Dentro il silenzio

Praticamente da sempre, la filosofia ed il metodo della fisiognomica han desunto caratteri psicologici e morali di una persona dal suo aspetto fisico, soprattutto dai lineamenti e dalle espressioni del volto. Fisiognomica, del resto, deriva dalle parole greche physis (natura) e gnosis (conoscenza).

E proprio agli albori dello sviluppo del pensiero occidentale si trovano le prime indicazioni di questa teoria nell’Atene del V secolo a.C. dove un certo Zopyrus si proclamava esperto di quest’arte. Già Aristotele, nel IV secolo a.C., si riferiva spesso a questo tipo di teorie, anche con citazioni letterarie ed era d’accordo con queste ipotesi, come testimonia un passaggio degli Analitici primi (2.27).

E via via lungo tutti i secoli successivi, vari accomodamenti sono intervenuti, ma la teoria fisiognomica mai è tramontata. Giambattista della Porta in Della celeste fisionomia sosteneva che non sono gli astri, ma il temperamento ad influenzare sia l’aspetto che il carattere ed in De humana physiognomia (1586) della Porta utilizzò delle xilografie di animali per illustrare i tratti caratteristici dell’uomo.

De humana physiognomonia 1586

E poi giù fino all’antropologia criminale di Cesare Lombroso, forse il punto di più alta considerazione raggiunto da questa teoria pseudo scientifica, destinata, però, nel corso del XX sec. a scomparire nei meandri di polverosi gabinetti scientifici, ancorchè estremamente interessanti con il loro carico di lugubre sperimentazione.

Tracce e derivazioni di questa teoria intrigante quanto sgangherata, la ritrovo nella pretesa che spesso viene avanzata da critici occidentali, quando son descritte le fattezze di una maschera o le catteristiche di una statua africana.

9
Maschera Punu del Gabon ed H. Matisse, La signora Matisse, 1913

Lo stile cubista della scultura… l’impostazione formale di tipo surrealista… una figura filiforme come le sculture di Giacometti… il viso allungato alla Modigliani… chi mai non si è imbattuto in cotanta poesia?!!

E chi mai si è fermato ad immaginare che, al contrario, sono invece le opere d’arte occidentale ad esser state precedute da quelle tribali… anche se ben di rado e tardivamente si è scritto che è stato Picasso ad imitare la scultorea Pende….e Modigliani quella delle teste oblunghe dei Basikasingo!!

African
P. Picasso, particolare dè Les Demoiselles d’Avignon (1907) e maschera Pende, Congo, detta della Malattia

E che dire di tante attribuzioni alla foggia della precettistica medioevale, dove invece del Maestro della Madonna dal manto azzurro, si sostituisce un più prosaico Maestro delle labbra socchiuse, ovvero opera del Maestro delle mani sul petto!

La legittima aspettativa volta a gettare un po’ di luce sull’anonimato della gran parte degli artisti africani, non può ridursi, io credo, a fuorvianti quanto improbabili denominazioni fantasiose.

Ben altri strumenti di ricerca e ben altri contributi storico/artistico/antropologici sono necessari se davvero si vuol tentare di dare un nome a sconosciuti quanto validi artisti delle Mani Nere.

Certo, è ben difficile rassegnarsi di fronte al mistero di una rappresentazione incomprensibile e misteriosa; la natura umana è aliena dal dubbio, dall’incerto, necessita di catalogare, di classificare, di sistemare in un recinto conosciuto quel che non comprende per esorcizzare il timore del significato.

In tal guisa, però, l’arbitrio, la forzatura per non dire l’invenzione e la stravaganza sono dietro l’angolo. Ed allora la domanda, l’autentica domanda da porsi è la seguente: fin dove è legittimo spingersi nell’interpretazione di una cultura altra senza snaturarne l’anima ed il significato? Fin dove catalogare, paragonare, attribuire, senza stravolgere e manipolare?

E di certo non mi riferisco ai falsari ed ai fabbricatori di storie fasulle che abbondano, purtroppo, nel mercato delle Arti Tribali.

