Caccia al personaggio. Quaderni d’Africa

Forse non tutti sono a conoscenza dell’esperienza africana del grande scrittore inglese Graham Greene (1904/1991).
L’autore di Il potere e la gloria, di Il terzo uomo, di Il nostro agente all’Avana, di Il console onorario e di tanti altri importanti romanzi, ha avuto un’attenzione particolare per l’Africa ed un genuino trasporto per quel continente.

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Graham Greene ha infatti ambientato in Africa due dei suoi romanzi più noti, “Il nocciolo della questione”, del 1948, e “Un caso bruciato”, del 1961: aveva raccolto il materiale durante alcuni viaggi compiuti nel continente nero a partire dal 1934, e in particolare quelli in Africa occidentale nel 1941 e nel Congo Belga devastato dalla lebbra nel gennaio 1959. In queste occasioni Greene era solito tenere dei resoconti dettagliati: quaderni su cui annotava ritratti, fatti, riflessioni su colonie e colonialismo, perdizione e salvezza. Quei diari, destinati in origine solo a un uso privato, consentono di scoprire come Greene lavorava sulla propria scrittura, come dava forma a un racconto, come trovava gli spunti per la trama e i personaggi. Ma gettano anche uno sguardo acuto sul mondo africano, sul suo fascino magico, visto con gli occhi di un autore che, proprio nella forma diaristica più spontanea, meno elaborata, meno preoccupata di questioni formali, sollecita il lettore a un rapporto complesso e continuamente stimolante.

Quegli appunti, quelle annotazioni sono state raccolti nel libro “Caccia al personaggio. Quaderni d’Africa”, pubblicati nel 1961 in Inghilterra e nel 1966 nella traduzione italiana, (A. Mondadori ed).

Sono osservazioni estremamente interessanti e curiose: l’Africa attraveso gli occhi di un grande ed acuto narratore…e questa, non è cosa di tutti i giorni.

A cura di Elio Revera

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Il viceré di Ouidah

Tra il XVII ed il XIX secolo Ouidah fu uno dei principali empori dell’Africa occidentale per la tratta degli schiavi. Situata nell’odierna Repubblica del Benin, questa città vide partire oltre un milione di schiavi africani. Spesso erano africani anche coloro che li riducevano a mera merce umana da scambiare con prodotti quali alcol, stoffe, bracciali, coltelli, spade e soprattutto armi da fuoco, molto richieste per via dei conflitti intertribali.

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Ouidah oggi. Porta del non ritorno.

Si calcola che tra il XVI ed il XIX secolo circa 12 milioni di africani siano stati trasferiti al di là dell’Atlantico per sopperire alla richiesta di schiavi nelle piantagioni e nelle miniere del Nuovo Mondo. A questo proposito un libro afferma che circa l’85 per cento degli schiavi “raggiunse il Brasile e le varie colonie fondate nelle Antille da inglesi, francesi, spagnoli e olandesi”. (American Slavery—1619-1877) A quanto pare il 6 per cento degli schiavi arrivò nelle colonie che successivamente avrebbero fatto parte degli Stati Uniti.
All’inizio del loro viaggio, dopo essere stati incatenati, percossi e marchiati a fuoco, molti schiavi percorrevano a piedi il tratto di 4 chilometri che oggi collega il Museo di Storia di Ouidah, un forte completamente ricostruito, alla cosiddetta Porta del non ritorno, che sorge sulla spiaggia. La porta rappresenta la fine della Via degli schiavi e ha perlopiù un valore simbolico, dal momento che la partenza degli schiavi non avveniva sempre dallo stesso punto. Perché la tratta degli schiavi si diffuse così ampiamente?
In epoche lontane i sovrani africani erano soliti vendere i prigionieri di guerra ai mercanti arabi. In seguito le potenze europee entrarono nel commercio degli schiavi, in particolare dopo aver fondato colonie nelle Americhe. A quel tempo i prigionieri catturati nel corso dei conflitti intertribali costituivano un enorme serbatoio da cui attingere schiavi, il che rese la guerra un’attività redditizia e per i vincitori e per gli avidi trafficanti di schiavi. Inoltre per trovare gli schiavi si ricorreva al rapimento o ci si rivolgeva ai mercanti africani, che li reperivano nelle zone interne del loro continente. Praticamente chiunque poteva essere venduto come schiavo, persino un principe che non era più nelle grazie del re.
Un noto trafficante di schiavi fu il brasiliano Francisco Félix de Souza.

