazione del clan famigliare.

Forse, in un remoto passato, la scultura è stata proprio la testimonianza del rito dell’akpema; forse la testa calva, i tatuaggi e le grandi mani accoglienti erano proprio l’emblema del rito di passaggio di status della giovane akpen, dalla giovinezza all’età adulta e chissà, forse la scultura stessa era anche destinata a preconizzare, propiziare e proteggere simbolicamente  una sua futura gravidanza.

Elio Revera

 

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Punctum (English translation)

A few years ago a psychiatrist friend told me an anecdote that impressed and amused me. In front of a patient, with suicidal tendencies but with valuable intellectual capacities, he said these words : “Why you don’t investigate about the definition of “beauty” … you should dedicate time getting deeper into this concept. Who knows ! We might get to a common  definition”

Fortunately, that intelligent man is fine and still alive.

I am joking of course, but there is always some truth in every joke.

In this work, therefore, I will avoid bothering myself trying to distinguish the good from the bad, or trying to explain the meaning of all this ; I will just express my personal opinion, not pretending to be an authority in this topic ; the beauty is what stimulates my desire of knowledge, understanding, and even of possession when possible, why not, as long as we are talking about collecting.  

For this reason, in my opinion the way of feeling beauty is fundamental, and beauty can be hidden in the Sonata in B flat, D. 960 by Franz Schubert , which I’m currently listening to, as I am writing, i.e. the way you look at an artistic artifact, a Yombe motherhood for example, as this one.

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Yombe / Kongo, Congo, Mvwala staff, cm.30, Private Collection, Italy

 

Why does this ancient sculpture of Congo question me ? What stimulates my desire for knowledge, understanding … what leads me to a spontaneous involvement, to a genuine admiration ?

I have just written about the way of looking. Well, what is this modality ?

A great philosopher and semiotician known as Roland Barthes can give me a hand. What I learned from him is how to look, how to see ; though as we know, his teachings specifically refer to the vision of a photographic image

  Especially in one of his works, La chambre claire (1980), Barthes suggests that there are two ways the spectator enjoys the image: the rational (studium) and the emotional (punctum).

The punctum is exactly what draws my attention, i.e. the detail that emotionally affects and irrationally involves the viewer. “Irrationally” actually means that the viewer cannot express any resistance or justification.

Well, in that motherhood, the relevant punctum to my eye is the absence of eyes, which against any presumed evidence, conversely bring out an intense emotional depth.

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But which eyes am I referring to if the eyes have not even been sculpted ? And why haven’t they been carved ?

We’ll never know, but nothing prevents me from expressing my interpretation, which is in fact inherent to the value of beauty!

The eyes are inexistent because the mother does not need to look; her eyes are deep within, not towards to the world, but to its role as a woman who cares and perpetuates life. She does not need to look because she already sees what is needed to be seen and, what you need to see, is not outside, but inside, in the ancestral meaning of nursing.

“It was called phemba, a word that L. Bittremieux thought to be derived from kivemba, meaning to broadcast or eject, as in the seeds of potential children which accumulate in either a man or a woman. Thus, rather than representing a particular woman and child, or even a concept as specific as motherhood, the Yombe image of a nurturing woman may express the more general idea of fertility and creativity as it applies to all people, male as well as female” (A. Maesen, 1960).

The silence that emanates from those “eyes non-eyes” is not the representation of a collective identity, or of a role attributed regardless the individual identity because unlike a Western mother, that Yombe figure is not a mother, but “the mother” namely the impersonal representation of the continuity of existence.

   I have analyzed and interpreted this, but the discussion still applies in general.

And in fact the eventual presence of a punctum that enables me to distinguish a work of art worthy of beauty and interest, from any other form of expression.

And in fact it is the identification of that trait which enlightens my desire and questions my passion; without that, every vision seems cold and without any particular significance.

And it is not the noble origins, international exhibitions or publications that make me love this article: on the contrary, in many of African articles I have found a very strong emotional involvement, although they were unknown objects, with no pedigree on the surface, but strongly characterized, however, by that mysterious punctum!

