Koro people, Gbene Cup, Moyenne Bénoué, Nigeria

 

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Beginning of XX secolo
Wood, vegetal fibres, abrus seeds.
H.16,5 in/ 42 cm
Private collection, Milan
Photo: Hughes Dubois and Joaquin Pecci
Arti delle Mani Nere All Rights Reserved

Provenance:

– Private California collection, USA
– Galerie Joaquin Pecci, Bruxelles

Exhibition:

– Scarification, Galerie Joaquin Pecci, Parcours des Mondes 2012

The Koro are a small Kwa-speaking ethnical group of 20.000 people settling in the north-west of the Moyenne Bénoué.

Wrote Fagg in 1970: “These figures, known as gbene, are used for ritual palm-wine drinking once a year during a ceremonial sacrifice and also at second burials”.
Selon Roy Sieber, “ce type de coupe était utilisé durant les sacrifices cérémoniels et les rites funérailles, pour bière ou du vin de palme”.
Selon Marla Berns et Richard Fardon, “ce double bol, gbene, est utilisé dans le cadre de célébratons funéraires ou de mascarades, et permet à deux personnes de boire en même temps”.

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The figure is characterized by primitive aesthetic – almost wild – of the shapes, typical feature of nigerian art; in this case however the brutality that often found in other cups gives way to the refined geometries.

The face with expression masculine, proud and solemn, is obtained through cuts that form the eyes and mouth. The hair is a simple comb and unique decorative elements are given from the abrus seeds that adorned the sides of the head.

A weave of fibers separates the head from the mighty chest, in which the game of plans and empty is accentuated by the scarification that mark the volumes.

The cavity for containing the wine, is so integrated into the rest of the sculpture to make us forget that we’re watching a cup.

The position of the legs seem quite ready for an upcoming move.

Bibliography:

– Fagg W., “African Sculpture”, Washington, D.C.: International Exhibitions Foundation, 1970:58, #51
-Neyt, F.- Désirant, A. “ Les Arts de la Benue aux racines des traditions” Editions Hawaiian Agronomics, Belgique, 1985
-J. Kerchache, J.-L. Paudrat, L. Stephan, L’Art Africain, Édition Mazenod, Paris, 1988
– Robbins and Nooter, African Art in American Collections, Smithsonian Institution, USA, 1989.
-AA.VV. “ Arts du Nigeria”, Réunion des Musées nationaux, Parigi, 1997
-Berns, M.C., Fardon, R., Kasfir, S.L and AA.VV “ Central Nigeria Unmasked: Arts of Benue River Valley”, Fowles Museum at Ucla, Los Angeles, 2011

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Koro people, Coppa Gbene, Moyenne Bénoué, Nigeria

Inizi del XX secolo
Legno, fibre vegetali, semi d’abrus
H. 42 cm
Coll. privata Milano
Foto Hughes Dubois e Joaquin Pecci
Arti delle Mani Nere All Rights Reserved

Provenienza

– Collezione privata californiana, USA
– Galerie Joaquin Pecci, Bruxelles

Esposizioni

-Scarification, Galerie Joaquin Pecci durante Parcours des Mondes 2012

I Koro sono un piccolo gruppo etnico di lingua Kwa di 20.000 persone, stabilite nel nord-ovest della Moyenne Bénoué.

Ha scritto Fagg nel 1970: “Queste figure, conosciute come gbene, sono utilizzate nel rituale di bere vino di palma una volta l’anno durante un sacrificio cerimoniale o per le sepolture”.
Secondo Roy Sieber, “ce type de coupe était utilisé durant les sacrifices cérémoniels et les rites funérailles, pour bière ou du vin de palme”.
Secondo Marla Berns et Richard Fardon, “ce double bol, gbene, est utilisé dans le cadre de célébratons funéraires ou de mascarades, et permet à deux personnes de boire en même temps”.

La figura è caratterizzata da un’estetica primitiva – quasi selvaggia – delle forme, tipica dell’arte nigeriana; in questo caso però la brutalità che spesso si ritrova in altre coppe cede il passo a delle raffinate geometrie.

Il viso dall’espressività maschile, orgogliosa e solenne, è ottenuto tramite fessure che formano gli occhi e la bocca. La capigliatura è una semplice cresta e gli unici elementi decorativi sono dati dai semi d’abrus che adornavano i lati del cranio.

Un intreccio di fibre separa la testa dal possente petto, in cui il gioco di piani e vuoti è accentuato dalle scarificazioni che ne marcano i volumi.

La cavità destinata a contenere il vino, risulta talmente integrata nel resto della scultura da far dimenticare che si sta osservando una coppa.

La posizione delle gambe sembra poi pronta ad un imminente moto.

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Altro in : http://artidellemaninere.forumattivo.it/t2017-koro-people-gbene-cup-moyenne-benoue-nigeria

Inestimabile/Inestimable

Inestimabile/Inestimable è quel bene che una volta perduto risulta perduto per sempre!
Per i beni artistici, quell’oggetto ceduto da un museo o una grande collezione, che mai si potrà più pensare di riacquisire o sostituire.

Per noi comuni mortali e per me, comunissimo appassionato collezionista di arte africana, inestimabile è quel pezzo che entrato in raccolta, non soltanto determina valore aggiunto dell’intera collezione, ma risulta poi davvero insostituibile per la sua peculiare unicità.

A ben vedere, una raccolta costruita con tale criterio dell’inestimabile, sia pur corretto da umana tolleranza, risulta alquanto difficile e comporta un ferreo controllo sull’elemento che in altri post ho definito come il criterio della qualità.

Ma, credo io, proprio qui si differenzia una collezione da una raccolta o peggio da un’accumulazione senza senso di strampalati oggetti, fatto salvo che anche questo può risultare un criterio, purché sia ben chiaro per chi lo mette in pratica. Sovente, però, questa consapevolezza è lontana dall’essere percepita, col risultato di determinare nell’incauto raccoglitore una fastidiosa frustrazione una volta resosi conto dell’infimo livello qualitativo della sua collezione.

Ma torniamo al criterio dell’inestimabile. Sia chiaro che non è affatto una questione di denaro. Va da sé che il denaro è un elemento ineliminabile a meno che ci si inbatta in una favolosa eredità, e forse nemmeno in questo caso.
E per denaro ineliminabile io intendo quello derivante da una normale dignitosa professione, al netto delle spese che ognuno affronta per la propria esistenza.

La vera questione è quella della capacità di valutazione, di occhio, fortuna certo, e soprattutto di un’idea di raccolta che determini scelte ed esclusioni.

Inestimabile è, di conseguenza, il criterio che guida i comportamenti, la logica di acquisizione e di cessione, la consapevolezza del rischio e la volontà per volerlo affrontare.

Qui sta un’intuizione che determina il criterio di raccolta e che delimita il perimetro della qualità: quei manufatti che per bellezza, coerenza espressiva del canone, rappresentazione iconografica innovativa e significato simbolico, non soltanto rappresentano sé medesimi, ma per evocazione escludono gli assenti.

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Ekoi/Ejagham, Nigeria, ex coll. Raffaele Carrieri

Pochi oggetti, che con la loro presenza valorizzano la privazione dei molti, che non è affatto indispensabile possedere.

E questa è la mia personale idea di inestimabile: ciò che legittima l’assenza e rende la privazione una forma di possesso e una scelta consapevole.

Elio Revera

Baoulé people, Kplè-Kplè Goli mask, Ivory Coast

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My beautiful Pietro, five years

Baoulé people, Kplè-Kplè Goli  mask, Ivory Coast

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Wood, color pigments, traces of deep use
H.35,4 x 20,9 x 3,1 in / H.90 x 53 x 8 cm
First quarter 20th century

Private collection, Italy
Photo by Alberto Maccacaro
Arti delle Mani Nere All Rights Reserved

Provenance

† Enrico Prometti old collection, Italian Painter and Sculptor
Etnie Gallery, Verona, Italy

Exibition

AKAN. Arte Tradizionale della Costa d’Avorio, Etnie Gallery, Verona, Italy, 20 October / 10 November 2012

Published

Tribal # 65, Autumn, 2012, pag. 24, color

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Among the Baule this wood painted mask is known as Goli Kplè-Kplè.
Historically the mask was a late introduction to the Baule who acquired it from the neighboring Wan people sometime around 1900, (the first Kplè-Kplè known is the one included in Henri Labouret’s collection, cited in his article in 1914).
Such a mask  appears during ceremonies celebrating the life and death of honoured elders or at other times will dance to simply entertain the village or celebrate the harvest.
The Kplè-Kplè mask was one of a set of masks that appear during a ceremony ( Goli) and is identified with the spirit of the young men who dance the mask. As one of the first masks to appear during a dance ceremony Goli Kplè-Kplè sets the stage and engages the audience and prepares the way for  masks that will dance later, Goli Glen, Kplan Pre and Kpan.
The four pairs of masks appear, two by two, in a fixed order. First a pair of Kplè-Kplè, next a pair of Goli Glen, third a pair of horned face masks Kplan Pre, and finally a pair of human faced masks Kpan.
The pair is distinguished by colour; the male mask is painted red and the female mask is painted black (this designation is reversed in some villages).

Baule masks are most often symbolically representative of animals in the Baule pantheon of mythical animals and beings. This Kplè-Kplè shows an abstracted buffalo head in a flat format with slightly protruding eyes and mouth and with the horns projecting upwards.
It would be worn with a raffia (grass) costume attached to the lower section of the mask reaching to below the waist with a grass skirt and other grasses covering the body and legs.

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Courtesy  Eliot Elisofon


“Le Goli présente le monde baoulé dans toute sa complexité , enseigne les grandes divisions- homme et femme, brousse et village, le puissant et le subalterne-et fait également allusion aux unites mystérieuses qui relient ensemble ces elements contradictoires” ( S.M. Vogel, 1999).

As each mask Kplè-Kplè this one has a few sculpture and plastic elements to offer to viewer because of the its absolute stylization.
In this case, however, the perfect balance of form, harmony of proportions, the density of colors which is a “second skin” of the object, the signs of its long use and wear natural wood because of its age , give it unusual intensity of expression and deep, which places it among the most representative examples of this type of masks.

To guide the hand of the artist and the viewer’s eye, in this sculpture, are the quality plastic, the simplification of forms, the essence without poverty and the tension between idea and realization.

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W. Lam, Courtesy Fondazione Passaré, Milano

Bibliography

-Delafosse M. “Sur des traces probabile de civilisation égyptienne et d’hommes de race blanche à la Côte-d’Ivoire”, Paris, L’Anthropologie, n.9, 1900, p. 431-451, 543-568, 677-690
-Labouret, H. “Notes contributatives à l’étude du peuple Baoulé (part II).” Revue d’Ethnographie et de Sociologie, No. 5-6. 1914
-Bordon P. ”Collection des masques d’or Baoule de l’I.F.A.N”. Institut Français d’Afrique Noire  Dakar  1948
-Vogel S. “ People of Wood, Baule Figure Sculpture”, 1973, The Art Journal, 33, p. 23-26
-Boyer A.M .”L’Art baoulé, dans Arts de la Côte-d’Ivoire“, Textes, tome I, Musée Barbier Mueller 1993, p. 302-367
-Bauloré V. “Les Masques bauolé dans la Côte-d’Ivoire centrale, approches historique et stylistique comparé”, Paris-1, UFR 04, décembre 1995
-Vogel S. “ L’Art baoulé du visible et de l’invisible”, Paris, Adam Biro,1999
-Ross D. “Gold of the Akan from the Glassel collection”, Houston, The Museum of Fine Arts 2002
-Gottschalk B. “L’art du Continent noir. Du Guimballa aux rives du Congo”, Verlag U. Gottschalk, série< Africa incognita>, Düsseldorf, 2005
-Boyer A.M. “Baule”, Milano, 5 Continents Editions, 2008
-Boyer A.M. “Le sacré, le secret. Les Wan. Mona et Koyaka de Côte d’Ivoire,” Genève 2011

Baoulé, KpleKple,Goli,part.corna

Baoulé people, Kplè-Kplè Goli mask, Ivory Coast

Legno, pigmenti colore, tracce d’uso profondo
H. cm 90 x 53 x 8
Primo quarto XX sec.

Collezione privata, Italia
Foto di Alberto Maccacaro
Arti delle Mani Nere All Rights Reserved

Provenienza

Vecchia collezione † Enrico Prometti, pittore e scultore, Italia
Gall. Etnie, Verona

Esposizioni


AKAN. Arte Tradizionale della Costa d’Avorio, Galleria Etnie,Verona, 20 ottobre/10 novembre 2012

Baoulé Akan


Pubblicazioni

Tribal n. 65, Autunno 2012, pag. 24, color

Tra i Baoulé questa maschera di legno con pigmenti di colore è conosciuta col nome di Goli Kplè-Kplè . Storicamente è dal popolo Wan che i  Baoulé hanno acquisito questa maschera agli inizi del XIX sec. (la prima KplèKplè nota è quella della raccolta di Henri Labouret, citata nel suo articolo nel 1914).
Questa maschera appare durante le cerimonie che celebrano la vita e la morte degli insigni anziani o semplicemente in danze per intrattenere il villaggio o celebrare la vendemmia.
La maschera Kplè-Kplè è una di una serie di maschere che appare nel corso della cerimonia Goli e si identifica con lo spirito dei giovani che la indossano danzando.
E’ la prima a comparire,  imposta le danze,  coinvolge il pubblico e prepara la strada per le maschere che danzeranno successivamente, la  Goli Glen, la Kplan Pre e la Kpan.
Le quattro coppie di maschere appaiono due a due in ordine fisso. Prima le Kplè-Kplè, dopo un paio di Goli Glen, terzo le due maschere cornute Kplan Pre ed infine una coppia di maschere umane denominate Kpan.
La coppia si distingue dal colore, la maschera maschile è dipinta di rosso e quella femminile di nero (in alcuni villaggi i colori sono invertiti).

Le maschere Baoulé rappresentano spesso figure di animali e di esseri mitici rappresentativi del loro pantheon.
Questa piatta maschera Kplè-Kplè è la rappresentazione stilizzata della testa del bufalo, con gli occhi e la bocca sporgenti e con le corna rivolte verso l’alto.

La maschera è completata da un costume di raffia attaccato nella sua parte inferiore ed il danzatore indossa un gonnellino di raffia o erba che gli copre il corpo e le gambe.

“Le Goli présente le monde baoulé dans toute sa complexité , enseigne les grandes divisions- homme et femme, brousse et village, le puissant et le subalterne- et fait également allusion aux unites mystérieuses qui relient ensemble ces elements contradictoires” ( S.M. Vogel, 1999).

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Head Hunters by Herbie Hancock

Come ogni maschera Kplè-Kplè anche questa ha pochi elementi scultorei e plastici da offrire all’osservatore stante la sua assoluta stilizzazione.
In questo caso però, il perfetto equilibrio delle forme, l’armonia delle proporzioni, la densità delle cromie che costituisce una “seconda pelle” dell’oggetto, i segni del suo prolungato utilizzo e dell’usura naturale del legno a causa della sua anzianità, le donano un’intensità espressiva inusuale e profonda, che la colloca tra gli esemplari più rappresentativi di questa tipologia di maschere.

In questa scultura sono la qualità plastica, la semplificazione della forme, l’essenzialità priva di povertà e la tensione tra idea realizzativa ed emozione, a guidare la mano dell’artista e l’occhio dell’osservatore.

Elio Revera

Altro in : http://artidellemaninere.forumattivo.it/t719-baoule-people-kple-kple-goli-mask-ivory-coast

Coco fronsac kple kpleCourtesy Coco Fronsac

Emozione e ragionamento

Emotion and Reflection

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F. Leger, The creation of the World, 1923

When we think about Art, i.e. the universal Art including of course the western countries one, we mainly refer to the expression of a language that we should listen to, understand and interpret.
In my opinion then, an approach which is based only on emotions is partial and potentially misleading. Often, to describe the objects is emphasized expressiveness, the dramatic nature, his “evocation”, and far less on stylistic coherence, appropriateness of the carving, on respect for the stylistic canon.

Let’s make it clear! I appreciate expressive, powerful and evocative details, but not only this.

Given that Art is first of all a language, It is important to respect built-in rules, to enhance continuity and synthesis, to respect the stylistic coherence and epistemological rules.
Following the above statements we can say that the approach should not just be visceral, in order to actually avoid some painful delusion.

Given that my point of view tends to enhance rationality over emotion my opinion about African Art is not due to some sort of new-occidentalist pride.

Far from it!

I believe that the opposite is right. Insisting only on emotions, when we relating to tribal artifacts, confines these latter into an exotic and obscurantist aura.
As many people I am respectful and deeply attracted by that impulsive and imaginative stigma which is naturally built-in in the African Art. But stopping at that level might create the risk of perpetuating the well-known reactionary colonialism, in which the tribal art is looked at as the only expression of dark forces and energy, inexplicable to a modern eye

It’s not that…. It’s absolutely not that!

Tribal art has its own secret language, which is as worth as its undeniable external beauty ; for this reason working on tribal art as an artistic expression of a deep language, unsolved (mysterious) and poetic, hieratic and symbolic, means that we should give back these articles their rightful due in terms of dignity, beyond any sickly/boring kind of stupefaction.
That latter, of course, is foolish/absurd and ungrateful.

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Nkonde Yombe and P. Picasso

L’Arte, l’intera arte compresa la nostra occidentale, è anzitutto l’espressione di un linguaggio che va ascoltato, compreso ed interpretato.
Proprio per questo, sono sempre più dell’idea che un approccio meramente emozionale sia un approccio parziale e potenzialmente fuorviante.
Dico questo perchè sempre più spesso nella descrizione degli oggetti ho notato l’enfasi sull’espressività, la drammaticità, l’evocatività….dei manufatti e molto meno sulla coerenza stilistica, sull’appropriatezza dell’intaglio, sul rispetto del canone.

Intendiamoci, sono il primo ad apprezzare ogni dettaglio espressivo, potente ed evocativo, ma fino ad un certo punto.

Se l’arte è anzitutto un linguaggio, il rispetto delle regole insite in tale sintassi, la valorizzazione degli elementi di continuità e di sintesi, la coerenza stilistica ed il rispetto epistemologico del canone stilistico non sono affatto elementi secondari.

