Il Cacciatore Bianco/ The White Hunter. Memorie e rappresentazioni africane/ African memories and representations

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Seydou Keïta, Collezione Bifulco

Il Cacciatore Bianco

Memorie e rappresentazioni africane
A cura di Marco Scotini

FM Centro per l’Arte Contemporanea – via G. B. Piranesi, 10 Milano

La mostra che inaugura in occasione di miart e della Milano Art Week, mette in dialogo opere di arte contemporanea con un nucleo di opere di arte antica tradizionale.

Anche in Italia, l’arte africana viene così posta al centro dell’attenzione sulla scia dello straordinario interesse culturale e di mercato che sta riscuotendo a livello internazionale.

Inaugurazione 30 marzo 2017, ore 20

Orari di apertura dal 31 marzo al 3 giugno 2017,
da mercoledì a sabato ore 14 – 19.30

FM Centro per l’Arte Contemporanea è lieto di presentare il terzo appuntamento del suo programma espositivo in occasione della prossima edizione di miart durante la Milano Art Week: Il Cacciatore Bianco/The White Hunter. Memorie e rappresentazioni africane. La nuova e ampia rassegna curata da Marco Scotini prosegue – dopo il successo delle precedenti L’Inarchiviabile, dedicata agli anni Settanta in Italia e Modernità non allineata, sullo spazio culturale jugoslavo durante la guerra fredda – un’indagine sulla decentralizzazione del modello egemonico e indiscusso della modernità artistica occidentale nell’attuale prospettiva geopolitica.

Il Cacciatore Bianco/The White Hunter non è tanto una mostra sull’arte africana quanto sulla costruzione che l’Occidente ne ha fatto. Come scrive Marco Scotini, curatore della mostra e direttore artistico di FM Centro per l’Arte Contemporanea: “La ricognizione parte da una critica radicale del nostro sguardo sull’Africa.Siamo sicuri che quello che ha visto il cacciatore bianco, all’inizio del secolo scorso, non continui ad essere ancora l’oggetto dal nostro sguardo? Ciò che dovrebbe risuonare per tutta la mostra è come lo sguardo (quello del cacciatore) sia risultato un fattore fondamentale nella costruzione di un’Alterità sottomessa. Si tratta di indagare allo stesso tempo le possibilità inassimilabili rimaste fuori”.

Kota particolare volto


Reliquario Kota, Mbulu Ngulu, Gabon, sec XIX, cm. 57, part. ( Photo Fabio Cattabiani)

LA MOSTRA

Con oltre 30 artisti contemporanei e altrettanti anonimi artisti tradizionali per più di 150 opere, Il Cacciatore Bianco/The White Hunter presenta un percorso articolato sulle forme di rappresentazione e di ricostruzione della memoria e della contemporaneità africane, attraverso lavori provenienti – oltre che dalla Fondation Cartier pour l’art contemporain di Parigi – dalle maggiori collezioni private italiane e da raccolte archivistiche sulla storia coloniale italiana. Gli artisti si posizionano in una cartografia quasi completa del continente africano, attraverso 15 nazioni diverse: Tunisia, Algeria, Mali, Senegal, Sierra Leone, Costa D’Avorio, Ghana, Benin, Nigeria, Camerun, Congo, Kenya, Mozambico, Madagascar, Sudafrica.

L’introduzione alla mostra è affidata interamente a Pascale Marthine Tayou, che trasformerà l’ingresso allo spazio espositivo in una sorta di capanna stipata di cianfrusaglie, che vuole suggerire lo stereotipo dell’Africa nell’immaginario turistico.

La prima sezione è un flashback nell’Italia coloniale degli anni ’20 e ’30, riproposta attraverso il film Pays Barbare (2013) degli artisti Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, pionieri nella ricostruzione archeologica per immagini dell’imperialismo e dell’ideologia della razza, che iniziano quest’opera con la citazione “Ethiopie, pour ce pays primitif et barbare, l’heure de la civilisation a désormais sonné.” Allo stesso modo Peter Friedl ripropone il modello di Carlo Enrico Rava per la fabbrica FIAT a Tripoli. Saranno presentate inoltre alcune rarità bibliofile e documenti: i libri di Francesco Tedesco Zammarano e di Carlo Piaggia, agli album fotografici sulla Libia e del Capitano Roberto di San Marzano. Oltre a Sammi Baloji, anche Kader Attia indaga sul passato coloniale in un’ottica di riappropriazione culturale, introducendo i feticci, le maschere, le tradizioni africane in continuo incontro-scontro con i volti deturpati dei reduci della Guerra Mondiale.