In a previous work, emotion and reasoning, (https://artidellemaninere.com/2014/12/30/emozione-e-ragionamento/), I felt not to overestimate the emotional aspect because the tribal art is, above all, a language that must be understood and respected.

   Tribal art has its own secret language, which is as worth as its undeniable external beauty ; for this reason working on tribal art as an artistic expression of a deep language, unsolved (mysterious) and poetic, hieratic and symbolic, means that we should give back these articles their rightful due in terms of dignity, beyond any sickly/boring kind of stupefaction.

That latter, of course, is foolish/absurd and ungrateful.

I wrote this, forgive me for the self-quotation!

But all this, it is clear, is not the antithesis of the modality of looking / seeing as I mentioned above; instead, it completes and integrates the imperious and violent relationship that goes from emotion to understanding and, enhances the artistic significance.

Moreover, it is Barthes who reminds us the importance of the Studium when the image requires emotional answers!

   Here, though, it is of my interest to reaffirm the characteristic of looking in front of a mask or a sculpture: the presence or absence of the punctum is essential.

Through this mode, you can grasp the beauty and this is palpable beauty that arouses an imperishable and greedy desire for knowledge … and sometimes ownership!

But as I wrote, this is my particular way of looking and questioning, my personal way of experiencing beauty.

Elio Revera

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Punctum

Un aneddoto che mi ha colpito e divertito insieme me lo ha raccontato un amico psichiatra, alcuni anni fa.

Difronte ad un paziente, intellettuale di vaglia con tendenze suicidarie, ebbe a dirgli – Perché non indaga sulla definizione di “bellezza”…si dedichi ad approfondire l’argomento…chissà che non arrivi ad una definizione condivisa!

Credo che quell’intellettuale, ad anni di distanza, sia fortunatamente ancora vivo e vegeto!

Celio ovviamente, ma come in ogni celia c’è un fondo di verità.

In questo lavoro, pertanto, ben me ne guarderò  dall’impiccarmi all’albero del bello/brutto, all’indagine mai sopita su  quanto significhi tutto questo e mi limiterò a dire che per me, e si badi, parlo soltanto per me senza pretesa alcuna né di autorevolezza né di condivisione, il bello è quello che stimola di continuo il mio  desiderio…di conoscenza, di comprensione, anche di possesso quando possibile, perché no, dal momento che parliamo di collezionismo!

Per questo, a mio parere è fondamentale il modo di sentire la bellezza sia essa nascosta nella Sonata in si bemolle, D. 960 di Franz Schubert che sto ascoltando mentre scrivo, ovvero il modo di guardare un manufatto artistico, una maternità Yombe per esempio, come questa.

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Yombe/Kongo, Congo, Mvwala staff, cm.30, Coll. privata, Italia

Perché mi interroga questa antica scultura del Congo? Cosa stimola il mio desiderio di conoscenza, di comprensione…cosa mi conduce ad uno spontaneo coinvolgimento, ad una genuia ammirazione?

Ho scritto poc’anzi del modo di guardare. Ebbene, in cosa consiste questa modalità?

Mi viene in aiuto un grande filosofo e semiologo, Roland Barthes. Da lui ho imparato a guardare per vedere, sebbene, come sappiamo, la sua lezione si riferisca peculiarmente allo visione di un’immagine fotografica.

In particolare in una sua opera, La chambre claire (1980), Barthes suggerisce come due siano le modalità con le quali lo spectator fruisce dell’immagine: quello razionale (studium) e quello emotivo (punctum).

Propriamente è il  punctum  a suscitare  la mia attenzione:  vale a dire, quel dettaglio contenuto nell’immagine che emotivamente colpisce ed irrazionalmente coinvolge lo spettatore. Dove irrazionalmente significa, senza che lo spettatore possa oppore difesa o giustificazione alcuna.

Ebbene , in quella maternità, il punctum rilevante per il mio sguardo è l’assenza degli occhi che, contro ogni presumibile evidenza, disegnano di converso, un’intensa profondità emotiva.

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Ma a quale sguardo mi riferisco se gli occhi non sono stati nemmeno scolpiti?  E perché non sono stati scolpiti?