Io mi riferisco al contrario a tutti quelli che amano veramente le Arti Africane e che nutrono per esse un profondo rispetto. Proprio a loro rivolgo queste domande, nel mio genuino desiderio di comprendere ed apprendere.

Per quanto mi riguarda, al di là di involontarie ed inevitabili piccole forzature, dettate più da un istinto poetico che da altro, io credo sia di gran lunga preferibile il silenzio al chiassoso vociferare.

Il silenzio che spesso è l’aura di tanti volti d’Africa.

561254_266894626739588_1378578040_ntumblr_lj76pccSuE1qcs20po1_500076N08858_69j5y
Bimba Mangbetu, Congo, con la classica fasciatura destinata a modellare le ossa craniche secondo lo stilema etnico, e profilo di donna della medesima etnia. In alto l’impugnatura di un Mangbetu Knife (Courtesy Sotheby’s), in cui è evidente la traduzione espressivo/formale dello stilema peculiare di questa popolazione.
Courtesy “Zagourski, Africa perduta, dalla collezione di Pierre Loos”, Skira ed. Milano, 2001

Nel Tractatus Logico-philosophicus, Ludwig Wittgenstein ha scritto, se non erro: su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere (Wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen).

Ed a questo principio io provo ad attenermi.

Elio Revera

English translation.

In Silence.

Virtually always, the philosophy and the method of physiognomy han inferred psychological and moral character of a person by his appearance, especially with features and expressions of the face. Physiognomy, moreover, comes from the Greek words physis (nature) and gnosis (knowledge).
And just at the dawn of the development of Western thought are the first indications of this theory in fifth century BC where some Zopyrus proclaimed expert in this art. Aristotle, in the fourth century BC, often referred to this type of theories, even with literary quotations and agree with these assumptions, as evidenced by a passage of Prior Analytics (2.27).
And gradually throughout the centuries that followed, various compromises have occurred, but the theory is physiognomy never waned. Giambattista della Porta in Della celestial physiognomy argued that they are not the stars, but the temperament to influence both the look and the character and De humana physiognomia (1586) used the Port of woodcuts of animals to illustrate the characteristic features of man.
And then down to criminal anthropology of Cesare Lombroso, perhaps the point of highest consideration reached by this pseudo scientific theory, destined, however, during the twentieth century. to disappear in the maze of dusty scientific laboratories, even though they are extremely interesting with their loads of eerie experiments.

Tracks and derivations of this intriguing theory as ramshackle, the meeting in the claim that is often made by Western critics, when they are described the features of a mask or a statue catteristiche African.

Cubist sculpture … the formal setting of type a surrealist… figure wiry as the sculptures of Giacometti … the long face to Modigliani … who never came across such great poetry? !!

 And who ever stopped to imagine that, by contrast, are the works of Western art to be preceded by the tribal … although rarely and belatedly he wrote that Picasso was to imitate the sculptural Pende …. Modigliani and the heads of the oblong Basikasingo !!

And what about the many powers to shape the medieval precepts, where instead of the Master of Madonna from the blue mantle, replacing a more prosaic Master of parted lips, or by the Master of the hands on the chest!
The legitimate expectation time to shed some ‘light on anonymity of the majority of African artists, can not be reduced, I believe, to misleading improbable fanciful names.
Ben other search tools and many other contributions historical / artistic / anthropological are necessary if you really want groped to give a name to the unknown talented artists of Black Hands.
Of course, it is very difficult to resign before the mystery of a representation incomprehensible and mysterious; human nature is alien from doubt, uncertain, it needs to catalog, classify, to settle in a compound known that it does not understand to exorcise the fear of meaning.

In this way, however, the will, not being forced to say the invention and extravagance are around the corner. And then the question, the real question to ask is this: how far it is legitimate to go in the interpretation of another culture without distorting the soul and meaning? How far categorize, compare, assign, without distorting and manipulating?
And I certainly do not mean to counterfeiters and to makers of fake stories that abound, unfortunately, in the market of Tribal Arts.
I refer in contrast to all those who truly love the African Arts and who harbor a deep respect for them. Just in their turn these questions, in my genuine desire to understand and learn.
For me, beyond involuntary and inevitable forcing small, dictated more by a poetic instinct that other, I think it’s far better to silence the noisy rumor.
The silence that often is the aura of the many faces of Africa.