In ragione di quanto sopra, l’approccio non puó essere soltanto “di pancia” se non vogliamo trovarci in seguito davvero con un male di pancia, reale non immaginario!

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La mia posizione in rapporto alle Arti Africane, se intende valiorizzare il versante razionale su quello emotivo non è affatto dettata da orgoglio neo-occidentalistico…tutt’altro.
Credo  che sia giusto il contrario e che insistere unicamente sul lato emozionale nel rapporto con i manufatti tribali, releghi questi ultimi in un’aura para esotica, fumistica ed oscurantista.
Sono come tutti profondamente attratto e rispettoso dello stigma pulsionale ed immaginifico insito nelle opere africane, ma fermarsi a questo livello si corre il rischio di perputuare un colonialismo reazionario di stampo colonialista che vede l’opera tribale come unica manifestazione di forze ed energie oscure quanto inesplicabili all’occhio civilizzato.10698511_476649065811421_4608207153280069762_n

Non è così…non è affatto così!

L’opera tribale vive di un suo linguaggio sotterraneo che vale quanto la sua innegabile esteriore bellezza; per questo lavorare sull’arte tribale come espressione artistica di una lingua  profonda, irrisolta e poetica, ieratica e simbolica, vuol dire restituire a queste opere una dignità ben oltre ogni stucchevole stupefazione, questa sì balorda ed irriconoscente.

Senufo, Kpeli-Yehe Mask, Ivory Coast

early 20th century
Wood with black shining patina
H. 33 cm/13 in
Private Collection Milano
Photo by Luca del Pia
Arti delle Mani Nere All Rights Reserved

Provenance:
– Formerly in the collection of Bernard Kagane, French artist (1932-2008): painter, illustrator and maquettiste, Bernard Kagane worked for Club Méditerranée and Club français du livre.
– Galerie Alain Bovis, Paris

Exhibition:
Parcours des Mondes 2010, Paris

The Senufo are a farming people who live in the northern and central regions of Ivory Coast and the southern regions of Mali and Burkina Faso.
They have a various male societies, including the Poro, an organization based on age-grades that exerts social and political control, conveys traditional knowledge, and fulfills religious functions, especially during the elaborate funeral ceremonies. Many of Senufo masks are used in the Poro society.
The Kpeli-yehe (or Kpeliye’e or Kodaliye’E) is worn at a funeral and serve to compel the spirit of the deceased to leave his house.
This mask idealized female face with elongated face, delicated features, smooth and shiny skin, marked by scarifications either side of the narrow nose that are related to the original twins. On the forehead there is a motif symbolizing the female sex. The mouth is projecting with prominent teeth.

The motifs around the face of the mask have been variously interpreted. The two protuberance extending from the lower cheeks have been described as legs or locks of hair, while the vertical element with diamond shaped point rising from the head represent the seeds of the Kapok-tree (or Bombax), which has a sexual connotation: particularly, this last elements are only found on masks that come directly from the secret society of the carvers themselves. Such masks coming from the carver’s Poro are comparatively rare as they were not used for entertainment but only for ritual purpose.
This mask is characterized by great rhythm, given by the alternate use of concave and convex curves; the depiction of the almond shape eyes and the small mouth with visible teeth and a “labret” is both powerful and sensitive.
Elegance and interiority are the main characteristics of this Kpeli-yehe.

Bibliography:
– BOCHET Gilbert, GARRARD Timothy F., GLAZE Anita, 1993, Several commentaries in J.P. Barbier (ed.), Art of Côte d’Ivoire from the Collections of the Barbier-Mueller Museum, 2 vols., Geneva
– FÖRSTER Till, 1988, Die Kunst der Senufo, Museum Rietberg, Zurich
– GOLDWATER Robert, 1964, Senufo Sculpture from West Africa, Museum of Primitive Art, New York.
– RIVIÈRE Marceau, 1997, Arts Premiers de Côte d’Ivoire, Saint-Maur.

A cura di ELIO REVERA
Altro in:
http://artidellemaninere.forumattivo.it/t254-senufo-people-kpeli-yehe-mask-ivory-coast

Maschera Senufo KPELI-YEHE, Costa d’Avorio
Inizi del XX secolo
Legno con patina nera brillante
H. 33 cm
Coll. privata Milano
Foto Luca Del Pia

Provenienza:
– Collezione Bernard Kagane, artista francese (1932-2008): pittore, illustratore e maquettiste, Bernard Kagane ha lavorato per il Club Méditerranée e il Club français du livre
– Galerie Alain Bovis, Parigi

Esposizioni:
– Parcours des Mondes 2010, Parigi

I Senufo sono un popolo di agricoltori, stanziati nelle regioni settentrionali e centrali della Costa d’Avorio e nelle regioni meridionali del Mali e del Burkina Faso.
All’interno dell’organizzazione sociale di questo gruppo etnico vi sono diverse società segrete maschili, tra queste una è la Poro, costruita in base all’età degli adepti (avanzamento per gradi), che esercita il controllo sociale e politico, trasmette i saperi tradizionali, e adempie alle funzioni religiose, in particolare durante le cerimonie funebri. Molte delle maschere Senufo sono utilizzate all’interno della società Poro.

La maschera Kpeli-yehe (anche detta Kpeliye’e o Kodaliye’E) viene indossata durante i funerali con lo scopo di costringere lo spirito del defunto a lasciare la sua dimora terrena.
Questa maschera idealizza la bellezza femminile tramite un volto allungato dalla delicata fisionomia, morbida, con la pelle lucida, caratterizzata da scarificazioni su entrambi i lati del sottile naso: tali scarificazioni, nel loro essere doppio, ricorderebbero i gemelli primordiali.
Sulla fronte vi è un motivo simboleggiante il sesso femminile. La bocca è aggettante con denti sporgenti.

Gli elementi presenti intorno al viso hanno diverse iterpretazioni. Le due protuberanze che si estendono dalla parte inferiore delle guance sono state descritte come gambe o ciocche di capelli, mentre l’elemento verticale che si staglia dal capo rappresenterebbe i semi dell’albero di Kapok (Ceiba pentandra, appartenente alla famiglia delle bombacaceae), ed avrebbe una connotazione sessuale: in particolare, quest’ultimo elemento è presente solo sulle maschere che provengono direttamente dalla società segreta degli stessi intagliatori. Tali maschere sono quindi relativamente rare in quanto non sono state utilizzate per l’intrattenimento, ma solo a scopo rituale.

La maschera in questione è caratterizzata da grande ritmo, dato dall’uso alternato di curve concave e convesse; la raffigurazione degli occhi a mandorla e la bocca piccola con denti visibili, e l’inserimento di un piccolo piercing labiale sono elementi duplicemente carichi di potenza e sensibilità.
Eleganza e interiorità sono le caratteristiche principali di questa Kpeli-yehe.

Bibliografia:
– BOCHET Gilbert, GARRARD Timothy F., GLAZE Anita, 1993, Several commentaries in J.P. Barbier (ed.), Art of Côte d’Ivoire from the Collections of the Barbier-Mueller Museum, 2 vols., Ginevra.
– FÖRSTER Till, 1988, Die Kunst der Senufo, Museum Rietberg, Zurigo
– GOLDWATER Robert, 1964, Senufo Sculpture from West Africa, Museum of Primitive Art, New York.
– RIVIÈRE Marceau, 1997, Arts Premiers de Côte d’Ivoire, Saint-Maur.

LE SCEPTRE DU DEVIN. Formes et matériaux de la nature dans la tradition “magique” d’Afrique

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Sceptre Kuba/Ndengese, Congo, cm. 46, Ancienne collection Carlo Lamote, photographe cinéaste pour la télévision congolaise « Société Congovox » 1966, Photo by Michel Gurfinkel

C’est probablement dans le domaine de la divination et des “rites magiques” que la créativité des peuples africains trouve une synthèse entre sa culture originaire et les éléments naturels.
Ce n’est en effet pas un hasard si les artefacts propres à ces activités chamaniques sont strictement liés aux éléments naturels – soit végétaux, minéraux ou animaux – disponibles dans un contexte spécifique.
Ces objets abîmés et déformés par le hasard – pierres fluviales, bouts de lianes, racines enchevêtrées – sont en effet le support idéal pour la ‘divination’.

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Liana et racine du Gabon

Susceptibles de capturer et retenir l’énergie nécessaire aux rituels, ces éléments naturels sont fréquents dans les outils du devin, souvent choisis aussi en fonction du lieux où ils ont été découverts ou du traitement pour lequel ils seront utilisés.

“Les objets de divination sont aussi bien des sculptures élaborées que des contenants informes (paquests) ou préfabriqués (panniers, boîtes, bouteilles). Cornes fourrées de matières hétéroclites sacs bourrés, fermés et noués, coquillages remplis de substances indéfinissables, cimentés à la résine ou à la graisse animale. Tous ces objets donnent une impression de contenance: les pouvoirs ont été capturés et sont sous contrôle.
Ce n’est pas la forme qui détermine la signification et la fonction de l’objet mais ce qu’il cache à l’intérieur, ce qu’il contient.
S’ensuit l’effet du déballage et de la surprise: le contenu est révélé pendant un bref instant à celui qui le consulte, avant d’être refermé et emballé de nouveau” (N. J. Snoep, 2009, pag. 18)
.

C’est donc la nature même qui fournit à la création humaine les instruments destinés à la contrôler dans ses excès, à chaque fois que les populations sont frappées par des événements hostiles et inexplicables.

C’est justement dans cet échange nature/homme/nature que le devin puise l’énergie du rituelle nécessaire à de rétablir l’équilibre lorseque celui-ci est menacé, altéré ou perturbé.
Le but poursuivi par le devin est l’ordre naturel des choses, le flux harmonieux des événements, l’harmonie menacée par des événements inexplicables rationnellement et auxquels lui seul peut remédier.

“La magie est l’arme que nous avons trouvée à l’aube des temps pour combattre l’ennemi inconnu qui cause les maladies, les mauvaises récoltes, la raréfaction du tibie et pour se garder de la méchanceté inévitable de nos prochains. C’est un outil au même titre que le silex et l’amadou (quand il s’agit de faire le feu) ou la lance (s’il faut se défendre contre le lion et l’ours). Souvent son usage fut enseigné par un héros culturel ou une divinité bienveillante…en général, le sorcier possède des pouvoirs, une science, qui lui confèrent une situation à part dans la société” (Musée Barbier Muller, 1987, pag. 2).

Ces ‘produits de la nature’ font l’objet de beaucoup d’attentions et sont destinés à être soigneusement conservés en raison de leur sense précieux et caché.

Des éléments naturels comme des pierres, des morceaux de bois, de l’argile blanc prélevés sur les tombes des mfumu à makanda (les gardiens des reliques des ancêtres), restes d’animaux sacrés comme la panthère, le python ou l’éléphant, constituent pour la population des Vili du Congo, de précieux vestiges gardés dans des réceptables spéciaux au couvercle recouvert d’argile rouge incrustée. (R. Lehuard 1998, pag. 909).

Les recherches de Junod sur les rites de possession et l’exorcisme, réalisées in situ chez les Bantous de l’Afrique sud-orientale (Thonga, Bachopi, Ndau), sont un témoignage efficace de ce lien entre nature et culture.

Grâce à la description de l’auteur, il nous semble presque de le voir ce divin Ndau :

“ De stature moyenne, je le vois s’avancer, avec son grand musengele, sa longue canne de bambou, symbole de son office. Sur sa poitrine, et passée par-dessus ses épaules, une longue chaîne de petites cornes d’antilopes, remplies de médecines diverses. Un collier de baies blanches, alternant avec de petites pièces de bois noir, autour du cou. Un pagne négligemment noué autour des reins et l’assommoir dans la main gauche, il avait belle allure. Ses cheveux crépus assez longs avançaient sur un large front bombé et remarquablement intelligent. Des anneaux de cuivre étaient glissés sur ses chevilles fines et sur ses poignets, ceci sans la surcharge qui alourdit tant la démarche gracieuse de beaucoup de femmes. Le regard était somme toute voilé, souvent intérieur, surtout dans l’extase, souvent aussi, hélas, troublé par l’alcool” (H.PH. Junod, 1934, pag. 274, 275).

De même que la cérémonie liée aux Marozwi, les esprits des ancêtres Ndau dans les villages des Barotse, sur le fleuve Zambèse.

“La cérémonie est accompagnée de danses où le possédé tient dans sa main gauche et dans sa main droite un nduku, une sorte de petite canne fort jolie très courte, et ornementée de dessins triangulaires, gravés dans une partie du bois, noircie au feu” (Ibidem, pag. 276).

Et comme on l’a vu dans la description de Junod, ce ne sont pas seulement les matériaux naturels qui inspirent le devin, mais aussi les formes.

Les cannes et les bâtons recueillis par Willy Mestach en sont d’admirables exemples ( Courtesy W. Mestach, 2007).

mestach tanzania
Ituri, Congo, cm 130

Dans la plupart de ces objets, l’intervention humaine est assez limitée et se borne à respecter la forme originelle du tronc ou de la branche. Dans d’autres cas cependant, comme dans le sceptre Songye, le sculpteur réalise une véritable œuvre d’art, tout en respectant la forme originaire, en sculptant des silhouettes et en rajoutant directement sur le bois des éléments métalliques.

mestach songye
(Courtesy W. Mestach, 2007)

Parmi les Fon du Bénin, il n’est pas inhabituel de retrouver des sculptures apotropaïques dénommées Botchio, dont la racine dans la langue Fon vient de « bo » maléfice et « tchio » cadavre.

Botchio Benin
Courtesy J. Kerchache

Le Botchio joue le rôle d’une sentinelle et protège un village, un quartier, une famille, une société sécrète ou bien un individu isolé. Il est à la fois garant de l’ordre et de l’harmonie, divinité protectrice et ancestrale. Cette sculpture est souvent taillée dans la branche d’un arbre appelé « roco ». Selon la légende, le premier homme et la première femme descendirent sur terre entre les branches de cet arbre mythique. Le roco est donc lié à l’origine du monde et au couple primordial (J. Kerchache, 1996).
Dans d’autres cas, la sculpture est ornée d’objets naturels comme des coquillages, de petits potirons, des ficelles et d’autres matériaux sacrificiels, comme la sculpture illustrée ci-contre, censée protéger contre l’influence des espions (S. Preston Blier, 1996).

Fon
Fon, Benin, cm. 36,5 Private coll. Italy

Une autre sculpture ancienne et significative où l’artiste a suivi les formes naturelles du tronc de l’arbre est la figure hermaphrodite Dogon Niogom qui mesure 132 cm de hauteur, conservée au Musée du Quai Branly (M.H. 35105106). Dans ce cas-ci, le sculpteur a suivi les courbes du bois, qui se prêtaient bien à la représentation de la figure mythique de Nommo, anthropomorphe dans la partie supérieure du corps et serpent dans la partie inférieure.

Dogon Branly
Courtesy Musée du Quai Branly

Les pierres dénommées sogo témoignent également du Nommo et rentrent dans la complexe architecture cosmogonique du peuple de la falaise malienne.
Les pierres longues, de forme phallique, sont au contraire utilisées à des fins de rituels dans le sud du Gabon. De même, des pierres semblables – naturelles ou complètement sculptées – trouvent leur place dans les rituels des populations du Cross River, au Nigéria, tout comme les objets naturels récoltés par les Rukuba du centre-nord du Nigéria pour leurs rites d’initiation ou pour les autels consacrés aux rites de la terre (J.C. Muller, 1989).

Les Konso d’Ethiopie utilisent des fragments de basalte en les mettant à côté des torses sculptés dans le bois pour décorer leurs tombeaux : pierre et bois comme témoins de la présence de la nature dans les rites funéraires.

Konso cm.121
Konso, Ethiopia, cm. 121, Private coll. Italy

La figurine en fibres de raphia torsadées et noircies, appelée Unil (la personne humaine), est elle aussi liée aux rites funéraires Bassar au Togo. Cette simple figurine d’origine végétale incarne l’esprit d’une femme décédée et la représente pendant la cérémonie de ses secondes funérailles. Unil Togo

Chez les Ejagham du Cameroun, les emblèmes de la société secrète ekpe sont constitués d’un treillis en bois et en fibres végétales sur lequel sont posés os, crânes et peaux d’animaux sacrifiés, éléments végétaux, ficelles et colliers. L’ekpe rassemble à différents niveaux d’initiation les hommes ejagham et remplit des fonctions législatives et judiciaires, il s’agit d’un aggloméré d’éléments extraits de la nature, censés guider de façon symbolique l’esprit des décisions à travers la lecture des signes jalousement gardés à l’intérieur de l’ekpe.Ejaghan Camerum

Comme l’écrit Le Fur : “ il faudrait plutôt ici considérer l’esthétique comme l’ensemble de résonances sensibles naissant au contact de la vie des formes, allié à une communication s’appuyant sur la vue d’objets-signes. Leurs textures, leurs couleurs scintillent certes dans chaque aire culturelle mais se reflètent aussi dans chaque intimité. La puissance esthétique vitalise la force latente” ( Y. Le Fur, 1990, pag 37 ).

Autre exemple de la créativité artistique et de habileté d’exécution d’un sculpteur anonyme congolais du Kasai : un sceptre de devin Kuba/Ndengese, objet d’une grande puissance évocatrice et d’une remarquable qualité esthétique. (Ancienne collection Carlo Lamote, photographe cinéaste pour la télévision congolaise « Société Congovox » 1966)

Kuba-Ndengese3

Cet objet en bois, d’une longueur de 46 cm, est caractérisé par des coupes fermes et décidées et par une surprenante spontanéité d’exécution. Le sceptre est en effet taillé dans une branche dont il suit la forme et est coupé en trois segments. Le manche est dans le segment central, comme en témoignent l’usure du bois et sa patine plus claire, signes d’un usage rituel répété.
Une petite poche en cuir cousue autour de la branche contenait la charge magique.

Kuba Ndengese part. lat. dx

Au sommet du sceptre se trouve une silhouette probablement féminine, tandis qu’un long serpent enroulé autour de la branche appuie sa tête sur la jambe de la silhouette, tendue vers le haut. Le cou est allongé et annelé, la nuque, le dos et le ventre sont marqués par de profondes scarifications en zigzag.

