L’arte, nell’infanzia del tempo fu preghiera. Legno e pietra furono verità.

Ho sempre amato abbeverarmi alle fonti del passato, sebbene, sovente, siano fonti inquinate da pregiudizi e cattive interpretazioni.

E’ in conseguenza di ciò, che in questo lavoro, i protagonisti saranno i pensieri e le affermazioni dei pionieri delle Avanguardie artistiche del primo novecento.

Non intendo con questo riproporre l’annosa polemiche su Arte Africana , Cubismo, Arte astratta ecc…in altri miei scritti ho esaminato la questione e mi sono convinto che l’Arte dell’Africa Nera goda di un proprio autonomo statuto estetico. Banali semplificazioni esegetiche sono di fatto inutili e fuorvianti.

Visions make Beauty: la permanenza

Mi scrive sull’argomento Vincenzo Taranto, un collezionisata che insieme alla passione coltiva un acuto ingegno :

“Accostare un’opera d’arte africana ad un’opera d’arte occidentale è un’operazione di per sé corretta, se l’accostamento è “alla pari”. Ovvero, associare una maschera africana ad un volto di un famoso artista delle avanguardie dovrebbe avere il solo fine di far riflettere su come la vera arte non abbia confini geografici ed anzi, è proprio l’arte tribale ad aver ispirato, in molti casi, l’arte occidentale.
Quel che accade però è che l’arte occidentale è usata come stampella dell’arte africana, quasi a doverne “giustificare” il valore artistico ma soprattutto monetario.
Se il collezionismo è fatto sempre più da outsider (per lo più collezionisti di arte moderna e contemporanea), la scorciatoia più facile da imboccare è quella di presentare e vendere non una maschera Pende, ma una “estensione” di Picasso…. qualcosa vestito dall’arte europea.
Come ricorda Sally Price nel libro “I primitivi traditi”, quello che arriva alla mente del collezionista è che Les Demoiselles d’Avignon vengono prima dell’arte africana (in questo caso la maschera Pende), e non viceversa (come in realtà è).

Pablo Picasso, particolare dè Les Demoiselles d’Avignon (1907) e maschera Pende, Congo, detta della Malattia


Anche il fenomeno dell’ attribuire maestri, artisti, stili e scuole – che se fatto con studio e cognizione di causa risulta essenziale per togliere l’artista dallo sciocco (pre)concetto dell’anonimato – è diventato invece la (rin)corsa all’artista più quotato del mercato (vedi Maître de Bouaflé per i Guro).
Il silenzio, inteso come profonda riflessione sull’Arte Africana quale arte con una valenza estetica autonoma è molto spesso sostituito dal baccano fatto dai tanti Balanzone che masticano l’arte africana nel rassicurante e domestico contesto in cui “tutto rimanda all’arte
occidentale”.

Anche per questo, in questo lavoro, infatti, intendo semplicemente riproporre i pensieri originari dei pionieri del primo novecento circa la nuova scoperta artistica, gustandone la loro stupefazione naïf .

Non posso che iniziare da colui che accidentalmente si imbatté in una maschera bianca e che diede il via, almeno dal punto di vista cronologico, a tutto il movimento d’interesse per l'”arte negra”: Maurice de Vlaminck.

Alle spalle del pittore si intravedono le sagome di un Byeri Fang e di una maschera, forse Ngbandi.

Ascoltiamo il suo ricordo. “Un pomeriggio dell’anno 1905 mi trovavo ad Argenteuil. Stavo dipingendo la Senna, le imbarcazioni, le colline. Il sole batteva forte. Radunati colori e pennelli, presi la mia tela ed entrai in un’osteria…Mentre mi rinfrescavo con vino bianco, notai, posate su una mensola, tra bottiglie di Pernod, tre sculture negre…queste tre sculture mi colpirono profondamente. Ebbi l’intuizione di ciò che esse contenevano in potenza. Esse mi rivelarono l’arte negra. Riuscii, con l’insistenza dell’oste, a comprarle.

…qualche tempo dopo, un amico di mio padre si offerse di donarmi alcuni pezzi in suo possesso, poiché sua moglie voleva gettare alle immondizie quegli orrori. Mi recai da lui e portai via una gran maschera bianca e due superbe statue della Costa d’Avorio. Appesi la maschera bianca sopra il letto. Ero nello stesso tempo felice e turbato: l’arte negra mi appariva in tutto il suo primitivismo e in tutta la sua grandezza”.

A questo punto il racconto di Vlaminck assume le note di una gustosa pochade di inizio secolo.

“Quando Derain arrivò alla vista della maschera bianca, restò interdetto. Era soffocato e mi offrì venti franchi perché gliela cedessi. Rifiutai. Otto giorni dopo me ne offrì cinquanta. Quel giorno ero senza un soldo: accettai. Si portò via l’oggetto e lo sospese al muro nel suo studio di via Tourlaque. Quando Picasso e Matisse videro la maschera da Derain, essi pure ne furono sconvolti. Da quel giorno iniziò la caccia all’arte negra!”

André Derain

Penso sia il momento di mostrare quella mascherà che tanto sconvolse e mutò il corso della storia dell’arte.



Maschera Fang, Gabon .Legno dipinto, h cm 48,
Musée National d’Art Moderne Centre Georges Pompidou, Parigi

Anche Henri Matisse ha da raccontarci una sua storia.

“Passavo spesso allora per la Rue de Rennes, davanti al negozio di Padre Sauvage. Aveva in mostra delle statuette negre che mi colpirono per il loro carattere e per la purezza delle loro linee. C’era del bello, come nell’arte egiziana. Ne acquistai allora una e la mostrai a Gertrude Stein, dalla quale mi recai quel giorno. Ed ecco che arriva Picasso, il quale se ne entusiasma di colpo. Tutti si misero allora a cercare le statuette negre, che a quel tempo si trovavano assai facilmente.”

Henri Matisse

Emil Nolde, un artista danese dell’espressionismo, intuisce la forza tellurica ed universale delle opere “primitive”.

Emil Nolde, Mask Still Life III, 1911

“I prodotti artistici dei primitivi sono irreali, ritmici, ornamentali, come certo è sempre stata l’arte primitiva di tutti i popoli…Tutto ciò che è primitivo e primordiale ha sempre incatenato i miei sensi. Il grande mare rumoreggiante è ancora nel suo stato primordiale ed anche il vento, il sole, perfino il cielo stellato, sono ancora quasi come erano cinquemila anni fa”.

E non posso che concludere con il pensiero dello scultore e pittore Ugo Attardi che non ha mancato di cogliere l’elegia poetica dei manufatti africani.

Ugo Attardi

“Nella scultura negra, nelle maschere dalle fronti possenti e sporgenti, nelle ombre nere che si addensano sugli occhi di questi volti, si può cogliere buona parte del senso che ha la vicenda dell’uomo su questa terra. Su alcune di queste immagini di volti umani si riassume tutto il valore di potenza e di fragilità che ha l’uomo nel rapporto con la natura, la forza magica della sua mente ricca e maligna; si comprende quanto antico sia il suo dolore, quanta avversità la circonda, quanta conoscenza egli ha della morte, ma come sia forte, al tempo stesso, il suo seme e la sua anima”.

Tristan Tzara

Immaginifico il pensiero di Tristan Tzara, co-fondatore del Dadaismo:

“L’arte, nell’infanzia del tempo, fu preghiera. Legno e pietra furono verità”.

Elio Revera

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