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Kader Attia, Open your eyes, 2014, two sets of 80 black and white and color slides, Collezione E. Righi.
Courtesy: Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Les Moulins / Habana

La seconda sezione è dedicate alle opere di arte antica tradizionale con la ricostruzione della sala dedicate all’Arte Negra della Biennale di Venezia del 1922, agli albori del fascismo. Proponendo un nucleo di statue e maschere, provenienti dal Mali, dalla Costa d’Avorio, dal Camerun, dal Gabon e dal Congo,volto ad “evocare” quel momento storico e anche quella sensibilità estetica, a cui seguì una esclusione dell’arte africana dalle manifestazioni ufficiali fino a tempi recenti.

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Maschera N’gbaka, Dagara, Congo, inizio XX sec, cm. 30,5 ( Photo Fabio Cattabiani)

La terza sezione intende essere un riferimento diretto alla mostra Magiciens de la terre del 1989, una serie di campioni di quell’arte che veniva presentata ancora una volta come incontaminata, primitiva, originaria. Gli esempi vanno dalle bellissime terrecotte di Seni Awa Camara ai feticci di legno e aghi d’istrice di John Goba, dalle divinità Vodun di Cyprien Tokoudagba alle architetture immaginifiche di Bodys Isek Kingelez e alle pitture popolari del congolese Chéri Samba.

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Cyprien Tokoudagba

Nella quarta sezione vengono messe in campo le risposte alla questione sudafricana di artisti come William Kentridge – con una pluralità di linguaggi tra cui l’installazione video History of the Main Complaint (1996) o la rielaborazione del tema del feticcio tradizionale in Twilight of the Idols di Kendell Geers o le cartografie di Moshekwa Langa. La quarta sezione continua con diverse pratiche di riappropriazione e di resistenza a forme di esclusione, egemonia e omologazione, con opere di Yinka Shonibare, Rashid Johnson, Ouattara Watts, Cameron Platter, gli arazzi di El Anatsui e Abdoulaye Konaté.

La quinta sezione è dedicata alle morfologie della differenza, in cui troviamo figure ibridate e che si riconoscono nella condizione di migrante, dalla figura femminile frammentata di Wangechi Mutu, al cinema antimitologico e della memoria di John Akomfrah, ai musei itineranti di Meshac Gaba e gli archivi casuali e improvvisati di Georges Adéagbo. Una sezione dedicata alla fotografia storica con i ritratti di Seydou Keïta, le fotografie vintage di Malick Sidibé e gli autoritratti di Samuel Fosso.

Chiuderanno la mostra una serie di altre sezioni che toccheranno i temi dell’identità, della diaspora, della guerra con opere di Guy Tillim, Gonçalo Mabunda, Nidhal Chamekh, Nicholas Hlobo, Joël Andrianomearisoa. Alla fine, un enorme drappeggio del giovane artista ghanese Ibrahim Mahama lascerà lo spettatore con un accumulo di narrazioni collettive depositate sui sacchi di juta come tracce simboliche dello scambio aperto tra l’Africa e il mondo.

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Meshac Gaba, Perruque. Milano, 2006, Collezione privata

Il progetto, curato da Marco Scotini, si avvale di un comitato di advisor pluridisciplinare che comprende: Simon Njami, direttore artistico della Biennale di Dakar, Gigi Pezzoli, africanista, Grazia Quaroni, senior curator, Fondation Cartier pour l’art contemporain, Adama Sanneh, direttore dei programmi, Fondazione lettera27.

La mostra è accompagnata da una programmazione di seminari, conferenze e screening realizzate in collaborazione con Fondazione lettera27, Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, Biennale di Lubumbashi, Centro Studi Archeologia Africana e altri enti.