Non lo sapremo mai, ma nulla mi vieta di esprimere una mia interpretazione, questo è infatti quello stimolo insito nel valore della bellezza!

Gli occhi non ci sono perché quella madre non ha bisogno di guardare; il suo sguardo è interiorizzato, profondo, rivolto non al mondo, ma al suo ruolo di donna che accudisce la vita e la perpetua. Non ha bisogno di guardare perché lei già vede quel che è necessario vedere e, quel che è necessario vedere, non è fuori, ma dentro, nel suo significato ancestrale di nutrice.

“It was called phemba, a word that L. Bittremieux thought to be derived from kivemba, meaning to broadcast or eject, as in the seeds of potential children which accumulate in either a man or a woman. Thus, rather than representing a particular woman and child, or even a concept as specific as motherhood, the Yombe image of a nurturing woman may express the more general idea of fertility and creativity as it applies to all people, male as well as female” (Maesen, 1960).

Il silenzio che promana da quegli occhi-non occhi è la rappresentazione di un’identità collettiva, di un ruolo attribuito che prescinde da quello individuale perché a differenza di una madre occidentale, quella figura Yombe non è una madre, bensì “la madre”, vale a dire la rappresentazione impersonale della continuità dell’esistenza.

Ho analizzato ed interpretato questa immagine, ma il discorso vale comunque in generale.

E’ infatti la presenza o meno di un punctum che fa distinguere ai miei occhi un’opera d’arte degna di bellezza ed interesse, da una qualsivoglia altra forma espressiva.

E’ infatti attraverso l’individuazione di quel tratto che il mio desiderio si accede ed interroga la mia passione; senza quello, ogni visione mi appare fredda e senza alcun significato particolare.

Non sono certo le nobili provenienze, le esposizioni internazionali o le pubblicazioni che mi fanno amare quel manufatto: al contrario, proprio in tanti oggetti d’arte dell’Africa ho ritrovato  un fortissimo coinvolgimento emotivo, sebbene fossero oggetti sconosciuti, senza alcun pedigree a lustrarne la superficie, ma fortemente connotati, però, di quel misterioso punctum!

In un precedente lavoro, Emozione e ragionamento,  (https://artidellemaninere.com/2014/12/30/emozione-e-ragionamento/), ho precisamente avvertito di non sopravvalutare l’aspetto emozionale perché l’arte tribale è anzitutto un linguaggio che va compreso e rispettato.

“L’opera tribale vive di un suo linguaggio sotterraneo che vale quanto la sua innegabile esteriore bellezza; per questo lavorare sull’arte tribale come espressione artistica di una lingua  profonda, irrisolta e poetica, ieratica e simbolica, vuol dire restituire a queste opere una dignità ben oltre ogni stucchevole stupefazione, questa sì balorda ed irriconoscente.”

Questo ho scritto in quell’articolo e perdonatemi l’autocitazione!

Ma tutto ciò, è evidente, non è affatto in antitesi con la modalità  del guardare/vedere  di cui ho parlato; anzi, integra e completa quel legame imperioso e violento che transita dall’emozione  alla comprensione ed esalta il significato artistico.

Del resto,  è proprio Barthes a ricordarci l’importanza dello studium quando l’immagine esige risposte affatto emotive!

Qui, però, è mio interesse ribadire la caratteristica dello sguardo dinanzi ad una maschera o scultura che sia: la presenza o meno  di quel punctum è essenziale.

Attraverso questa modalità  si riesce a cogliere la bellezza ed è questa palpabile bellezza  che suscita un imperituro ed avido desiderio di conoscenza…ed a volte di possesso!

Ma come ho già scritto, tutto questo è il mio peculiare modo di guardare e di interrogarmi, il mio personale modo di vivere la bellezza!

Elio Revera

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(Version française) Das Unheimliche – Le troubleur (French version)

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Ekoi, Nigeria

L’aimable fréquentation de la culture tribale, son étude critique, son approfondissement et la passion avec laquelle se cotoyent  les artéfacts des ethnies lointaines de par le temps et l’espace, induisent souvant à sous-estimer l’impact visuel que de tels artéfatcs exercent sur tous ceux qui sont externes à ces cultures-là.

