Caccia al personaggio. Quaderni d’Africa

Forse non tutti sono a conoscenza dell’esperienza africana del grande scrittore inglese Graham Greene (1904/1991).
L’autore di Il potere e la gloria, di Il terzo uomo, di Il nostro agente all’Avana, di Il console onorario e di tanti altri importanti romanzi, ha avuto un’attenzione particolare per l’Africa ed un genuino trasporto per quel continente.

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Graham Greene ha infatti ambientato in Africa due dei suoi romanzi più noti, “Il nocciolo della questione”, del 1948, e “Un caso bruciato”, del 1961: aveva raccolto il materiale durante alcuni viaggi compiuti nel continente nero a partire dal 1934, e in particolare quelli in Africa occidentale nel 1941 e nel Congo Belga devastato dalla lebbra nel gennaio 1959. In queste occasioni Greene era solito tenere dei resoconti dettagliati: quaderni su cui annotava ritratti, fatti, riflessioni su colonie e colonialismo, perdizione e salvezza. Quei diari, destinati in origine solo a un uso privato, consentono di scoprire come Greene lavorava sulla propria scrittura, come dava forma a un racconto, come trovava gli spunti per la trama e i personaggi. Ma gettano anche uno sguardo acuto sul mondo africano, sul suo fascino magico, visto con gli occhi di un autore che, proprio nella forma diaristica più spontanea, meno elaborata, meno preoccupata di questioni formali, sollecita il lettore a un rapporto complesso e continuamente stimolante.

Quegli appunti, quelle annotazioni sono state raccolti nel libro “Caccia al personaggio. Quaderni d’Africa”, pubblicati nel 1961 in Inghilterra e nel 1966 nella traduzione italiana, (A. Mondadori ed).

Sono osservazioni estremamente interessanti e curiose: l’Africa attraveso gli occhi di un grande ed acuto narratore…e questa, non è cosa di tutti i giorni.

A cura di Elio Revera

Il viceré di Ouidah

Tra il XVII ed il XIX secolo Ouidah fu uno dei principali empori dell’Africa occidentale per la tratta degli schiavi. Situata nell’odierna Repubblica del Benin, questa città vide partire oltre un milione di schiavi africani. Spesso erano africani anche coloro che li riducevano a mera merce umana da scambiare con prodotti quali alcol, stoffe, bracciali, coltelli, spade e soprattutto armi da fuoco, molto richieste per via dei conflitti intertribali.

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Ouidah oggi. Porta del non ritorno.

Si calcola che tra il XVI ed il XIX secolo circa 12 milioni di africani siano stati trasferiti al di là dell’Atlantico per sopperire alla richiesta di schiavi nelle piantagioni e nelle miniere del Nuovo Mondo. A questo proposito un libro afferma che circa l’85 per cento degli schiavi “raggiunse il Brasile e le varie colonie fondate nelle Antille da inglesi, francesi, spagnoli e olandesi”. (American Slavery—1619-1877) A quanto pare il 6 per cento degli schiavi arrivò nelle colonie che successivamente avrebbero fatto parte degli Stati Uniti.
All’inizio del loro viaggio, dopo essere stati incatenati, percossi e marchiati a fuoco, molti schiavi percorrevano a piedi il tratto di 4 chilometri che oggi collega il Museo di Storia di Ouidah, un forte completamente ricostruito, alla cosiddetta Porta del non ritorno, che sorge sulla spiaggia. La porta rappresenta la fine della Via degli schiavi e ha perlopiù un valore simbolico, dal momento che la partenza degli schiavi non avveniva sempre dallo stesso punto. Perché la tratta degli schiavi si diffuse così ampiamente?
In epoche lontane i sovrani africani erano soliti vendere i prigionieri di guerra ai mercanti arabi. In seguito le potenze europee entrarono nel commercio degli schiavi, in particolare dopo aver fondato colonie nelle Americhe. A quel tempo i prigionieri catturati nel corso dei conflitti intertribali costituivano un enorme serbatoio da cui attingere schiavi, il che rese la guerra un’attività redditizia e per i vincitori e per gli avidi trafficanti di schiavi. Inoltre per trovare gli schiavi si ricorreva al rapimento o ci si rivolgeva ai mercanti africani, che li reperivano nelle zone interne del loro continente. Praticamente chiunque poteva essere venduto come schiavo, persino un principe che non era più nelle grazie del re.
Un noto trafficante di schiavi fu il brasiliano Francisco Félix de Souza.

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Francisco Félix de Souza

Nel 1788 De Souza assunse il comando del forte che era il fulcro del mercato degli schiavi di Ouidah, nel Golfo del Benin. A quel tempo Ouidah faceva parte del Regno del Dahomey. De Souza, comunque, ebbe un dissidio con il re Adandozan. Pertanto, forse mentre si trovava in prigione, ordì una cospirazione in combutta con il fratello del re; insieme nel 1818 detronizzarono il sovrano. Così tra Ghezo, il nuovo re, e De Souza, al quale fu affidato il controllo del commercio degli schiavi, nacque un rapporto di affari lucroso. Ghezo intendeva estendere i confini del suo regno e per farlo aveva bisogno di armi provenienti dall’Europa. Quindi nominò De Souza viceré di Ouidah perché lo aiutasse a curare gli affari con gli europei. Detenendo il monopolio degli schiavi in quella regione dell’Africa, presto De Souza accumulò enormi fortune, e il mercato degli schiavi, ubicato vicino a casa sua, divenne un punto di riferimento per acquirenti stranieri e locali.

Il viceré di Ouidah di Bruce Chatwin

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(Recensione pubblicata per l’edizione del 1991)
recensione di Scatasta, G., L’Indice 1991, n. 5

Pubblicato in Inghilterra nel 1980 e in Italia per la prima volta nel 1983, “Il viceré di Ouidah”, sempre nella traduzione di Marina Marchesi. Si tratta a mio parere del migliore romanzo di Chatwin, dalla “prosa insopportabilmente barocca” (come lamentava un recensore anglosassone perplesso all’uscita del libro) e libero da quei fastidiosi vezzi stilistici e da quell’atteggiamento fra il decadente e lo snob che sono probabilmente l’aspetto più deteriore della produzione di Chatwin.