Kuba Ndengese part. dorsale

La coiffure, ornée par une calotte en forme de losange, est également creusée par des motifs géométriques.

Decorazione capo

Les bras de la silhouette sont repliés sur le torse, un sur une épaule, l’autre sur le ventre.
Enfin, deux petits trous creusés à l’arrière sont destinés à contenir la charge magique anale.
La patine brun orangé du bois garde les traces épaisses et sombres des épanchements sacrificiels.

Sommità laterale dxSommità laterale sx

L’origine de cet objet est difficile à définir, bien que beaucoup d’éléments (scarifications, cou allongé et annelé, forme de la tête, coiffure) permettent de l’associer à la zone culturelle Kuba-Ndengese.
De plus, la présence des charges magiques semble suggérer que cet objet a été l’instrument d’un devin qui s’en servait pendant des rituels propitiatoires ou initiatiques.

Nature et culture se rencontrent dans cet artefact dans les formes naturelles du bois, le cuir animal et les éléments rituels : un unicum à la forte charge symbolique. Une sorte de « transformation alchimique » qui donne au devin ce que la nature même a produit de façon spontanée et que l’intervention de l’homme a consacré.

En ce qui concerne la signification des symboles présentés par le sceptre, on ne peut qu’exprimer des hypothèses justifiées par nos connaissances actuelles.
La position des bras de la figure silhouette n’est pas inhabituelle dans l’iconographie Kuba-Ndengese (J. Cornet, 1972, p. 262 et F. Neyt, pag. 177).

J. Cornet Ndengesecoppa Kuba
Courtesy J. Cornet et Yale University

Notamment le bras droit posé sur le ventre pourrait être vu comme le geste qui contrôle le mambu, à savoir « ce qui doit être dit » et l’intensité avec laquelle l’exprimer (R. F. Thompson, 2002, pag. 67).

La symbolique du serpent joint à la figure féminine est également inconnue. Elle rappelle les contenus de syncrétisme chrétien dans un objet d’inspiration shamanique/divinatoire.
Le serpent est sans doute l’animal le plus représenté dans la symbolique universelle : ancêtre mythique et donneur de vie, symbole de la guérison, animal se trouvant à la source de la vie et du désir sexuel, mais aussi craint et exorcisé en tant que représentation ancestrale de l’énergie psychique la plus profonde et inconnue (De Martino, 1973).
Chez plusieurs peuplades du Nigéria et du Congo telles que les Yoruba, Igbo, Songye et Luba, le serpent – par son absence d’articulations et par sa fluidité de mouvement – est associé aux origines primordiales, à l’eau et à la pluie, et est appelé « arc-en-ciel » pour représenter le lien entre les divinités du ciel et celles de l’eau, à leur tour liées à la fécondité. ( Mavoungou Pambou, 1997, pag. 95)

La légende racontée par Cornet (AAN, #17,1976) est évocative : une femme Ndengese, Gunji Ilunga, après de moult péripéties, crée la société masculine « totshi », dont les membres sont caractérisés par une coiffe dénommée emat’eyeye,
da AAN # 17 agrémentée de deux appendices assimilables aux oreilles, à savoir le typique couvre-chef en raphia finement tressé à motif géométriques, qui rappelle la forme de la coiffe de la figure sur le sceptre avec le losange incrusté sur la tête.(Courtesy AAN)
Gunji Ilunga, seule femme entre plusieurs hommes. Et si c’était elle, le témoin de cette histoire, la figure au sommet du bâton ?

Difficile à dire. Ces rituels perdus sont désormais la seule trace d’un passé appartenant aux immenses territoires d’Afrique.

Il nous reste la beauté d’une forme sinueuse de la nature, une simple branche devenue objet artistique raffiné dans les mains de l’habileté créatrice d’un anonyme sculpteur de la forêt.

Kuba Ndengese (2)
Sceptre Kuba/Ndengese, Congo, cm. 46, Ancienne collection Carlo Lamote, photographe cinéaste pour la télévision congolaise « Société Congovox » 1966, Photo by Michel Gurfinkel

C’est probablement dans le domaine de la divination et des “rites magiques” que la créativité des peuples africains trouve une synthèse entre sa culture originaire et les éléments naturels.
Ce n’est en effet pas un hasard si les artefacts propres à ces activités chamaniques sont strictement liés aux éléments naturels – soit végétaux, minéraux ou animaux – disponibles dans un contexte spécifique.
Ces objets abîmés et déformés par le hasard – pierres fluviales, bouts de lianes, racines enchevêtrées – sont en effet le support idéal pour la ‘divination’.

Liana GabonRadice Gabon
Liana et racine du Gabon

Susceptibles de capturer et retenir l’énergie nécessaire aux rituels, ces éléments naturels sont fréquents dans les outils du devin, souvent choisis aussi en fonction du lieux où ils ont été découverts ou du traitement pour lequel ils seront utilisés.

“Les objets de divination sont aussi bien des sculptures élaborées que des contenants informes (paquests) ou préfabriqués (panniers, boîtes, bouteilles). Cornes fourrées de matières hétéroclites sacs bourrés, fermés et noués, coquillages remplis de substances indéfinissables, cimentés à la résine ou à la graisse animale. Tous ces objets donnent une impression de contenance: les pouvoirs ont été capturés et sont sous contrôle.
Ce n’est pas la forme qui détermine la signification et la fonction de l’objet mais ce qu’il cache à l’intérieur, ce qu’il contient.
S’ensuit l’effet du déballage et de la surprise: le contenu est révélé pendant un bref instant à celui qui le consulte, avant d’être refermé et emballé de nouveau” (N. J. Snoep, 2009, pag. 18)
.

C’est donc la nature même qui fournit à la création humaine les instruments destinés à la contrôler dans ses excès, à chaque fois que les populations sont frappées par des événements hostiles et inexplicables.

C’est justement dans cet échange nature/homme/nature que le devin puise l’énergie du rituelle nécessaire à de rétablir l’équilibre lorseque celui-ci est menacé, altéré ou perturbé.
Le but poursuivi par le devin est l’ordre naturel des choses, le flux harmonieux des événements, l’harmonie menacée par des événements inexplicables rationnellement et auxquels lui seul peut remédier.

“La magie est l’arme que nous avons trouvée à l’aube des temps pour combattre l’ennemi inconnu qui cause les maladies, les mauvaises récoltes, la raréfaction du tibie et pour se garder de la méchanceté inévitable de nos prochains. C’est un outil au même titre que le silex et l’amadou (quand il s’agit de faire le feu) ou la lance (s’il faut se défendre contre le lion et l’ours). Souvent son usage fut enseigné par un héros culturel ou une divinité bienveillante…en général, le sorcier possède des pouvoirs, une science, qui lui confèrent une situation à part dans la société” (Musée Barbier Muller, 1987, pag. 2).

Ces ‘produits de la nature’ font l’objet de beaucoup d’attentions et sont destinés à être soigneusement conservés en raison de leur sense précieux et caché.

Des éléments naturels comme des pierres, des morceaux de bois, de l’argile blanc prélevés sur les tombes des mfumu à makanda (les gardiens des reliques des ancêtres), restes d’animaux sacrés comme la panthère, le python ou l’éléphant, constituent pour la population des Vili du Congo, de précieux vestiges gardés dans des réceptables spéciaux au couvercle recouvert d’argile rouge incrustée. (R. Lehuard 1998, pag. 909).

Les recherches de Junod sur les rites de possession et l’exorcisme, réalisées in situ chez les Bantous de l’Afrique sud-orientale (Thonga, Bachopi, Ndau), sont un témoignage efficace de ce lien entre nature et culture.

Grâce à la description de l’auteur, il nous semble presque de le voir ce divin Ndau :

“ De stature moyenne, je le vois s’avancer, avec son grand musengele, sa longue canne de bambou, symbole de son office. Sur sa poitrine, et passée par-dessus ses épaules, une longue chaîne de petites cornes d’antilopes, remplies de médecines diverses. Un collier de baies blanches, alternant avec de petites pièces de bois noir, autour du cou. Un pagne négligemment noué autour des reins et l’assommoir dans la main gauche, il avait belle allure. Ses cheveux crépus assez longs avançaient sur un large front bombé et remarquablement intelligent. Des anneaux de cuivre étaient glissés sur ses chevilles fines et sur ses poignets, ceci sans la surcharge qui alourdit tant la démarche gracieuse de beaucoup de femmes. Le regard était somme toute voilé, souvent intérieur, surtout dans l’extase, souvent aussi, hélas, troublé par l’alcool” (H.PH. Junod, 1934, pag. 274, 275).

De même que la cérémonie liée aux Marozwi, les esprits des ancêtres Ndau dans les villages des Barotse, sur le fleuve Zambèse.

“La cérémonie est accompagnée de danses où le possédé tient dans sa main gauche et dans sa main droite un nduku, une sorte de petite canne fort jolie très courte, et ornementée de dessins triangulaires, gravés dans une partie du bois, noircie au feu” (Ibidem, pag. 276).

Et comme on l’a vu dans la description de Junod, ce ne sont pas seulement les matériaux naturels qui inspirent le devin, mais aussi les formes.

Les cannes et les bâtons recueillis par Willy Mestach en sont d’admirables exemples ( Courtesy W. Mestach, 2007).

mestach tanzania
Ituri, Congo, cm 130

Dans la plupart de ces objets, l’intervention humaine est assez limitée et se borne à respecter la forme originelle du tronc ou de la branche. Dans d’autres cas cependant, comme dans le sceptre Songye, le sculpteur réalise une véritable œuvre d’art, tout en respectant la forme originaire, en sculptant des silhouettes et en rajoutant directement sur le bois des éléments métalliques.

mestach songye
(Courtesy W. Mestach, 2007)

Parmi les Fon du Bénin, il n’est pas inhabituel de retrouver des sculptures apotropaïques dénommées Botchio, dont la racine dans la langue Fon vient de « bo » maléfice et « tchio » cadavre.

Botchio Benin
Courtesy J. Kerchache

Le Botchio joue le rôle d’une sentinelle et protège un village, un quartier, une famille, une société sécrète ou bien un individu isolé. Il est à la fois garant de l’ordre et de l’harmonie, divinité protectrice et ancestrale. Cette sculpture est souvent taillée dans la branche d’un arbre appelé « roco ». Selon la légende, le premier homme et la première femme descendirent sur terre entre les branches de cet arbre mythique. Le roco est donc lié à l’origine du monde et au couple primordial (J. Kerchache, 1996).
Dans d’autres cas, la sculpture est ornée d’objets naturels comme des coquillages, de petits potirons, des ficelles et d’autres matériaux sacrificiels, comme la sculpture illustrée ci-contre, censée protéger contre l’influence des espions (S. Preston Blier, 1996).

Fon
Fon, Benin, cm. 36,5 Private coll. Italy

Une autre sculpture ancienne et significative où l’artiste a suivi les formes naturelles du tronc de l’arbre est la figure hermaphrodite Dogon Niogom qui mesure 132 cm de hauteur, conservée au Musée du Quai Branly (M.H. 35105106). Dans ce cas-ci, le sculpteur a suivi les courbes du bois, qui se prêtaient bien à la représentation de la figure mythique de Nommo, anthropomorphe dans la partie supérieure du corps et serpent dans la partie inférieure.

Dogon Branly
Courtesy Musée du Quai Branly

Les pierres dénommées sogo témoignent également du Nommo et rentrent dans la complexe architecture cosmogonique du peuple de la falaise malienne.
Les pierres longues, de forme phallique, sont au contraire utilisées à des fins de rituels dans le sud du Gabon. De même, des pierres semblables – naturelles ou complètement sculptées – trouvent leur place dans les rituels des populations du Cross River, au Nigéria, tout comme les objets naturels récoltés par les Rukuba du centre-nord du Nigéria pour leurs rites d’initiation ou pour les autels consacrés aux rites de la terre (J.C. Muller, 1989).

Les Konso d’Ethiopie utilisent des fragments de basalte en les mettant à côté des torses sculptés dans le bois pour décorer leurs tombeaux : pierre et bois comme témoins de la présence de la nature dans les rites funéraires.

Konso cm.121
Konso, Ethiopia, cm. 121, Private coll. Italy

La figurine en fibres de raphia torsadées et noircies, appelée Unil (la personne humaine), est elle aussi liée aux rites funéraires Bassar au Togo. Cette simple figurine d’origine végétale incarne l’esprit d’une femme décédée et la représente pendant la cérémonie de ses secondes funérailles. Unil Togo

Chez les Ejagham du Cameroun, les emblèmes de la société secrète ekpe sont constitués d’un treillis en bois et en fibres végétales sur lequel sont posés os, crânes et peaux d’animaux sacrifiés, éléments végétaux, ficelles et colliers. L’ekpe rassemble à différents niveaux d’initiation les hommes ejagham et remplit des fonctions législatives et judiciaires, il s’agit d’un aggloméré d’éléments extraits de la nature, censés guider de façon symbolique l’esprit des décisions à travers la lecture des signes jalousement gardés à l’intérieur de l’ekpe.Ejaghan Camerum

Comme l’écrit Le Fur : “ il faudrait plutôt ici considérer l’esthétique comme l’ensemble de résonances sensibles naissant au contact de la vie des formes, allié à une communication s’appuyant sur la vue d’objets-signes. Leurs textures, leurs couleurs scintillent certes dans chaque aire culturelle mais se reflètent aussi dans chaque intimité. La puissance esthétique vitalise la force latente” ( Y. Le Fur, 1990, pag 37 ).

Autre exemple de la créativité artistique et de habileté d’exécution d’un sculpteur anonyme congolais du Kasai : un sceptre de devin Kuba/Ndengese, objet d’une grande puissance évocatrice et d’une remarquable qualité esthétique. (Ancienne collection Carlo Lamote, photographe cinéaste pour la télévision congolaise « Société Congovox » 1966)

Kuba-Ndengese3

Cet objet en bois, d’une longueur de 46 cm, est caractérisé par des coupes fermes et décidées et par une surprenante spontanéité d’exécution. Le sceptre est en effet taillé dans une branche dont il suit la forme et est coupé en trois segments. Le manche est dans le segment central, comme en témoignent l’usure du bois et sa patine plus claire, signes d’un usage rituel répété.
Une petite poche en cuir cousue autour de la branche contenait la charge magique.

Kuba Ndengese part. lat. dx

Au sommet du sceptre se trouve une silhouette probablement féminine, tandis qu’un long serpent enroulé autour de la branche appuie sa tête sur la jambe de la silhouette, tendue vers le haut. Le cou est allongé et annelé, la nuque, le dos et le ventre sont marqués par de profondes scarifications en zigzag.

Kuba Ndengese part. dorsale

La coiffure, ornée par une calotte en forme de losange, est également creusée par des motifs géométriques.

Decorazione capo

Les bras de la silhouette sont repliés sur le torse, un sur une épaule, l’autre sur le ventre.
Enfin, deux petits trous creusés à l’arrière sont destinés à contenir la charge magique anale.
La patine brun orangé du bois garde les traces épaisses et sombres des épanchements sacrificiels.

Sommità laterale dxSommità laterale sx

L’origine de cet objet est difficile à définir, bien que beaucoup d’éléments (scarifications, cou allongé et annelé, forme de la tête, coiffure) permettent de l’associer à la zone culturelle Kuba-Ndengese.
De plus, la présence des charges magiques semble suggérer que cet objet a été l’instrument d’un devin qui s’en servait pendant des rituels propitiatoires ou initiatiques.

Nature et culture se rencontrent dans cet artefact dans les formes naturelles du bois, le cuir animal et les éléments rituels : un unicum à la forte charge symbolique. Une sorte de « transformation alchimique » qui donne au devin ce que la nature même a produit de façon spontanée et que l’intervention de l’homme a consacré.

En ce qui concerne la signification des symboles présentés par le sceptre, on ne peut qu’exprimer des hypothèses justifiées par nos connaissances actuelles.
La position des bras de la figure silhouette n’est pas inhabituelle dans l’iconographie Kuba-Ndengese (J. Cornet, 1972, p. 262 et F. Neyt, pag. 177).

J. Cornet Ndengesecoppa Kuba
Courtesy J. Cornet et Yale University

Notamment le bras droit posé sur le ventre pourrait être vu comme le geste qui contrôle le mambu, à savoir « ce qui doit être dit » et l’intensité avec laquelle l’exprimer (R. F. Thompson, 2002, pag. 67).

La symbolique du serpent joint à la figure féminine est également inconnue. Elle rappelle les contenus de syncrétisme chrétien dans un objet d’inspiration shamanique/divinatoire.
Le serpent est sans doute l’animal le plus représenté dans la symbolique universelle : ancêtre mythique et donneur de vie, symbole de la guérison, animal se trouvant à la source de la vie et du désir sexuel, mais aussi craint et exorcisé en tant que représentation ancestrale de l’énergie psychique la plus profonde et inconnue (De Martino, 1973).
Chez plusieurs peuplades du Nigéria et du Congo telles que les Yoruba, Igbo, Songye et Luba, le serpent – par son absence d’articulations et par sa fluidité de mouvement – est associé aux origines primordiales, à l’eau et à la pluie, et est appelé « arc-en-ciel » pour représenter le lien entre les divinités du ciel et celles de l’eau, à leur tour liées à la fécondité. ( Mavoungou Pambou, 1997, pag. 95)

La légende racontée par Cornet (AAN, #17,1976) est évocative : une femme Ndengese, Gunji Ilunga, après de moult péripéties, crée la société masculine « totshi », dont les membres sont caractérisés par une coiffe dénommée emat’eyeye,
da AAN # 17 agrémentée de deux appendices assimilables aux oreilles, à savoir le typique couvre-chef en raphia finement tressé à motif géométriques, qui rappelle la forme de la coiffe de la figure sur le sceptre avec le losange incrusté sur la tête.(Courtesy AAN)
Gunji Ilunga, seule femme entre plusieurs hommes. Et si c’était elle, le témoin de cette histoire, la figure au sommet du bâton ?