In the Tractatus Logico-Philosophicus, Ludwig Wittgenstein wrote, if I am not mistaken: on what you are not able to speak, one must be silent. (Wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen).


And this principle I try to stick.

Elio Revera

Il dubbio ed il certo

La cultura occidentale ci ha insegnato il valore del dubbio, eppoi la necessità del certo.
Distinguere, nominare, catalogare, classificare…tutto questo è sommamente rassicurante perché ci conforta nell’incertezza, esorcizza il dubbio, la sospensione del giudizio, l’ignoto, in definitiva.
Chiunque abbia compiuto qualche primo passo nello studio delle arti africane, ben presto si avvede che ciò è praticamente impossibile.

Non per nulla siamo nel regno dell’invisibile e ben poco sono utilizzabili i ragionamenti e la logica occidentali.

L’onestà intellettuale dovrebbe garantire l’alea del dubbio ed arrestarsi sul limite dell’ignoto.
Sono convinto che certezza e dubbio, in questo particolare ambito, quello cioè dello studio ed approfondimento delle arti africane, abbiano l’identico valore euristico.
La legittima necessità di conoscere e spiegare deve pur arrestarsi di fronte all’impossibilità di penetrare l’ignoto che tale rimane sebbene descritto con più o meno fantasiose interpretazioni.
Potrei fare tanti esempi, ma ne utilizzerò soltanto uno, emblematico in ogni caso di una diffusa realtà.

mapa-c

Prendiamo i territori del Congo settentrionale che sconfinano con la Repubblica Centrafricana, in quei territori in cui i popoli Ngbaka, Ngombe, Ngbandi, Manza, Banda ed altri ancora, vivono, convivono e si confrontano da sempre.

Ubangi carta geografica
Courtesy Tribal Art, n. 17/2007

E’ il territorio dell’Ubangi. Ha scritto Georges Meurant, molto saggiamente:

“On sait qu’existent des masques d’initiation oubanguiens. Certains de ces masques, et sans doute les rites qu’ils accompagnent, paraissent être d’inspiration bantoue. L’identification de tels masques est souvent problématique parce qu’ils ne portent pas nécessairement de signes ethniques spécifiques. Enfin les groupes ethniques oubanguiens sont étroitement imbriqués en territoires morcelés, tous ne possèdent pas de sculpteurs. Des sculpteurs ngbaka ou mbanza (les plus nombreux) travaillent occasionnellement pour d’autres peuples.”

Come ha fatto Meurant, fermarsi di fronte all’inconosciuto non è affatto una rinuncia a sapere, bensì è la rinuncia alla pretesa di conoscere da cui derivano nefasti conseguenze culturali ed antropologiche, prima delle quali è l’inevitabile forzatura della realtà, spinta in gabbie classificatorie, degne queste si del letto di Procuste!

Osserviamo le immagini di queste tre maschere che sono state classificate quali Ngombe, Ngbaka, Ngbandi…lascio a voi accoppiare nome e maschera, dal momento che per quel che mi riguarda appartengono tutte e tre alla medesima area culturale dell’Ubangi.

ngbaka

ngombe

ngbandi

Sia chiaro, non vi è nulla di male nel tentativo di confermare un’attribuzione certa, ma io credo, che a volte, forse, è opportuno arrestarsi sulla soglia del dubbio.
Come nel caso di questa scultura dell’Ethnological Museum  di Berlino, il cui cartellino recita con prudente saggezza: Gbaya, Banda o Manza!

large.cgi
Immagini Courtesy YALE UNIVERSITY ART GALLERY

Sul più modesto piano collezionistico, privo evidentemente di un riconoscimento accademico, le conseguenze sono evidenti anche ai più sprovveduti, quando si parla di oggetti d’arte.

Attribuzioni fantasiose quando non arbitrarie, descrizioni al limiti del grottesco, spiegazioni che sfidano lo sprezzo del ridicolo sono all’ordine del giorno in cataloghi ed opuscoli perché quel che conta, anzitutto, è la certezza di un punto fermo a cui ancorare il nostro dubbioso vacillare, come per ogni bugia che meglio si regge se appesa ad un chiodo di verità.