Artisti:

Georges Adéagbo, John Akomfrah, Joël Andrianomearisoa, El Anatsui, Kader Attia, Sammy Baloji, Fréderic Brouly Bouabré, Seni Awa Camara, Nidhal Chamekh, Samuel Fosso, Peter Friedl, Meschac Gaba, Kendell Geers, Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, John Goba, Nicholas Hlobo, Bodys Isek Kingelez, Rashid Johnson, Seydou Keïta, William Kentdrige, Abdoulaye Konaté, Moshekwa Langa, Gonçalo Mabunda, Ibrahim Mahama, Zwelethu Mthethwa, Wangechi Mutu, Maurice Pefura, Cameron Platter, Robin Rhode, Chéri Samba, Yinka Shonibare, Malick Sidibé, Pascale Marthine Tayou, Guy Tillim, Cyprien Tokoudagba, Ouattara Watts, Lynette Yiadom-Bouakye e altri.

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Pannello Dogon, Mali,  fine XIV/ inizio XV sec, cm. 91,4, part. ( Photo Fabio Cattabiani)

Collezioni:

AGI Verona Collection, Collezione Ettore Alloggia, Collezione Bianca Attolico, Collezione Denise e Beppe Berna, Collezione Bifulco, Collezione Pierangelo Bonomi, Collezione Vittorio e Anna Carini, Fondation Cartier pour l’art contemporain, Collezione Consolandi, Collezione Erminia Di Biase, Collezione Nunzia e Vittorio Gaddi, Collezione Laura e Luigi Giordano, Collezione Giuseppe Iannaccone, Collezione Christoph Jenny, Collezione La Gaia, Fondazione Ligabue, Collezione Guglielmo Lisanti, Collezione Emilio e Luisa Marinoni, Collezione Angelo Miccoli, Collezione Ettore Molinario, Nomas Foundation, Collezione Pierluigi Peroni, Collezione Elio ed Onda Revera, Collezione E. Righi, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Collezione Andrea Sandoli, Collezione Gian Luca Sghedoni, Collezione Vincenzo Taranto, Collezione Gemma Testa, Collezione Leonardo Vigorelli, e altre.

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Wangechi  MUTU Automatic Hip, 2015, collage on paper, 74,3×58,4 cm

La mostra Il Cacciatore Bianco/The White Hunter aderisce all’iniziativa Milano Art Week, un programma di eventi, inaugurazioni e aperture straordinarie nei musei e nelle istituzioni pubbliche e private milanesi in occasione di miart– Fiera Internazionale d’Arte Moderna e Contemporanea Milano.

Gli sponsor tecnici dell’evento sono Untitled Association e Birra Menabrea Spa.

FM Centro per l’Arte Contemporanea Press Office
Franca Reginato
E-mail: press@fmcca.it – tel: 02 73983231 / 335 7766010

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Maschera Senufo, Kpli-Yehe, inizio XX sec., cm. 38 (Photo Luca Del Pia)

English Version

FM Centre for
Contemporary Art

 THE WHITE HUNTER.  African memories and representations

FM Centro per l’Arte Contemporanea
via Piranesi 10, Milan

Curated by Marco Scotini

Opening: 30 March 2017
31 March – 3 June 2017

MILAN, MARCH 2017 – FM Centro per l’Arte Contemporanea is pleased to present the third event of its exhibition program on the occasion of the next edition of MiArt during the Milan Art Week: Il Cacciatore Bianco/The White Hunter. African Memories and representations.

The new and wide ranging collection curated by Marco Scotini – following on from the success of the preceding L’Inarchiviabile dedicated to the 1970s in Italy and of Non-Aligned Modernity regarding the Yugoslavian artistic scene during the Cold War – continues an investigation into the decentralization of the hegemonic and indisputable model of western artistic modernity in the current geo-political scenario.

Il Cacciatore Bianco/The White Hunter is an exhibition about the construction that the West has made of Africa rather than about its art. As Marco Scotini, the curator the artistic director of FM Centro per l’Arte Contemporanea, writes: “Recognition begins with a radical criticism of our view of Africa. Are we sure that what the white hunter saw, at the beginning of the previous century, is not still the same subject of our gaze? What should be heard throughout the entire exhibition is how this view (that of the hunter) has been fundamental in the construction of a subjugated Otherness. At the
same time, we need to investigate the possibilities that cannot be assimilated that have been excluded”.