Difficile à dire. Ces rituels perdus sont désormais la seule trace d’un passé appartenant aux immenses territoires d’Afrique.

Il nous reste la beauté d’une forme sinueuse de la nature, une simple branche devenue objet artistique raffiné dans les mains de l’habileté créatrice d’un anonyme sculpteur de la forêt.

Kuba Ndengese (2)
Sceptre Kuba/Ndengese, Congo, cm. 46, Ancienne collection Carlo Lamote, photographe cinéaste pour la télévision congolaise « Société Congovox » 1966, Photo by Michel Gurfinkel

C’est probablement dans le domaine de la divination et des “rites magiques” que la créativité des peuples africains trouve une synthèse entre sa culture originaire et les éléments naturels.
Ce n’est en effet pas un hasard si les artefacts propres à ces activités chamaniques sont strictement liés aux éléments naturels – soit végétaux, minéraux ou animaux – disponibles dans un contexte spécifique.
Ces objets abîmés et déformés par le hasard – pierres fluviales, bouts de lianes, racines enchevêtrées – sont en effet le support idéal pour la ‘divination’.

Liana GabonRadice Gabon
Liana et racine du Gabon

Susceptibles de capturer et retenir l’énergie nécessaire aux rituels, ces éléments naturels sont fréquents dans les outils du devin, souvent choisis aussi en fonction du lieux où ils ont été découverts ou du traitement pour lequel ils seront utilisés.

“Les objets de divination sont aussi bien des sculptures élaborées que des contenants informes (paquests) ou préfabriqués (panniers, boîtes, bouteilles). Cornes fourrées de matières hétéroclites sacs bourrés, fermés et noués, coquillages remplis de substances indéfinissables, cimentés à la résine ou à la graisse animale. Tous ces objets donnent une impression de contenance: les pouvoirs ont été capturés et sont sous contrôle.
Ce n’est pas la forme qui détermine la signification et la fonction de l’objet mais ce qu’il cache à l’intérieur, ce qu’il contient.
S’ensuit l’effet du déballage et de la surprise: le contenu est révélé pendant un bref instant à celui qui le consulte, avant d’être refermé et emballé de nouveau” (N. J. Snoep, 2009, pag. 18)
.

C’est donc la nature même qui fournit à la création humaine les instruments destinés à la contrôler dans ses excès, à chaque fois que les populations sont frappées par des événements hostiles et inexplicables.

C’est justement dans cet échange nature/homme/nature que le devin puise l’énergie du rituelle nécessaire à de rétablir l’équilibre lorseque celui-ci est menacé, altéré ou perturbé.
Le but poursuivi par le devin est l’ordre naturel des choses, le flux harmonieux des événements, l’harmonie menacée par des événements inexplicables rationnellement et auxquels lui seul peut remédier.

“La magie est l’arme que nous avons trouvée à l’aube des temps pour combattre l’ennemi inconnu qui cause les maladies, les mauvaises récoltes, la raréfaction du tibie et pour se garder de la méchanceté inévitable de nos prochains. C’est un outil au même titre que le silex et l’amadou (quand il s’agit de faire le feu) ou la lance (s’il faut se défendre contre le lion et l’ours). Souvent son usage fut enseigné par un héros culturel ou une divinité bienveillante…en général, le sorcier possède des pouvoirs, une science, qui lui confèrent une situation à part dans la société” (Musée Barbier Muller, 1987, pag. 2).

Ces ‘produits de la nature’ font l’objet de beaucoup d’attentions et sont destinés à être soigneusement conservés en raison de leur sense précieux et caché.

Des éléments naturels comme des pierres, des morceaux de bois, de l’argile blanc prélevés sur les tombes des mfumu à makanda (les gardiens des reliques des ancêtres), restes d’animaux sacrés comme la panthère, le python ou l’éléphant, constituent pour la population des Vili du Congo, de précieux vestiges gardés dans des réceptables spéciaux au couvercle recouvert d’argile rouge incrustée. (R. Lehuard 1998, pag. 909).

Les recherches de Junod sur les rites de possession et l’exorcisme, réalisées in situ chez les Bantous de l’Afrique sud-orientale (Thonga, Bachopi, Ndau), sont un témoignage efficace de ce lien entre nature et culture.

Grâce à la description de l’auteur, il nous semble presque de le voir ce divin Ndau :

“ De stature moyenne, je le vois s’avancer, avec son grand musengele, sa longue canne de bambou, symbole de son office. Sur sa poitrine, et passée par-dessus ses épaules, une longue chaîne de petites cornes d’antilopes, remplies de médecines diverses. Un collier de baies blanches, alternant avec de petites pièces de bois noir, autour du cou. Un pagne négligemment noué autour des reins et l’assommoir dans la main gauche, il avait belle allure. Ses cheveux crépus assez longs avançaient sur un large front bombé et remarquablement intelligent. Des anneaux de cuivre étaient glissés sur ses chevilles fines et sur ses poignets, ceci sans la surcharge qui alourdit tant la démarche gracieuse de beaucoup de femmes. Le regard était somme toute voilé, souvent intérieur, surtout dans l’extase, souvent aussi, hélas, troublé par l’alcool” (H.PH. Junod, 1934, pag. 274, 275).

De même que la cérémonie liée aux Marozwi, les esprits des ancêtres Ndau dans les villages des Barotse, sur le fleuve Zambèse.

“La cérémonie est accompagnée de danses où le possédé tient dans sa main gauche et dans sa main droite un nduku, une sorte de petite canne fort jolie très courte, et ornementée de dessins triangulaires, gravés dans une partie du bois, noircie au feu” (Ibidem, pag. 276).

Et comme on l’a vu dans la description de Junod, ce ne sont pas seulement les matériaux naturels qui inspirent le devin, mais aussi les formes.

Les cannes et les bâtons recueillis par Willy Mestach en sont d’admirables exemples ( Courtesy W. Mestach, 2007).

mestach tanzania
Ituri, Congo, cm 130

Dans la plupart de ces objets, l’intervention humaine est assez limitée et se borne à respecter la forme originelle du tronc ou de la branche. Dans d’autres cas cependant, comme dans le sceptre Songye, le sculpteur réalise une véritable œuvre d’art, tout en respectant la forme originaire, en sculptant des silhouettes et en rajoutant directement sur le bois des éléments métalliques.

mestach songye
(Courtesy W. Mestach, 2007)

Parmi les Fon du Bénin, il n’est pas inhabituel de retrouver des sculptures apotropaïques dénommées Botchio, dont la racine dans la langue Fon vient de « bo » maléfice et « tchio » cadavre.

Botchio Benin
Courtesy J. Kerchache

Le Botchio joue le rôle d’une sentinelle et protège un village, un quartier, une famille, une société sécrète ou bien un individu isolé. Il est à la fois garant de l’ordre et de l’harmonie, divinité protectrice et ancestrale. Cette sculpture est souvent taillée dans la branche d’un arbre appelé « roco ». Selon la légende, le premier homme et la première femme descendirent sur terre entre les branches de cet arbre mythique. Le roco est donc lié à l’origine du monde et au couple primordial (J. Kerchache, 1996).
Dans d’autres cas, la sculpture est ornée d’objets naturels comme des coquillages, de petits potirons, des ficelles et d’autres matériaux sacrificiels, comme la sculpture illustrée ci-contre, censée protéger contre l’influence des espions (S. Preston Blier, 1996).

Fon
Fon, Benin, cm. 36,5 Private coll. Italy

Une autre sculpture ancienne et significative où l’artiste a suivi les formes naturelles du tronc de l’arbre est la figure hermaphrodite Dogon Niogom qui mesure 132 cm de hauteur, conservée au Musée du Quai Branly (M.H. 35105106). Dans ce cas-ci, le sculpteur a suivi les courbes du bois, qui se prêtaient bien à la représentation de la figure mythique de Nommo, anthropomorphe dans la partie supérieure du corps et serpent dans la partie inférieure.

Dogon Branly
Courtesy Musée du Quai Branly

Les pierres dénommées sogo témoignent également du Nommo et rentrent dans la complexe architecture cosmogonique du peuple de la falaise malienne.
Les pierres longues, de forme phallique, sont au contraire utilisées à des fins de rituels dans le sud du Gabon. De même, des pierres semblables – naturelles ou complètement sculptées – trouvent leur place dans les rituels des populations du Cross River, au Nigéria, tout comme les objets naturels récoltés par les Rukuba du centre-nord du Nigéria pour leurs rites d’initiation ou pour les autels consacrés aux rites de la terre (J.C. Muller, 1989).

Les Konso d’Ethiopie utilisent des fragments de basalte en les mettant à côté des torses sculptés dans le bois pour décorer leurs tombeaux : pierre et bois comme témoins de la présence de la nature dans les rites funéraires.

Konso cm.121
Konso, Ethiopia, cm. 121, Private coll. Italy

La figurine en fibres de raphia torsadées et noircies, appelée Unil (la personne humaine), est elle aussi liée aux rites funéraires Bassar au Togo. Cette simple figurine d’origine végétale incarne l’esprit d’une femme décédée et la représente pendant la cérémonie de ses secondes funérailles. Unil Togo

Chez les Ejagham du Cameroun, les emblèmes de la société secrète ekpe sont constitués d’un treillis en bois et en fibres végétales sur lequel sont posés os, crânes et peaux d’animaux sacrifiés, éléments végétaux, ficelles et colliers. L’ekpe rassemble à différents niveaux d’initiation les hommes ejagham et remplit des fonctions législatives et judiciaires, il s’agit d’un aggloméré d’éléments extraits de la nature, censés guider de façon symbolique l’esprit des décisions à travers la lecture des signes jalousement gardés à l’intérieur de l’ekpe.Ejaghan Camerum

Comme l’écrit Le Fur : “ il faudrait plutôt ici considérer l’esthétique comme l’ensemble de résonances sensibles naissant au contact de la vie des formes, allié à une communication s’appuyant sur la vue d’objets-signes. Leurs textures, leurs couleurs scintillent certes dans chaque aire culturelle mais se reflètent aussi dans chaque intimité. La puissance esthétique vitalise la force latente” ( Y. Le Fur, 1990, pag 37 ).

Autre exemple de la créativité artistique et de habileté d’exécution d’un sculpteur anonyme congolais du Kasai : un sceptre de devin Kuba/Ndengese, objet d’une grande puissance évocatrice et d’une remarquable qualité esthétique. (Ancienne collection Carlo Lamote, photographe cinéaste pour la télévision congolaise « Société Congovox » 1966)

Kuba-Ndengese3

Cet objet en bois, d’une longueur de 46 cm, est caractérisé par des coupes fermes et décidées et par une surprenante spontanéité d’exécution. Le sceptre est en effet taillé dans une branche dont il suit la forme et est coupé en trois segments. Le manche est dans le segment central, comme en témoignent l’usure du bois et sa patine plus claire, signes d’un usage rituel répété.
Une petite poche en cuir cousue autour de la branche contenait la charge magique.

Kuba Ndengese part. lat. dx

Au sommet du sceptre se trouve une silhouette probablement féminine, tandis qu’un long serpent enroulé autour de la branche appuie sa tête sur la jambe de la silhouette, tendue vers le haut. Le cou est allongé et annelé, la nuque, le dos et le ventre sont marqués par de profondes scarifications en zigzag.

Kuba Ndengese part. dorsale

La coiffure, ornée par une calotte en forme de losange, est également creusée par des motifs géométriques.

Decorazione capo

Les bras de la silhouette sont repliés sur le torse, un sur une épaule, l’autre sur le ventre.
Enfin, deux petits trous creusés à l’arrière sont destinés à contenir la charge magique anale.
La patine brun orangé du bois garde les traces épaisses et sombres des épanchements sacrificiels.

Sommità laterale dxSommità laterale sx

L’origine de cet objet est difficile à définir, bien que beaucoup d’éléments (scarifications, cou allongé et annelé, forme de la tête, coiffure) permettent de l’associer à la zone culturelle Kuba-Ndengese.
De plus, la présence des charges magiques semble suggérer que cet objet a été l’instrument d’un devin qui s’en servait pendant des rituels propitiatoires ou initiatiques.

Nature et culture se rencontrent dans cet artefact dans les formes naturelles du bois, le cuir animal et les éléments rituels : un unicum à la forte charge symbolique. Une sorte de « transformation alchimique » qui donne au devin ce que la nature même a produit de façon spontanée et que l’intervention de l’homme a consacré.

En ce qui concerne la signification des symboles présentés par le sceptre, on ne peut qu’exprimer des hypothèses justifiées par nos connaissances actuelles.
La position des bras de la figure silhouette n’est pas inhabituelle dans l’iconographie Kuba-Ndengese (J. Cornet, 1972, p. 262 et F. Neyt, pag. 177).

J. Cornet Ndengesecoppa Kuba
Courtesy J. Cornet et Yale University

Notamment le bras droit posé sur le ventre pourrait être vu comme le geste qui contrôle le mambu, à savoir « ce qui doit être dit » et l’intensité avec laquelle l’exprimer (R. F. Thompson, 2002, pag. 67).

La symbolique du serpent joint à la figure féminine est également inconnue. Elle rappelle les contenus de syncrétisme chrétien dans un objet d’inspiration shamanique/divinatoire.
Le serpent est sans doute l’animal le plus représenté dans la symbolique universelle : ancêtre mythique et donneur de vie, symbole de la guérison, animal se trouvant à la source de la vie et du désir sexuel, mais aussi craint et exorcisé en tant que représentation ancestrale de l’énergie psychique la plus profonde et inconnue (De Martino, 1973).
Chez plusieurs peuplades du Nigéria et du Congo telles que les Yoruba, Igbo, Songye et Luba, le serpent – par son absence d’articulations et par sa fluidité de mouvement – est associé aux origines primordiales, à l’eau et à la pluie, et est appelé « arc-en-ciel » pour représenter le lien entre les divinités du ciel et celles de l’eau, à leur tour liées à la fécondité. ( Mavoungou Pambou, 1997, pag. 95)

La légende racontée par Cornet (AAN, #17,1976) est évocative : une femme Ndengese, Gunji Ilunga, après de moult péripéties, crée la société masculine « totshi », dont les membres sont caractérisés par une coiffe dénommée emat’eyeye,
da AAN # 17 agrémentée de deux appendices assimilables aux oreilles, à savoir le typique couvre-chef en raphia finement tressé à motif géométriques, qui rappelle la forme de la coiffe de la figure sur le sceptre avec le losange incrusté sur la tête.(Courtesy AAN)
Gunji Ilunga, seule femme entre plusieurs hommes. Et si c’était elle, le témoin de cette histoire, la figure au sommet du bâton ?

Difficile à dire. Ces rituels perdus sont désormais la seule trace d’un passé appartenant aux immenses territoires d’Afrique.

Il nous reste la beauté d’une forme sinueuse de la nature, une simple branche devenue objet artistique raffiné dans les mains de l’habileté créatrice d’un anonyme sculpteur de la forêt.

Bibliographie

Nanette Jacomijn Snoep, “Recette des Dieux. Esthétique du fétiche“, Musée Quai Branly, Paris, 2009.

Anonimo, Catalogue Exposition “Magie en Afrique Noire “, Musée Barbier-Muller, Géneve, 1987.

Raoul Lehuard “Art Bakongo Insigne de Pouvoir. Le sceptre“, AAN, Arnouville, 1998

H. Ph. Junod, “Les cas de possession et l’Exorcisme chez les Vandau“, en Africa: Journal of the International African Institute, Vol 7, No. 3 , Jul, Edinburgh University Press, Edinburgh, 1934.

Willy Mestach , Catalogue Exposition “L’intelligence des Formes”, Tribal Art, Bruxelles, 2007.

Jacques Kerchache, Catalogue Exposition “Botchio, sculptures Fon, Béni “, Limoges, 1996

Suzanne Preston Blier “African Vodon. Art, Psychology and Power”, Chicago, London, 1995

Jean-Claude Muller, “La calebasse sacrée. Initiations Rukuba ( Nigeria central ) “, éditions de la Pensée Sauvage, Presses universitaires de Montréal, Montréal, 1989

Yves Le Fur, Catalogue Exposition “Résonances”, Musée Dapper Paris, Paris, 1990.

Joseph Cornet, “Art de l’Afrique Noire au Pays du fleuve Zaire“, Bruxelles, 1972.

Francois Neyt, “Arts traditionells et histoire au Zaire”, Université Catholique de Louvain, Louvain, 1981

Robert Farris Thompson, “La gestuelle Kongo”, en Catalogue Exposition “Le Geste Kongo”, Musée Dapper, Paris, 2002.

Ernesto De Martino, ”Il mondo magico”, Boringhieri, Torino, 1973

René Mavoungou Pambou, “Proverbe chez les Bavili”, Bajag- Meri Eds 1997

Joseph Cornet, “A propos des statues Ndengese” en Arts d’Afrique Noire, n° 17, Arnouville, 1976.

http://artidellemaninere.forumattivo.it/t314-kuba-n-dengese-people-diviner-s-scepter-feticheur-west-kasai-congo

ELIO REVERA

Sommità Scettro Ndengese

LO SCETTRO DEL DIVINATORE
Forme e materiali della natura nella tradizione “magica” dell’Africa
di Elio Revera

E’ probabilmente nei territori della divinazione e dei ”riti magici” che la creatività dei popoli africani fonde la propria cultura originaria con gli elementi naturali .
I manufatti idonei a queste attività sciamaniche, infatti, non a caso, sono strettamente connessi con gli elementi naturali, siano essi vegetali, minerali o animali, messi a disposizione dalla natura dei luoghi.
Questi oggetti, accidentati, distorti dal caso, come le pietre di fiume, torsi di liana, radici aggrovigliate, escrescenze arboree costituiscono, infatti, elemento di propizio supporto per la “divinazione “.
Sono combinazioni della natura che si trovano sovente negli utensili del divinatore in quanto idonei a catturare e trattenere l’energia necessaria ai riti, e spesso, sono scelti anche in funzione del luogo di ritrovamento o della cura per la quale saranno utilizzati.