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Bruce Chatwin

“Il viceré di Ouidah” non possiede la struttura stentata, disomogenea, inquieta che era il limite e la forza di “Le vie dei canti”, segno da una parte dell’impossibilità di scrivere un libro sul nomadismo e dall’altra della paura dell’autore di morire prima di concluderlo. Si tratta dunque di un romanzo di facile lettura, biografia romanzata dello schiavista brasiliano Francisco da Silva, vissuto per molti anni in Africa a metà del secolo scorso: la narrazione inizia e termina cent’anni dopo la morte di Francisco con la celebrazione di una messa e un pranzo in suo onore organizzati dai suoi discendenti “sempre più scuri di pelle e ormai più numerosi delle cavallette, sparsi da Luanda al Quartiere Latino” (“Il viceré di Ouidah”, p 12).
Se il segno distintivo di “Le vie dei canti” era il nomadismo della narrazione che fungeva da contrappunto all’argomento del libro, “anche in “Il viceré di Ouidah” la pulsione che spinge il protagonista a muoversi finché gli è possibile è l’ansia del viaggio, la ricerca disordinata di una conoscenza istintiva e totale. Ma un altro aspetto di “Le vie dei canti”, il suo interesse per la contaminazione, il suo carattere meticcio, è presente anche in questo romanzo precedente, sul piano dello stile più che del contenuto: il linguaggio di Chatwin è sincretista, unisce immagini e parole di struggente dolcezza e di atroce crudezza nella stessa frase, con uno stile che lo stesso autore definisce “spoglio e cesellato”. C’è sempre nelle frasi di Chatwin un elemento incongruo, una presenza che non aiuta a conferire alla frase consenso immediato ma la invita piuttosto a sfuggire a esso. Uniti al suo gusto per l’accumulazione, mantenuti appena un po’ più del necessario per farli apparire fuori luogo, apparentemente inutili e dunque significativi, gli elementi incongrui fanno la narrazione, la caratterizzano come una storia di Chatwin: i carillon svizzeri che insieme a “divani di jacaranda, un servizio da toilette di opalina, un letto goanese”, un pianoforte e un biliardo vengono acquistati dal protagonista per la sua casa nel Dahomey; i costumi della “Semiramide” di Rossini indossati da una corte africana; “cibo, sangue, piume e Gordon’s Gin” sparsi sul letto di Francisco morto; l’altarino “con Cristo e gli Apostoli, che sedevano a tavola con davanti un pollo di gesso. Gli occhi del Signore erano color turchese e la testa era irta di veri capelli rossi” (p: 48); le profezie dello schiavista, frutto di un raggelante delirio.
Chatwin riesce a creare un personaggio negativo ma al tempo stesso “forte”, sa renderlo affascinante nella sua potenza, tanto da farci quasi affezionare a lui nonostante tutto o quasi, nella sua vita ci ripugni. E non a caso nel testo compaiono dei riferimenti a una delle ‘villains’ più affascinanti della letteratura inglese, Lady Macbeth: “Lavami le braccia! Guarda! Guarda! Queste macchie mi mangiano le braccia!” (p. 142); “Se ne stava a fissare accigliato le sue mani e gridava: ‘Acqua e sapone'” (p. 119)
Il mondo in cui il protagonista vive non è un mondo caduto, ma solo perché non c’è nulla da cui cadere, uno stato edenico a cui tornare. Non è tale il Brasile, terra natale di Francisco, anche se alla fine il vecchio schiavista muore letteralmente dalla voglia di tornarvi. E neppure l’infanzia è un mondo felice nel ricordo, infestata com’è dalla fame, dalla carestia e dalla morte. Sola speranza è il movimento frenetico, la pulsazione del cuore e dei genitali, la strada dell’istinto. Ma salvezza, comunque non ce n’è . Il mondo è impregnato di inganni e tradimenti, regnano solo e ovunque sangue e torture. Il mondo di Francisco è quello che ha conosciuto a sette anni, quando viveva con un prete che lo baciava in una camera da letto “che puzzava d’incenso e di fiori morti”. Se da una parte c’è un re che non riesce “a resistere alla tentazione di accumulare teschi” con la sua corte di amazzoni guerriere che strappano un mormorio di disperazione anche in Francisco quando le vede strangolare dei bambini di un villaggio nemico, dall’altra c’è il mondo altrettanto spietato del commercio e dello schiavismo, europeo o brasiliano. E che il mondo non sia cambiato, che il tradimento e l’inganno continuino a dominarlo, traspare dalla vicenda di una delle figlie di Francisco, abbandonata dall’inglese che aveva amato, o, per arrivare alla realtà contemporanea, dalla figura del tenente colonnello Zossoungbo Patrice che, mentre nessuno lo vede, fa un gesto d’irrisione verso il ritratto del presidente dell’attuale Benin, si lascia corrompere anche in cambio di poco denaro e schiaccia indifferentemente con i suoi stivali una begonia (p. 23) o uno scarafaggio (p. 149).
Né l’amore, carnale, filiale, paterno o altro, redime il mondo, anche se per breve tempo può sembrare così. L’amore fin dall’inizio del romanzo è visto nelle sue forme più degradate: “La verginità veniva violata con la stessa facilità con cui si apriva un baccello. [La figlia di Francisco] conosceva fin da bambina il riso volgare delle donne quando fiutavano lo straccio macchiato di sangue. I suoi fratellastri avevano cercato di violentarla. Le sue sorellastre facevano una smorfia di disprezzo se erano avvicinate da qualcuno più scuro di loro, ma erano sempre pronte a fare le puttane con i marinai bianchi” (p. 36). L’unica “speranza di consolazione” per Francisco “in quelle notti inquiete era il gioco di violentare vergini”. Come il Kurtz di Conrad, dunque, Francisco da Silva non torna dal suo viaggio nel cuore della tenebra ma scopre che l’orrore è ovunque e non c’è viaggio n‚ vita che non abbia in sé quella tenebra, quel lato oscuro che si può placare col nomadismo, fisico e culturale insieme, ma mai vincere.

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Nave negriera. Rara immagine di Marc Ferrez, 1880

Viene a questo punto il sospetto che Chatwin sia un manierista, un cultore dell’orrido che usa materiale di scarto (sangue, sesso, violenza) per creare, con distaccato snobismo, un mondo “orribile che ha dentro di sé un cuore selvaggio”, come direbbe Lula di “Cuore selvaggio”, ma purtroppo il mondo di Chatwin non è solo una finzione narrativa, come dimostrano due brani contenuti in “Che ci faccio qui?”, collegati in modo più o meno diretto a “Il viceré di Ouidah”. Nel primo, “Un colpo di stato”, Chatwin, in cerca di materiale per il suo libro su Francisco da Silva, viene coinvolto in un tentativo di colpo di stato, scambiato per un mercenario, imprigionato, minacciato di fucilazione, processato e liberato. Infine, a cena con un francese conosciuto in quella circostanza, analizza le varie versioni del colpo di stato, ma tutte gli appaiono false e ingannevoli. Il secondo brano, “Werner Herzog nel Ghana”, riferisce la visita di Chatwin sul set del film “Cobra verde di Herzog, tratto da “Il viceré di Ouidah”. In questo brano ci sono preziose indicazioni sullo stile di Chatwin (“Poiché era impossibile scandagliare la mentalità misteriosa dei miei personaggi, mi sembrava che restasse soltanto una soluzione: raccontare la storia attraverso una sequenza di immagini cinematografiche”, p. 173), ma anche uno squarcio sul mondo reale che è insieme sintomatico dello stile contaminato di Chatwin di cui si è detto, dolce e crudele insieme: “Il soldato che mi aveva in consegna tubava melodiosamente: ‘Ils vont tuer, massacrer même'”.

E dopo la lettura di questo affascinante libro, imperdibile, come sritto sopra, è la visione del film Cobra Verde.

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Cobra verde è un film del 1987, scritto e diretto da Werner Herzog, ispirato al romanzo Il Viceré di Ouidah di Bruce Chatwin, incentrato sulla tratta degli schiavi.
Con questo film si concluse il sodalizio tra il regista e l’attore Klaus Kinski, dopo una serie di fortunati films che han segnato la storia della cinematografia di tutti i tempi.

Dalla biografia di K. Kinski.
Dagli anni settanta comincia la collaborazione con il regista tedesco (ed ex coinquilino negli anni giovanili) Werner Herzog, che lo sceglie come protagonista di cinque dei suoi film e che gli donerà finalmente fama internazionale: Aguirre, furore di Dio (1972), Woyzeck (1979), Nosferatu, il principe della notte (1979), Fitzcarraldo (1982) e Cobra Verde (1987). Sono nella storia del cinema le discussioni, anche violente, che Kinski provocava frequentemente col regista sul set, che tuttavia non hanno impedito il continuare di questo sodalizio, basato su una alta considerazione reciproca e sul desiderio di sperimentazione espressiva, fino alla morte dell’attore. Herzog, dopo la morte dell’attore, produsse un lungo documentario dal titolo Kinski, Il mio nemico più caro (1999), nel quale raccontò il loro sodalizio e la figura del suo amico usando moltissimi spezzoni di riprese fatte sui diversi set cinematografici ed interviste con attori che recitarono con Kinski a teatro.

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A cura di Elio Revera

Il sogno del celta

Ci sono libri che ti piacciono, altri che vorresti buttare…altri ancora che feriscono l’anima….sono quelli che contano.

Il sogno del celta, Einaudi ed., di Mario Vagas Llosa è uno di questi.

Lascio la paorla ad Alessio Piras ed invito tutti alla lettura.

(e.r.)

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«Il tuo Rapporto sul Congo mostrava il contrario, piuttosto. Che siamo stati noi europei a portare là la peggiore barbarie»

Irlanda, Congo e Perú. Tre paesi distanti migliaia di chilometri e in tre continenti diversi le cui storie nazionali non si sono mai incrociate, ma che hanno qualcosa in comune che li rende, in qualche modo, simili. Questo qualcosa è il tema de Il sogno del celta, ultima fatica del Nobel 2010 per la letteratura Mario Vargas Llosa, ed è semplificabile nella relazione che intercorre tra civiltà e barbarie, vera ossessione dello scrittore peruviano e di tutti coloro che provengono da Paesi che, nel corso della loro storia, sono stati colonie europee.
Roger Casement (https://en.wikipedia.org/?title=Roger_Casement), è un diplomatico britannico di origini irlandesi che parte giovanissimo per il Congo dove vivrà per vent’anni denunciando i soprusi del regime coloniale belga. Verrà trasferito prima in Brasile e poi in Perú, dove stilerà un rapporto in cui denuncia lo sfruttamento dei nativi amazzonici da parte della Peruvian Amazon Company, azienda inglese che opera nell’Amazzonia peruviana nell’estrazione del caucciù. Ed è questo oro nero a stimolare l’avidità e la cupidigia del civile colonizzatore europeo; con il pretesto di portare la civiltà laddove regna la barbarie si innesca un regime di sfruttamento economico che porta alla morte migliaia di indigeni. Che sia uno Stato o una multinazionale il risultato non cambia. Viaggiando tra Congo e Perú, Casement si rende conto che la differenza tra questi Paesi e la sua Irlanda non è poi molta: anch’essa vive in un regime semicoloniale da parte dell’Inghilterra. Decide, quindi, di unirsi ai nazionalisti irlandesi e sposa la causa dell’indipendenza, motivo per cui verrà condannato a morte per alto tradimento. Questa la storia di Roger Casement, vero e proprio eroe tragico, personaggio realmente esistito di cui Vargas Llosa dà una versione perfettamente a metà strada tra realtà e finzione.