Je me suis souvent demandé quelles sont les raisons, au-delà des contenus formels spécifiques d’un masque ou d’une sculpture, qui induisent un observateur naïf à les craindre, les répudier ou même à en éprouver panique et terreur.

Mais alors, ces raisons, les motivations qui déclenchent la crainte, ne sont-elles inhérentes qu’en l’observateur ? Quelle est la nature d’un tel lien ? Quelles contraintes et quelles fonctions sont-elles en jeu ?

En bref … quelle est la relation entre l’objet et le sujet, entre l’article et le spectateur ?  quelle est la nature de cette relation,  quelles contraintes et quelles fonctionnalités sont-elles en jeu ?

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Baoulé, Costa d’Avorio

Le sentiment de peur est-il si étonnant ? N’est-ce pas pour induire un tel sentiment qu’un objet comme celui-là a été crée ?

Je ne pense pas que le but fut simplement celui de provoquer de la peur chez ceux qui seraient entrés en contact avec l’objet,  mais la fonction hiératique qui a généré l’objet, dans la spécificité culturelle et historique de l’ethnie d’appartenance, n’était pas du tout étrangère à la volonté d’induire de profonds sentiments, tels la peur ou la crainte.

Il est impossible de décrire, aujourd’hui, quelles pensées et quels sentiments se généreraient chez les populations qui fréquentaient les rites d’initiation ou de protection, les rites funéraires, les rites liés à la guerre, les rites de bon augure ou de malédiction, ou même de prédiction d’événements.

L’essence de la relation de l’individu avec ce qui a été appelé le monde invisible reste obscure, bien que nous connaissions d’amples descriptions sur des spécificités rituelles relatées par des chercheurs qui ont longuement  séjourné avec ces populations.

Pour ma part, je me limite à constater que les masques, les statues et les rites qui leur sont propres constituent pour ces populations un grand motif de trouble ; pour des raisons certainement différentes, l’on peut observer ce même tourment chez l’homme occidental face à cette terra incognita du monde “tribal”.

Et j’ai l’intention d’enquêter sur la nature de ces sentiments.

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Kabyé, Togo

À mon avis, le sentiment le plus fort qui prévaut face à l’imaginaire tribal est celui d’un “troubleur”, d’un “perturbateur” ; dans le sens le plus freudien : “lorsque la frontière entre fantasme et réalité devient mince, quand quelque chose qui jusque-là était considéré comme une grande fantaisie apparaît clairement à nos yeux … quelque chose qui aurait dû rester caché et qu’au lieu de cela a tout d’un coup refait  surface “, et qui force  l’égo à régresser  “à des époques où la démarcation entre l’égo et les mondes extérieurs n’étaient pas encore clairement définie. Je pense que ces raisons sont conjointement responsables de cette impression de perturbation ou de trouble» (S. Freud, Das Unheimliche, 1919)

 “L’Unheimliche” qui, en allemand signifie “inconnu, étrange, inhabituel”, et qui selon Freud renvoye au dévoilement du refoulé, est le siege même de cette nature traumatisante, anxiogène et inquiétante.

Mais que dévoilent vraiment ces objets? Que dévoilent vraiment ces cultures lointaines au point d’induire des perturbations ainsi que les conséquences qui en découlent ?

Il est important pour moi d’enquêter sur ce qui émerge, du moins en surface, en faisant de mon mieux ; Freud était très clair là-dessus; non, je suis intéressé par l’idée de savoir pourquoi tout ce qui est refoulé refait forcément surface; je suis attiré par ce qui pousse l’invisible à se dévoiler et à générer des sentiments de trouble.

Le côté inattendu des formes est le principal élément troublant de ces arts tribales : c’est l’Unheimliche.

 

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Fang, Gabon

Le regard porté sur ces objets d’art , bien loin d’être une simple illusion visuelle, sombre dans un énorme substrat d’anciennes formes mnésiques, oniriques, symboliques, fantaisistes et imaginatives, dans un authentique creuset de la genèse de l’image, et qui apparaît maintenant comme inattendue, imprévue , surprenante, attrayante et rébutante à la fois.