“Les objets de divination sont aussi bien des sculptures elaborées que des contenants informes (paquests) ou préfabriqués (panniers, boites, bouteilles). Cornes fourrées de matierès heteroclites sacs bourrés, fermés et noués, coquillages remplis de substances indéfinissablas, cimentés à la résine ou à la graisse animale. Tous ces objets donnent une impression de contenance: les pouvoirs ont été captures et sont sous contrôle.
Ce n’est pas la forme qui determine la signification et la function de l’objet mais ce q’il cache à l’intérieur, ce q’il contient.
S’ensuit l’effect du déballage et de la surprise: le contenu est révélé pendant un bref instant à celui qui le consulte, avant d’être refermé et emballé de nouveau” (N. J. Snoep, 2009, pag. 18).

La natura stessa pertanto, fornisce all’inventiva dell’uomo i medesimi strumenti destinati a controllarla nei suoi eccessi, quando le popolazioni sono vittime di eventi ostili ed inspiegabili.

E’ proprio nello scambio tra natura/uomo/natura che il divinatore trae l’energia del rito al fine di ricondurre all’equilibrio ciò che è minacciato, alterato o sconquassato.
L’ordine al quale tende il divinatore è l’ordine naturale delle cose, al flusso armonico degli eventi, al ripristino dell’armonia minacciata da fatti che la mente non può spiegare ed ai quali lui soltanto può porre rimedio.

“La magie est l’arme que nous avons à l’aube des temps, trouvé pour combattre l’ennemi inconnu qui cause les maladies, les mauvaises ricolte, la raréfaction du tibie et pour se garder de la méchanceté inévitable de nos prochains. C’est un outil au même titre que le silex et l’amadou (quand il s’agit de faire le feu) ou la lance (s’il faut se défendre contre le lion et l’ours). Souvent sont usage fut enseigné par un héros culturel ou une divinité bien veillante…en général, le sorcier possède des pouvoirs, une science, qui lui confèrent une situation à part dans la société” (Musée Barbier Muller, 1987, pag. 2).

E questi “prodotti della natura” ricevono grandi attenzioni e sono destinati ad essere accuratamente custoditi per il loro prezioso e recondito significato.

Elementi naturali come pietre, pezzi di legno, argilla bianca prelevata sulle sepolture dei mfumu a makanda, cioè dei detentori delle reliquie degli antenati, reperti prelevati da animali sacri come la pantera, il pitone, l’elefante costituiscono tra il popolo Vili del Congo preziosi cimeli conservati in speciali contenitori la cui copertura è rivestita da una crosta di argilla rossa ( R. Lehuard 1998, pag. 909).

Efficace testimone di questo intreccio tra natura e cultura è il lavoro di Junod sui riti di possessione ed esorcismo che realizzò una ricerca sul campo presso i Bantous dell’Africa sud-orientale (Thonga, Bachopi, Ndau).

Nella descrizione dell’autore, pare di vederlo il divinatore Ndau:

“ De stature moyenne, je le vois s’avancer, avec son grand musengele, sa longue canne de bambou, symbole de son office. Sur sa poitrine, et passée par-dessus ses épaules, une longue chaîne de petites cornes d’antilopes, remplies de médecines diverses. Un collier de baies blanches, alternant avec de petites pieces de bois noir, autour du cou. Un pagne négligemment poué autour des reins et l’assommoir dans la main gauche, il avait belle allure. Ses cheveux crépus assez longs avançaient sur un large front bombé et remarquablement intelligent. Des anneau de cuivre étaient glissés sur ses chevilles dines et sur ses poignets, ceci sans la surcharge qui alourdit tant la demarche gracieuse de beaucoup de femmes. Le regard était somme toute voile, souvent intérieur, sourtout dans l’extase, souvent aussi, hélas, troublé par l’alcool” (H.PH. Junod, 1934, pag. 274, 275).

Ed ancora, la cerimonia connessa agli spiriti, Marozwi, spiriti degli antenati Ndau nei paesi dei Barotse, sul fiume Zambèse.

“La cérémonie est accompagnée de danses où le possédé tient dans sa main gauche et dans sa main droite un nduku, une sorte de petite canne fort jolie très courte, et ornementée de dessins triangulaires, gravés dans une parti du bois, noircie au feu” (Ibidem, pag. 276).

E come si è visto nella descrizione di Junod, insieme ai materiali, anche le forme che la natura mette a disposizione sono appannaggio degli strumenti per i riti del divinatore.

Ne sono mirabile testimonianza le canne ed i bastoni raccolti da Willy Mestach (W. Mestach, 2007, pagg.52,53,126,127,162).

In questi oggetti, sovente, l’intervento umano è alquanto parziale e si limita ad assecondare la forma originaria del tronco o del ramo; in altri, come nel caso dello scettro Songye, lo scultore realizza un’autentica opera d’arte, pur nel rigoroso rispetto della forma originaria, scolpendo figure ed innestando sul vivo legno elementi metallici.

Tra i Fon del Benin non è inconsueto trovare sculture apotropaiche denominate Botchio, in lingua Fon da “bo” maleficio e “tchio” cadavere.
Il Botchio ha un ruolo di sentinella. Protegge il villaggio, un quartiere, una famiglia, una società segreta o un individuo. E’ insieme il garante dell’ordine e dell’armonia, divinità tutelare ed ancestrale. Spesso questa scultura è tagliata nel ramo di un albero denominato “roco “. Secondo una leggenda il primo uomo e la prima donna discesero sulla terra tra i rami di questo albero mitico. Il roco pertanto è legato alla nascita del mondo ed alla prima coppia primordiale ( J. Kerchache, 1996 ).
In altri casi la scultura è carica di oggetti naturali come conchiglie, piccole zucche, corde ed altro materiale sacrificale come quella illustrata destinata alla protezione dell’influsso delle spie ( S. Preston Blier, 1996 ).
La passione per la numerologia, tipica delle popolazioni africane, ci aiuta nell’interpretazione di questa figura magica.
La spia è simbolo di ambiguità e di doppiezza ed in questo feticcio sono stati volutamente scolpiti soltanto un occhio, un orecchio, un braccia e una gamba. Eliminando gli elementi “doppi” lo scultore ha ristrutturato in tal modo la figura umana su valori di unità.

Un’altra significativa antica scultura in cui l’artista ha assecondato le naturali forme del tronco dell’albero è la figura ermafrodita Dogon Niongom alta 132 centimetri, conservata al Musée du quai Branly ( M.H. 35105106), in cui lo scultore ha assecondato la sinuosità del legno in quanto pertinente alla rappresentazione della figura mitica del Nommo, antropomorfico nella metà superiore del corpo e con aspetto serpentiforme nella rimanente metà.

Anche pietre denominate sogo sono la testimonianza del Nommo , ed a buon diritto entrano nella complessa architettura cosmogonica di questo popolo della falesia maliana.
Lunghe pietre di forma fallica, invece, sono utilizzate a fini rituali nel sud del Gabon ed ugualmente, naturali o completamente scolpite, pietre similari, entrano nella ritologia di popolazioni del Cross River in Nigeria come gli oggetti naturali raccolti dai Rukuba del centro-nord della Nigeria, per i loro culti d’iniziazione o per gli altari destinati ai riti della terra ( J.C.Muller,1989 ).

I Konso dell’Etiopia utilizzano frammenti di basalto ponendoli accanto a sculture in legno per ornare le loro tombe; pietra e legno a testimonianza della presenza della natura nei riti funerari. Questa popolazione, in pratica l’unica ad avere una significativa tradizione scultorea figurativa, limitandosi gli altri popoli del bacino dell’Omo River a poggiatesta, monili e decorazioni di vario genere, ha dato vita a forme scultoree antropomorfe denominate Waka, statue a figura intera, a volte anche a dimensioni naturali, ma di norma più piccole, poi esposte sulla tomba di notabili o eroi, qualifica quest’ultima che si poteva ottenere per meriti militari o anche per aver ucciso un animale pericoloso. Mirabile e per certi versi stupefacente è stata l’azione del tempo su questo antico oggetto funerario, la cui erosione, pur mantenendo le originarie fattezze antropomorfiche del “guerriero”, ha dato vita ad un’autonoma creazione che esalta l’armonia nascosta delle venature lignee del tronco utilizzato.(v. Tribal Art, #58, 2010).

Ugualmente legata ai riti funerari Bassar del Togo è la piccola figura in fibre di rafia ritorte ed annerite denominata Unil ( la persona umana ). Questa semplice figura di origine vegetale incarna lo spirito di una donna morta e la rappresenta nel corso della cerimonia del suo secondo funerale.

Presso gli Ejagham del Camerun, gli emblemi della società segreta Ekpe sono costituiti da un graticcio in legno e fibre vegetali su cui sono disposti ossa, teschi e pelli di animali sacrificati, elementi vegetali, corde, collane. L’Ekpe raccoglie a diversi livelli iniziatici gli uomini ejagham e svolge funzioni regolatorie e giudiziarie. Un conglomerato di elementi desunti dalla natura destinato simbolicamente a guidare lo spirito delle decisioni attraverso la decifrazione dei segni gelosamente secretati all’interno dell’Ekpe.

Come scrive Le Fur, “ il faudrait plutot ici considérer l’esthétique comme l’ensemble de résonances sensibile naissant au contact de la vie des formes, allié à une communication s’appuyant sur la vue d’objets-signes.Leurs textures, leures couleurs scintillent certes dans chaque aire culturelle mais se reflètent aussi dans chaque intimité. La puissance esthétique vitalise la force latente” ( Y. Le Fur, 1990, pag 37 ).

Un altro esempio, espressione della creatività artistica e dell’abilità esecutiva di un ignoto scultore congolese del Kasai, è uno scettro di divinatore, manufatto di forte potenza evocativa e rimarcabile qualità estetica.(Ancienne collection Carlo Lamote, photographe cinéaste pour la télévision congolaise « Société Congovox » 1966).

Tagli sicuri e decisi ed una sorprendente spontaneità d’esecuzione connotano questo oggetto ligneo lungo 46 centimetri.
Lo scettro è infatti intagliato in un ramo seguendo la forma originaria ed è diviso in tre segmenti; l’impugnatura è nel segmento centrale, come denotano lo spessore consunto del legno e la sua patina più chiara, testimonianze di lungo utilizzo rituale.
Una piccola tasca di pelle animale cucita intorno al ramo è destinata a contenere la carica magica.
Alla sommità dello scettro c’è una figura probabilmente femminile; un lungo serpente con il corpo arrotolato intorno al ramo poggia la testa ad una gamba della figura che si slancia verso l’alto.
Ha il collo allungato e inanellato, la nuca, il dorso ed il ventre sono segnati da profonde scarificazioni a zigzags. Anche l’acconciatura, ornata da una calotta a forma di losanga, è incisa con motivi geometrici.
Le braccia della figura sono ripiegate sul torso, una sulla spalla e l’altra sul ventre.
Due piccoli fori posteriori, infine, sono destinati a contenere la carica magica anale.

La patina bruno-aranciata del legno conserva le spesse tracce scure dei versamenti sacrificali.

L’origine di questo oggetto è di difficile definizione anche se per tanti elementi, scarificazioni, collo allungato e inanellato, forma della testa, acconciatura, la riconducono all’area culturale Kuba-Ndengese.
L’esistenza inoltre di cariche magiche suggerisce che questo oggetto sia stato lo strumento di un divinatore che lo utilizzava in rituali propiziatori o iniziatici.

Natura e cultura si fondono in questo manufatto tra forme naturali del legno, pelle animale e gli elementi rituali: un unicum di forte carica simbolica .
Una “trasformazione alchemica” che riconsegna al divinatore ciò che la natura stessa ha prodotto spontaneamente e l’intervento dell’uomo ha consacrato.

Circa i significati dei simboli proposti dallo scettro si possono soltanto esprimere alcune ipotesi alla luce delle conoscenza attuali.
La posizione delle braccia della figura non è inusuale nell’iconografia Kuba-Ndengese (J. Cornet, 1972, p. 262 e F. Neyt, 1981, pag.177).

In particolare il braccio destro sul ventre potrebbe essere inteso come il gesto che controlla il mambu, cioè “quello che deve essere detto” e l’intensità con la quale esprimerlo (R. F. Thompson, 2002, pag. 67).

Ugualmente sconosciuto è il significato del serpente, congiunto alla figura femminile, che rinvia a contenuti di sincretismo cristiano in un oggetto di ispirazione sciamanico/divinatoria.
Il serpente è forse l’animale più rappresentato nella simbologia di tutti i tempi, antenato mitico, vivificatore, simbolo della cura, animale originario alle sorgenti della vita e della libido, ma anche temuto ed esorcizzato quale ancestrale rappresentazione della sconosciuta energia psichica del profondo (De Martino,1973).
Presso molti popoli della Nigeria e del Congo quali Yoruba,Igbo, Songye, Luba, il serpente per la sua assenza di articolazioni e fluidità di movimento è associato alle origini primordiali, all’acqua, alla pioggia ed è chiamato “arco in cielo”, a rappresentare il legame fra le divinità del cielo e quelle dell’acqua il cui rimando è in ogni caso alla fecondità (R. Mavoungou Pambou, 1997, pag. 95)

Suggestiva poi, è la leggenda narrata da Cornet ( AAN, #17,1976), nella quale una donna Ndengese, Gunji Ilunga, dopo varie vicissitudini, dà vita alla società maschile “Totshi”, caratterizzati da una coiffure denominata emat’eyeye ornata da due appendici assimilabili alle orecchie, il tipico copricapo di rafia finemente intrecciato a motivi geometrici, che rinvia alla forma dell’acconciatura della figura dello scettro con la losanga incisa sul capo.

Gunji Ilunga unica femmina tra tanti maschi. Che sia proprio lei, la testimone di questa storia, quella figura sulla sommità del bastone?

Chissà? Rituali perduti, ormai vestigia di un passato affidato agli immensi spazi dei territori d’Africa.

A noi rimane la bellezza di una forma sinuosa della natura, un semplice ramo divenuto fine oggetto artistico nelle mani dell’abilità creativa di uno sconosciuto scultore della foresta.

Ndengese part.

Bibliographie

Nanette Jacomijn Snoep, “Recette des Dieux. Esthétique du fétiche“, Musée Quai Branly, Paris, 2009.

Anonimo, Catalogue Exposition “Magie en Afrique Noire “, Musée Barbier-Muller, Géneve, 1987.

Raoul Lehuard “Art Bakongo Insigne de Pouvoir. Le sceptre“, AAN, Arnouville, 1998

H. Ph. Junod, “Les cas de possession et l’Exorcisme chez les Vandau“, en Africa: Journal of the International African Institute, Vol 7, No. 3 , Jul, Edinburgh University Press, Edinburgh, 1934.

Willy Mestach , Catalogue Exposition “L’intelligence des Formes”, Tribal Art, Bruxelles, 2007.

Jacques Kerchache, Catalogue Exposition “Botchio, sculptures Fon, Béni “, Limoges, 1996

Suzanne Preston Blier “African Vodon. Art, Psychology and Power”, Chicago, London, 1995

Jean-Claude Muller, “La calebasse sacrée. Initiations Rukuba ( Nigeria central ) “, éditions de la Pensée Sauvage, Presses universitaires de Montréal, Montréal, 1989

Yves Le Fur, Catalogue Exposition “Résonances”, Musée Dapper Paris, Paris, 1990.

Joseph Cornet, “Art de l’Afrique Noire au Pays du fleuve Zaire“, Bruxelles, 1972.

Francois Neyt, “Arts traditionells et histoire au Zaire”, Université Catholique de Louvain, Louvain, 1981

Robert Farris Thompson, “La gestuelle Kongo”, en Catalogue Exposition “Le Geste Kongo”, Musée Dapper, Paris, 2002.

Ernesto De Martino, ”Il mondo magico”, Boringhieri, Torino, 1973

René Mavoungou Pambou, “Proverbe chez les Bavili”, Bajag- Meri Eds 1997

Joseph Cornet, “A propos des statues Ndengese” en Arts d’Afrique Noire, n° 17, Arnouville, 1976.

http://artidellemaninere.forumattivo.it/t314-kuba-n-dengese-people-diviner-s-scepter-feticheur-west-kasai-congo

ELIO REVERA

Sommità Scettro Ndengese

LO SCETTRO DEL DIVINATORE
Forme e materiali della natura nella tradizione “magica” dell’Africa
di Elio Revera

E’ probabilmente nei territori della divinazione e dei ”riti magici” che la creatività dei popoli africani fonde la propria cultura originaria con gli elementi naturali .
I manufatti idonei a queste attività sciamaniche, infatti, non a caso, sono strettamente connessi con gli elementi naturali, siano essi vegetali, minerali o animali, messi a disposizione dalla natura dei luoghi.
Questi oggetti, accidentati, distorti dal caso, come le pietre di fiume, torsi di liana, radici aggrovigliate, escrescenze arboree costituiscono, infatti, elemento di propizio supporto per la “divinazione “.
Sono combinazioni della natura che si trovano sovente negli utensili del divinatore in quanto idonei a catturare e trattenere l’energia necessaria ai riti, e spesso, sono scelti anche in funzione del luogo di ritrovamento o della cura per la quale saranno utilizzati.

“Les objets de divination sont aussi bien des sculptures elaborées que des contenants informes (paquests) ou préfabriqués (panniers, boites, bouteilles). Cornes fourrées de matierès heteroclites sacs bourrés, fermés et noués, coquillages remplis de substances indéfinissablas, cimentés à la résine ou à la graisse animale. Tous ces objets donnent une impression de contenance: les pouvoirs ont été captures et sont sous contrôle.
Ce n’est pas la forme qui determine la signification et la function de l’objet mais ce q’il cache à l’intérieur, ce q’il contient.
S’ensuit l’effect du déballage et de la surprise: le contenu est révélé pendant un bref instant à celui qui le consulte, avant d’être refermé et emballé de nouveau” (N. J. Snoep, 2009, pag. 18).

La natura stessa pertanto, fornisce all’inventiva dell’uomo i medesimi strumenti destinati a controllarla nei suoi eccessi, quando le popolazioni sono vittime di eventi ostili ed inspiegabili.

E’ proprio nello scambio tra natura/uomo/natura che il divinatore trae l’energia del rito al fine di ricondurre all’equilibrio ciò che è minacciato, alterato o sconquassato.
L’ordine al quale tende il divinatore è l’ordine naturale delle cose, al flusso armonico degli eventi, al ripristino dell’armonia minacciata da fatti che la mente non può spiegare ed ai quali lui soltanto può porre rimedio.