Ma il romanzo va ben oltre e lascia nel lettore un senso di smarrimento tipico dei migliori lavori di Vargas Llosa. Primo fra tutti La casa verde (1965), romanzo che da solo avrebbe meritato al suo autore il Nobel. La tematica è la stessa, ma l’azione si svolge per intero in Perú. Sulle orme di Cuore di tenebra, lo scrittore peruviano sembra chiedersi il perché del fallimento costante della missione/pretesa civilizzatrice europea nel mondo. Questo interrogativo ritorna ne Il sogno del celta, come ritorna Conrad, personalmente conosciuto da Casement, e che diventa personaggio del romanzo attraverso i ricordi del protagonista. Una risposta precisa al suo interrogativo Vargas Llosa non la fornisce, ma è consapevole del fatto che il rapporto tra civiltà e barbarie costituisce un’ottima misura per giudicare l’essere umano, per capirne la natura più profonda. Se Conrad, infatti, vede un imbarbarimento dell’uomo civile a contatto con la barbarie, Casement sembra sposare la tesi secondo cui sono i referenti dei due termini ad essere invertiti: gli europei sono i barbari, mentre i nativi con il loro intimo rapporto di equilibrio con la natura sono i civili. E la prova starebbe tutta nelle parole di Alice Stopford Green, amica del protagonista, durante uno dei suoi colloqui con Casement:

«[…] tu sei stato vent’anni in Africa senza diventare selvaggio. Anzi, sei ritornato più civilizzato di quanto fossi quando sei partito da qui credendo nelle virtù del colonialismo e dell’Impero» (65).

La vita del protagonista è un percorso che conduce alla sua disillusione, a quella di Vargas Llosa e, in ultimo, a quella del lettore.

Dal punto di vista stilistico il romanzo non è certamente il capolavoro dello scrittore peruviano che ha perso ormai da tempo lo smalto dei suoi primi tre lavori (oltre a La casa verde, La città e i cani del 1962 e Conversazione nella Catedral del 1969): la polifonia di linguaggio e quel legame così perfetto tra forma e contenuto si sono persi col tempo, lasciando spazio a una maggiore maturità che si percepisce nel ritmo quasi anglosassone della narrazione. Il sogno del celta sembra accusare il passo biografico con cui procede la scrittura e la realtà prevale, in qualche modo, sulla finzione. Ciononostante, Vargas Llosa riesce a creare una relazione tra due sistemi di sfruttamento diversi (Congo e Perú), ma con lo stesso fine e un sistema di dominio (quello inglese sull’Irlanda) che doveva essere legittimato da una sorta di ius loci, mettendo a nudo la natura contraddittoria dell’uomo. Solo per questo motivo Il sogno del celta coglie nel segno di quella che è la missione principale dell’arte narrativa di Vargas Llosa: difendere la libertà e disvelare gli inganni del potere.

Alessio Piras

Songye people, N’kisi figure, Region of Eki or Beneki, Congo

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Wood, animal horn
H.8,3 in/21cm, without the horn

End 19th century

Private collection, Italy
Photo by Fabio Cattabiani and Pietro Paletti
Arti delle Mani Nere All Rights Reserved

Provenance
– Old collection, Bordeaux
– Leonardo Vigorelli Gallery, Milano

Exhibitions
Parcours des Mondes, 2011, Paris
Africa. La terra degli spiriti. Museo delle Culture (Mudec), Milano, 27 marzo/ 30 agosto 2015

Africa La terra degli spiriti

Published
AA.VV, Africa. Terra degli spiriti, a cura di Gigi Pezzoli e Claudia Zevi, 2015, Milano, 24 Ore Cultura ed. pag. 244, color

This n’kisi Songye is attributable to the Region of EKI or BENEKI and for its characteristics can be attributed by Atelier of Coiffure Gauffrée (hair shaft), operating in the central / southern of Eki. (see J.W.Mestach 1985 and F.Neyt 2004).
The sculpture, carved in a compact and hard wood (Crossopterix febbrifuga ?) consists of three homogeneous blocks that define the longitudinal planes.
These plans consist of the head, trunk and belly / legs will particularly appreciate the vision of profile where there is clearly a massive presence of volumes determined, delimited by precise cuts, specular in the drawing.
The patina is dark, deep and glossy in areas of greater manipulation, tending to reddish color in the parts where probably the sculpture was originally dressed and sweating on the right side of the head and trunk.
Note the solution of the feet which not exist, since the massive legs directly enter the small base, on which, however, were obtained toes, curiously in number of four for the left foot.
Complete the sculpture a small animal horn about 1,6 in, encrusted both inside and outside of sacrificial substances, and placed on top of the head in a split made exactly in the center of the hair (you can in fact count eleven vertical elements of the coiffure both right and left side of the gap).

Another typical ventral cavity was destined to become the magical substance.

Under the base of the sculpture are visible concentric circles of the trunk and the oxidation of the soft parts of the wood.

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The n’kisi has prominent breasts and the penis, which is considered to be a hermaphrodite.
Although rare, these sculptures are still known and cataloged in the cultural Songye.

The element that characterizes most clearly is the stark contrast between the typical and canonical stillness of the body, made of perfect symmetry (see the picture from the bottom where the penis, breasts, chin and the top center of the head are perfectly aligned) and ductile plasticity of facial expression.
Wise and soft cuts of the face, alternating with scrolls and accentuated cavity, characterize facial expression, insinuating and artful together, as in the cultural tradition of the area.

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Eyes, carved in sunken orbits, are disproportionately large, wide open and with the pupils in relief.
The snub nose has important nostrils with strong and deep nasal passages.
His mouth was open, on a small and pointed chin slightly undershot, is markedly hollow, folded upward, with the profile of prominent lips and relief.
On the sides of the head, large ears with horizontally delimit a hair projecting that completes the round head of the sculpture.

This argues for a head significantly more than engraved in relief carved in wood, which gives, as mentioned, a marked plasticity, as if that expression of the face was fixed at that precise moment.
Wise and soft cuts of the face, alternating with scrolls and accentuated cavity, characterize facial expression, insinuating and artful together, as in the cultural tradition of the area.

Songye dorso

The result is a sculpted head (and not engraved in relief in wood), and this gives, as mentioned, a marked plasticity, as if that expression of the face was fixed at that precise moment.

Bibliography

-Van Overbergh, C. “Les Basonge”, Bruxelles, 1908
-Merriam A.P. “Culture History of the Basongye”, Bloomington, 1974
-Mestach J.W. “Etudes Songye. Formes et symbolique, essai d’analyse”, Munich, 1985
-Anthoine C.H.R. “Le système magico-religeux des Songye”, Bruxelles, 1988
-Neyt F. “La Redoutable Statuaire Songye d’Afrique Centrale”, Fonds Mercator, Anvers – 5 Continents, Milano, 2004
-Petridis C. “Art and Power in the Central African Savanna: Luba. Songye. Luluwa. Chokwe”, Mercator Fonds, Bruxelles, 2008
-Volper J. “Autour des Songye. Under the influence of the Songye”, Fine Art Studio Publishing-Gourcuff Gradenigo,2012

Songye people, N’kisi figure, Region of Eki or Beneki, Congo

Legno, corno animale
Altezza cm. 21, senza corno

Epoca fine XIX sec.

Collezione privata, Italia
Foto di Fabio Cattabiani e Pietro Paletti
Arti delle Mani Nere All Rights Reserved

Provenienza
-Antica collezione, Bordeaux
-Galleria Leonardo Vigorelli, Milano

Esposizioni
Parcours des Mondes, 2011, Parigi
Africa. La terra degli spiriti. Museo delle Culture (Mudec), Milano, 27 marzo/ 30 agosto 2015

Pubblicazioni
AA.VV, Africa. Terra degli spiriti, a cura di Gigi Pezzoli e Claudia Zevi, 2015, Milano, 24 Ore Cultura ed. pag. 244, color

Questo n’kisi in riferimento alle terre Songye, è originario della Regione degli EKI o BENEKI e per le sue caratteristiche è attribuibile all’Atelier dalla Coiffure Gauffrée (Capigliatura a sbalzo), operante nell’area centro/meridionale degli Eki . (ved. W. Mestach 1985 e F. Neyt, 2004).

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Terre Songye. Courtesy F. Neyt “Songye”, Fonds Mercator ed.

La scultura, intagliata in un legno compatto e durissimo (Crossopterix febbrifuga ? ), si compone di tre blocchi omogenei che definiscono i piani longitudinali.
Questi piani costituiti dalla testa, dal tronco e dal ventre/gambe si apprezzano particolarmente nella visione di profilo dove è evidente la massiccia presenza di volumi decisi, delimitati da tagli sicuri , precisi e dal disegno speculare.

La patina è scura, profonda e lucida nella zone di maggiore manipolazione tende al color rossastro naturale del legno nelle parti in cui probabilmente la scultura era originariamente abbigliata e sudante nella parte destra della testa e del tronco.
Da notare la soluzione dei piedi che in realtà sono inesistenti, dal momento che le massicce gambe entrano direttamente nella piccola base, sulla quale però sono stati ricavate le dita dei piedi, in numero curiosamente di quattro per il piede sinistro.