Notre perception centrale ou holistique, classique et rassurante, grâce à laquelle l’image iconique est déchiffrée, semble insuffisante pour de nombreux objets de la «culture tribale», et représente au contraire un veritable empêchement avant-coureur d’un court-circuit logique !

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Ogoni, Nigeria

On a comme l’impression, pour entrer dans la relation perceptive avec l’objet, d’avoir à recourir à une “perception fragmentée en morceaux”, un peu comme celle qui est utilisée et décrite par les personnes atteintes d’autisme, qui, bien souvent, n’ont que cela comme modalité pour parvenir à la connaissance.

Mais ceci n’est pas du tout habituel pour notre culture qui, en fait, y est étrangère, perdue et sans défense; toute certitude étant brisée, l’inconnu ouvre une porte terrifiante vers de multiples nouveaux mondes, tels que Picasso et les avant-guardistes du XX siècle l’avaient si bien représentés.

Le cubisme et le surréalisme n’ont-ils été qu’un renoncement à la perception holistique au profit de la fragmentation / reconstruction des images oniriques !!

La vision archaïque qui met en évidence la relation entre la proie et le prédateur refait surface, pas de façon directe biensûr, mais d’un coin de l’oeil, dans une espèce de sous-entendu entre l’homme et la foire : une vieille relation qui n’a jamais complètement été dissipée par la logique et  moults raisonnements.

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Lobi, Costa d’Avorio

Ce regard oblique qui est, comme décrit M. Blanchot : “ce qui existe déjà avant toute chose, l’immédiat et l’extrêmement lointain, tout ce qui est plus réel que toute autre réalité et qui se perd en toute chose, un  lien que l’on ne peut relier et à travers lequel tout et la totalité sont reliées.”

Mais ceci est le seul regard possible pour trouver un aperçu de ce qui est seulement possible d’apercevoir, en renonçant de temps en temps à tout comprendre, en renonçant à cet écueil facile et illusoire d’une assurance fallacieuse.

Et tel est le défi que l’art tribal affronte tous les jours avec les courageux qui souhaitent la dévoiler !!

Elio Revera

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Urhobo, Nigeria

Das Unheimliche – Il perturbante

L’amorevole frequentazione della cultura tribale, il suo critico studio ed approfondimento, la passione con la quale si accostano i manufatti di etnie lontane nel tempo e nello spazio, spesso induce a sottostimare l’impatto visivo che tali manufatti esercitano su chi, estraneo a tali culture, si imbatte in loro.

Mi sono chiesto spesso quale siano le ragioni, al di là dei contenuti formali specifici di una maschera o di una scultura, che spesso inducono uno sprovveduto osservatore a temerli, rifuggirli o addirittura indurre in lui panico e terrore.

Ma poi, queste ragioni, i motivi cioè che scatenano il timore, sono soltanto intrinseci nell’osservatore ovvero sono aspetti costituenti in sé l’essenza dell’oggetto osservato?

In breve…quale è il rapporto che lega l’oggetto al soggetto, il manufatto all’osservatore, quale natura ha questo legame, quali vincoli e quali funzioni sono in gioco?

E’ cioè così peregrino il sentimento di paura? Non è forse per questo sentimento che l’oggetto fu creato?

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Songye Statue, Congo, Early 20th Cen. Photograph by Boris Kegel-Konietzko

Non credo che lo scopo fosse indurre tout-court la paura in chi originariamente fosse venuto a contatto con esso, ma certamente la funzione ieratica che l’aveva generato, nello specifico culturale e storico dell’ etnia di appartenenza,  non esulava affatto dalla volontà di indurre profondi sentimenti, paura e timore compresi.

E’ impossibile descrivere oggi quali pensieri e sensazioni generasse nelle popolazione la frequentazione dei  riti iniziatici o di protezione, dei riti legati alla cultura funebre, a quelli di guerra, di beneficio, maleficio o previsione degli eventi.