“La magie est l’arme que nous avons à l’aube des temps, trouvé pour combattre l’ennemi inconnu qui cause les maladies, les mauvaises ricolte, la raréfaction du tibie et pour se garder de la méchanceté inévitable de nos prochains. C’est un outil au même titre que le silex et l’amadou (quand il s’agit de faire le feu) ou la lance (s’il faut se défendre contre le lion et l’ours). Souvent sont usage fut enseigné par un héros culturel ou une divinité bien veillante…en général, le sorcier possède des pouvoirs, une science, qui lui confèrent une situation à part dans la société” (Musée Barbier Muller, 1987, pag. 2).

E questi “prodotti della natura” ricevono grandi attenzioni e sono destinati ad essere accuratamente custoditi per il loro prezioso e recondito significato.

Elementi naturali come pietre, pezzi di legno, argilla bianca prelevata sulle sepolture dei mfumu a makanda, cioè dei detentori delle reliquie degli antenati, reperti prelevati da animali sacri come la pantera, il pitone, l’elefante costituiscono tra il popolo Vili del Congo preziosi cimeli conservati in speciali contenitori la cui copertura è rivestita da una crosta di argilla rossa ( R. Lehuard 1998, pag. 909).

Efficace testimone di questo intreccio tra natura e cultura è il lavoro di Junod sui riti di possessione ed esorcismo che realizzò una ricerca sul campo presso i Bantous dell’Africa sud-orientale (Thonga, Bachopi, Ndau).

Nella descrizione dell’autore, pare di vederlo il divinatore Ndau:

“ De stature moyenne, je le vois s’avancer, avec son grand musengele, sa longue canne de bambou, symbole de son office. Sur sa poitrine, et passée par-dessus ses épaules, une longue chaîne de petites cornes d’antilopes, remplies de médecines diverses. Un collier de baies blanches, alternant avec de petites pieces de bois noir, autour du cou. Un pagne négligemment poué autour des reins et l’assommoir dans la main gauche, il avait belle allure. Ses cheveux crépus assez longs avançaient sur un large front bombé et remarquablement intelligent. Des anneau de cuivre étaient glissés sur ses chevilles dines et sur ses poignets, ceci sans la surcharge qui alourdit tant la demarche gracieuse de beaucoup de femmes. Le regard était somme toute voile, souvent intérieur, sourtout dans l’extase, souvent aussi, hélas, troublé par l’alcool” (H.PH. Junod, 1934, pag. 274, 275).

Ed ancora, la cerimonia connessa agli spiriti, Marozwi, spiriti degli antenati Ndau nei paesi dei Barotse, sul fiume Zambèse.

“La cérémonie est accompagnée de danses où le possédé tient dans sa main gauche et dans sa main droite un nduku, une sorte de petite canne fort jolie très courte, et ornementée de dessins triangulaires, gravés dans une parti du bois, noircie au feu” (Ibidem, pag. 276).

E come si è visto nella descrizione di Junod, insieme ai materiali, anche le forme che la natura mette a disposizione sono appannaggio degli strumenti per i riti del divinatore.

Ne sono mirabile testimonianza le canne ed i bastoni raccolti da Willy Mestach (W. Mestach, 2007, pagg.52,53,126,127,162).

In questi oggetti, sovente, l’intervento umano è alquanto parziale e si limita ad assecondare la forma originaria del tronco o del ramo; in altri, come nel caso dello scettro Songye, lo scultore realizza un’autentica opera d’arte, pur nel rigoroso rispetto della forma originaria, scolpendo figure ed innestando sul vivo legno elementi metallici.

Tra i Fon del Benin non è inconsueto trovare sculture apotropaiche denominate Botchio, in lingua Fon da “bo” maleficio e “tchio” cadavere.
Il Botchio ha un ruolo di sentinella. Protegge il villaggio, un quartiere, una famiglia, una società segreta o un individuo. E’ insieme il garante dell’ordine e dell’armonia, divinità tutelare ed ancestrale. Spesso questa scultura è tagliata nel ramo di un albero denominato “roco “. Secondo una leggenda il primo uomo e la prima donna discesero sulla terra tra i rami di questo albero mitico. Il roco pertanto è legato alla nascita del mondo ed alla prima coppia primordiale ( J. Kerchache, 1996 ).
In altri casi la scultura è carica di oggetti naturali come conchiglie, piccole zucche, corde ed altro materiale sacrificale come quella illustrata destinata alla protezione dell’influsso delle spie ( S. Preston Blier, 1996 ).
La passione per la numerologia, tipica delle popolazioni africane, ci aiuta nell’interpretazione di questa figura magica.
La spia è simbolo di ambiguità e di doppiezza ed in questo feticcio sono stati volutamente scolpiti soltanto un occhio, un orecchio, un braccia e una gamba. Eliminando gli elementi “doppi” lo scultore ha ristrutturato in tal modo la figura umana su valori di unità.

Un’altra significativa antica scultura in cui l’artista ha assecondato le naturali forme del tronco dell’albero è la figura ermafrodita Dogon Niongom alta 132 centimetri, conservata al Musée du quai Branly ( M.H. 35105106), in cui lo scultore ha assecondato la sinuosità del legno in quanto pertinente alla rappresentazione della figura mitica del Nommo, antropomorfico nella metà superiore del corpo e con aspetto serpentiforme nella rimanente metà.

Anche pietre denominate sogo sono la testimonianza del Nommo , ed a buon diritto entrano nella complessa architettura cosmogonica di questo popolo della falesia maliana.
Lunghe pietre di forma fallica, invece, sono utilizzate a fini rituali nel sud del Gabon ed ugualmente, naturali o completamente scolpite, pietre similari, entrano nella ritologia di popolazioni del Cross River in Nigeria come gli oggetti naturali raccolti dai Rukuba del centro-nord della Nigeria, per i loro culti d’iniziazione o per gli altari destinati ai riti della terra ( J.C.Muller,1989 ).

I Konso dell’Etiopia utilizzano frammenti di basalto ponendoli accanto a sculture in legno per ornare le loro tombe; pietra e legno a testimonianza della presenza della natura nei riti funerari. Questa popolazione, in pratica l’unica ad avere una significativa tradizione scultorea figurativa, limitandosi gli altri popoli del bacino dell’Omo River a poggiatesta, monili e decorazioni di vario genere, ha dato vita a forme scultoree antropomorfe denominate Waka, statue a figura intera, a volte anche a dimensioni naturali, ma di norma più piccole, poi esposte sulla tomba di notabili o eroi, qualifica quest’ultima che si poteva ottenere per meriti militari o anche per aver ucciso un animale pericoloso. Mirabile e per certi versi stupefacente è stata l’azione del tempo su questo antico oggetto funerario, la cui erosione, pur mantenendo le originarie fattezze antropomorfiche del “guerriero”, ha dato vita ad un’autonoma creazione che esalta l’armonia nascosta delle venature lignee del tronco utilizzato.(v. Tribal Art, #58, 2010).

Ugualmente legata ai riti funerari Bassar del Togo è la piccola figura in fibre di rafia ritorte ed annerite denominata Unil ( la persona umana ). Questa semplice figura di origine vegetale incarna lo spirito di una donna morta e la rappresenta nel corso della cerimonia del suo secondo funerale.

Presso gli Ejagham del Camerun, gli emblemi della società segreta Ekpe sono costituiti da un graticcio in legno e fibre vegetali su cui sono disposti ossa, teschi e pelli di animali sacrificati, elementi vegetali, corde, collane. L’Ekpe raccoglie a diversi livelli iniziatici gli uomini ejagham e svolge funzioni regolatorie e giudiziarie. Un conglomerato di elementi desunti dalla natura destinato simbolicamente a guidare lo spirito delle decisioni attraverso la decifrazione dei segni gelosamente secretati all’interno dell’Ekpe.

Come scrive Le Fur, “ il faudrait plutot ici considérer l’esthétique comme l’ensemble de résonances sensibile naissant au contact de la vie des formes, allié à une communication s’appuyant sur la vue d’objets-signes.Leurs textures, leures couleurs scintillent certes dans chaque aire culturelle mais se reflètent aussi dans chaque intimité. La puissance esthétique vitalise la force latente” ( Y. Le Fur, 1990, pag 37 ).

Un altro esempio, espressione della creatività artistica e dell’abilità esecutiva di un ignoto scultore congolese del Kasai, è uno scettro di divinatore, manufatto di forte potenza evocativa e rimarcabile qualità estetica.(Ancienne collection Carlo Lamote, photographe cinéaste pour la télévision congolaise « Société Congovox » 1966).

Tagli sicuri e decisi ed una sorprendente spontaneità d’esecuzione connotano questo oggetto ligneo lungo 46 centimetri.
Lo scettro è infatti intagliato in un ramo seguendo la forma originaria ed è diviso in tre segmenti; l’impugnatura è nel segmento centrale, come denotano lo spessore consunto del legno e la sua patina più chiara, testimonianze di lungo utilizzo rituale.
Una piccola tasca di pelle animale cucita intorno al ramo è destinata a contenere la carica magica.
Alla sommità dello scettro c’è una figura probabilmente femminile; un lungo serpente con il corpo arrotolato intorno al ramo poggia la testa ad una gamba della figura che si slancia verso l’alto.
Ha il collo allungato e inanellato, la nuca, il dorso ed il ventre sono segnati da profonde scarificazioni a zigzags. Anche l’acconciatura, ornata da una calotta a forma di losanga, è incisa con motivi geometrici.
Le braccia della figura sono ripiegate sul torso, una sulla spalla e l’altra sul ventre.
Due piccoli fori posteriori, infine, sono destinati a contenere la carica magica anale.

La patina bruno-aranciata del legno conserva le spesse tracce scure dei versamenti sacrificali.

L’origine di questo oggetto è di difficile definizione anche se per tanti elementi, scarificazioni, collo allungato e inanellato, forma della testa, acconciatura, la riconducono all’area culturale Kuba-Ndengese.
L’esistenza inoltre di cariche magiche suggerisce che questo oggetto sia stato lo strumento di un divinatore che lo utilizzava in rituali propiziatori o iniziatici.

Natura e cultura si fondono in questo manufatto tra forme naturali del legno, pelle animale e gli elementi rituali: un unicum di forte carica simbolica .
Una “trasformazione alchemica” che riconsegna al divinatore ciò che la natura stessa ha prodotto spontaneamente e l’intervento dell’uomo ha consacrato.

Circa i significati dei simboli proposti dallo scettro si possono soltanto esprimere alcune ipotesi alla luce delle conoscenza attuali.
La posizione delle braccia della figura non è inusuale nell’iconografia Kuba-Ndengese (J. Cornet, 1972, p. 262 e F. Neyt, 1981, pag.177).

In particolare il braccio destro sul ventre potrebbe essere inteso come il gesto che controlla il mambu, cioè “quello che deve essere detto” e l’intensità con la quale esprimerlo (R. F. Thompson, 2002, pag. 67).

Ugualmente sconosciuto è il significato del serpente, congiunto alla figura femminile, che rinvia a contenuti di sincretismo cristiano in un oggetto di ispirazione sciamanico/divinatoria.
Il serpente è forse l’animale più rappresentato nella simbologia di tutti i tempi, antenato mitico, vivificatore, simbolo della cura, animale originario alle sorgenti della vita e della libido, ma anche temuto ed esorcizzato quale ancestrale rappresentazione della sconosciuta energia psichica del profondo (De Martino,1973).
Presso molti popoli della Nigeria e del Congo quali Yoruba,Igbo, Songye, Luba, il serpente per la sua assenza di articolazioni e fluidità di movimento è associato alle origini primordiali, all’acqua, alla pioggia ed è chiamato “arco in cielo”, a rappresentare il legame fra le divinità del cielo e quelle dell’acqua il cui rimando è in ogni caso alla fecondità (R. Mavoungou Pambou, 1997, pag. 95)

Suggestiva poi, è la leggenda narrata da Cornet ( AAN, #17,1976), nella quale una donna Ndengese, Gunji Ilunga, dopo varie vicissitudini, dà vita alla società maschile “Totshi”, caratterizzati da una coiffure denominata emat’eyeye ornata da due appendici assimilabili alle orecchie, il tipico copricapo di rafia finemente intrecciato a motivi geometrici, che rinvia alla forma dell’acconciatura della figura dello scettro con la losanga incisa sul capo.

Gunji Ilunga unica femmina tra tanti maschi. Che sia proprio lei, la testimone di questa storia, quella figura sulla sommità del bastone?

Chissà? Rituali perduti, ormai vestigia di un passato affidato agli immensi spazi dei territori d’Africa.

A noi rimane la bellezza di una forma sinuosa della natura, un semplice ramo divenuto fine oggetto artistico nelle mani dell’abilità creativa di uno sconosciuto scultore della foresta.

Ndengese part.

Bibliographie

Nanette Jacomijn Snoep, “Recette des Dieux. Esthétique du fétiche“, Musée Quai Branly, Paris, 2009.

Anonimo, Catalogue Exposition “Magie en Afrique Noire “, Musée Barbier-Muller, Géneve, 1987.

Raoul Lehuard “Art Bakongo Insigne de Pouvoir. Le sceptre“, AAN, Arnouville, 1998

H. Ph. Junod, “Les cas de possession et l’Exorcisme chez les Vandau“, en Africa: Journal of the International African Institute, Vol 7, No. 3 , Jul, Edinburgh University Press, Edinburgh, 1934.

Willy Mestach , Catalogue Exposition “L’intelligence des Formes”, Tribal Art, Bruxelles, 2007.

Jacques Kerchache, Catalogue Exposition “Botchio, sculptures Fon, Béni “, Limoges, 1996

Suzanne Preston Blier “African Vodon. Art, Psychology and Power”, Chicago, London, 1995

Jean-Claude Muller, “La calebasse sacrée. Initiations Rukuba ( Nigeria central ) “, éditions de la Pensée Sauvage, Presses universitaires de Montréal, Montréal, 1989

Yves Le Fur, Catalogue Exposition “Résonances”, Musée Dapper Paris, Paris, 1990.

Joseph Cornet, “Art de l’Afrique Noire au Pays du fleuve Zaire“, Bruxelles, 1972.

Francois Neyt, “Arts traditionells et histoire au Zaire”, Université Catholique de Louvain, Louvain, 1981

Robert Farris Thompson, “La gestuelle Kongo”, en Catalogue Exposition “Le Geste Kongo”, Musée Dapper, Paris, 2002.

Ernesto De Martino, ”Il mondo magico”, Boringhieri, Torino, 1973

René Mavoungou Pambou, “Proverbe chez les Bavili”, Bajag- Meri Eds 1997

Joseph Cornet, “A propos des statues Ndengese” en Arts d’Afrique Noire, n° 17, Arnouville, 1976.

http://artidellemaninere.forumattivo.it/t314-kuba-n-dengese-people-diviner-s-scepter-feticheur-west-kasai-congo

ELIO REVERA

Sommità Scettro Ndengese

LO SCETTRO DEL DIVINATORE
Forme e materiali della natura nella tradizione “magica” dell’Africa
di Elio Revera

E’ probabilmente nei territori della divinazione e dei ”riti magici” che la creatività dei popoli africani fonde la propria cultura originaria con gli elementi naturali .
I manufatti idonei a queste attività sciamaniche, infatti, non a caso, sono strettamente connessi con gli elementi naturali, siano essi vegetali, minerali o animali, messi a disposizione dalla natura dei luoghi.
Questi oggetti, accidentati, distorti dal caso, come le pietre di fiume, torsi di liana, radici aggrovigliate, escrescenze arboree costituiscono, infatti, elemento di propizio supporto per la “divinazione “.
Sono combinazioni della natura che si trovano sovente negli utensili del divinatore in quanto idonei a catturare e trattenere l’energia necessaria ai riti, e spesso, sono scelti anche in funzione del luogo di ritrovamento o della cura per la quale saranno utilizzati.

“Les objets de divination sont aussi bien des sculptures elaborées que des contenants informes (paquests) ou préfabriqués (panniers, boites, bouteilles). Cornes fourrées de matierès heteroclites sacs bourrés, fermés et noués, coquillages remplis de substances indéfinissablas, cimentés à la résine ou à la graisse animale. Tous ces objets donnent une impression de contenance: les pouvoirs ont été captures et sont sous contrôle.
Ce n’est pas la forme qui determine la signification et la function de l’objet mais ce q’il cache à l’intérieur, ce q’il contient.
S’ensuit l’effect du déballage et de la surprise: le contenu est révélé pendant un bref instant à celui qui le consulte, avant d’être refermé et emballé de nouveau” (N. J. Snoep, 2009, pag. 18).

La natura stessa pertanto, fornisce all’inventiva dell’uomo i medesimi strumenti destinati a controllarla nei suoi eccessi, quando le popolazioni sono vittime di eventi ostili ed inspiegabili.

E’ proprio nello scambio tra natura/uomo/natura che il divinatore trae l’energia del rito al fine di ricondurre all’equilibrio ciò che è minacciato, alterato o sconquassato.
L’ordine al quale tende il divinatore è l’ordine naturale delle cose, al flusso armonico degli eventi, al ripristino dell’armonia minacciata da fatti che la mente non può spiegare ed ai quali lui soltanto può porre rimedio.

“La magie est l’arme que nous avons à l’aube des temps, trouvé pour combattre l’ennemi inconnu qui cause les maladies, les mauvaises ricolte, la raréfaction du tibie et pour se garder de la méchanceté inévitable de nos prochains. C’est un outil au même titre que le silex et l’amadou (quand il s’agit de faire le feu) ou la lance (s’il faut se défendre contre le lion et l’ours). Souvent sont usage fut enseigné par un héros culturel ou une divinité bien veillante…en général, le sorcier possède des pouvoirs, une science, qui lui confèrent une situation à part dans la société” (Musée Barbier Muller, 1987, pag. 2).

E questi “prodotti della natura” ricevono grandi attenzioni e sono destinati ad essere accuratamente custoditi per il loro prezioso e recondito significato.