In tanti casi tutto ciò non è affatto malafede o deliberato inganno: l’origine è da ricercarsi nella nostra primigenia cultura che non sa arrendersi di fronte all’inconoscibile e considera il dubbio, l’incerto, l’inspiegabile quali meri ostacoli da superare, costi quel che costi!

Non importa se oltre l’ostacolo ci sta il nulla: un approdo quantomeno incerto è preferibile al mare aperto.

E’ per questo che preferisco l’oceano, e non credo di essere il solo!

Elio Revera

Immagine/Immaginario

Un tema, a mio parere, non sufficientemente indagato è quello del rapporto tra l’immagine dell’oggetto tribale e l’oggetto medesimo, tra l’apparenza dell’oggetto e la sostanza dell’oggetto, per così dire!

Ed a questo proposito mi pare di ricordare che fu comunque grazie alla sensibilità di occhi fotografici che sia l’impressionismo che l’arte tribale hanno potuto avere un loro primo palcoscenico.

Fu infatti nello studio del fotografo Nadar, sul Boulevard des Capucines a Parigi nell’aprile del 1874, che fu ospitata la prima mostra collettiva dei pittori impressionisti,
Monet, Manet, Sisley, Pissarro, Morisot, Degas, Cézanne e Renoir e l’esposizione di Alfred Stieglitz nella sua Galleria 291, sulla Fifth Avenue 291 di N.Y., Statuary in wood by African Savages: the Root of Modern Art, 1914, fu, allo stesso modo, una delle prime esposizioni di arte “negra” anche se credo che negli anni precedenti, un paio di esposizioni minori furono allestite sia in Germania che in Francia. (http://www.wsj.com/articles/SB10001424127887323723104578187310562046712)

Sarà un caso, ma la sensibilità di tutti e due quei tipetti, Nadar e Stieglitz, si era forgiata in continenti diversi, sull’obiettivo della macchina fotografica.
Forse una casualità, ma certamente anche il genio di due artisti, il cui specifico era cogliere l’essenza delle cose e trasformarla in immagine.
Due alchimisti dell’era premoderna, novelli Faust, anticipatori di un’epoca che ha fatto dell’immagine il suo autentico, adorato o vilipeso feticcio. (Qui un’interessante conversazione al Met, sui primordi del Primitivismo e l’Arte Contemporanea a N.Y.: https://www.youtube.com/watch?v=wXPM6SqD_Mo)

Per comprendere un problema, è necessario prima tentare di delinearne i confini…non per imprigionare la realtà, ma per delimitare il campo della ricerca.

In questa mia riflessione che intende indagare il rapporto tra immagine e oggetto, i confini sono delineati dalle due immagini di seguito pubblicate.
Scilla e Cariddi in un arco temporale di quasi un secolo, le immagini si riferisco infatti al testo di J. Maes del 1935 ed a una fotografia di Mario Carrieri di oggi.

A scanso di fraintendimenti preciso che questo articolo non riguarda specificatamente l’immagine fotografica, cioè la storia fotografica degli oggetti tribali, bensì, lo ripeto, il rapporto tra oggetto e sua rappresentazione iconografica.

L’osservazione delle due immagini successive racchiude, come detto, tutta l’evoluzione del rapporto Immagine/Oggetto.

maes0810

La prima, quella di Maes, Annales du Musée du Congo Belge, è una rappresentazione funzionale a due aspetti: documentazione e spiegazione.
Documentazione dell’esistenza dell’oggetto ed illustrazione del testo che dà conto di cosa trattasi l’immagine stessa.

Ekoi-Carrieri

La seconda, quella di  Carrieri, è assolutamente svincolata dalle due caratteristiche didascaliche sopra citate e punta unicamente alla stupefazione, all’impressione psicologica, all’evocazione immaginifica. Non ha bisogno di testo, di spiegazioni, di contestualizzazioni. Esiste in sé, senza tempo e senza storia così come il mondo delle emozioni.

Da un lato è necessario “spiegare”.…dall’altro “impressionare” !