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Francisco Félix de Souza

Nel 1788 De Souza assunse il comando del forte che era il fulcro del mercato degli schiavi di Ouidah, nel Golfo del Benin. A quel tempo Ouidah faceva parte del Regno del Dahomey. De Souza, comunque, ebbe un dissidio con il re Adandozan. Pertanto, forse mentre si trovava in prigione, ordì una cospirazione in combutta con il fratello del re; insieme nel 1818 detronizzarono il sovrano. Così tra Ghezo, il nuovo re, e De Souza, al quale fu affidato il controllo del commercio degli schiavi, nacque un rapporto di affari lucroso. Ghezo intendeva estendere i confini del suo regno e per farlo aveva bisogno di armi provenienti dall’Europa. Quindi nominò De Souza viceré di Ouidah perché lo aiutasse a curare gli affari con gli europei. Detenendo il monopolio degli schiavi in quella regione dell’Africa, presto De Souza accumulò enormi fortune, e il mercato degli schiavi, ubicato vicino a casa sua, divenne un punto di riferimento per acquirenti stranieri e locali.

Il viceré di Ouidah di Bruce Chatwin

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(Recensione pubblicata per l’edizione del 1991)
recensione di Scatasta, G., L’Indice 1991, n. 5

Pubblicato in Inghilterra nel 1980 e in Italia per la prima volta nel 1983, “Il viceré di Ouidah”, sempre nella traduzione di Marina Marchesi. Si tratta a mio parere del migliore romanzo di Chatwin, dalla “prosa insopportabilmente barocca” (come lamentava un recensore anglosassone perplesso all’uscita del libro) e libero da quei fastidiosi vezzi stilistici e da quell’atteggiamento fra il decadente e lo snob che sono probabilmente l’aspetto più deteriore della produzione di Chatwin.