 

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Maîtres Danseurs Batshioko, durant les cérémonies d’initiation. Territoire de Sandao, Province Du Katanga, Congo . ca 1931 Vintage press photo by E. Steppé

L’essenza del rapporto dell’individuo con quello che è stato definito il mondo dell’invisibile rimane oscuro  sebbene si conoscano ampie descrizioni di particolari ritologie fatte da studiosi che hanno a lungo soggiornato tra quelle popolazioni.

Per quel che mi riguarda, mi limito a constatare che maschere e statue ed i riti a loro connessi costituissero per le popolazioni originarie motivo di ampio turbamento; per ragioni certamente diverse, il medesimo turbamento dell’uomo occidentale difronte all’ignoto ”tribale”.

E sulla natura di tali sentimenti intendo indagare.

A mio parere, l’impressione più forte e prevalente di fronte all’immaginario tribale è quello del perturbante nell’accezione propria freudiana di “quando il confine tra fantasia e realtà si fa sottile, quando appare realmente ai nostri occhi un qualcosa che fino a quel momento avevamo considerato fantastico …qualcosa che avrebbe dovuto rimanere nascosto e che invece è affiorato”  e che costringe l’Io a regredire “a tempi in cui non erano ancora nettamente tracciati i confini tra l’Io ed il mondo esterno e gli altri.

Credo che questi motivi siano corresponsabili dell’impressione di perturbamento” ( S. Freud, Das Unheimliche, 1919)

“Unheimliche” in tedesco significa “non familiare, estraneo, non usuale”, per Freud, è dunque lo svelamento del rimosso, e in ciò stesso risiede la sua natura traumatica, ansiogena e disturbante.

Ma cosa realmente fanno riaffiorare quegli oggetti, quelle culture lontane da indurre perturbamento e ciò che ne consegue?

Non è per me importante indagare ciò che riaffiora, del resto poco sopra, ben meglio di come potrei fare, Freud è stato chiarissimo; no, a me interessa  perché il perturbante riaffiori,  le cause che spingono l’oscuro, il rimosso, a svelarsi e generare turbamento.

L’inaspettato delle forme, questo, a mio avviso, è l’essenza del perturbante, dell’Unheimliche!

 

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Mumuye Sukuru Zinna, Middle Benue Nigeria. Photography by Arnold Rubin 1970

La visione dell’oggetto tribale, lungi dall’essere una semplice impressione retinica, affonda in un densissimo substrato di antiche forme mnestiche, oniriche, simboliche, fantastiche ed immaginifiche, in quell’autentico crogiolo della genesi dell’immagine che ora appare inattesa, imprevista, spiazzante, attraente e respingente insieme.

La nostra classica e rassicurante percezione centrale o olistica, grazie alla quale l’immagine iconica è decrittata, per tanti oggetti di “cultura tribale” appare inadeguata ed, al contrario,  costituisce quel serio impedimento foriero di un corto circuito logico!

 

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Senufo, Kponiugo or Kopnyungo mask, Ivory Coast Mali and Burkina Faso

Si ha come l’impressione, per entrare in rapporto percettivo con l’oggetto,  di dover ricorrere ad una “percezione frammentata, a pezzi”, come quella utilizzata e descritta dai soggetti affetti da autismo per i quali, sovente, questa è la principale modalità di conoscenza.

Ma ciò non è affatto usuale per la nostra cultura che infatti risulta estraniata, peregrina ed indifesa; ogni certezza è frantumata e l’ignoto spalanca le sua terrifica porta ovvero svela nuovi mondi, come quelli che Picasso e le avanguardie del 900 han saputo ben rappresentare.

Cosa sono stati, infatti, il Cubismo ed il Surrealismo, se non la rinuncia alla percezione olistica a favore della frammentazione/ricostruzione onirica dell’immagine!!

Riaffiora in ciò lo sguardo arcaico che sanciva il rapporto preda/predatore, mai diretto, sbirciante, sottaciuto,  tra uomo e fiera: un antico legame mai completamente dissolto dalla logica e dalla razionalità dei secoli successivi.