THE EXHIBITION
With over 30 contemporary and an equal number of anonymous, traditional artists with more than 150 works, Il Cacciatore Bianco/The White Hunter presents a path articulated around the forms of representation and reconstruction of memory and African contemporary reality through works from – as well as from the Parisian Fondation Cartier pour l’art contemporain – major Italian collections and archive material on Italian colonial history. The artists are positioned over an almost complete
map of the African continent, covering 15 different nations: Tunisia, Algeria, Mali, Senegal, Sierra Leone, the Ivory Coast, Ghana, Benin, Nigeria, Cameroon, Congo, Kenya, Mozambique, Madagascar and South Africa.
The introduction to the entirety of the exhibition has been entrusted to Pascale Marthine Tayou, who will be transforming the entrance to the exhibition space into a sort of hut crammed with trinkets, suggesting the tourists’ concept of an African stereotype.

The first section is a flashback to the colonial Italy of the 1920s and 30s, presented through the film Pays Barbare (2013) by the artists Yervant Gianikian and Angela Ricci Lucchi, pioneers in the archeological reconstruction of imperialism and racial ideology through images. The work begins with the quotation: “Ethiopie, pour ce pays primitive et barbare, l’heure de la civilisation a désormais sonné”. In the same way, Peter Friedl re-proposes Carlo Enrico Rava’s model for the FIAT plant in Tripoli. There will also be some rare written works and documents: books by Francesco Tedesco
Zammarano and Carlo Piaggia, some photographic albums on Libya and by Capitano Roberto di San Marzano. Together with Sammi Baloji, Kader Attia also investigates the colonial past within the perspective of cultural re-appropriation, introducing the fetishes, masks and African traditions in a continuous encounter/clash with the disfigured faces of the survivors of the Great War.

The second section is dedicated to traditional ancient artworks with the reconstruction of the rooms dedicated to Negro Art at the 1922 Venice Biennale, at the dawn of Fascism. It presents a nucleus of statues and masks from Mali, from the Ivory Coast, from Cameroon, Gabon and the Congo, aimed at ‘evoking’ that historic moment in time together with its aesthetic sensitivity which was followed by the exclusion of African art from official exhibitions up until very recently.

The third section is a direct reference to the 1989 exhibition Magiciens de la terre, a series of  amples of that art which, once again, was presented as being uncontaminated, primitive and original. The examples go from Seni Awa Camara’s beautiful terracotta products to John Goba’s fetishes made from wood and porcupine quills, from Cyprien Tokoudagba’s Vodun divinity to Bodys Isek Kingelez’s imaginary architecture and the Congolese Chéri Samba’s popular   paintings.

In the fourth section, the responses to the South African question are displayed. These are by artists such as William Kentridge – with a plurality of languages, amongst which is the video installation History of the Main Complaint (1996) or the reworking of the traditional fetish subject in Twilight of the Idols by Kendell Geers or Moshekwa Langa’s maps. The fourth section continues with various practices of re-appropriation and resistance in the forms of exclusion, hegemony and homogenization, with works by Yinka Shonibare, Rashid Johnson, Ouattara Watts, Cameron Platter and the tapestries of El Anatsui and Abdoulaye Konaté.

The fifth section is dedicated to the morphologies of difference, in which we find hybridized figures that can be recognized in the conditions of migrants, by Wangechi Mutu’s fragmented female figure, John Akomfrah’s anti-mythical films of memory, in Meschac Gaba’s itinerant museums and Georges Adéagbo’s casual and improvised archives. One section is dedicated to historic photographs with portraits by Seydou Keïta, Malick Sidibé’s vintage photographs and Samuel Fosso’s self-portraits.

The exhibition closes with a series of other sections touching on the subjects of identity, diaspora and war, with works by Guy Tillim, Gonçalo Mabunda, Nidhal Chamekh, Nicholas Hlobo and Joël Andrianomearisoa. At the end, an enormous drapery by the young Ghanaian artist Ibrahim Mahama will leave the spectator with an accumulation of collective narratives deposited on jute sacks as the symbolic traces of the open exchange between Africa and the world.