Completa la scultura un piccolo corno animale di circa 4 cm, incrostato sia all’esterno che all’interno da sostanze sacrificali, e sistemato sulla sommità del capo in una spaccatura realizzata esattamente al centro della capigliatura ( si possono infatti contare undici elementi verticali della coiffure sia destra che a sinistra dello spacco).

Un’altra tipica cavità ventrale era destinata ad accogliere la sostanza magica.

Sotto la base della scultura sono visibili i cerchi concentrici del tronco e l’ossidazione delle parti molli del legno.

Lo n’kisi stante la concomitante presenza di prominenti seni e del pene è da considerarsi di genere ermafrodito.
Pur rare, queste sculture sono comunque conosciute e catalogate nell’ambito della cultura Songye.

L’elemento che lo caratterizza con maggiore evidenza è il netto contrasto tra la tipica e canonica staticità del corpo, realizzato in perfetta simmetria ( si veda l’immagine dal basso in cui pene, seni, mento e sommità centrale del capo risultano perfettamente allineati ) e la duttile plasticità dell’espressione facciale.

Sapienti e morbidi tagli del volto, alternati a volute ed accentuate cavità, caratterizzano l’espressione facciale, insinuante e callida insieme, come nella tradizione culturale di quell’area.

Gli occhi, scolpiti in orbite infossate, sono sproporzionatamente grandi, spalancati e con le pupille in rilievo.
Il naso camuso ha importanti narici con marcate e profonde fosse nasali.
La bocca aperta, su di un piccolo ed aguzzo mento leggermente prognato, è accentuatamente cava, piegata all’insù, con il profilo delle labbra prominenti ed in rilievo.
Ai lati del capo, grandi orecchie con andamento orizzontale delimitano una capigliatura a sbalzo che completa la testa tondeggiante della scultura.

Tutto questo depone per una testa significativamente scolpita più che incisa a rilievo nel legno, e ciò le conferisce, come ricordato, un’accentuata plasticità, come se quell’espressione del volto fosse stata fissata in quel preciso istante.

A cura di Elio Revera

Il fumo del re

Da sempre, il fumo è considerato uno dei piaceri della vita. Proibito, osteggiato, colpevolizzato, ma pur sempre un piacere, anziché un’abitudine o peggio un vizio.

Un popolo in Africa ha saputo elevare questo piacere ad una profonda e radicata ritualità, tanto da trasformare in taluni casi gli oggetti atti a fumare, in veri e propri gioielli di eccelsa e raffinatissima fattura.
Questo popolo è quello dei Kuba, del Kasai occidentale, al centro del Congo.

ca. 1950, Democratic Republic of the Congo --- A Kuba man smokes a pipe. The Kuba tribe, which has since become extinct, lived between the Sankuru and Lulua Rivers in the Belgian Congo, which later became Zaire. --- Image by © Otto Lang/CORBIS
1950, ca. Courtesy: Image by © Otto Lang/CORBIS

Introdotto in Africa centrale dai navigatori portoghesi fin dall’inizio del XVII sec., il tabacco ha ricevuto presso la popolazione Kuba, maschile e femminile, un’accoglienza talmente entusiastica da far scrivere a Emil Torday , che i Kuba erano propriamente schiavi del tabacco (1925).

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1893. Glave, E. J. “Six Years of Adventure in Congo-Land”, R.H.Russell ed. New York

All’inizio del ‘900, Leo Frobenius ci ricorda la grande difficoltà nell’acquisire degli oggetti per conto dell’Ethnological Museum of Hamburg, ed in particolare le grandi pipe decorate, in quanto gli uomini pyaang erano gelosi custodi dei loro oggetti e le pipe erano proprio le ultime cose dalle quali intendevano separarsi.

Come ricordano Binkley e Darish, “les grandes pipes décorées étaient visibles de tous car leur propriétaires les fixaient à la ceinture qui maintenait leurs longues jupes de façon à pouvoir s’en server dès qu’ils le souhaitaient “ (2009).

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Kuba people. 1950 ca.

Alcuni esemplari di queste grandi pipe decorate, appannaggio di notabili, dignitari e membri della corte reale, sono pervenute a noi e costituiscono dei veri e propri gioielli di bellezza e fantasia scultorea che nulla hanno da invidiare alle famose coppe, spesso realizzate dai medesimi fabbri, che venivano utilizzate per bere il vino di palma (maan).

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Courtesy Musée royal de l’Afrique centrale, Tervuren, Belgique

Pipe de l’ancienne collection Harroy (cm 60), récoltée avant 1937.
Aux 19ème et 20ème siècles, les Kuba roduisirent une grande variété de pipes en bois sculptées. Il s’agissait de pipes à fourneau pourvues d’un tuyau recourbé. Les fourneaux étaient souvent largement couverts de motivs bidimentionnels empruntés au large répertoire ornamental Kuba” ( Binkley, 1995).

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Courtesy Musée royal de l’Afrique centrale, Tervuren, Belgique

“Sur le fourneau de cette pipe (cm 60), des détails faciaux affichent le motif linéaire des lames sur les joues; les scarifications pratiquées à l’avant des oreilles et au-dessus des sourcils évoquent également le style des coupes céphalomorphes et de certains masques Kuba. De puissantes cornes de bélier surmontent la coiffure et encadrent l’avant du fourmeau; leur présence sur la pipe suggère qu’l appartenait à un notable ou à un member de l’élite car les moutons sont considérés comme l’apanage royal du chef suprême des Kuba” (Binkley, 1995). Cette pipe a été collectée par A. Delcommune en 1888.

Pipa cerimniale Kuba
Coll. Privée, Italie, Courtesy “Kuba. Vision d’Afrique”, 5 Continents Editions, Milano

“Le petit fourneau délicat de cette pipe (cm. 50) représente un masque Kuba avec des “lignes de larmes” caractéristiques qui s’étendent à partir des jeux à travers le visage. Les petites bosses sur le front au dessus de l’arc du sourcil ont été sculptées dans le bois pour simuler les punaises en laiton qui décorent les masques…eCes caractéristiques font reference à quelques masque Kuba, notamment bongo et bwoom, que possédaient les sociétés d’initiation des jeunes hommes de certaines communautés….images
Cette attention meticuléuse au detail est la marque de la sculpture sur bois Kuba à son plus haut niveau”
(Binkley et Darish, 2009).

Il cannello di queste importanti pipe è lavorato a rilievo con i tipici e peculiari motivi geometrici (buiin) dei tessuti Shoowa del popolo Kuba. Un altro tassello che valorizza il sincretismo espressivo della cultura artistica dei Kuba dove tanti elementi sono riscontrabili in tutta la loro miglior produzione artistica, dalle maschere ai tessuti, alle coppe e a quelle vere e proprie insegne di ricchezza e potere rappresentate dalle tre pipe prima illustrate.

Kuba Shoowa Textileima
Kuba Shoowa textile

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Coll. Adele et Donald Hall. H. cm 16,5. In precedenza, Maschera Bongo, cm 40, Völkerundemuseum der Universität Zurich. Courtesy “Kuba. Vision d’Afrique”, 5 Continents Editions, Milano

Concludo con la pubblicazione di una coppa per il consumo del vino di palma, in cui le caratteristiche sculturali riflettono la medesima impostazione e la medesima esecuzione (e probabilmente lo stesso atelier) della terza pipa precedentemente illustrata.

Bibliografia

-Glave,E.J, “Six Years of Adventure in Congo-Land “, R.H.Russell ed. New York, 1893
-Torday, E. “Causeries Congolaises”, Bruxelles, A. Dewitt, 1925
-Torday, E. “On the Trail of the Bushongo”, Philadelphie, J.B. Lippincott, 1925
-Vansina, Jan, “Kuba Art and its Cultural Context”, in African Forum, p. 3-4, 13-27, 1968
-Rogers, Donna C, “Royal Art of the Kuba”, Austin University of Texas Art Museum, 1979
-Cornet, Joseph, “Art royal Kuba”, Milano, Sipiel, 1982
-Darish, Patricia, “This is our Wealth: towards an Understanding of a Shoowa Textile Aesthetic”, in Elvehjem Museum of Art Bulletin, University of Wisconsin, Madison, 1996
-Binkley, David A. and Darish, Patricia, “Visions d’Afrique. Kuba”, 5 Continents Editions, Milano, 2009

Altre informazioni sulla pipa Kuba in: http://artidellemaninere.forumattivo.it/t425-kuba-people-pipe-by-the-kingdom-dignitaries-kasai-area

Elio Revera

Fon, Bo-Bocio male, Figure of strength Vodu, Benin

Fon

H. 14,4in/36,5cm
Wood, vegetal fibers, cloth, calabash pieces, shells, sacrificial matter, oily patina
early 20th. century

