Il sorriso ed il sangue degli Asante

 

Per quel che mi è dato conoscere, la scultorea lignea del popolo ghanese degli Asante o Ashanti (appartenenti alla cultura ed al gruppo etnico degli Akan, che comprende diverse popolazioni dell’Africa occidentale occupanti una vasta regione dalla Costa d’Avorio fino al Togo), si caratterizza peculiarmente per quattro tipologie di soggetti, di cui tre nettamente prevalenti.

 

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Mappa del Regno Ashanti, XIX sec. (compreso nell’attuale Repubblica del Ghana)

 

In questo lavoro non sono considerati i numerosissimi oggetti in oro o ad esso legati, ovvero quelli in metallo  e nemmeno la produzione in terracotta.

L’analisi è volutamente rivolta alle statuette lignee, escludendo gli oggetti d’uso come, ad esempio, i pur significativi sgabelli, molto rinomati nell’estetica di questo popolo.

Le quattro tipologie di cui sopra sono anzitutto rare figure sovente rappresentanti dei suonatori (https://artidellemaninere.com/2017/04/14/tamburi-lontani/ ), ed in modo ben più copioso, delle statuette che celebrano/proteggono la fertilità (akua’ba), la gravidanza e, infine, la maternità.

Queste ultime sono delle piccole figure dall’espressione trasognata, assorta, sovente sorridenti, dall’aria accogliente e ben disposta.

 

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Figure di protezione della gravidanza

 

Ma la  ritualità simbolica del popolo Asante, nella pratica quotidiana, si è espressa in eventi ben lontani da quello che musici, inni alla vita, donne gravide, madri col figlioletto, lascierebbero intuire, agli antipodi di quelle atmosfere idilliache di tranquillità e di armoniosa pace che le sculture promanano.

 

Minneapolis Institute of ArtMusée Barbier Muller GeneveSmithsonian Museum Washington

Dall’alto, Akua’ba, Minneapolis Institut of Art, a sx, Musée Barbier-Muller di Ginevra, a dx, Smithsonian Museum Washington.

Image de la femme dans l'art Africain , by H. Joubert, 2000

Maternità. Image de la femme dans l’art Africain , by H. Joubert, 2000

Il  Regno Ashanti, infatti, è  stato sempre considerato, e non a torto, uno dei più sanguinari d’Africa, con migliaia se non decine di migliaia di vittime sacrificali immolate in svariate situazioni.

Forse, non senza ragione, tali statuette hanno rappresentato la visione speculare di un ideale immaginario volto a controbilanciare la durezza della brutale ritualità perpretata nel corso dei due secoli di regno.

 

Jean Barbot six Akan heads 1678 79 Photothèque IFAN Dakar

Jean Barbot six Akan heads 1678 /79 Photothèque IFAN Dakar

 

Il Regno Ashanti (o Confederazione Ashanti o Asanteman) fu fondato all’inizio del XVIII sec. e nel 1800 accupava all’incirca l’odierno Ghana. Assorbito dall’impero britannico nel 1896, con la denominazione di Gold Coast, è divenuto indipendente quale Repubblica del Ghana, nel 1957, (https://vimeo.com/100707923).

In questa carta geografica del 1896, infatti, si legge Colonia della Costa d’oro e dei confini adiacenti…che tempismo cartografico quello degli Inglesi!!

 

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Le fonti che confermano l’esistenza di un numero rilevante di esecuzioni, sovente precedute da terribili sofferenze inferte ai malcapitati, sono ben documentate nel corso del XIX sec. e si riferiscono a quelle di missionari (T.B. Freeman, Riis, Chapman ed altri), governatori quali Winnet (governatore della Costa d’oro nel 1848), viaggiatori come T.E. Bowdich e J. Depuis, inviati all’inizio del XIX sec dal governo britannico a Kumasi, capitale del Regno Ashanti.

 

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Tamburi reali all’entrata del palazzo Asantehene c. 1890. Ossa e teschi dei nemici sconfitti e giustiziati.

 

Nel 1853, per citare un’altra fonte, il governatore della Gold Coast, Hill, scrive di una media annuale di esecuzioni pari a tremila individui. Cifra ancora maggiore è confermata nel 1874 da H. Brackenbury (The Ashanti War, London, 1874).

Per quanto il numero di questi eventi possa in parte essere stato aumentato per motivi politici, vale a dire al fine dell’ammissione del Regno all’Impero Britannico, è innegabile l’usanza del sacrificio umano su vasta scala.

Il giornale missionario metodista Brooking, per esempio, rileva nel solo mese di gennaio 1842 ben 31 esecuzioni mediante decapitazione, se riferita agli uomini, o strangolamento per le donne (Ellis 1887, Perrégaux 1906, Rattray 1927).

 

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Il sovrano Kvaku Dua II riceve alcuni ufficiali inglesi, 1884.