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Bruce Chatwin

“Il viceré di Ouidah” non possiede la struttura stentata, disomogenea, inquieta che era il limite e la forza di “Le vie dei canti”, segno da una parte dell’impossibilità di scrivere un libro sul nomadismo e dall’altra della paura dell’autore di morire prima di concluderlo. Si tratta dunque di un romanzo di facile lettura, biografia romanzata dello schiavista brasiliano Francisco da Silva, vissuto per molti anni in Africa a metà del secolo scorso: la narrazione inizia e termina cent’anni dopo la morte di Francisco con la celebrazione di una messa e un pranzo in suo onore organizzati dai suoi discendenti “sempre più scuri di pelle e ormai più numerosi delle cavallette, sparsi da Luanda al Quartiere Latino” (“Il viceré di Ouidah”, p 12).
Se il segno distintivo di “Le vie dei canti” era il nomadismo della narrazione che fungeva da contrappunto all’argomento del libro, “anche in “Il viceré di Ouidah” la pulsione che spinge il protagonista a muoversi finché gli è possibile è l’ansia del viaggio, la ricerca disordinata di una conoscenza istintiva e totale. Ma un altro aspetto di “Le vie dei canti”, il suo interesse per la contaminazione, il suo carattere meticcio, è presente anche in questo romanzo precedente, sul piano dello stile più che del contenuto: il linguaggio di Chatwin è sincretista, unisce immagini e parole di struggente dolcezza e di atroce crudezza nella stessa frase, con uno stile che lo stesso autore definisce “spoglio e cesellato”. C’è sempre nelle frasi di Chatwin un elemento incongruo, una presenza che non aiuta a conferire alla frase consenso immediato ma la invita piuttosto a sfuggire a esso. Uniti al suo gusto per l’accumulazione, mantenuti appena un po’ più del necessario per farli apparire fuori luogo, apparentemente inutili e dunque significativi, gli elementi incongrui fanno la narrazione, la caratterizzano come una storia di Chatwin: i carillon svizzeri che insieme a “divani di jacaranda, un servizio da toilette di opalina, un letto goanese”, un pianoforte e un biliardo vengono acquistati dal protagonista per la sua casa nel Dahomey; i costumi della “Semiramide” di Rossini indossati da una corte africana; “cibo, sangue, piume e Gordon’s Gin” sparsi sul letto di Francisco morto; l’altarino “con Cristo e gli Apostoli, che sedevano a tavola con davanti un pollo di gesso. Gli occhi del Signore erano color turchese e la testa era irta di veri capelli rossi” (p: 48); le profezie dello schiavista, frutto di un raggelante delirio.
Chatwin riesce a creare un personaggio negativo ma al tempo stesso “forte”, sa renderlo affascinante nella sua potenza, tanto da farci quasi affezionare a lui nonostante tutto o quasi, nella sua vita ci ripugni. E non a caso nel testo compaiono dei riferimenti a una delle ‘villains’ più affascinanti della letteratura inglese, Lady Macbeth: “Lavami le braccia! Guarda! Guarda! Queste macchie mi mangiano le braccia!” (p. 142); “Se ne stava a fissare accigliato le sue mani e gridava: ‘Acqua e sapone'” (p. 119)
Il mondo in cui il protagonista vive non è un mondo caduto, ma solo perché non c’è nulla da cui cadere, uno stato edenico a cui tornare. Non è tale il Brasile, terra natale di Francisco, anche se alla fine il vecchio schiavista muore letteralmente dalla voglia di tornarvi. E neppure l’infanzia è un mondo felice nel ricordo, infestata com’è dalla fame, dalla carestia e dalla morte. Sola speranza è il movimento frenetico, la pulsazione del cuore e dei genitali, la strada dell’istinto. Ma salvezza, comunque non ce n’è . Il mondo è impregnato di inganni e tradimenti, regnano solo e ovunque sangue e torture. Il mondo di Francisco è quello che ha conosciuto a sette anni, quando viveva con un prete che lo baciava in una camera da letto “che puzzava d’incenso e di fiori morti”. Se da una parte c’è un re che non riesce “a resistere alla tentazione di accumulare teschi” con la sua corte di amazzoni guerriere che strappano un mormorio di disperazione anche in Francisco quando le vede strangolare dei bambini di un villaggio nemico, dall’altra c’è il mondo altrettanto spietato del commercio e dello schiavismo, europeo o brasiliano. E che il mondo non sia cambiato, che il tradimento e l’inganno continuino a dominarlo, traspare dalla vicenda di una delle figlie di Francisco, abbandonata dall’inglese che aveva amato, o, per arrivare alla realtà contemporanea, dalla figura del tenente colonnello Zossoungbo Patrice che, mentre nessuno lo vede, fa un gesto d’irrisione verso il ritratto del presidente dell’attuale Benin, si lascia corrompere anche in cambio di poco denaro e schiaccia indifferentemente con i suoi stivali una begonia (p. 23) o uno scarafaggio (p. 149).
Né l’amore, carnale, filiale, paterno o altro, redime il mondo, anche se per breve tempo può sembrare così. L’amore fin dall’inizio del romanzo è visto nelle sue forme più degradate: “La verginità veniva violata con la stessa facilità con cui si apriva un baccello. [La figlia di Francisco] conosceva fin da bambina il riso volgare delle donne quando fiutavano lo straccio macchiato di sangue. I suoi fratellastri avevano cercato di violentarla. Le sue sorellastre facevano una smorfia di disprezzo se erano avvicinate da qualcuno più scuro di loro, ma erano sempre pronte a fare le puttane con i marinai bianchi” (p. 36). L’unica “speranza di consolazione” per Francisco “in quelle notti inquiete era il gioco di violentare vergini”. Come il Kurtz di Conrad, dunque, Francisco da Silva non torna dal suo viaggio nel cuore della tenebra ma scopre che l’orrore è ovunque e non c’è viaggio n‚ vita che non abbia in sé quella tenebra, quel lato oscuro che si può placare col nomadismo, fisico e culturale insieme, ma mai vincere.