The project, curated by Marco Scotini, has benefitted from a committee of multi-disciplinary advisors which includes: Simon Njami, artistic director of the Dakar Biennial, Gigi Pezzoli, Africanist, Grazia Quaroni, senior curator, the Fondation Cartier pour l’art contemporain and Adama Sanneh, director of programs, Fondazione lettera27.

The exhibition is accompanied by a program of seminars, conferences and screenings arranged in collaboration with Fondazione lettera27, the Festival of African, Asian and Latin American Cinema, the Biennial of Lubumbashi, the Centro Studi Archeologia Africana and other organizations.

Artists :
Georges Adéagbo, John Akomfrah, Joël Andrianomearisoa, El Anatsui, Kader Attia, Sammy Baloji, Fréderic Brouly Bouabré, Seni Awa Camara, Nidhal Chamekh, Samuel Fosso, Peter Friedl, Meschac Gaba, Kendell Geers, Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, John Goba, Nicholas Hlobo, Bodys Isek Kingelez, Rashid Johnson, Seydou Keïta, William Kentdrige, Abdoulaye Konaté, Moshekwa Langa, Gonçalo Mabunda, Ibrahim Mahama, Zwelethu Mthethwa, Wangechi Mutu, Maurice Pefura, Cameron Platter, Robin Rhode, Chéri Samba, Yinka Shonibare, Malick Sidibé, Pascale Marthine Tayou, Guy Tillim, Cyprien Tokoudagba, Ouattara Watts, Lynette Yiadom-Bouakye and others.

Collections:
AGI Verona Collection, Collezione Ettore Alloggia, Collezione Bianca Attolico, Collezione Denise e Beppe Berna, Collezione Bifulco, Collezione Pierangelo Bonomi, Collezione Vittorio e Anna Carini, Fondation Cartier pour l’art contemporain, Collezione Consolandi, Collezione Erminia Di Biase, Collezione Nunzia e Vittorio Gaddi, Collezione Laura e Luigi Giordano, Collezione Giuseppe Iannaccone, Collezione Christoph Jenny, Collezione La Gaia, Fondazione Ligabue, Collezione Guglielmo Lisanti, Collezione Emilio e Luisa Marinoni, Collezione Angelo Miccoli, Collezione Ettore Molinario, Nomas Foundation, Collezione Pierluigi Peroni, Collezione Elio ed Onda Revera, Collezione E. Righi, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Collezione Andrea Sandoli, Collezione Gian Luca Sghedoni, Collezione Vincenzo Taranto, Collezione Gemma Testa, Collezione Leonardo Vigorelli, and others.

The exhibition Il Cacciatore Bianco/The White Hunter is part of the Milano Art Week initiative, a program of events, inaugurations and exceptional openings of the Milanese museums and public and private institutions during miart – Fiera Internazionale d’Arte Moderna e Contemporanea Milano.
The event’s technical sponsors are Untitled Association and Birra Menabrea Spa
FM Centro per l’Arte Contemporanea in Milan is a new exhibition space dedicated to art and collecting and is able to respond to the new presentation methods of Collections and the different forms of contemporary creation. Its vocation is that of being a structure that brings together into a single context all the subjects and functions linked to the valorization of art, its exhibition and conservation. As an exhibition space, warehouse, research institute and restoration center, engaging
in an innovative, cultural and education program, FM hosts private collections and artists’ archives.

Located within the historic, industrial complex of the Frigoriferi Milanesi, FM Centro per l’Arte Contemporanea, is governed, under the artistic direction of Marco Scotini, by an international board of experts amongst whom are Vasif Kortun (Director of Research and Program, SALT, Istanbul), Grazia Quaroni (Senior Curator / Head of Collections, Fondation Cartier pour l’art contemporain, Paris), Charles Esche (Director, Van Abbemuseum, Eindhoven), Hou Hanru (artistic director, MAXXI, Rome) and Enea Righi (collector). FM is a new space for contemporary art able to develop
new exhibition and museum models with an experimental approach to forms of contemporary artistic production and to the valorization of Collections in all their functional and cultural aspects.

The FM Centro per l’Arte Contemporanea is sponsored by Open Care – Servizi per l’Arte (Gruppo Bastogi).

For further information:
FM Centro per l’Arte Contemporanea Press Office
Franca Reginato
E-mail: press@fmcca.it – tel: 02 73983231 / 335 7766010

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