In meno di un secolo, l’immaginario collettivo si è trasformato radicalmente e dalla necessità di conoscere è trapassato al bisogno di incanto.
L’immaginario collettivo o comune sentire su uno specifico tema, non è il risultato di miracolose congiure cosmiche, bensì il progressivo slittamento della sensibilità verso una comune condivisione.
Un processo dialettico, in continua progressiva evoluzione o involuzione…dipende dai punti di vista !

Fatta sta che ora, la sensibilità del collezionista di arte tribale è disponibile ad accettare, anzi chiede, immagini forti, potenti, evocative…
Educata sui sacri testi, dopo aver visionato mostre e musei, oggi pretende immagini che non siano destinate unicamentea spiegare, ma anche ad evocare, a far sognare.

E’ giusto ? E’ sbagliato…poco importa…il mio è un giudizio di fatto non una valutazione di merito!

Personalmente non sono affatto contrario all’interpretazione artistica dell’oggetto fatta da un capace fotografo o cineasta; credo anzi che questo possa giovare sia all’oggetto che al collezionista ad eccezione, però, di un uso manipolatorio ed ingannevole della buonafede e dell’inesperienza.
Non si dimentichi che l’immagine costituisce il primo contatto con l’oggetto e non può sostituire in alcun modo la sua visione diretta.

E certamente la distanza, lo iato tra l’immagine di un oggetto e l’oggetto reale, si son fatti più grandi negli ultimi decenni, ed è questa, in buona soatanza, la misura di una creatività applicata all’oggetto.

L’artista tribale e quello tecnologico odierno possono certamente interagire e raccontarsi il loro meglio, a tutto vantaggio dei fruitori che amano quell’arte, ma che  intendono, altresì, studiarla ed approfondirla in tutte le sue possibili valenze.

Elio Revera

Inestimabile/Inestimable

Inestimabile/Inestimable è quel bene che una volta perduto risulta perduto per sempre!
Per i beni artistici, quell’oggetto ceduto da un museo o una grande collezione, che mai si potrà più pensare di riacquisire o sostituire.

Per noi comuni mortali e per me, comunissimo appassionato collezionista di arte africana, inestimabile è quel pezzo che entrato in raccolta, non soltanto determina valore aggiunto dell’intera collezione, ma risulta poi davvero insostituibile per la sua peculiare unicità.

A ben vedere, una raccolta costruita con tale criterio dell’inestimabile, sia pur corretto da umana tolleranza, risulta alquanto difficile e comporta un ferreo controllo sull’elemento che in altri post ho definito come il criterio della qualità.

Ma, credo io, proprio qui si differenzia una collezione da una raccolta o peggio da un’accumulazione senza senso di strampalati oggetti, fatto salvo che anche questo può risultare un criterio, purché sia ben chiaro per chi lo mette in pratica. Sovente, però, questa consapevolezza è lontana dall’essere percepita, col risultato di determinare nell’incauto raccoglitore una fastidiosa frustrazione una volta resosi conto dell’infimo livello qualitativo della sua collezione.

Ma torniamo al criterio dell’inestimabile. Sia chiaro che non è affatto una questione di denaro. Va da sé che il denaro è un elemento ineliminabile a meno che ci si inbatta in una favolosa eredità, e forse nemmeno in questo caso.
E per denaro ineliminabile io intendo quello derivante da una normale dignitosa professione, al netto delle spese che ognuno affronta per la propria esistenza.

La vera questione è quella della capacità di valutazione, di occhio, fortuna certo, e soprattutto di un’idea di raccolta che determini scelte ed esclusioni.

Inestimabile è, di conseguenza, il criterio che guida i comportamenti, la logica di acquisizione e di cessione, la consapevolezza del rischio e la volontà per volerlo affrontare.

Qui sta un’intuizione che determina il criterio di raccolta e che delimita il perimetro della qualità: quei manufatti che per bellezza, coerenza espressiva del canone, rappresentazione iconografica innovativa e significato simbolico, non soltanto rappresentano sé medesimi, ma per evocazione escludono gli assenti.

Ekoi viso
Ekoi/Ejagham, Nigeria, ex coll. Raffaele Carrieri

Pochi oggetti, che con la loro presenza valorizzano la privazione dei molti, che non è affatto indispensabile possedere.