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Nave negriera. Rara immagine di Marc Ferrez, 1880

Viene a questo punto il sospetto che Chatwin sia un manierista, un cultore dell’orrido che usa materiale di scarto (sangue, sesso, violenza) per creare, con distaccato snobismo, un mondo “orribile che ha dentro di sé un cuore selvaggio”, come direbbe Lula di “Cuore selvaggio”, ma purtroppo il mondo di Chatwin non è solo una finzione narrativa, come dimostrano due brani contenuti in “Che ci faccio qui?”, collegati in modo più o meno diretto a “Il viceré di Ouidah”. Nel primo, “Un colpo di stato”, Chatwin, in cerca di materiale per il suo libro su Francisco da Silva, viene coinvolto in un tentativo di colpo di stato, scambiato per un mercenario, imprigionato, minacciato di fucilazione, processato e liberato. Infine, a cena con un francese conosciuto in quella circostanza, analizza le varie versioni del colpo di stato, ma tutte gli appaiono false e ingannevoli. Il secondo brano, “Werner Herzog nel Ghana”, riferisce la visita di Chatwin sul set del film “Cobra verde di Herzog, tratto da “Il viceré di Ouidah”. In questo brano ci sono preziose indicazioni sullo stile di Chatwin (“Poiché era impossibile scandagliare la mentalità misteriosa dei miei personaggi, mi sembrava che restasse soltanto una soluzione: raccontare la storia attraverso una sequenza di immagini cinematografiche”, p. 173), ma anche uno squarcio sul mondo reale che è insieme sintomatico dello stile contaminato di Chatwin di cui si è detto, dolce e crudele insieme: “Il soldato che mi aveva in consegna tubava melodiosamente: ‘Ils vont tuer, massacrer même'”.

E dopo la lettura di questo affascinante libro, imperdibile, come sritto sopra, è la visione del film Cobra Verde.

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Cobra verde è un film del 1987, scritto e diretto da Werner Herzog, ispirato al romanzo Il Viceré di Ouidah di Bruce Chatwin, incentrato sulla tratta degli schiavi.
Con questo film si concluse il sodalizio tra il regista e l’attore Klaus Kinski, dopo una serie di fortunati films che han segnato la storia della cinematografia di tutti i tempi.

Dalla biografia di K. Kinski.
Dagli anni settanta comincia la collaborazione con il regista tedesco (ed ex coinquilino negli anni giovanili) Werner Herzog, che lo sceglie come protagonista di cinque dei suoi film e che gli donerà finalmente fama internazionale: Aguirre, furore di Dio (1972), Woyzeck (1979), Nosferatu, il principe della notte (1979), Fitzcarraldo (1982) e Cobra Verde (1987). Sono nella storia del cinema le discussioni, anche violente, che Kinski provocava frequentemente col regista sul set, che tuttavia non hanno impedito il continuare di questo sodalizio, basato su una alta considerazione reciproca e sul desiderio di sperimentazione espressiva, fino alla morte dell’attore. Herzog, dopo la morte dell’attore, produsse un lungo documentario dal titolo Kinski, Il mio nemico più caro (1999), nel quale raccontò il loro sodalizio e la figura del suo amico usando moltissimi spezzoni di riprese fatte sui diversi set cinematografici ed interviste con attori che recitarono con Kinski a teatro.

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A cura di Elio Revera

Il sogno del celta

Ci sono libri che ti piacciono, altri che vorresti buttare…altri ancora che feriscono l’anima….sono quelli che contano.

Il sogno del celta, Einaudi ed., di Mario Vagas Llosa è uno di questi.

Lascio la paorla ad Alessio Piras ed invito tutti alla lettura.

(e.r.)