Provenance

Luciano Lanfranchi coll. Milano
Joaquin Pecci Gallery, Bruxelles

Private Collection Italy
Photo by Alessandro Ligato
Arti delle Mani Nere All Rights Reserved

Exibition

Parcours des mondes 2008, Parigi
L’Africa delle meraviglie – Arti africane nelle collezioni italiane, Palazzo Ducale e Castello d’Albertis, 31th December 2010 –5th June 2011

Published

Vittorio Carini “ A Hidden Heritage, Sculture africane in collezioni private italiane “, Milano, Gall. Dalton Somaré ed. 2004
pag.166 fig.#138

Bargna I, e Parodi da Passano G., L’Africa delle meraviglie – Arti africane nelle collezioni italiane, Genova, 2010, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (MI), pag. 114, color

Yale University Art Gallery
N. 0043583-01

At the sacred sites of the Fon, the magic Bo-Bocios can be found. These are objects through which the strength of the Vodu is concretized and activated. This sculpture can be defined, therefore, as a “figure of strength”, the one destined to activate the spiritual energies needed to obtain the answers to life’s endless situations.
The iconography of the represented character is rather rare, and is characterized by a voluntary mutilation of the right eye, ear, arm and leg.
These desired anatomical mutilations have a precise significance which Suzanne Preston Blier specifies in her volume “African Vodon. Art, Psychology and Power”, as being “a guard against spies”. This bo-bocio, therefore, was destined as a means of protection against spies.

Fon 6

The passion for numerology, typical among African populations, helps us in the interpretation of this magic figure.
The spy is a symbol of ambiguity and duplicity, and in this sculpture all these anatomical double elements have been deliberately eliminated, therefore restructuring the human figure on values of unity.
This fascinating hypothesis regarding the significance of the figure was reached by Giuseppe Fumagalli, journalist and researcher of African cultures.

This sculpture distances itself from ordinary Fon production which is usually characterised by rigidity and rather rough carving.
A strong sense of rhythm is noted in the sculpture. The syncopations, scanning and the order depicted all structure this magic object according to exactness and precision. The fact that this sculpture was intended as protection against duplicity, ambiguity and human falsehood, renders it a very “current” object, even today, unfortunately!

Fon 3

Bibliography

-Hazoume, Paul, 1937, Le pacte de sang au Dahomey, Paris, Institut d’Ethnologie
-Kerchake, Jaques, et al.1988, L’art africain, Paris, Editions Mazenod
-Augé Marc, 1988, Le dieu objet, Paris Flammarion
-Preston Blier Suzanne, 1995, African vodun Art, Psychology, and Power, The University of Chicago Press, London
-Kerchake Jaques, 1996, Botchio. Scultures Fon, Eymoutiers Espace Paul Rebeyrolle

Fon, Bo-Bocio maschile, figura di forza Vodou, Benin

cm.36,5
Legno, calabassa, conchiglie, fibra vegetale, tessuto, materiale sacrificale, patina oleosa
Inizio XX sec.

Collezione privata Italia
Foto Alessandro Ligato
Arti delle Mani Nere All Rights Reserved

Provenienza

Coll. Luciano Lanfranchi, Milano
Joaquin Pecci, Bruxelles

Esposizioni

Parcours des mondes 2008, Parigi
L’Africa delle meraviglie – Arti africane nelle collezioni italiane, Palazzo Ducale e Castello d’Albertis, 31 dicembre 2010 –5 giugno 2011

Pubblicazioni

Vittorio Carini “ A Hidden Heritage, Sculture africane in collezioni private italiane “, Milano,Gall. Dalton Somaré ed. 2004
pag.166 fig.#138

Bargna I, e Parodi da Passano G., L’Africa delle meraviglie – Arti africane nelle collezioni italiane, Genova, 2010, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (MI), pag. 114, color

Opera registrata Yale University Art Gallery
Numero d’archivio 0043583-01

Nei luoghi sacri dei Fon si trovano i Bo-Bocio, cioè gli oggetti magici attraverso i quali si concretizza e si attiva la forza del Vodou. Questa scultura si può definire pertanto una “figura di forza “, colei destinata ad attivare le energie spirituali per la soluzione degli infiniti casi della vita.

Fon profilo2

L’iconografia del personaggio rappresentato è piuttosto rara e si caratterizza per una volontaria mutilazione dell’occhio, orecchio, braccia e gamba destri.
Queste volute mutilazioni anatomiche hanno un preciso significato che Suzanne Preston Blier, nel volume “African Vodon. Art, Psychology and Power”, ha precisato essere “two guard against spies “. Questo bo-bocio, pertanto, era destinato alla protezione contro le spie.
La passione per la numerologia, tipica delle popolazioni africane, ci aiuta nell’interpretazione della figura magica.
La spia è simbolo di ambiguità e di doppiezza ed in questo feticcio sono stati volutamente eliminati tutti gli elementi anatomicamente doppi, ristrutturando in tal modo la figura umana su valori di unità.
Questa affascinante ipotesi circa il significato del feticcio è stata fatta da Giuseppe Fumagalli, giornalista, collezionista e studioso della cultura africana.
Questa scultura si discosta dall’ordinaria produzione Fon che di solito si manifesta con caratteristiche di staticità e di intaglio piuttosto approssimativo.
Si nota nella scultura una base ritmica, sincopi, scansioni ed un ordine espositivo che strutturano secondo esattezza e precisione questo oggetto magico destinato alla protezione dalla doppiezza, dall’ambiguità ed dalla falsità umane.

Anche per questo, un oggetto ancora oggi molto “attuale “, purtroppo!

Bibliografia.

-Hazoume, Paul, 1937, “Le pacte de sang au Dahomey”, Paris, Institut d’Ethnologie
-Kerchake, Jaques, et al.1988, “L’art africain”, Paris, Editions Mazenod
-Augé Marc, 1988, “Le dieu objet”, Paris Flammarion
-Preston Blier Suzanne, 1995, “African vodun Art,Psychology, and Power”
The University of Chicago Press, Londra
-Kerchake Jaques, 1996, “Botchio. Scultures Fon”, Eymoutiers Espace Paul Rebeyrolle

Elio Revera

The silence has words?

These are words. I’m looking for instead the silence and I seek it because my gaze on African Arts, in silence, finds an original archetype.
Not the only one, obviously, but this is in my opinion the SILENCE, strong, powerful, and in the absence of voice and sound, speaks to our heart.

But that silence?

In african sculptural expressiveness, there are different interpretations; my gaze captures in the quality of the silence of certain faces, the precise matrix that my Latin ancestors claimed by the term SILERE as opposed to silence.

As written by L. Heilmann, a difference that characterizes sileo and taceo, facing each other, it is to be seen in the opposition between consciousness of silence as a reality that is created and the finding of silence as the absence of deprivation sound and word.

So that the “silence”, then, you wordlessly, stopping, mute before the divine reality, while “silere” is entering the divinity, becoming partakers of that same ineffable reality (Pier Cesare Bori).

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Nkundu, Congo, Private coll. Italy

And this is the archetype of the silence of African sculpture, his face, his eyes and mouths: the silence as an act of will necessary for communication with the interior of the invisible forces that regulate and allocate the deeds of the individual and his community.

There is in this cry stifled longing for a communication with the spirits that govern human destiny and together the concentration of hieratic gesture mystical.
This face is not silent for lack of words; his SILERE is unlike the expression of the will to create that space mystic is essential for communication with the gods.
A space of silence and wanted militant who seem irrelevant, even harmful, words, prayers and cries.

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Teke, Congo, Private coll. Italy

Ineffable the expressive quality of SILERE for this Teke figure!

The vertical setting sculptural face, facial tattoos, the rigorous execution of every single millimeter return an expression of potent concentration in which the true meaning is to penetrate the communication with the power of the invisible.
In fact, nothing would be worth a look grainy on the world if not to confuse, distract and, ultimately, to ward off the relationship with the forces that govern the fate of the community.basikasingo1Basikasingo, Congo, Private coll. Italy

The “great art of sleep” was defined as the sculptural Basikasigo (L. Zangrie). I agree in part. Agree with that definition merely descriptive terms, where it is clear the blank expression dictated by the closed eyelids.

I disagree, however, this interpretation effectively, if not also affirms the symbolic meaning of this gesture. The eyes are closed because they have nothing to see of the real world and the communication with the divine powers can only take place in the mystical space of silent concentration that only a strict attention to the inner world can induce. Sleep, therefore, not passive … but … a revealing sleep!

In this paper I will not dwell any longer on the meaning of quality of African sculpture, which follows from what I have written.
However, it seems clear that the production capabilities of the sculptor / blacksmith is directly related to his executive skill in representing the hieratic gesture of SILERE, its importance, its symbolic value.

And then, even more poor and inadequate apparirranno those sculptures where silence, rather than being internalized, is heard as much as the noise at peak times of our city !!

