C’era una volta l’Ubangi

Mappa delle Province del Congo Belga in una cartina del 1950

Ritorno ad occuparmi dell’Ubangi anzitutto perchè amo l’arte di queste genti, per la considerazione della loro storia, dei loro misteriosi culti, della loro pratica con le forze dell’invisibile estremamente affascinanti, misteriosi e suggestivi.

Rara locandina di un reportage ed un diario di viaggio che copre i momenti salienti di una spedizione nel Congo belga con gli scienziati Dr. Louis Neuman, Dr. Jacques Maus e il dr. Daniel Daveport.

Nell’Ubangi, all’estremo nord-ovest della Repubblica Democratica del Congo, ai confini con il Centrafrica, un mosaico di popolazioni ha dato vita a manufatti con caratteristiche stilistiche affini, sebbene appartenenti a gruppi etnici diversi. Comune tra loro è l’dea di due forze antagoniste, wama e mbu, in perenne lotta per la sopravvivenza. Al riguardo, Gabriel Sévyha scritto “il wama, è innanzi tutto il medico del corpo e dell’anima, agisce sempre in una prospettiva magica perché per lui la malattia non è mai naturale. Responsabili possono essere gli mbu, entità invisibili e nefaste del mondo soprannaturale” (Le Wama des Ngbaka de la Lobaye, 1960), ( si veda: https://artidellemaninere.com/2015/12/16/wama-e-mbu-i-due-contendenti-dellubangi/).

Maschera antropomorfa Dagara, Ngbaka, Repubblica Democratica del Congo. Legno, pigmenti, fibre, metallo, h. 40,0 cm. Collezione privata, Belgio. Provenance: P. Dartevelle, Photo: Studio Asselberghs

Come nel resto dell’Africa, anche nell’Ubangi era forte la presenza di società segrete destinate a regolare la vita spirituale e materiale dei villaggi, (si veda: https://artidellemaninere.com/2015/02/15/laggiu-nellubangi/).

Tra i riti d’iniziazione più conosciuti, quello denominato gan’za o gaza era di particolare rilievo per la sua spettacolarità e valenza sociale e religiosa. Durante il complesso cerimoniale, i giovani maschi erano sottoposti alla circoncisione e le ragazze all’escissione clitoridea. Queste due maschere antropomorfe , segnate lungo il naso e la fronte dalle tipiche scarificazioni degli Ngbaka, erano denominate dagara ed utilizzate nei riti iniziatici del gan’za durante le danze per i festeggiamenti al ritorno dei neo-adulti, reduci dall’isolamento di vari mesi e dalle dure prove a cui dovevano sottoporsi durante riti d’iniziazione.

Maschera antropomorfa Dagara, Ngbaka, Repubblica Democratica del Congo. Legno, pigmenti, h. 28,0 cm. Collezione privataProvenienza: J. Vanderstraete; W.Mestach©Archives Fondation Dapper – Photo: Hughes Dubois

Maschera antropomorfa Dagara, Ngbaka, Repubblica Democratica del Congo. Legno, pigmenti, metallo (denti), h. 30,5 cm, Photo Fabio Cattabiani

Come ben descritto da Joseph Cornet (Art de l’Afrique noir au pays du fleuve Zaïre, 1972) si tratta quindi di maschere profondamente investite di significati simbolici, connotanti il pensiero degli Ngbaka ed il loro articolato mondo di credenze e liturgie.

Coppia Ngbandi, Courtesy Cleveland Museum of Art (CMOA), Ohio, USA, H. 45 e 41 cm, Photo by Howard Agriesti & Gary Kirchenbauer

Le prime informazioni sul popolo Ngbandi si devono al missionario belga Basiel Tanghe che un secolo fa pubblicò il suo studio sulla storia di questa etnia (De Ngbandi, Geschiedkundige Bijdragen, 1929). Secondo padre Tanghe, gli Ngbandi credevano nell’esistenza di un essere supremo, denominato Nzapa, che pervadeva la loro vita famigliare, sociale e religiosa, pur nell’ambito di una concezione fondamentalmente animista. La stregoneria era estremamente diffusa, ad essa si contrapponeva il kokoro, una sorta di mago dotato di capacità tali da neutralizzare i malefici dei sorciers. Come in tante regioni dell’Africa, anche la cultura di questo popolo prevedeva la presenza di società segrete; la lombé era la più importante ed i suoi membri guerrieri godevano di particolari privilegi. Il controllo sociale della comunità era affidato invece alla consorteria dei divinatori, denominata bendo, dal nome di uno spirito della foresta in grado di predire gli eventi e scoprirne i segreti.

Ngbandi, Coll. Privata USA, cm.80, Photo by Studio Philippe de Formanoir – Paso Doble

Questa scultura maschile originaria dell’Ubangi, pur appartenendo alla cultura Ngbandi, è molto affine agli stilemi artistici dei vicini Ngbaka, al punto che in alcun testi è indicata con il nome dei due popoli. Semplice, nella sua monumentale imponenza, concentra tutta la maestria dello scultore nella definizione della testa, caratterizzata da una fine capigliatura e dall’espressivo volto solcato dalle scarificazioni identitarie, visibili anche sul petto. In quest’opera, come in altre, l’enfasi nella cura della testa, rispetto al resto del corpo, non è casuale, ma una precisa connotazione del canone stilistico degli Ngbandi, a dimostrazione dell’importanza e della valenza simbolica che questa parte del corpo aveva nella loro cultura.

Elio Revera

Si ringrazia la casa editrice Skira. Le infomazioni sono tratte da un mio lavoro pubblicato sul volume Ex AFrica. Storie e Identità di un’arte universale, Milano, 2019, (vedi: https://artidellemaninere.com/2019/02/27/ex-africa-storie-e-identita-di-unarte-universale/)

3 risposte a “C’era una volta l’Ubangi

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