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«Il tuo Rapporto sul Congo mostrava il contrario, piuttosto. Che siamo stati noi europei a portare là la peggiore barbarie»

Irlanda, Congo e Perú. Tre paesi distanti migliaia di chilometri e in tre continenti diversi le cui storie nazionali non si sono mai incrociate, ma che hanno qualcosa in comune che li rende, in qualche modo, simili. Questo qualcosa è il tema de Il sogno del celta, ultima fatica del Nobel 2010 per la letteratura Mario Vargas Llosa, ed è semplificabile nella relazione che intercorre tra civiltà e barbarie, vera ossessione dello scrittore peruviano e di tutti coloro che provengono da Paesi che, nel corso della loro storia, sono stati colonie europee.
Roger Casement (https://en.wikipedia.org/?title=Roger_Casement), è un diplomatico britannico di origini irlandesi che parte giovanissimo per il Congo dove vivrà per vent’anni denunciando i soprusi del regime coloniale belga. Verrà trasferito prima in Brasile e poi in Perú, dove stilerà un rapporto in cui denuncia lo sfruttamento dei nativi amazzonici da parte della Peruvian Amazon Company, azienda inglese che opera nell’Amazzonia peruviana nell’estrazione del caucciù. Ed è questo oro nero a stimolare l’avidità e la cupidigia del civile colonizzatore europeo; con il pretesto di portare la civiltà laddove regna la barbarie si innesca un regime di sfruttamento economico che porta alla morte migliaia di indigeni. Che sia uno Stato o una multinazionale il risultato non cambia. Viaggiando tra Congo e Perú, Casement si rende conto che la differenza tra questi Paesi e la sua Irlanda non è poi molta: anch’essa vive in un regime semicoloniale da parte dell’Inghilterra. Decide, quindi, di unirsi ai nazionalisti irlandesi e sposa la causa dell’indipendenza, motivo per cui verrà condannato a morte per alto tradimento. Questa la storia di Roger Casement, vero e proprio eroe tragico, personaggio realmente esistito di cui Vargas Llosa dà una versione perfettamente a metà strada tra realtà e finzione.

Ma il romanzo va ben oltre e lascia nel lettore un senso di smarrimento tipico dei migliori lavori di Vargas Llosa. Primo fra tutti La casa verde (1965), romanzo che da solo avrebbe meritato al suo autore il Nobel. La tematica è la stessa, ma l’azione si svolge per intero in Perú. Sulle orme di Cuore di tenebra, lo scrittore peruviano sembra chiedersi il perché del fallimento costante della missione/pretesa civilizzatrice europea nel mondo. Questo interrogativo ritorna ne Il sogno del celta, come ritorna Conrad, personalmente conosciuto da Casement, e che diventa personaggio del romanzo attraverso i ricordi del protagonista. Una risposta precisa al suo interrogativo Vargas Llosa non la fornisce, ma è consapevole del fatto che il rapporto tra civiltà e barbarie costituisce un’ottima misura per giudicare l’essere umano, per capirne la natura più profonda. Se Conrad, infatti, vede un imbarbarimento dell’uomo civile a contatto con la barbarie, Casement sembra sposare la tesi secondo cui sono i referenti dei due termini ad essere invertiti: gli europei sono i barbari, mentre i nativi con il loro intimo rapporto di equilibrio con la natura sono i civili. E la prova starebbe tutta nelle parole di Alice Stopford Green, amica del protagonista, durante uno dei suoi colloqui con Casement:

«[…] tu sei stato vent’anni in Africa senza diventare selvaggio. Anzi, sei ritornato più civilizzato di quanto fossi quando sei partito da qui credendo nelle virtù del colonialismo e dell’Impero» (65).

La vita del protagonista è un percorso che conduce alla sua disillusione, a quella di Vargas Llosa e, in ultimo, a quella del lettore.

Dal punto di vista stilistico il romanzo non è certamente il capolavoro dello scrittore peruviano che ha perso ormai da tempo lo smalto dei suoi primi tre lavori (oltre a La casa verde, La città e i cani del 1962 e Conversazione nella Catedral del 1969): la polifonia di linguaggio e quel legame così perfetto tra forma e contenuto si sono persi col tempo, lasciando spazio a una maggiore maturità che si percepisce nel ritmo quasi anglosassone della narrazione. Il sogno del celta sembra accusare il passo biografico con cui procede la scrittura e la realtà prevale, in qualche modo, sulla finzione. Ciononostante, Vargas Llosa riesce a creare una relazione tra due sistemi di sfruttamento diversi (Congo e Perú), ma con lo stesso fine e un sistema di dominio (quello inglese sull’Irlanda) che doveva essere legittimato da una sorta di ius loci, mettendo a nudo la natura contraddittoria dell’uomo. Solo per questo motivo Il sogno del celta coglie nel segno di quella che è la missione principale dell’arte narrativa di Vargas Llosa: difendere la libertà e disvelare gli inganni del potere.