E questa è la mia personale idea di inestimabile: ciò che legittima l’assenza e rende la privazione una forma di possesso e una scelta consapevole.

Elio Revera

Ha parole il silenzio?

Queste sono parole. Cerco invece il silenzio e lo cerco perché il mio sguardo sulle Arti Africane, nel silenzio, ritrova un originario archetipo.

Non il solo, evidentemente, ma questo del SILENZIO è a mio avviso, forte, potente e nell’assenza di voce e rumore, parla al nostro cuore.

Ma quale silenzio?

Nell’espressività scultorea africana, sono possibili varie interpretazioni; il mio sguardo coglie nella qualità del silenzio di certi volti, la precisa matrice che i miei antenati latini affermavano col termine silère in contrapposizione a tacere.

Come ha scritto L. Heilmann, la differenza che caratterizza sileo e taceo, l’uno di fronte all’altro, è da vedere nell’opposizione tra la coscienza del silenzio come realtà che si crea e la constatazione del silenzio cioè dell’assenza, della privazione di suono e parola.

Così che il “tacere”, allora, è zittirsi, arrestarsi, cioè muti dinanzi alla realtà divina, mentre “silere” è entrare nella divinità, divenendo partecipi di quella stessa ineffabile realtà (Pier Cesare Bori).

E questo è l’archetipo del silenzio della scultorea africana, dei suoi volti, dei suoi occhi e bocche: il silenzio quale atto di volontà indispensabile per la comunicazione interiore con le forze dell’invisibile che regolano e destinano le gesta dell’individuo e della sua comunità.

Nkundu volto
Nkundu, Congo, coll. privata, Italia

C’è in questo grido soffocato l’anelito ad una comunicazione con gli spiriti che regolano i destini umani ed insieme la ieratica concentrazione del gesto mistico.
Questo volto non tace per assenza di parole; il suo silère è al contrario l’espressione della volontà di creare quello spazio mistico che è indispensabile per la comunicazione con le divinità.
Uno spazio di silenzio voluto e combattivo a cui paiono ininfluenti, anzi dannose, parole, invocazioni e grida.

Teke,part.testa
Teke, Congo, coll. privata, Italia

Ineffabile la qualità espressiva del silère di questa figura Teke!
La verticalità dell’impostazione scultorea del volto, i tatuaggi facciali, il rigore esecutivo di ogni singolo millimetro restituiscono un’espressione di potente concentrazione in cui l’autentico significato è quello di compenetrare la comunicazione con le potenze dell’invisibile.
A nulla varrebbe infatti uno sguardo sgranato sul mondo se non a confondere, distrarre ed, in definitiva, ad allontanare il rapporto con quelle forze che regolano il destino della comunità.

Basikasingo1
Basikasingo, Congo, coll. privata, Italia

La “grande arte del sonno” è stata definita quella della scultorea Basikasigo (L. Zangrie). Concordo in parte. Condivido questa definizione sul piano meramente descrittivo, laddove è evidente l’espressione assente dettata dalle palpebre chiuse.

Dissento però da questa efficace interpretazione, se non afferma anche il significato simbolico di questo gesto. Gli occhi sono chiusi perché nulla hanno da vedere del mondo reale e la comunicazione con le potenze divine non può che avvenire in quello spazio mistico di silente concentrazione che soltanto una rigorosa attenzione al mondo interiore può indurre. Un sonno, di conseguenza, affatto passivo…un sonno bensì… rivelatore!

In questo lavoro non intendo soffermarmi più a lungo sul significato qualitativo della scultorea africana, che consegue a quanto ho scritto.
Appare però evidente che la capacità realizzativa dello scultore/fabbro è in diretta relazione con la sua perizia esecutiva nel rappresentare il gesto ieratico del silère, la sua importanza, il suo valore simbolico.

Ed allora, tanto più povere ed inadeguate appaiono invece quelle sculture incerte e caricaturali dove il silenzio, invece che essere interiorizzato, è udito tanto quanto il rumore, nelle ore di punta delle nostre metropoli!!

Elio Revera