 

Fuori da ogni valutazione morale o moralistica è necessario indagare il significato simbolico/rituale che queste esecuzioni rappresentavano per gli Ashanti.

 

E’ durante il funerale del sovrano, dei suoi famigliari  o dei grandi dignitari, ovvero nell’anniversario di questi funerali, il momento destinato a costituire il maggiore olocausto di  vittime sacrificali.

Ma non è soltanto questa l’occasione. Altre sono le cerimonie religiose, quali l’Odwira (raccolta annuale dell’igname), il rituale dell’Adae  celebrato ogni quarantadue giorni; grandi ricorrenze ovvero importanti eventi politici quali l’intronizzazione di un nuovo sovrano, oppure ancora, nel corso di periodi negativi a causa di siccità o epidemie in cui numerose erano le vittime propiziatorie.

Ma chi erano le vittime di questi sacrifici? Non soltanto criminali comuni, accusati a vario titolo di sacrilegio, omicidio, atti contro la maestà ecc., ma altresì prigionieri catturati, appartenenti in particolare alle etnie viciniori Fante ed Abron.

Duemila prigionieri Fante furono giustiziati nell’occasione del funerale della madre dell’ Asantehene Osei Bonsu (Bowdich 1819); altre duemila vittime, stavolta Abron, al ritorno della campagna vittoriosa dello stesso sovrano nel 1818, contro, appunto, il reame abron di Gyaman (Depuis 1824).

Vittime però erano anche coloro, che a vario titolo, dimoravano col sovrano defunto, quali le spose, i servitori, i suoi Okra, cioè i domestici e simili di più basso rango.

Per gli Ashanti infatti nell’aldilà andava garantito al sovrano il medesimo rango di quello terreno e di conseguenza, il defunto era seguito, volenti o nolenti, da coloro che celebravano la sua maestà quando questi era in vita.

 

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Asantehene Otumfour Nana Prempeh I, fine XIX sec.

 

Ma quale era il significato dello spargimento del “sangue” delle vittime sacrificali?

Nella cultura Ashanti il sangue (moja) è trasmesso all’individuo dalla propria madre e pertanto la società Ashanti è propriamente matrilineare. Il sangue cioè, attraverso le donne, assicura la continuità delle generazioni e rafforza il legame con gli antenati (E. Terray, 1994).

Il lignaggio è pertanto moja koro, un solo sangue (M. Fortes, 1969).

Il corpo umano non è altro che un grande recipiente che contiene il sangue ed il sacrificio consiste nell’aprire codesto involucro per irrorare col prezioso liquido il suman, vale a dire il feticcio assetato a cui la vittima è immolata.

Il sangue per gli Ashanti, stante le sue caratteristiche, è l’elisir della vita per eccellenza; per questo destino, il popolo dei viventi deve restituire agli Antenati ed alla Terra un po’ di quella stessa vita che hanno ricevuto da loro. E ciò può avvenire soltanto attraverso il sacrificio del sangue.

Il sangue versato è infatti offerto agli antenati ed alla madre terra (Asase Ya), vale a dire alle due forze che hanno permesso la perpetuazione delle generazioni. In questa continuità è di fatto garantita, secondo gli Ashanti, la grandezza e la prosperità del Regno.

In un solo caso il sangue non deve scorrere sul suolo: quello della linea matrilineare del sovrano.

Se colpiti da pena capitale, costoro non sono soggetti alla decapitazione, che spargerebbe il loro sangue, bensì all’annegamento nel fiume Dah (Bowdich, 1819), ovvero, in altri casi, condannati allo strangolamento (Depuis, 1824) o, infine, colpiti alla nuca con una mazza d’avorio (Ramseyer e Kühne, 1876).

In ogni caso il sangue reale, talmente carico di potere, non poteva essere sparso per  terra!

 

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Kumasi, capitale del Regno Ashanti in un’illustrazione del 1874.

 

Concludendo questa breve, ma mi auguro, esauriente disamina sul significato simbolico nella cultura Ashanti, mi pare interessante sottolineare un’altra peculiarità che sottende, in questo caso, la loro espressione artistica.

Sia le statuette Akua’ba, deputate alla fertilità, che quelle raffiguranti una donna gravida che protegge il ventre con le mani, e infine, quelle rappresentanti la madre accudente il figlio, sono ovviamente di sesso femminile e costituiscono di gran lunga, come scritto, la predominanza dell’intera produzione lignea.

A mio parere una cultura matrilineare così radicata e coesa con profondi significati simbolici, non poteva che essere espressa nella sua esegesi artistica se non dall’immagine della donna nei suoi momenti topici: fertilità, gravidanza, maternità.

Il trionfo della VITA…infine!

 

Elio Revera

 

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Particolare di una statuetta destinata alla protezione della gravidanza. Legno policromo, cm.30, anni 1920/30 c. Ex coll. Peter Loebarth.

 

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