Alessio Piras

L’arte africana nei libri

Debbo ringraziare  Federico Ferrari, ben noto collezionista e bibliofilo di Parma per questo esauriente quadro relativo alle più significative opere librarie inerenti le Arti Africane. Certamente mancano all’appello altri volumi, soprattutto quelli di recente pubblicazione, ma l’isieme fornito è di ampia soddisfazione.
Grazie Federico!

DOCUMENTAZIONE SULLE ARTI AFRICANE

I migliori testi in assoluto e/o generalisti:

1) Leiris – Delange – Afrique Noire, La creation plastique (1967)
2)Cornet – L’art de l’Afrique noire au pays du fleuve Zaire (1971)
3) Neyt – La grande statuarie Hemba du Zaire (1977)
4) Robbins – Nooter – African art in American collections (1989)
5) Einstein – Negerplastik (1915)

Spiego i motivi delle mie scelte: il seminale Carl Einstein di Negerplastik e il Leiris-Delange, mi sembra, hanno costituito – ognuno nella sua epoca – il fondamento dell’estetica occidentale applicata alle arti tradizionali africane, superando in questo il tanto decantato (e, secondo me, un po’ sopravvalutato) Kerchache-Paudrat-Stephan; il Cornet perché è stato il primo testo “moderno” ad operare compiutamente sulla linea inaugurata da Kjersmeier e ad identificare con precisione i centri di stile all’interno di una determinata macroarea (in quel caso il Congo RDC); il Neyt per la tecnica di individuazione dei sottostili all’interno di un unico centro di stile e il Robbins-Nooter per la sua ampiezza e insostituibilità come repertorio iconografico di materiale di alto livello qualitativo.

Aggiungo ai miei top-five “generalisti” altre liste più specifiche:

top-five dei volumi dedicati a collezioni private

1) Vogel – African Aestethics (sulla collezione Monzino)
2) Collection Verité (catalogo della vendita all’asta)
3) Collection Hubert Goldet (catalogo della vendita all’asta)
4) Mestach – L’intelligence des Formes (catalogo dell’esposizione della collezione Mestach a Bruxelles
5) Bassani et al. – The power of Form (collezione Horstmann)

top-five dei volumi dedicati a collezioni museali

1) AA.VV. – Treasures from the Africa-Museum Tervuren (1995) (sul MRAC di Tervuren)
2) Koloss et al. – Africa art and culture (sul Museo Etnologico di Berlino)
3) Krieger – Westafrikanische Plastik I, II e III (1978) (sul Museo Etnologico di Berlino)
4) AA.VV. – Forms of Wonderment (2002) (sull’Afrika museum di Berg en Dal)
5) Siegmann – African art. A century at the Brooklyn museum (2009) (sul Brooklyn Museum)

top-five dei volumi monografici dedicati ad un singolo centro di stile

1) Neyt – La redoutable statuaire Songye d’Afrique centrale (2004)
2) Leloup – Statuaire Dogon (1994)
3) Lehuard – Art Bakongo. Les centres de style (1989)
4) Meyer – Kunst und Religion der Lobi (1981)
5) Lehuard – Les arts Bateke (1996)

top-five dei volumi basati su ricerche antropologiche originali condotte sul campo (solo testi recenti)

1) Biebuyck – Lega culture (1973)
2) Nooter Roberts – Roberts – Luba art and the Making of History (1996)
3) Preston Blier – African Vodun. Art, psychology and power (1995)
4) Felix – Jordàn – Makishi Lya Zambia (1998)
5) Phillips – Representing Woman. Sande Masquerades of the Mende of Sierra Leone (1995)

top-five dei volumi pubblicati in occasione di esposizioni “generaliste”