Quello sguardo sbieco che è, come ha descritto M. Blanchot, “ ciò che è già prima di ogni cosa, l’immediato e l’estremamente lontano, ciò che è più reale di ogni realtà ed in ogni cosa si oblìa , il legame che non si può legare ed attraverso il quale tutto, il tutto si lega”.

Ma è il solo sguardo possibile per intravedere ciò che è soltanto possibile intravedere, rinunciando, una volta tanto a capire, a comprendere ogni cosa, scoglio illusorio  di fallace sicurezza.

E questa è la sfida che l’arte tribale ingaggia ogni giorno con i coraggiosi che intendono svelarla!!

Elio Revera

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Ibibio Annang Photo C. Partridge 1905

Vili people, Nkisi Figure, Lower Congo Region

vili_n12

Wood, resin material, metal, caoutchouc, cloth, glass, warthog or rodent tooth
H. 4,1 in/ 10,6 cm
mid-nineteenth century

Private collection Italy,
Photo by Pietro Paletti and Onda Predali
Arti delle Mani Nere All Rights Reserved

Provenance

-Alfred Scheinberg collection, New York
-Gerald Dannenberg collection, Great Neck,( Long Island), New York
-Dalton-Somaré Gallery, Milano

Exhibition
-Sculture Africane in collezioni private italiane, Gall. Dalton-Somaré, Milano 2004
-L’Africa delle Meraviglie. Arti Africane nelle collezioni italiane. Museo Palazzo Ducale, Genova, 31 December 2010 – 5th June 2011
Africa. La terra degli spiriti. Museo delle Culture (Mudec), Milano, 27 marzo/ 30 agosto 2015  africa_bassa

Published
-Carini V., A Hidden Heritage – Sculture africane in collezioni private italiane, Milano, 2004, fig. 219
-Rivista Qui Brescia, anno 1, n. 2, settembre 2004, Brescia,  pag. 147
-Bargna I., e Parodi da Passano G., L’Africa delle meraviglia – Arti africane nelle collezioni italiane, Genova, 2010, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (MI), pag. 110-111, color
-AA.VV, Africa. Terra degli spiriti, a cura di Gigi Pezzoli e Claudia Zevi, 2015, Milano, 24 Ore Cultura  ed. pag. 247, color
-Lecomte A., Lehaurd R., N’Sondé K., N’Sondé J., “Bakongo Les Fetiches”, Editions A.Lacomte, 2016, pag.59, color

The nkisi is essentially constituted by a container and a content. When, as in this case, it has anthropomorphic shape, the figure shows front attitude, open mouth and eyes marked by inserts of different material (metal, shell and often glass), that make the look “white”, far, sometimes anguished.
Normally the head was carved with greater care then the rest of the body that was

concealed.

The content (called Bilongo), in this case placed in a cavity on the chest of the figure, covered with resin and closed by a warthog’s tooth – is the “medicine” – storage of magic materials affixed not by the sculptor, but from who has made the consecration ceremony of the sculpture and activation the power of nkisi.
Each nkisi was considered effective in a particular domain of care or anti-witchcraft.

This small nkisi has excellent proportions and materials and able to express an attitude of proud and stubborn opposition to evil.
Although minute proportions, for quality of execution and condition of all materials used, is a figure of great artistic depth and evocative, worthy representative of the great sculptural tradition of the lower Congo blacksmiths.


Bibliography

-Olbrechts, F. 1946, “Plastiek van Kongo ( Congo)”, Uitgeversmij. V. Standaard-Boekhandel, Antwerpen, Brussel, Gent, Leuven,
-Lehuard, R. 1971, “Statuaire du Stanley- Pool”, Villiers-le-Bel, France Arts d’Afrique Noire
-Vansina, J. 1973, “The Tio Kingdom of the Midle Congo 1880-1892”, London, Oxford University Press”
-Lehuard, R. 1989, “Art Bakongo. Les centres de style”, Villiers-le-Bel, France Arts d’Afrique Noire
-Felix, L.F. 1995, “Art & Kongos”, Tribal Arts, sprl. Bruxelles
-Carini, V. 2004, “A Hidden Heritage – Sculture africane in collezioni private italiane”, Milano

Yale University Art Gallery
N. 0058926-01


Vili people, Nkisi Figure, Regione del Basso Congo

Legno, metallo, caucciù, vetro, tessuto, dente animale, sostanza resinosa
Metà XIX sec.