Elio Revera

Dentro il silenzio

Praticamente da sempre, la filosofia ed il metodo della fisiognomica han desunto caratteri psicologici e morali di una persona dal suo aspetto fisico, soprattutto dai lineamenti e dalle espressioni del volto. Fisiognomica, del resto, deriva dalle parole greche physis (natura) e gnosis (conoscenza).

E proprio agli albori dello sviluppo del pensiero occidentale si trovano le prime indicazioni di questa teoria nell’Atene del V secolo a.C. dove un certo Zopyrus si proclamava esperto di quest’arte. Già Aristotele, nel IV secolo a.C., si riferiva spesso a questo tipo di teorie, anche con citazioni letterarie ed era d’accordo con queste ipotesi, come testimonia un passaggio degli Analitici primi (2.27).

E via via lungo tutti i secoli successivi, vari accomodamenti sono intervenuti, ma la teoria fisiognomica mai è tramontata. Giambattista della Porta in Della celeste fisionomia sosteneva che non sono gli astri, ma il temperamento ad influenzare sia l’aspetto che il carattere ed in De humana physiognomia (1586) della Porta utilizzò delle xilografie di animali per illustrare i tratti caratteristici dell’uomo.

De humana physiognomonia 1586

E poi giù fino all’antropologia criminale di Cesare Lombroso, forse il punto di più alta considerazione raggiunto da questa teoria pseudo scientifica, destinata, però, nel corso del XX sec. a scomparire nei meandri di polverosi gabinetti scientifici, ancorchè estremamente interessanti con il loro carico di lugubre sperimentazione.

Tracce e derivazioni di questa teoria intrigante quanto sgangherata, la ritrovo nella pretesa che spesso viene avanzata da critici occidentali, quando son descritte le fattezze di una maschera o le catteristiche di una statua africana.

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Maschera Punu del Gabon ed H. Matisse, La signora Matisse, 1913

Lo stile cubista della scultura… l’impostazione formale di tipo surrealista… una figura filiforme come le sculture di Giacometti… il viso allungato alla Modigliani… chi mai non si è imbattuto in cotanta poesia?!!

E chi mai si è fermato ad immaginare che, al contrario, sono invece le opere d’arte occidentale ad esser state precedute da quelle tribali… anche se ben di rado e tardivamente si è scritto che è stato Picasso ad imitare la scultorea Pende….e Modigliani quella delle teste oblunghe dei Basikasingo!!

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P. Picasso, particolare dè Les Demoiselles d’Avignon (1907) e maschera Pende, Congo, detta della Malattia

E che dire di tante attribuzioni alla foggia della precettistica medioevale, dove invece del Maestro della Madonna dal manto azzurro, si sostituisce un più prosaico Maestro delle labbra socchiuse, ovvero opera del Maestro delle mani sul petto!

La legittima aspettativa volta a gettare un po’ di luce sull’anonimato della gran parte degli artisti africani, non può ridursi, io credo, a fuorvianti quanto improbabili denominazioni fantasiose.

Ben altri strumenti di ricerca e ben altri contributi storico/artistico/antropologici sono necessari se davvero si vuol tentare di dare un nome a sconosciuti quanto validi artisti delle Mani Nere.

Certo, è ben difficile rassegnarsi di fronte al mistero di una rappresentazione incomprensibile e misteriosa; la natura umana è aliena dal dubbio, dall’incerto, necessita di catalogare, di classificare, di sistemare in un recinto conosciuto quel che non comprende per esorcizzare il timore del significato.

In tal guisa, però, l’arbitrio, la forzatura per non dire l’invenzione e la stravaganza sono dietro l’angolo. Ed allora la domanda, l’autentica domanda da porsi è la seguente: fin dove è legittimo spingersi nell’interpretazione di una cultura altra senza snaturarne l’anima ed il significato? Fin dove catalogare, paragonare, attribuire, senza stravolgere e manipolare?

E di certo non mi riferisco ai falsari ed ai fabbricatori di storie fasulle che abbondano, purtroppo, nel mercato delle Arti Tribali.

Io mi riferisco al contrario a tutti quelli che amano veramente le Arti Africane e che nutrono per esse un profondo rispetto. Proprio a loro rivolgo queste domande, nel mio genuino desiderio di comprendere ed apprendere.

Per quanto mi riguarda, al di là di involontarie ed inevitabili piccole forzature, dettate più da un istinto poetico che da altro, io credo sia di gran lunga preferibile il silenzio al chiassoso vociferare.

Il silenzio che spesso è l’aura di tanti volti d’Africa.

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Bimba Mangbetu, Congo, con la classica fasciatura destinata a modellare le ossa craniche secondo lo stilema etnico, e profilo di donna della medesima etnia. In alto l’impugnatura di un Mangbetu Knife (Courtesy Sotheby’s), in cui è evidente la traduzione espressivo/formale dello stilema peculiare di questa popolazione.
Courtesy “Zagourski, Africa perduta, dalla collezione di Pierre Loos”, Skira ed. Milano, 2001

Nel Tractatus Logico-philosophicus, Ludwig Wittgenstein ha scritto, se non erro: su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere (Wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen).

Ed a questo principio io provo ad attenermi.

Elio Revera

English translation.

In Silence.

Virtually always, the philosophy and the method of physiognomy han inferred psychological and moral character of a person by his appearance, especially with features and expressions of the face. Physiognomy, moreover, comes from the Greek words physis (nature) and gnosis (knowledge).
And just at the dawn of the development of Western thought are the first indications of this theory in fifth century BC where some Zopyrus proclaimed expert in this art. Aristotle, in the fourth century BC, often referred to this type of theories, even with literary quotations and agree with these assumptions, as evidenced by a passage of Prior Analytics (2.27).
And gradually throughout the centuries that followed, various compromises have occurred, but the theory is physiognomy never waned. Giambattista della Porta in Della celestial physiognomy argued that they are not the stars, but the temperament to influence both the look and the character and De humana physiognomia (1586) used the Port of woodcuts of animals to illustrate the characteristic features of man.
And then down to criminal anthropology of Cesare Lombroso, perhaps the point of highest consideration reached by this pseudo scientific theory, destined, however, during the twentieth century. to disappear in the maze of dusty scientific laboratories, even though they are extremely interesting with their loads of eerie experiments.

Tracks and derivations of this intriguing theory as ramshackle, the meeting in the claim that is often made by Western critics, when they are described the features of a mask or a statue catteristiche African.

Cubist sculpture … the formal setting of type a surrealist… figure wiry as the sculptures of Giacometti … the long face to Modigliani … who never came across such great poetry? !!

 And who ever stopped to imagine that, by contrast, are the works of Western art to be preceded by the tribal … although rarely and belatedly he wrote that Picasso was to imitate the sculptural Pende …. Modigliani and the heads of the oblong Basikasingo !!

And what about the many powers to shape the medieval precepts, where instead of the Master of Madonna from the blue mantle, replacing a more prosaic Master of parted lips, or by the Master of the hands on the chest!
The legitimate expectation time to shed some ‘light on anonymity of the majority of African artists, can not be reduced, I believe, to misleading improbable fanciful names.
Ben other search tools and many other contributions historical / artistic / anthropological are necessary if you really want groped to give a name to the unknown talented artists of Black Hands.
Of course, it is very difficult to resign before the mystery of a representation incomprehensible and mysterious; human nature is alien from doubt, uncertain, it needs to catalog, classify, to settle in a compound known that it does not understand to exorcise the fear of meaning.

In this way, however, the will, not being forced to say the invention and extravagance are around the corner. And then the question, the real question to ask is this: how far it is legitimate to go in the interpretation of another culture without distorting the soul and meaning? How far categorize, compare, assign, without distorting and manipulating?
And I certainly do not mean to counterfeiters and to makers of fake stories that abound, unfortunately, in the market of Tribal Arts.
I refer in contrast to all those who truly love the African Arts and who harbor a deep respect for them. Just in their turn these questions, in my genuine desire to understand and learn.
For me, beyond involuntary and inevitable forcing small, dictated more by a poetic instinct that other, I think it’s far better to silence the noisy rumor.
The silence that often is the aura of the many faces of Africa.


In the Tractatus Logico-Philosophicus, Ludwig Wittgenstein wrote, if I am not mistaken: on what you are not able to speak, one must be silent. (Wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen).


And this principle I try to stick.

Elio Revera

Tellem…or Dogon?

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In various works, Nadine Martinez, scholar in History of Arts and Ethno-Aesthetic at Sorbonne University (Paris), examined the issue concerning the allocation of works to Tellem and Dogon, not least, in her essay – very critical – on the exhibition “Dogon” at Quai Branly Museum, curated by Hélène Leloup (2011/2012).
Leaving out any kind of polemic, the question “ Which family the Dogon and Tellem Arts belong to? ” is particularly interesting, and gives room to significant implications.

Opinion simpler and more diffuse is that the Tellems anticipated the arrival of the Dogon on the Bandiagara cliffs, so where there were Tellem, then came the Dogon.