1) Phillips et al. – Africa. The art of a continent (Royal Academy of Arts,London, 1996)
2) Rubin – “Primitivism” in 20th Century art. Affinity of the Tribal and the Modern (Museum of modern art, New York, 1984)
3) Bassani – Africa. Capolavori da un continente (Galleria di Arte Moderna, Torino, 2003)
4) de Grunne – Mains de Maitres (Espace culturel BBL, Bruxelles, 2001)
5) AA.VV. – Arts d’Afrique (Musée Dapper, Paris, 2000)

top-five dei volumi pubblicati in occasione di esposizioni “specialistiche” o monografiche

1) La Gamma – Eternal Ancestors. The art of the Central African Reliquary (Metropolitan museum of art, New York, 2007)
2) Homberger – Cameroon. Art and Kings (Museum Rietberg, Zurich, 2008)
3) AA.VV. – Central Nigeria unmasked: Arts of the Benue River Valley (Fowler Museum UCLA, Los Angeles 2011 et al.)
4) AA.VV. – Gabon. Presence de esprits (Musée Dapper, Paris, 2006)
5) Grootaers et al. – Ubangi. Arts et cultures au coeur de l’Afrique (Afrika Museum, Berg en Dal, 2007)

Per finire, la top-five dei volumi più quotati sul mercato, in termini monetari

1) Kjersmeier – Centres de style de la sculpture nègre africaine (4 volumi, ed. originale 1935-1938, Paris)
2) Harter – Arts anciens du Cameroun (1986)
3) Chaffin – L’art Kota. Les figures de reliquares (1979)
4) Perrois – La statuaire Fang (1973)
5) Lehuard – Art Bakongo. Les centres de style (1989)

Uno (o due, massimo massimo tre…) reference-book per ogni etnia:

Dogon:
Leloup – Statuaire Dogon (1994); Griaule – Masques dogons (1938) e Leloup – Dogon (Quay Branly, 2011)

Lobi:
Meyer – Kunst und Religion der Lobi (1981)
e Bognolo – Lobi (2007)

Bamana:
Colleyn – Bamana; The art of existence in Mali (2003)

Baule:
Vogel – Baule; African art, western eyes (1997)

Senufo:
Goldwater – Senufo sculpture from West Africa (1964), Förster – Die Kunst der Senufo (1988) e Gottschalk – Senoufo; Massa et les statues du Poro (2002)

Dan:
Fischer, Himmelheber – Die Kunst der Dan (1976)
e Harley – Notes on the Poro in Liberia (1941) / Masks as agents of social control in Northeast Liberia (1950)

Mende / Gola /Vai (Bundu):
Phillips – Representing Woman. Sande Masquerades of the Mende of Sierra Leone (1995) e Gottschalk – Busch-teufel im Land der Mende (1990)

Mossi / Bwa / Bobo /Gurunsi:
Wheelock – Land of the flying masks; Art and culture in Burkina Faso (2007) e Roy – Art of the Upper Volta rivers (1987)

Akan /Asante:
Cole, Ross – The arts of Ghana (1977)

Vodou art (Fon, Ewe)
Preston Blier – African Vodun; Art, Psycology and Power (1995); AA.VV. – Vaudou (Collection Kerchache) (2011) e Parodi da Passano (a cura di) – Evhe – Ouatchi; Un’estetica del disordine (2004)

Lamba / Losso:
Amrouche – Corps & Décors; Statuaire Lamba et Losso di Togo (2008)

Nigeria (generale):
Fagg – Nigerian images (1963); AA.VV. – Central Nigeria unmasked: Arts of the Benue River Valley (Fowler Museum UCLA, Los Angeles 2011 et al.) e AA.VV. – Arts du Nigeria (1997)

Yoruba:
Drewal, Pemberton, Abiodun – Yoruba; Nine centuries of African art and thought (1989)

Igbo:
Cole, Aniakor – Igbo arts; Community and Cosmos (1984)

Idoma / Igala / Tiv:
Neyt – The arts of the Benue to the roots of tradition (1985)

Urhobo:
Foss – Where Gods and Mortals Meet; Continuity and renewal in Urhobo art (2004)

Mumuye:
Neyt – Mumuye (2006)

Chamba:
Fardon – Column to volume. Formal innovation in Chamba statuary (2005) e Fardon – Fusions. Maquerades and thought style east of the Niger Benue confluence, West Africa (2007)

Ijo / Isoko / Ogoni:
Anderson, Peek – Ways of the Rivers (2002)

Camerun (generale):
Homberger – Cameroon. Art and Kings (Museum Rietberg, Zurich, 2008); Harter – Arts anciens du Cameroun (1986); Northern – The art of Cameroon (1984) e Gebauer – Art of Cameroon (1979)

Mambila:
Schwatz – Mambilla; Art and Material Culture (s.a.)