Elementi naturali come pietre, pezzi di legno, argilla bianca prelevata sulle sepolture dei mfumu a makanda, cioè dei detentori delle reliquie degli antenati, reperti prelevati da animali sacri come la pantera, il pitone, l’elefante costituiscono tra il popolo Vili del Congo preziosi cimeli conservati in speciali contenitori la cui copertura è rivestita da una crosta di argilla rossa ( R. Lehuard 1998, pag. 909).

Efficace testimone di questo intreccio tra natura e cultura è il lavoro di Junod sui riti di possessione ed esorcismo che realizzò una ricerca sul campo presso i Bantous dell’Africa sud-orientale (Thonga, Bachopi, Ndau).

Nella descrizione dell’autore, pare di vederlo il divinatore Ndau:

“ De stature moyenne, je le vois s’avancer, avec son grand musengele, sa longue canne de bambou, symbole de son office. Sur sa poitrine, et passée par-dessus ses épaules, une longue chaîne de petites cornes d’antilopes, remplies de médecines diverses. Un collier de baies blanches, alternant avec de petites pieces de bois noir, autour du cou. Un pagne négligemment poué autour des reins et l’assommoir dans la main gauche, il avait belle allure. Ses cheveux crépus assez longs avançaient sur un large front bombé et remarquablement intelligent. Des anneau de cuivre étaient glissés sur ses chevilles dines et sur ses poignets, ceci sans la surcharge qui alourdit tant la demarche gracieuse de beaucoup de femmes. Le regard était somme toute voile, souvent intérieur, sourtout dans l’extase, souvent aussi, hélas, troublé par l’alcool” (H.PH. Junod, 1934, pag. 274, 275).

Ed ancora, la cerimonia connessa agli spiriti, Marozwi, spiriti degli antenati Ndau nei paesi dei Barotse, sul fiume Zambèse.

“La cérémonie est accompagnée de danses où le possédé tient dans sa main gauche et dans sa main droite un nduku, une sorte de petite canne fort jolie très courte, et ornementée de dessins triangulaires, gravés dans une parti du bois, noircie au feu” (Ibidem, pag. 276).

E come si è visto nella descrizione di Junod, insieme ai materiali, anche le forme che la natura mette a disposizione sono appannaggio degli strumenti per i riti del divinatore.

Ne sono mirabile testimonianza le canne ed i bastoni raccolti da Willy Mestach (W. Mestach, 2007, pagg.52,53,126,127,162).

In questi oggetti, sovente, l’intervento umano è alquanto parziale e si limita ad assecondare la forma originaria del tronco o del ramo; in altri, come nel caso dello scettro Songye, lo scultore realizza un’autentica opera d’arte, pur nel rigoroso rispetto della forma originaria, scolpendo figure ed innestando sul vivo legno elementi metallici.

Tra i Fon del Benin non è inconsueto trovare sculture apotropaiche denominate Botchio, in lingua Fon da “bo” maleficio e “tchio” cadavere.
Il Botchio ha un ruolo di sentinella. Protegge il villaggio, un quartiere, una famiglia, una società segreta o un individuo. E’ insieme il garante dell’ordine e dell’armonia, divinità tutelare ed ancestrale. Spesso questa scultura è tagliata nel ramo di un albero denominato “roco “. Secondo una leggenda il primo uomo e la prima donna discesero sulla terra tra i rami di questo albero mitico. Il roco pertanto è legato alla nascita del mondo ed alla prima coppia primordiale ( J. Kerchache, 1996 ).
In altri casi la scultura è carica di oggetti naturali come conchiglie, piccole zucche, corde ed altro materiale sacrificale come quella illustrata destinata alla protezione dell’influsso delle spie ( S. Preston Blier, 1996 ).
La passione per la numerologia, tipica delle popolazioni africane, ci aiuta nell’interpretazione di questa figura magica.
La spia è simbolo di ambiguità e di doppiezza ed in questo feticcio sono stati volutamente scolpiti soltanto un occhio, un orecchio, un braccia e una gamba. Eliminando gli elementi “doppi” lo scultore ha ristrutturato in tal modo la figura umana su valori di unità.

Un’altra significativa antica scultura in cui l’artista ha assecondato le naturali forme del tronco dell’albero è la figura ermafrodita Dogon Niongom alta 132 centimetri, conservata al Musée du quai Branly ( M.H. 35105106), in cui lo scultore ha assecondato la sinuosità del legno in quanto pertinente alla rappresentazione della figura mitica del Nommo, antropomorfico nella metà superiore del corpo e con aspetto serpentiforme nella rimanente metà.

Anche pietre denominate sogo sono la testimonianza del Nommo , ed a buon diritto entrano nella complessa architettura cosmogonica di questo popolo della falesia maliana.
Lunghe pietre di forma fallica, invece, sono utilizzate a fini rituali nel sud del Gabon ed ugualmente, naturali o completamente scolpite, pietre similari, entrano nella ritologia di popolazioni del Cross River in Nigeria come gli oggetti naturali raccolti dai Rukuba del centro-nord della Nigeria, per i loro culti d’iniziazione o per gli altari destinati ai riti della terra ( J.C.Muller,1989 ).

I Konso dell’Etiopia utilizzano frammenti di basalto ponendoli accanto a sculture in legno per ornare le loro tombe; pietra e legno a testimonianza della presenza della natura nei riti funerari. Questa popolazione, in pratica l’unica ad avere una significativa tradizione scultorea figurativa, limitandosi gli altri popoli del bacino dell’Omo River a poggiatesta, monili e decorazioni di vario genere, ha dato vita a forme scultoree antropomorfe denominate Waka, statue a figura intera, a volte anche a dimensioni naturali, ma di norma più piccole, poi esposte sulla tomba di notabili o eroi, qualifica quest’ultima che si poteva ottenere per meriti militari o anche per aver ucciso un animale pericoloso. Mirabile e per certi versi stupefacente è stata l’azione del tempo su questo antico oggetto funerario, la cui erosione, pur mantenendo le originarie fattezze antropomorfiche del “guerriero”, ha dato vita ad un’autonoma creazione che esalta l’armonia nascosta delle venature lignee del tronco utilizzato.(v. Tribal Art, #58, 2010).

Ugualmente legata ai riti funerari Bassar del Togo è la piccola figura in fibre di rafia ritorte ed annerite denominata Unil ( la persona umana ). Questa semplice figura di origine vegetale incarna lo spirito di una donna morta e la rappresenta nel corso della cerimonia del suo secondo funerale.

Presso gli Ejagham del Camerun, gli emblemi della società segreta Ekpe sono costituiti da un graticcio in legno e fibre vegetali su cui sono disposti ossa, teschi e pelli di animali sacrificati, elementi vegetali, corde, collane. L’Ekpe raccoglie a diversi livelli iniziatici gli uomini ejagham e svolge funzioni regolatorie e giudiziarie. Un conglomerato di elementi desunti dalla natura destinato simbolicamente a guidare lo spirito delle decisioni attraverso la decifrazione dei segni gelosamente secretati all’interno dell’Ekpe.

Come scrive Le Fur, “ il faudrait plutot ici considérer l’esthétique comme l’ensemble de résonances sensibile naissant au contact de la vie des formes, allié à une communication s’appuyant sur la vue d’objets-signes.Leurs textures, leures couleurs scintillent certes dans chaque aire culturelle mais se reflètent aussi dans chaque intimité. La puissance esthétique vitalise la force latente” ( Y. Le Fur, 1990, pag 37 ).

Un altro esempio, espressione della creatività artistica e dell’abilità esecutiva di un ignoto scultore congolese del Kasai, è uno scettro di divinatore, manufatto di forte potenza evocativa e rimarcabile qualità estetica.(Ancienne collection Carlo Lamote, photographe cinéaste pour la télévision congolaise « Société Congovox » 1966).

Tagli sicuri e decisi ed una sorprendente spontaneità d’esecuzione connotano questo oggetto ligneo lungo 46 centimetri.
Lo scettro è infatti intagliato in un ramo seguendo la forma originaria ed è diviso in tre segmenti; l’impugnatura è nel segmento centrale, come denotano lo spessore consunto del legno e la sua patina più chiara, testimonianze di lungo utilizzo rituale.
Una piccola tasca di pelle animale cucita intorno al ramo è destinata a contenere la carica magica.
Alla sommità dello scettro c’è una figura probabilmente femminile; un lungo serpente con il corpo arrotolato intorno al ramo poggia la testa ad una gamba della figura che si slancia verso l’alto.
Ha il collo allungato e inanellato, la nuca, il dorso ed il ventre sono segnati da profonde scarificazioni a zigzags. Anche l’acconciatura, ornata da una calotta a forma di losanga, è incisa con motivi geometrici.
Le braccia della figura sono ripiegate sul torso, una sulla spalla e l’altra sul ventre.
Due piccoli fori posteriori, infine, sono destinati a contenere la carica magica anale.

La patina bruno-aranciata del legno conserva le spesse tracce scure dei versamenti sacrificali.

L’origine di questo oggetto è di difficile definizione anche se per tanti elementi, scarificazioni, collo allungato e inanellato, forma della testa, acconciatura, la riconducono all’area culturale Kuba-Ndengese.
L’esistenza inoltre di cariche magiche suggerisce che questo oggetto sia stato lo strumento di un divinatore che lo utilizzava in rituali propiziatori o iniziatici.

Natura e cultura si fondono in questo manufatto tra forme naturali del legno, pelle animale e gli elementi rituali: un unicum di forte carica simbolica .
Una “trasformazione alchemica” che riconsegna al divinatore ciò che la natura stessa ha prodotto spontaneamente e l’intervento dell’uomo ha consacrato.

Circa i significati dei simboli proposti dallo scettro si possono soltanto esprimere alcune ipotesi alla luce delle conoscenza attuali.
La posizione delle braccia della figura non è inusuale nell’iconografia Kuba-Ndengese (J. Cornet, 1972, p. 262 e F. Neyt, 1981, pag.177).

In particolare il braccio destro sul ventre potrebbe essere inteso come il gesto che controlla il mambu, cioè “quello che deve essere detto” e l’intensità con la quale esprimerlo (R. F. Thompson, 2002, pag. 67).

Ugualmente sconosciuto è il significato del serpente, congiunto alla figura femminile, che rinvia a contenuti di sincretismo cristiano in un oggetto di ispirazione sciamanico/divinatoria.
Il serpente è forse l’animale più rappresentato nella simbologia di tutti i tempi, antenato mitico, vivificatore, simbolo della cura, animale originario alle sorgenti della vita e della libido, ma anche temuto ed esorcizzato quale ancestrale rappresentazione della sconosciuta energia psichica del profondo (De Martino,1973).
Presso molti popoli della Nigeria e del Congo quali Yoruba,Igbo, Songye, Luba, il serpente per la sua assenza di articolazioni e fluidità di movimento è associato alle origini primordiali, all’acqua, alla pioggia ed è chiamato “arco in cielo”, a rappresentare il legame fra le divinità del cielo e quelle dell’acqua il cui rimando è in ogni caso alla fecondità (R. Mavoungou Pambou, 1997, pag. 95)

Suggestiva poi, è la leggenda narrata da Cornet ( AAN, #17,1976), nella quale una donna Ndengese, Gunji Ilunga, dopo varie vicissitudini, dà vita alla società maschile “Totshi”, caratterizzati da una coiffure denominata emat’eyeye ornata da due appendici assimilabili alle orecchie, il tipico copricapo di rafia finemente intrecciato a motivi geometrici, che rinvia alla forma dell’acconciatura della figura dello scettro con la losanga incisa sul capo.

Gunji Ilunga unica femmina tra tanti maschi. Che sia proprio lei, la testimone di questa storia, quella figura sulla sommità del bastone?

Chissà? Rituali perduti, ormai vestigia di un passato affidato agli immensi spazi dei territori d’Africa.

A noi rimane la bellezza di una forma sinuosa della natura, un semplice ramo divenuto fine oggetto artistico nelle mani dell’abilità creativa di uno sconosciuto scultore della foresta.

Ndengese part.

Bwa people, Kobiay Mask, Dédougou, western Burkina Faso

bwa_211

End of 19th century
Wood, pigments
H. 11,4 in/ 29 cm

Private collection Milano
Photo by Luca Del Pia
Arti delle Mani Nere All Rights Reserved

Provenance:

-American Private Collection
-Norman Hurst, Cambridge, MA
-Dalton Somaré Gallery, Milan

The Bwa face masks, traditionally worn with a suit of plant fibers that conceals the dancer’s body, giving shape to the spirits that inhabit the founding myths of their family clans.
Famous for the great abstraction of their forms, these masks, unlike the majority of African masks, frequently contain a pictorial element which consists of geometric designs traditionally made in black, red and white.
The masks with a strong ridge front are usually prerogative of the endogamous blacksmith groups and are called kobiay between Bwa and hombo between Winiama.

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They are related to a mythological tale in which a group of blacksmiths, driven from his own village, was saved when crossing a marsh by the spirit that lived there (called kobiay or hombo).
These masks dance every year in celebration of that event.
This mask shown is particularly strictly for the accuracy of its geometry and the synthesis of its forms that nothing grant to the decoration.
The ability to execution of this unknown carver reached high levels in the bold formal solutions.
In fact, shapes, volumes and symmetries are perfectly matched in space and merge into an abstract harmony of great constructive power.
The result is an artifact that combines the features of the ancestral evocation with a strong geometric rigor that give to the mask a great expressive force.

bwa_pr11

Bibliography:

-Grace & Wheelock, Art from Upper Volta, 1975
-Goodall, Art of Upper Volta from the Collection of Maurice Bonnefoy, 1976
-Skougstad, Traditional Sculpture from Upper Volta, 1978
-Robbins, Traditional Sculpture from Upper Volta, 1979
-Roy, The Art of the Upper Volta Rivers, 1987
-Bastin, Introduction aux Arts d’Afrique Noire, 1990
-Roy & Wheelock, Land of Flying Masks, 2007

Maschera Bwa Kobiay, Dédougou, Burkina Faso occidentale

Fine XIX secolo
Legno, pigmenti
H. 29 cm

Collezione privata, Milano
Foto Luca Del Pia
Arti delle Mani Nere All Rights Reserved

bwa_fr12

Le maschere facciali Bwa, tradizionalmente indossate su un costume di fibre vegetali che dissimula il corpo del danzatore, danno forma agli spiriti che popolano i miti fondatori dei loro clan familiari.
Famose per la grande astrazione delle loro forme, queste maschere, a differenza della maggioranza delle maschere africane, contengono frequentemente un elemento pittorico che consiste in decorazioni geometriche tradizionalmente realizzate nei colori nero, rosso e bianco.
Le maschere dotate di una forte cresta frontale sono usualmente prerogativa dei gruppi endogami dei fabbri e sono chiamate kobiay tra i Bwa e hombo tra i Winiama. Esse sono collegate a un racconto mitologico nel quale, un gruppo di fabbri, scacciato dal proprio villaggio fu salvato nell’attraversamento di una palude dallo spirito che vi abitava (chiamato appunto kobiay o hombo).
Queste maschere danzano ogni anno nella celebrazione di quell’evento.
La maschera in oggetto è particolarmente rigorosa per l’esattezza delle sue geometrie e per la sinteticità delle sue forme che nulla concedono alla decorazione.
La capacità esecutiva di questo ignoto scultore raggiuge stupefacenti livelli nelle ardite soluzioni formali.
Forme, volumi e simmetrie infatti, sono perfettamente calibrati nello spazio e si fondono in un’astratta armonia di grande potenza costruttiva.
Il risultato è un manufatto che unisce le caratteristiche di ancestrale evocazione ad un fortissimo rigore geometrico che conferiscono alla maschera uno straordinario vigore espressivo.

A cura Elio Revera
Altro in :http://artidellemaninere.forumattivo.it/t368-bwa-people-kobiay-mask-dedougou-western-burkina-faso

Ha parole il silenzio?

Queste sono parole. Cerco invece il silenzio e lo cerco perché il mio sguardo sulle Arti Africane, nel silenzio, ritrova un originario archetipo.

Non il solo, evidentemente, ma questo del SILENZIO è a mio avviso, forte, potente e nell’assenza di voce e rumore, parla al nostro cuore.

Ma quale silenzio?

Nell’espressività scultorea africana, sono possibili varie interpretazioni; il mio sguardo coglie nella qualità del silenzio di certi volti, la precisa matrice che i miei antenati latini affermavano col termine silère in contrapposizione a tacere.

Come ha scritto L. Heilmann, la differenza che caratterizza sileo e taceo, l’uno di fronte all’altro, è da vedere nell’opposizione tra la coscienza del silenzio come realtà che si crea e la constatazione del silenzio cioè dell’assenza, della privazione di suono e parola.

Così che il “tacere”, allora, è zittirsi, arrestarsi, cioè muti dinanzi alla realtà divina, mentre “silere” è entrare nella divinità, divenendo partecipi di quella stessa ineffabile realtà (Pier Cesare Bori).

E questo è l’archetipo del silenzio della scultorea africana, dei suoi volti, dei suoi occhi e bocche: il silenzio quale atto di volontà indispensabile per la comunicazione interiore con le forze dell’invisibile che regolano e destinano le gesta dell’individuo e della sua comunità.

Nkundu volto
Nkundu, Congo, coll. privata, Italia

C’è in questo grido soffocato l’anelito ad una comunicazione con gli spiriti che regolano i destini umani ed insieme la ieratica concentrazione del gesto mistico.
Questo volto non tace per assenza di parole; il suo silère è al contrario l’espressione della volontà di creare quello spazio mistico che è indispensabile per la comunicazione con le divinità.
Uno spazio di silenzio voluto e combattivo a cui paiono ininfluenti, anzi dannose, parole, invocazioni e grida.

Teke,part.testa
Teke, Congo, coll. privata, Italia

Ineffabile la qualità espressiva del silère di questa figura Teke!
La verticalità dell’impostazione scultorea del volto, i tatuaggi facciali, il rigore esecutivo di ogni singolo millimetro restituiscono un’espressione di potente concentrazione in cui l’autentico significato è quello di compenetrare la comunicazione con le potenze dell’invisibile.
A nulla varrebbe infatti uno sguardo sgranato sul mondo se non a confondere, distrarre ed, in definitiva, ad allontanare il rapporto con quelle forze che regolano il destino della comunità.