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Carte pays Dogon

According to the current historical knowledge, the first Tellems reached those cliffs after the wars of the Wagadou empire, known in Europe as the Kingdom of Ghana, situated in the south-East area of nowadays Mali and Mauritania (Despite its former name, that area actually has nothing to do with today’s Ghana). The settlement of that population occurred between VIII and IX century A.C, but according to some historians some archeological evidence revealed that the settlement could be anterior to that period.
The traces of that population, and their unknown culture got lost around XVI century, due to the arrival of the Dogons around 100 years before.
Working on three types of identification methods, i.e. the iconographical, stylistic and historical ones, Martinez raises many questions: major part of those are still unsolved.
Given that the stylemes present in the Tellem sculptures can all be found in the Dogon statuary, it is worth asking questions:

a- Dogon have taken as a model Tellem’ works?
b- Tellem have carved on behalf of Dogon?
c- all the works are actually Dogon’ production?

These are importance questions, as we can see, and Martinez tries to give temporary answers ; may be it is better to say that she tries to give interpretation, through a particularly ethno-aesthetic approach.

In this study, Martinez has particularly investigated thoroughly a specific type of objects in a peculiar styleme.
She’s actually interested in sculptures with “personnages aux bras levés adossés à un plan”
That choice is not fortuitous, and is not motivated by a personal taste. The sculptures where we can see raised hands, often leaned on a plane, are actually the typical plastic representations of the Tellems. It’s worth reminding that the plastic production of these latter is less rich than the one of the Dogons.
This representation is however interesting because it expresses a stylistic continuity between the Tellem and the Dogon.

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1911. Frobenius, Leo. Auf dem Wege nach Atlantis – Bericht über den Verlauf der zweiten Reise-Periode der DIUFE in den Jahren 1908 bis 1910.
Courtesy RAAI, Ross Archive of African Images

Thus, comparing the type of sculptures described before, and since those sculptures are carbon-14 dated, Martinez observes that they have the same stylistic characteristics, and they represent the same entities as those referring to the Dogons mythology.

The anachronism is quite obvious, and the study asks the following question : “Who is really represented in those sculptures ?” How is it possible that objects which are separated by 8/9 centuries represent the same reality ? How could the Tellems be aware of those mythic figures, which are represented in their sculptures ? How is it possible if according to the Vulgate the Dogons reached those cliffs, along with their complex cosmogonist symbols, many centuries after the settlement of the Tellems ?

The historical research helps us to provide a clarifying interpretation about the above questions.

The Dogons might have left and then turned back to a place where they used to live themselves, in particular the cliffs. We can therefore imagine that Tellems and Dogons could hypothetically be part of a same family ; one branch of that family had always remained on the cliffs, and the other branch turned back after a long period.
The Dogon oral traditions account for two directions : the first path regards their arrival from the East, between Tombouctou and Mandé, through the rivers ; the second path is their return towards the East, from Djenné.

According to Germaine Dieterlen and Diarra Sylla (1992), when the Dogons arrived from Djigou and Tombouctou, and then they moved to Wagadou (a region of Mali in the far-south/east of nowadays Mauritania), they probably splitted into two groups : one group directed towards the cliffs, the other group went to Mandé.

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Bandiagara cliffs

The second group could have lived in Dogoro region and Sibi for more than 1200 years, then they moved back to Ségou and Djenné, turning back again in their ancient starting point.
Analyzing the symbolic side, the sharing of the cult of Binou, which founded the Dogon groups, literally means “Gone and turned back” (Montserrat Palau-Marti, 1960).

This symbolic element has put down roots in the Dogon culture, and suggests that there is a clear reference to the migrations of that population, probably due to wars, quarrels, and religious questions, as well as the searching for a hospital place, with a soft climate and a safe environment.

On the historical and religious side Solange de Ganay (1941, 1942) gives us a fundamental information : “…Some Binous come from Mandé, the region from which the Dogons emigrated around Xth century : others have been found in the cliffs of Bandiagara”.

To summarize, according to the illustrated hypothesis, on one hand the Tellems are connected to a mythic identity, on the other hand the Dogons are connected to a historical identity, and they both reunite around XV/XVI century, when the migrant fraction turns back, thus reconstituting the original family.

On the base of this interpretation, i.e. the Dogons are the original inhabitants of the cliffs, reconstituting the original Tellem family group , more than 1000 years after the initial settlement, we can provide a historical/artistic explanation of the Dogon panel.

Dogon Pannello
http://artidellemaninere.forumattivo.it/t259-dogon-people-ritual-panel-tintam-sub-style-mali

The panel (ex Charles Ratton old coll. Parigi), which is considered a true Dogon opera and is dated according to the execution style around XV/XVI century, unveiled some surprises to a scientific committee during a deep analysis session.
Under the supervision of Milano and Napoli universities, the wooden pieces have been analyzed through the 14C-AMS technique (radiocarbon dating with mass spectrometry and accelerators).

Leaving out the technical aspects of the final report, the result of the dating process of the wooden panel is as follows : 1330 d.C. with a possible deviation of 30/50 years.

With regard the dating of the wood works, according to R. M. A. Bedaux, the Dogon usually sculpt in fresh wood, as it’s easier to work with and that, moreover, the seasoned wood is hard to find in the Dogon lands, as indeed throughout Africa .
For Bedaux, it follows that the age of the sculptures must be considered not far from that of the wood used for the realization of the same  (Des Tellem aux Dogon: recherches archeologiques dans la boucle du Niger (Mali), in  Archeologia Africana, Milano 1992).

It’s been possible to question the origins and the history of Dogons/Tellems, because it is obvious that if the panel was realized in 1500/1600, it’s probable that it’s been realized by the Dogons, but if the panel was realized in in 1300, how is it possible that it be Dogon when the Vulgate states that the historical Dogonian history starts in XV/XVI century ?

This explains the analysis that we exposed before, and it enables us to understand that in 1300, and even before, there have always been Dogon ethno-aesthetic elements in a culture that we have always called proto-Dogon or Tellem, mistakenly considering them as two different cultures.

Dogon Pannello partic.

This is one of the reason why the panel can also be looked at as a historical document rather than just a despicable art work made by the population of the cliffs.

Bibliography

Nadine Martinez ( edition L’Harmattan, Paris):
-LA RÉCEPTION DES ARTS DITS PREMIERS OU ARCHAÏQUES EN FRANCE
Les arts de l’Afrique, 2010
-ECRITURES AFRICAINES
Esthétique et fonction des écritures Dogon, Bamana et Sénoufo, 2010
-FORMES ET SENS DE L’ART AFRICAIN
Les surfaces planes dans les œuvres d’art des Dogon, Bamana et Sénoufo du Mali, de la Côte d’Ivoire et du Burkina Faso, 2003
-DES OEUVRES D’ART DOGON OU TELLEM ?
Regard sur l’exposition “dogon” Quai Branly – 2011
-ART CONTEMPORAIN / ART TRADITIONNEL
Aller-retour Mali-Mali, 2010

– LAUDE  Jean – “Iron sculpture of the Dogon” – edition Galerie Kamer, Paris, 1964

– LAUDE Jean – “African Art of the Dogon: the Myths of the Cliff Dwellers” – Brooklyn Museum edition, New York 1973

-EZRA Kate – “Art of the Dogon: selections from the Lester Wunderman Collection” – Metropolitan Museum of Art edition, New York 1988

– LELOUP Hélène, RUBIN William, SERRA Richard, BASELITZ Georg – “Dogon Statuary” -edition Daniele Amez, Strasbourg 1994;

– DIETERLEN Germaine – “Les Dogon: notion de personne et mythe de la creation” – edition L’Harmattan, Paris, 2000;

– LELOUP Hélène et al. – “Dogon”– Somogy Edition d’Arts, Paris, 2011.