Collezione Privata, Italia
Foto  Pietro Paletti e Onda Predali
Arti delle Mani Nere All Rights Reserved

Provenienza
-Coll. Alfred Scheinberg, New York
-Coll. Gerald Dannenberg, Great Neck, (Long Island), New York
-Gall. Dalton-Somaré, Milano

Esposizioni
-Sculture Africane in collezioni private italiane, Gall. Dalton-Somaré, Milano 2004
-L’Africa delle Meraviglie. Arti Africane nelle collezioni italiane. Museo Palazzo Ducale, Genova, 31 dicembre 2010 – 5 giugno 2011
-Africa. La terra degli spiriti. Museo delle Culture (Mudec), Milano, 27 marzo/ 30 agosto 2015

Pubblicazioni
-Carini V., A Hidden Heritage – Sculture africane in collezioni private italiane, Milano, 2004, fig. 219
-Rivista Qui Brescia, anno 1, n. 2, settembre 2004, Brescia,  pag. 147
-Bargna I, e Parodi da Passano G., L’Africa delle meraviglia – Arti africane nelle collezioni italiane, Genova, 2010, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (MI), pag. 110-111, color
-AA.VV, Africa. Terra degli spiriti, a cura di Gigi Pezzoli e Claudia Zevi, 2015, Milano, 24 Ore Cultura  ed. pag. 247, color
-Lecomte A., Lehaurd R., N’Sondé K., N’Sondé J., “Bakongo Les Fetiches”, Editions A.Lacomte, 2016, pag.59, color

Lo nkisi è essenzialmente costituito da un contenitore e da un contenuto. Quando, come in questo caso, esso ha forma antropomorfa, la figura si presenta con atteggiamento frontale, la bocca aperta e gli occhi marcati da inserti di materiale di volta in volta diversi ( metallo, conchiglia e spesso vetro), che rendono lo sguardo ”bianco”, lontano, a volte inquietante.
Normalmente la testa veniva scolpita con maggiore cura del resto del corpo dal momento che questo  era destinato ad essere occultato.
Il contenuto (bilongo), in questo caso collocato in una cavità sul torace della figura ricoperta di resina e chiusa da un dente di facocero, è la “medicina”, ammasso di materie magiche apposta non dallo scultore, ma da colui che ha compiuto la cerimonia della consacrazione della scultura e di attivazione del potere dello nkisi.
Ogni nkisi era considerato efficace in un dominio particolare di cura o di lotta alla stregoneria.

Questo piccolo nkisi ha proporzioni e materia eccellenti e riesce compiutamente ad esprimere un atteggiamento di fiera ed ostinata opposizione al male.
Pur di minute proporzioni, infatti, per qualità esecutiva e compiutezza di conservazione  di tutti i materiali impiegati, è una figura di grandissimo spessore artistico e di forte potere evocativo, degna  rappresentante della grande tradizione scultorea dei fabbri del basso Congo.


Bibliografia

-Olbrechts, F. 1946, “Plastiek van Kongo ( Congo)”, Uitgeversmij. V. Standaard-Boekhandel, Antwerpen, Brussel, Gent, Leuven,
-Lehuard, R. 1971, “ Statuaire du Stanley- Pool”, Villiers-le-Bel, France Arts d’Afrique Noire
-Vansina, J. 1973, “ The Tio Kingdom of the Midle Congo 1880-1892”, London, Oxford University Press”
-Lehuard, R. 1989, “Art Bakongo. Les centres de style”, Villiers-le-Bel, France Arts d’Afrique Noire
-Felix, L.F. 1995, ”Art & Kongos”, Tribal Arts, sprl. Bruxelles
-Carini, V. 2004, “A Hidden Heritage – Sculture africane in collezioni private italiane”, Milano

Yale University Art Gallery
Numero di archivio 0058926-01