Bamum:
Geary – Bamum (2011)

Bangwa:
Brain, Pollock – Bangwa funerary sculpture (1971)

Gabon (generale):
AA.VV. – Gabon; Presence des esprits (2006) e La Gamma – Eternal Ancestors. The art of the Central African Reliquary (Metropolitan museum of art, New York, 2007)

Fang:
Perrois – La statuaire Fang (1973), Labourthe-Tolra, Falgayrettes-Leveau – Fang (1992)

Punu:
Perrois, Grand-Dufay – Punu (2008)

Kota:
Chaffin – L’art Kota. Les figures de reliquares (1979)

Congo (generale):
Cornet – L’art de l’Afrique noire au pays du fleuve Zaire (1971); AA.VV. – Treasures from the Africa-Museum Tervuren (1995) (sul MRAC di Tervuren) e Neyt – Fleuve Congo (2010)

Teke:
Lehuard – Les arts Bateke (1996)

Bembe:
Lehuard, Lecomte – Statuaire Babembe (2010)

Kongo:
Lehuard – Art Bakongo. Les centres de style (1989) e Felix – Arts et Kongos (1995)

Yaka / Suku:
Bourgeois – Art of the Yaka and Suku (1984) e Biebuyck –The arts of Zaire; Southwestern Zaire (1985)

Pende:
De Sousberghe – L’art Pende (1960) e Strother – Pende (2008)

Luba:
Nooter Roberts – Roberts – Luba art and the Making of History (1996) e Neyt – Luba; Aux sources de Zaire (1993)

Songye:
Neyt – La redoutable statuaire Songye d’Afrique centrale (2004); Hersak – Songye masks and Figure sculpture (1985)

Holo:
Neyt – L’art Holo du Haut-Kwango (1982)

Kuba:
Cornet – Royal art of Kuba (1982) e Binkley, Darish – Kuba (2009)

Lega:
Biebuyck – Lega culture (1973); Biebuyck – The arts of Zaire – Eastern Zaire (1986) e Biebuyck – Lega; Ethics and Beauty in the Hearth of Africa (2002)

Bembe / Buyu:
Biebuyck – Statuary from the pre-Bembe hunters (1981)

Hemba:
Neyt – La grande statuarie Hemba du Zaire (1977)

Tabwa:
Roberts, Maurer – Tabwa; The rising of a new moon: a century of Tabwa art (1986)

Mangbetu:
Schildkrout, Keim – African reflections; Art from Northeastern Zaire (1990)

Azande /Ngbaka/Ngbandi:
Burssens – Yanda-Beelden en mani-sekte bji de Azande (1962) e Grootaers et al. – Ubangi. Arts et cultures au coeur de l’Afrique (Afrika Museum, Berg en Dal, 2007)

Angola (generale):
AA.VV. – Sculpture angolaise; Memorial de cultures (1994) e AA.VV – Angola; Figure du pouvoir (2010)

Chokwe:
Bastin – Art decorative Tchokwe (1961); Bastin – La sculpture Tchokwe (1982) e Jordàn – Chokwe; Art and initiation among Chokwe and related Peoples (1998)

Zambia (generale):
Felix, Jordàn – Makishi lya Zambia (1998)

Tanzania (generale):
Felix – Mwana hiti; Life and art of the matrilineal Bantu of Tanzania (1990); Felix, Kecskesi – Tanzania (1994) e Krieger – Ostafrikanische Plastik (1990)

Sud-Africa (Zulu / Nguni):
AA.VV – Art and Ambiguity (1991); AA.VV. – Ubuntu; Arts et cultures d’Afrique du Sud (2002) e Klopper, Nettleton, Pethica – The art of Southern Africa (2007)