 

by Elio Revera

 

Versione Italiana: https://artidellemaninere.com/2014/10/18/83/

 

Dogon (2)

Basikasingo, (pre-Bembe/Buyo) people, Milindi ya Batee/ Banya, (Statuette des sorciers/guérrisseurs), Région de Lulenge, Lac Tanganyika, Congo

basika10

Bois, patine croûteuse d’usage, ceinture de tissu et fibre végétale
Hauteur cm15/5,91in
XIXème

Provenance
Ancienne collection Belge
Galerie Sigui, Angers

Arti delle Mani Nere All Rights Reserved
Collection privée, Italie
Photo Fabio Cattabiani, Onda Predali

Exhibition
Parcours des Mondes, 2014, Paris
Africa. La terra degli spiriti. Museo delle Culture (Mudec), Milano, 27 marzo/ 30 agosto 2015

 

Africa La terra degli spiriti

Published
AA.VV, Africa. Terra degli spiriti, a cura di Gigi Pezzoli e Claudia Zevi, 2015, Milano, 24 Ore Cultura ed. pag. 248, color

Origines et composition sociale des Basikasingo.
En 1950 les dix-sept villages Basikasingo, incorporé dans le groupement Bahucwe du territoire Kabambare, furent administrativement annexes au secteur Lulenge du territoire Fizi. Les Basikasingo comprennent plusieurs entités (Basilugezi, Basikamanya, Bagomba, Bahese, Binja, etc.) largement autonomes mais qui vers 1932 furent administretivement groupés en une entité plus large. Toutes les données indiquent que ces groupes sont apparentés à de nombreux lignages incorporés parmi les Bembe, Boyo, Lega orientaux, Nyindu et Binja et qu’ils représentent une strate ancinne de chasseurs établis dans ces regions avant les migrations Bembe et Lega. (Biebuyck, 1981).

courte10Courtesy Daniel P. Biebuyck, Statuary from the pre-Bembe Hunter

The existence of the Basikasingo as a “tribe” has been questioned recently and it has been asserted that they are a Boyu “lineage” (de Kun, 1979”). The first statement is certainly correct. If somebody did refer to the Basikasingo as a “tribe” it was a misnomer or a misinterpretation of the meaning of the term, which ad been abruptly introduced into the literature. As a result of information I had provided, W. Fagg (1964) presented the new denomination as follows: “Among the Babembe…on the north-western shores of Lake Tanganyica, next to the Balenga, live a smaller tribe, the Basikasingo”. Fagg (1968) later identified the Basikasingo more correctly as “ a small group who live amongst them (the Babembe).” (Biebuyck, 1974)

Description.
Très probablement, cette half-figure c’était une statuette avec fonction magique-religieuse et elle était utilisée par les sorciers (milindi ya Batee) ou par les guérisseurs (milindi ya Banya) pendant leurs rites.

scan0012Courtesy AAN, 1974

La stuette en bois dur répresente un personnage barbu, les bras le long du corps. Le traitement du corps est d’une grande délicatesse: la serpentine que dessine les bras et le dos, de profil, est rythmée par la volute complexe mais disciplinée par l’équilibre d’une constante proportion que forment les saillies des seins, du ventre et des mains tournées vers l’extérieur.

 

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Le visage de cette statuette est typique de la statuaire Basikasigo (Bembe/Buyo). Il tend à s’inscrire dans une sorte de tétraèdre, délimité idéalement par le contour de visage, la ligne trasversale des paupières et la verticale définie par l’ârete du nez magnifique. Les yeux sont des purs cernes barrés du trait des paupières fermées.

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“Toutes les statues Bembe/Buyu donnent l’impression d’être enfouies dans le silence d’un sommeil sans issue et Luc Zangrie pouvait parler à leur propos d’un grand art du sommeil (1947/50).
En réalité les Bembe croient que les statues sont aveugles: la nuit qui voile leurs paupières est celle qui envelope les morts dont sont l’incarnation”. (Gossiaux, 1974).

Le canone stilistique approximative des pièces que l’on peut considérer comme les plus ancienne Bembe/Buyu de tout l’art Basikasingo, est quand la tête occupe environ la moitié de l’hauteur du corps.

Réferénce d’un fétiche de la meme facture avec la particularité d’une rare coiffure en croissant est celui du Musée de Frankfort, rapporté avant le 1908.

 

large_10Courtesy NeAghte (Johanna), “Luba Hemba. Werke unbekannter Meister. Sculptures by unknown masters”, Museum für Völkerkunde, Frankfurt am Main figure H. cm 30.8

 

Basikasingo, (pre-Bembe/Buyo) people, Milindi ya Batee/ Banya (Statuetta dei sorciers/guérrisseurs), Regione di Lulenge/ Lago Tanganyika, Congo

Legno duro a patina crostosa e segni d’uso, cintura di tessuto e fibre vegetali
Altezza cm15/5,91in
Epoca: XIX sec.

Provenienza
Antica Collezione Belga
Galleria Sigui, Angers

Arti delle Mani Nere All Rights Reserved
Coll. Privata, Italia
Foto Fabio Cattabiani, Onda Predali

Esposizioni
Parcours des Mondes, 2014, Parigi
Africa. La terra degli spiriti. Museo delle Culture (Mudec), Milano, 27 marzo/ 30 agosto 2015

Pubblicazioni
AA.VV, Africa. Terra degli spiriti, a cura di Gigi Pezzoli e Claudia Zevi, 2015, Milano, 24 Ore Cultura ed. pag. 248, color

Origini e composizione sociale dei Basikasingo.
Nel 1950 i diciassette villaggi Basikasingo, incorporati nel raggruppamento Bahucwe del territorio Kabambare, furono amministrativamente annessi al settore Lulende del territorio Fizi. I Basikasingo comprendono parecchie entità (Basilugezi, Basikamanya, Bagomba, Bahese, Binja, ecc.) largamenti autonomi, ma che furono raggruppati dal punto di vista amministrativo in un’entità più larga verso 1932. Tutti i dati indicano che questi gruppi sono imparentati a numerosi lignaggi dei Bembe, Boyo, Lega orientali, Nyindu e Binja e rappresentano gli antichi cacciatori pervenuti in queste regioni prima delle migrazioni Bembe e Lega. (Biebuyck,1981).

L’esistenza del Basikasingo come “tribe” è stata messa in dubbio recentemente e si è detto che loro sono “lignaggio dei Boyu. (de Kun, 1979”). La prima asserzione è vera. Se qualcuno si riferisse ai Basikasingo come una “tribe” o utilizza un termine errato ovvero si tratta di un malinteso. W. Fagg (1964) presentò la denominazione come segue: “Fra i Babembe, sulle spiagge nord-occidentali di Lago Tanganyica, prossima ai Balenga vive una più piccola tribù, i Basikasingo”. Fagg) più tardi, nel 1968, identificò più correttamente i Basikasingo come ” un piccolo gruppo che vive fra i Babembe.” (Biebuyck 1974)

Descrizione.

Con ogni probabilità questa half-figure era una statuetta con funzione magico- religiosa ed era utilizzata dai sorciers ( milindi ya Batee) o dai guérisseurs (milindi ya Banya) nel corso dei loro riti.

La statuetta in legno duro rappresenta un personaggio barbuto, le braccia lungo il corpo. Il trattamento del corpo è di una grande delicatezza: la serpentina che disegna le braccia e la schiena, di profilo, è ritmata dalla voluta complessa, ma disciplinata da un equilibrio e da una costante proporzione che delinea le sporgenze dei seni, del ventre e delle mani, rivolte verso l’esterno.

 

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Il viso di questa statuetta è tipico dello statuaria Basikasigo (Bembe/Buyo). Tende ad iscriversi in un tipo di tetraedro, delimitato idealmente dal contorno del volto, la linea trasversale delle palpebre e la verticale definita dal profilo del bellissimo naso. Gli occhi sono dei puri contorni, barrati dal tratto delle palpebre chiuse.

Tutte le statue Bembe/Buyu danno l’impressione di essere rapite nel silenzio di un sonno senza uscita. Luc Zangrie parla, a questo proposito, di una “grande arte del sonno” (1947/50).
In effetti i Bembe credono che le statue siano cieche: la notte che vela le loro palpebre è quella che avviluppa i defunti di cui le statuette sono la rappresentazione (Gossiaux,1974).
Nel canone stilistico di questa popolazione, i manufatti con la testa che occupa quasi la metà della lunghezza dell’intero corpo, sono da considerarsi come i pezzi più antichi di tutta l’arte dei Basikasingo (Bembe/Buyu).

Un altro feticcio della medesima fattura e con la medesima rara acconciatura è quello del Museo di Francoforte che è stato raccolto prima del 1908.

Bibliography

-Zangrie (Luc, pseudonym used by Luc de Heusch), “Les Istitutions, la Religion et l’Art des Ba Buye” in Annales de la Société d’Ethnographie de Paris, Paris, 1947/50
-Fagg (William), “Afrique. Cent Tribus, Cent Chefs d’Oeuvre”, Paris: Musée des arts décoratifs, palais du Louvre, 1964
-Fagg (William),“African Tribal Images”, Cleveland: Museum of Art, 1968
-Gossiaux (Pol-Pierre), “Rechercher sur l’art bembe”, in Arts d’Afrique Noire, no.11, 1974
-Neyt (François), “La Grande Statuaire Hemba du Zaire”, Louvain-La-Neuve, 1977
-de Kun (Nicolas), “L’Art Boyo”, Africa-Tervuren, 1979
-Biebuyck (Daniel P.), “Statuary from the pre-Bembe hunters”, Tervuren: The Royal Museum of Central Africa, 1981
-NeAghte (Johanna), “Luba Hemba. Werke unbekannter Meister. Sculptures by unknown masters”, Museum für Völkerkunde, Frankfurt am Main, 1983
-de Grunne (Bernard), “Masterhands-Afrikaanse beeldhouwers in de kijker/Mains des Maîtres-A la decouverte des sculptures d’Afrique”, Brussels: Espace, 2001

 

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Amedeo Modigliani – Testa femminile (Londra, Tate Gallery, 1911-12).