Basikasingo1
Basikasingo, Congo, coll. privata, Italia

La “grande arte del sonno” è stata definita quella della scultorea Basikasigo (L. Zangrie). Concordo in parte. Condivido questa definizione sul piano meramente descrittivo, laddove è evidente l’espressione assente dettata dalle palpebre chiuse.

Dissento però da questa efficace interpretazione, se non afferma anche il significato simbolico di questo gesto. Gli occhi sono chiusi perché nulla hanno da vedere del mondo reale e la comunicazione con le potenze divine non può che avvenire in quello spazio mistico di silente concentrazione che soltanto una rigorosa attenzione al mondo interiore può indurre. Un sonno, di conseguenza, affatto passivo…un sonno bensì… rivelatore!

In questo lavoro non intendo soffermarmi più a lungo sul significato qualitativo della scultorea africana, che consegue a quanto ho scritto.
Appare però evidente che la capacità realizzativa dello scultore/fabbro è in diretta relazione con la sua perizia esecutiva nel rappresentare il gesto ieratico del silère, la sua importanza, il suo valore simbolico.

Ed allora, tanto più povere ed inadeguate appaiono invece quelle sculture incerte e caricaturali dove il silenzio, invece che essere interiorizzato, è udito tanto quanto il rumore, nelle ore di punta delle nostre metropoli!!

Elio Revera

Bamana people, Ciwarakun (Chi-wara) or Sogonikun (Sogoni-kun), Headdress Sculpture, Sikasso Region (?), Mali

Chiwara

Materials: wood, pigment
H. 15,9 in./ cm 40,5
Last quarter 19th century

Private collection Italy
Photo Courtesy Pietro Paletti
Arti delle Mani Nere All Rights Reserved

Provenance

-Harrie Heinemans coll. Eindhoven
-May Weber Foundation. Chicago
-Pierre Loos coll. Bruxelles
-Bernard Dulon coll. Paris
-Dalton-Somaré Gallery Milano


Exhibition

-Afrika Museum, Berg en Dal, 1986

-Parcours des Mondes, Paris, 2002

-Sculture Africane in collezioni private italiane, Gall. Dalton-Somaré, Milano, 2004

-L’Africa delle Meraviglie. Arti Africane nelle collezioni italiane. Museo Palazzo Ducale, Genova, 31th December 2010 – 5th June 2011

Africa. La terra degli spiriti. Museo delle Culture (Mudec), Milano, 27 marzo/ 30 agosto 2015

Africa La terra degli spiriti

Published

-African art. The May Weber Foundation. Catalog #1, Chicago,1983, pag.71, b/n.

-Afrika Museum, Berg en Dal, 1986, pag. 36

-The pleasure of collecting African art – The Harrie Heinemans Collection, Eindhoven, 1986, # 56

-Primitive Kunst, Archeologie, Bernaerts, Antwerp, 15/XII/1999, Lot. 1257, color

-Tribal Le magazine de l’art tribal, # 1, Bruxelles, 2002, pag. 34

-Vittorio Carini, A Hidden Heritage – Sculture africane in collezioni private italiane, Milano, 2004, # 30

-Ivan Bargna, L’arte in Africa, Jaca Book, Milano, 2008, pag.24, #1 color

-Bargna I, e Parodi da Passano G., L’Africa delle meraviglia – Arti africane nelle collezioni italiane, Genova,2010, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (MI), pag. 51, color

-AA.VV, Africa. Terra degli spiriti, a cura di Gigi Pezzoli e Claudia Zevi, 2015, Milano, 24 Ore Cultura ed. pag. 308, color

Chiwara 1

“This antelope head was formerly attached to a basketry heat.
It is knows as a Chi-wara (often also spelled Tyi-wara),which literally translated means “farming beast”.
The sculptures were sometimes also called Sogoni-kun, or “little animal head.” This headdress sculpture is highly abstract.
A similar tipology of Chi-wara is in the Musée du Quai Branly (Inv. no. 73.1964.14.9). A more exact identification of the style area of origin is not however indicated.

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Courtesy Musée du Quai Branly

The antelope headdress was worn in performances that emphasized the importance of agriculture to the Bamana. The word “Chi-wara” has multiple meanings. It can refer to the cult of agricultural fertility in general, it can designate the mythical creature that brought farming to the Bamana, or a specific successful farmer or a particular farming tool, or it can mean the secular dance performances, songs, and costumes that even nowadays occur in celebration of a good harvest.
Just as the Chi-wara does, the Sogoni-kun also appears at agricultural festivals, albeit the Bamana borrowed the latter from their Wasulunke neighbours in southwest Mali.
The antelope headdresses were made by blacksmiths. Among the Bamana, they are generally also carvers. A characteristic of Bamana artistic and cultural life, which is also present among the Dogon, Malinke, Senufo, Tuareg, and other groups in the geographic zone knows as Sahel/Savanna, is the existence of artist “cells”.

Most Bamana artists belong to a recognized distinct class of peoples known collectively as Nyamakalaw. They do not intermarry whit Horon, the majority of the population, comprised largely of farmers and traders. As Barbara Frank writes, it is not uncommon for these artists to suggest that they are of an entirely different ethnic origin, that their ancestor existed before the Bamana, and that they were smelting iron, carving wood, and making pots before the Bamana could hunt, farm, or cook. In fact, the development of craft specialization among the Bamana was a complex process that entailed the concentration of ritual authority and technical expertise within certain clans, awarding them exclusive rights to particular domains.
This history also includes interactions – some peaceful, some violent¬- among a wide range of peoples across the region. Bamana society is today, and has long been a heterogeneous one (Frank 2001,p.45).

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Courtesy “The pleasure of collecting African art – The Harrie Heinemans Collection”

The Chi-wara and the Sogoni-kun produced by the Nyamakalaw communicate important local aesthetic ideas. The elegant simplicity is expressed by the term Jayan, which has connotations signifying both abstraction and reduction, alludes to the “search for the real meaning of things” (McNaughton 1988, pp.107-109).
Other terms which express aesthetic notions include Nyènyèn (design) and Jago (added decoration).
These concepts have also proven to be very attractive to Western observers and art aficionados. André Derain and Fernand Léger were among the early collectors of Chi-wara.” (Bettina von Lintig, 2011, p.202)

The perfect balance of shapes and volumes, the fantastic and unnatural movement of the horns, the solid body posture of the antelope, make this sculpture a wonderful example of the great artistic creativity and expertise of the executive of Banama people.

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For this reason, because of its intrinsic and expressive beauty and rarity of this specific type, Harrie Heinemans counted this Chi-wara as a favorite among the many that had, and made the logo of his collection, as it appears on the cover of the catalog exposure to the Afrika Museum in Berg en Dal devoted to his collection in 1986.

Chiwara cover
Courtesy, “The pleasure of collecting African art – The Harrie Heinemans Collection”, 1986, cover

Bibliography

-Golwater R.J., Bambara Sculpture from the Western Sudan, New York, Museum of Primitive Art, 1960
-Imperato P., The Dance of Tyi wara, African Arts, Los Angeles, Autumn, 1970
McNaugthon P.R., Secret Sculptures of Komo: Art adn Power In Bamana (Bambara) Initiation Associations, Institite For the Study of Human Issues, 1979
-Zahan, D., Antilopes du soleil. Arts et rites agraires de l’Afrique noire, A. Schandll, Vienna, 1980
-Brink, J.T., Antelope Headress (Chi Wara), in Susan Vogel, For Spirits and King, NewYork, Met, 1981
-Imperato P., Sogoni koun, African Arts, Los Angeles 14, 2,1981
-McNaughton P.R., The Mande Blacksmiths: knowledge, Power, and Art in West Africa, Indiana University Press, 1988
-Brett-Smith S.C., The Making of Bamana Sculpture: Creativity and Gender, Cambridge University Press, 1994
-Colleyn, J.P., Bamanaya, un art de vivre, Centro Studi Archeologia Africana, Milano, 1998
-Wooten S.R., Antelope Headdresses nd Champion Farmers: Negotiating Meaning and Identity throgh the Mamana Chiwara Complex, African Arts, Los Angeles, 33, 2, Summer 2000, pp.18/33+ 89/90
-Frank, B.E., More Than Objects. Bamana Artistry in Iron, Wood, Clay, Leather, and Cloth, in Bamana.The arts of Existence in Mali, N.Y., 2001
-AA.VV., Bamana. Un art et un savoir-vivre au Mali, Museum Rietberg, Zurich, 2002
-Colleyn, J.P., Ciwara. Chimères africaines, Musée du quai Branly, Paris, 2006
-Colleyn, J.P., Bamana, Vision of Africa, 5 Continents, Milano, 2009
-von Lintig, B.- Dubois, H., Africans Impressions.Tribal Art and Currents of Life, Milano, 5 Continents Ed., 2011

Yale University Art Gallery, No. 0019159-01

Bamana people, Ciwarakun (Chi-wara) or Sogonikun (Sogoni-kun), Headdress Sculpture, Sikasso Region (?), Mali

Legno, pigmento

H. cm 40,5
Ultimo quarto XIX sec.

Collezione privata, Italia
Foto di Pietro Paletti
Arti delle Mani Nere All Rights Reserved

“Fissata ad un intreccio di vimini, questa scultura era indossata quale copricapo nei riti legati alla coltivazione della terra dal popolo Bamana che aveva in grande considerazione il mondo dell’agricoltura. Conosciute con il nome di Chi-Wara erano talvolta denominate anche Sogoni-kun (piccola testa di animale).

Come per la Chi-wara del quai Branly, che non fa menzione della regione o dello stile di provenienza ( Inv. N. 73.1964.14.9 ), anche per questa si può soltanto ipotizzare la Regione di Sikasso quale probabile area di origine.Chiwara4

Queste sculture erano realizzate dai “fabbri” che tra i Bamana costituivano un’importante e riconosciuta categoria con elevato status sociale.
La maggior parte degli artisti Bamana appartenevano infatti a una casta denominata collettivamente con il nome di “nyamakalaw”, depositaria di una articolazione di significati rituali e cultural/artistici molto complessi e misteriosi.
Le Chi-wara e le Sogoni-kun, fabbricate nell’ambito della “nyamakalaw” veicolano importanti idee estetiche. L’elegante semplicità di una scultura come questa, è definita con il termine “jayan”; altri termini sono il “nyènèn” cioè il design e lo “jago”, la decorazione.

Tra i primi collezionisti di Chi-wara sono da annoverarsi André Derain e Fernand Lèger.”
(Bettina von Lintig, 2011, p.202)

Il perfetto equilibrio delle forme e dei volumi, lo slancio senza esitazione delle imponenti corna, a sprezzo delle leggi di natura, la solida postura del corpo dell’antilope, fanno di questa scultura un mirabile esempio della grande creatività artistica e della perizia esecutiva del popolo Bamana.

Chiwara Profilo dx

Per questo motivo, la sua intrinseca ed espressiva bellezza unitamente alla rarità, Harrie Heinemans annoverava questa Chi-wara come la preferita tra le tante che possedeva e ne fece il logo della sua collezione, come appare sulla copertina del catalogo dell’esposizione che l’Afrika Museum di Berg en Dal dedicò alla sua collezione nel 1986.

A cura di Elio Revera

Altro in: http://artidellemaninere.forumattivo.it/t1293-bamana-people-ciwarakun-chi-wara-or-sogonikun-sogoni-kun-headdress-sculpture-sikasso-region-mali

Dossier Kwele.

Avant-propos.

La qualité et la résolution du matériel photographique créée par Sotheby’s pour l’objet. 87, (Arts d’Afrique et d’Océanie, Importantes Collections, Paris Juin 17, 2009, ArchiveYale # 54972), qui représente l’une des rares figures Kwele d’autel, (cm 41)

kwele sgabello

ont permis une comparaison de style et de matériel entre l’objet et la sculpture/reliquaire (cm.79) (Couverture AAN 117/2001), qui j’ai été en mesure d’examiner et d’étudier de près avec le consentement du propriétaire.

AdAN

Les patines.

Ils montrent de fortes similitudes entre les deux patines des sculptures Kwele, tant dans les régions où le bois n’a pas été en contact avec des agents extérieurs, où le court, patine sombre brillant est désiré par le sculpteur d’origine, se trouve dans la partie arrière projetant caractérisé comme au lieu de cela, une patine très croustillante d’utilisation intense, et frotter.

Legno danneggiatoLegno danneggiato dorso. Ricettacolo magico e riparazioni indigene.

De photos en gros plan des parties devant le visage, nous voyons les couches complexes de matériel terreux, de kaolin et de matières premières, qui propose les mêmes, les deux objets.

Particolare caolino del volto. Bocca Sgabello.Particolare caolino del volto. Bocca.

Volto sgabello.Nero e caolino.Volto. Nero e caolino.

Les signes.

Voyez-vous même marque verticale gauche par les outils du sculpteur de ces deux ouvrages (sur les cheveux et le dos de la figure de l’autel et sur la poitrine/ventre de la sculpture), ce qui suggère que ces deux pièces ont été sculptées vraisemblablement avec la même technique et des outils similaires.

kwele sgabello retroSEgni sgabello

Part. segni ventrePart. segni ventre1Part. segni petto

Les bois.

Fait intéressant, dans les parties où vous pouvez voir le bois au-dessous se trouve une fois encore les mêmes caractéristiques du bois «effiloché» est l’une que l’autre figure, la couleur de lumière identique qui contraste avec le placage de bois foncé, due simplement à l’heure et le frottement naturel.

Part. sgabello materia ed usuraPartic. segni corpo e materia

Style.

Ces deux chiffres, bien que différents dans leur conception et leur utilisation, concentrer leur énergie sur l’élément «tête», qui est l’élément principal. Similarités évidentes entre les deux œuvres se retrouvent dans les solutions trouvées pour le visage, la bouche et les yeux, à l’exception des sourcils dans la figure ne sont pas gravées, parce que vous obtenez à travers les ombres claires et foncées.

Pour la figure reliquaire, qui, à ce jour est probablement unique pour les types connus, le sculpteur n’a pas créé un corp approximatif, surmonté par le masque traditionnel Kwele, mais il a fait un corps avec des solutions sculpturals audacieuses et innovantes.

Infin, la présence des autochtones restaurations de la tête du reliquiare et du corps, avec l’utilisation du cuivre accolades, certainement une fois apposée à ralentir l’ouverture de fissures dans le bois, qui ne précise pas comment ce objet a été utilisé et vénéré et combien il était important pour ceux qui détenaient.

Nuca

Les sculptures Kwele sont très très rares. Au-delà de celle-ci présentée, elles sont à mentionner la statue coll. Sieber (cm 32,4), celle, (cm 64), de l’esposition Historischen Olten Museum, (1989), et finalement la sculpture (cm 16) recueillie en 1884 par Louis Petit (1856 – 1943).

Kwele. Coll. Roy Sieberg
R. Sieber, cm 32,4

Kwele Olten Museum
Historischen Museum Olten, cm 64

Kwele coll. L.Petit France 1884
L. Petit, cm 16, recueillie en 1884

Premessa.

La qualità e la risoluzione del materiale fotografico creato da Sotheby’s per l’oggetto in asta lot. 87, a Parigi il 17 giugno 2009, (Yale # 54972), che rappresenta una delle rarissime figure d’altare Kwele (cm 41), hanno permesso un confronto stilistico e dei materiali fra quell’oggetto e la figura reliquiario che misura cm 79, ( Copertina AAN 117/2001), che ho potuto esaminare e studiare da vicino col consenso del proprietario.

Le patine.

Si evidenziano forti analogie tra le patine delle due sculture Kwele, sia nelle parti in cui la figura non è arrivata a contatto con agenti esterni, laddove insomma la patina lucida e scura è quella originale voluta dallo scultore, sia nelle parti aggettanti come quella posteriore caratterizzata invece, da una patina molto crostosa frutto dell’uso e dello sfregamento.
Dalle fotografie ravvicinate delle parti frontali del volto, si nota la complessa stratificazione di materiale terroso, caolino e materia grezza, che caratterizza nello stesso modo entrambi gli oggetti.

I segni.

Si notano analoghi segni verticali lasciati dagli strumenti dello scultore su entrambe le opere (sul retro della capigliatura della figura d’altare e sul petto/ventre del reliquiario), che fanno ritenere come questi due pezzi siano stati scolpiti presumibilmente con la stessa tecnica e con attrezzi similari.

I legni.

Interessante notare come nelle parti in cui si intravede il legno sottostante si ritrovino le stesse caratteristiche di legno “sfilacciato” sia in una che nell’altra figura, dell’identico colore chiaro che si contrappone al legno di patina più scura, dovuta semplicemente al tempo ed al naturale sfregamento.

Lo stile.

Entrambe le figure, pur diverse per concezione ed utilizzo, concentrano l’energia sul fattore “testa”, che risulta l’elemento principale .
Analogie evidenti fra le due opere si ritrovano nelle soluzioni individuate per il viso, la bocca e gli occhi, ad eccezione delle sopracciglia che nella figura in piedi non sono scolpite, perché ottenute attraverso il chiaro-scuro delle ombre.

Per la figura reliquiario, che, a tutt’oggi, è un unicum per tipologia conosciuta, lo scultore non ha creato una figura grossolana, sormontata dalla classica maschera dagli stilemi Kwele, ma ha realizzato altresì il corpo con soluzioni scultoree ardite ed innovative.

Infine, la presenza di restauri indigeni sulla testa e sul corpo del reliquiario, con l’utilizzo di graffe di rame, sicuramente apposte anticamente per rallentare l’apertura di crepe nel legno, non fa che chiarire quanto questa figura sia stata venerata ed utilizzata e quanto fosse importante per chi la deteneva.

Kwele
Coll. privata, Italia

Le sculture Kwele sono da considerarsi rarissime. Oltre a questa presentata sono da menzionare quella della coll. Sieber (cm 32,4), quella dell’esposizine del 1989 dell’Historischen Museum di Olten (cm 64), ed infine la scultura raccolta nel 1884 (cm 16) da Louis Petit (1856 – 1943).

Elio Revera