Chi è il selvaggio?

 Perché tanti fraintendimenti nella comprensione di un’opera d’arte tribale?

Da oggetto miserabile prodotto da una sottocultura ad oggetto di curiosità, da mero prodotto di un fantasmatico esotismo ad oggetto degno di attenzione ed infine ad opera artistica.

Non sono poche le peregrinazioni semantiche e lessicali di una maschera o di una scultura nell’ambito della cultura occidentale!

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The Wellcome Historical Medical Museum, 54A, Wigmore Street, London. Hall of primitive medicine, 1939

Perché, mi sono domandato?

In estrema sintesi, questa è la mia personale risposta, è perché l’opera d’arte tribale appartiene ad una struttura di senso, mentre l’intera arte occidentale a quella di significato.

Senso e significato non sono affatto la medesima cosa ed in questa dicotomia si sono annidati molteplici  fraintendimenti,  grande confusione e veri e propri arbìtrii concettuali.

Uno dei principali contributi alla distinzione tra senso (Sinn) e significato (Bedeutung),  è sviluppato nell’articolo del 1892, Über Sinn und Bedeutung, da Gottlob Frege, logico e filosofo tedesco vissuto a cavallo tra l’800 e il ‘900.

Con estrema e colpevole semplificazione, secondo  Frege, il significato di un’espressione verbale è l’oggetto che essa indica mentre il  senso è la modalità con cui viene indicato tale oggetto.

L’arte che si è sviluppata in occidente appartiene ad  una struttura di significato perché in essa sono riscontrabili caratteri universalmente condivisi, anche quando non immediatamente decifrabili, mentre l’intera produzione tribale africana, che si è sviluppata in assenza di codici di scrittura, appartiene ad una struttura di senso affatto oggettiva e per nulla universalmente condivisa e pertanto non immediatamente comprensibile.

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Caravaggio, Madonna dei palafrenieri, 1606, Galleria Borghese Roma

Lo splendido cielo giottesco o le mele di Cézanne rimandano ad un universo condiviso di significato universale…ma il buti Teke o la maschera kplè kplè Baoulé, a cosa rimandano fuori dal loro contesto di senso?

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Buti Teke, Congo,  Coll. Privata, Italia

Come è allora immaginabile che sia possibile interpretare opere tribali con gli strumenti concettuali, semantici ed estetici propri della struttura di significato dell’occidente?

Inoltre, la struttura di senso, cioè le modalità di rappresentazione dei significati, non sono peculiari di una cultura tribale tout-court, bensì si esprime in ambiti chiusi ed autoreferenziali dove la cultura Kota, per esempio, nulla ha da spartire con la cultura Dan e quest’ultima, nulla in comune con quella Songye.

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Songye Kifwebe, 1934

Nemmeno l’appartenenza ad un medesimo contesto territoriale è garanzia di una cultura di senso condivisa, tanto sono multiformi le forme espressive proprie di ogni popolo anche tra loro confinanti!

«Prima di essere scoperto, il selvaggio fu inventato» ( G Cocchiara, 1948).

 Ma, come ha scritto M. Eliade, “l’«invenzione del selvaggio», adattata alla sensibilità e alla ideologia dei secoli Sedicesimo-Diciottesimo, era soltanto la rivalorizzazione radicalmente secolarizzata di un mito molto più antico: il mito del paradiso terrestre e dei suoi abitanti nei tempi favolosi che precedettero la storia. Più che di una «invenzione» del buon selvaggio, si dovrebbe parlare del ricordo mitizzato della sua immagine esemplare.( Mythes, rêves et mystères, 1957).

 Un’invenzione o reinvenzione occidentalistica pertanto, con tutto l’armamentario simbolico e rituale di matrice europeistica proprio della religione cristiana, in cui era destinata a  scomparire ogni traccia di civiltà autoctona, fosse essa legata alla cultura materiale o a quella sovrannaturale. ( v. https://artidellemaninere.com/2016/06/09/version-francaise-lhomme-qui-etait-sorti-de-notre-memoire-avant-dy-rentrer-french-version/)

E con essa venivano negati gli oggetti propri dei riti e dei culti, relegati ignominosamente a curiosità illuministiche o romantiche, in quell’operazione secolare di  distruzione dell’intera  struttura di senso originaria.

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Songye Statue, Congo, Early 20th Cen. Photograph by Boris Kegel-Konietzko

Sebbene sia pure a volte in buona fede, la ricostruzione mitologica della cultura Africana, appare, a mio parere, ben lontana da un’interpretazione condivisibile.

Come ad esempio quella descritta da H. Baumann  che riassume in questo modo i miti africani che si riferiscono all’epoca paradisiaca primordiale: in quel tempo gli uomini non conoscevano la morte, capivano il linguaggio degli animali e vivevano in pace con essi, non lavoravano affatto e trovavano a portata di mano un abbondante nutrimento. In seguito a un determinato avvenimento mitico – di cui ora non affronteremo lo studio – tale stato paradisiaco è finito e l’umanità è diventata come appare oggi. (Schöpfung und Urzeif des Menschen im Mythos afrikanischer Völker”, 1936).

Sarà, ma a me tutto questo pare davvero un’invenzione di matrice cultural-coloniale!

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A questo punto è preferibile il pessimismo di Lévy-Strauss nel suo Tristi Tropici (1955) ed il suo astenersi da iperboliche descrizioni sebbene questa posizione sia stata criticata da Paul Ricoeur che  valuta una siffatta antropologia come “affascinante ma inquietante” perché sfocia di fatto in una visione completamente materialista della cultura.

 Lévy-Strauss infatti,  si rifiuta di cercare nei miti un qualche cosa che possa rivelare le aspirazioni dell’umanità. Per lui i miti non dicono nulla sull’ordine del mondo, nulla sulla natura del reale, nulla sull’origine dell’uomo, nulla sul suo destino. Lo studio dei miti permetterebbe soltanto di sciogliere, o meglio di capire, certi meccanismi operativi dello spirito umano.

L’opera d’arte tribale, alla luce di quanto scritto,  è dunque una struttura di senso perché compiutamente esprime l’insieme dei valori della propria autonoma cultura e condensa gli originari significati del popolo che l’ha espressa.

Accostarsi ad essa, pertanto, richiede il rispetto che meritano tutte le espressioni dello spirito e della mente proprie di ogni cultura e l’umiltà intellettuale di riconoscere quanto sia difficile ed improbo il percorso della loro interpretazione simbolica, al di là dell’ammirazione estetica che essa può indurre.

Elio Revera

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Yaka mask, Congo, Coll. Privata Milano

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