Punctum

Un aneddoto che mi ha colpito e divertito insieme me lo ha raccontato un amico psichiatra, alcuni anni fa.

Difronte ad un paziente, intellettuale di vaglia con tendenze suicidarie, ebbe a dirgli – Perché non indaga sulla definizione di “bellezza”…si dedichi ad approfondire l’argomento…chissà che non arrivi ad una definizione condivisa!

Credo che quell’intellettuale, ad anni di distanza, sia fortunatamente ancora vivo e vegeto!

Celio ovviamente, ma come in ogni celia c’è un fondo di verità.

In questo lavoro, pertanto, ben me ne guarderò  dall’impiccarmi all’albero del bello/brutto, all’indagine mai sopita su  quanto significhi tutto questo e mi limiterò a dire che per me, e si badi, parlo soltanto per me senza pretesa alcuna né di autorevolezza né di condivisione, il bello è quello che stimola di continuo il mio  desiderio…di conoscenza, di comprensione, anche di possesso quando possibile, perché no, dal momento che parliamo di collezionismo!

Per questo, a mio parere è fondamentale il modo di sentire la bellezza sia essa nascosta nella Sonata in si bemolle, D. 960 di Franz Schubert che sto ascoltando mentre scrivo, ovvero il modo di guardare un manufatto artistico, una maternità Yombe per esempio, come questa.

yombe-maternita-jpg

Yombe/Kongo, Congo, Mvwala staff, cm.30, Coll. privata, Italia

Perché mi interroga questa antica scultura del Congo? Cosa stimola il mio desiderio di conoscenza, di comprensione…cosa mi conduce ad uno spontaneo coinvolgimento, ad una genuia ammirazione?

Ho scritto poc’anzi del modo di guardare. Ebbene, in cosa consiste questa modalità?

Mi viene in aiuto un grande filosofo e semiologo, Roland Barthes. Da lui ho imparato a guardare per vedere, sebbene, come sappiamo, la sua lezione si riferisca peculiarmente allo visione di un’immagine fotografica.

In particolare in una sua opera, La chambre claire (1980), Barthes suggerisce come due siano le modalità con le quali lo spectator fruisce dell’immagine: quello razionale (studium) e quello emotivo (punctum).

Propriamente è il  punctum  a suscitare  la mia attenzione:  vale a dire, quel dettaglio contenuto nell’immagine che emotivamente colpisce ed irrazionalmente coinvolge lo spettatore. Dove irrazionalmente significa, senza che lo spettatore possa oppore difesa o giustificazione alcuna.

Ebbene , in quella maternità, il punctum rilevante per il mio sguardo è l’assenza degli occhi che, contro ogni presumibile evidenza, disegnano di converso, un’intensa profondità emotiva.

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Ma a quale sguardo mi riferisco se gli occhi non sono stati nemmeno scolpiti?  E perché non sono stati scolpiti?

Non lo sapremo mai, ma nulla mi vieta di esprimere una mia interpretazione, questo è infatti quello stimolo insito nel valore della bellezza!

Gli occhi non ci sono perché quella madre non ha bisogno di guardare; il suo sguardo è interiorizzato, profondo, rivolto non al mondo, ma al suo ruolo di donna che accudisce la vita e la perpetua. Non ha bisogno di guardare perché lei già vede quel che è necessario vedere e, quel che è necessario vedere, non è fuori, ma dentro, nel suo significato ancestrale di nutrice.

“It was called phemba, a word that L. Bittremieux thought to be derived from kivemba, meaning to broadcast or eject, as in the seeds of potential children which accumulate in either a man or a woman. Thus, rather than representing a particular woman and child, or even a concept as specific as motherhood, the Yombe image of a nurturing woman may express the more general idea of fertility and creativity as it applies to all people, male as well as female” (Maesen, 1960).

Il silenzio che promana da quegli occhi-non occhi è la rappresentazione di un’identità collettiva, di un ruolo attribuito che prescinde da quello individuale perché a differenza di una madre occidentale, quella figura Yombe non è una madre, bensì “la madre”, vale a dire la rappresentazione impersonale della continuità dell’esistenza.

Ho analizzato ed interpretato questa immagine, ma il discorso vale comunque in generale.

E’ infatti la presenza o meno di un punctum che fa distinguere ai miei occhi un’opera d’arte degna di bellezza ed interesse, da una qualsivoglia altra forma espressiva.

E’ infatti attraverso l’individuazione di quel tratto che il mio desiderio si accede ed interroga la mia passione; senza quello, ogni visione mi appare fredda e senza alcun significato particolare.

Non sono certo le nobili provenienze, le esposizioni internazionali o le pubblicazioni che mi fanno amare quel manufatto: al contrario, proprio in tanti oggetti d’arte dell’Africa ho ritrovato  un fortissimo coinvolgimento emotivo, sebbene fossero oggetti sconosciuti, senza alcun pedigree a lustrarne la superficie, ma fortemente connotati, però, di quel misterioso punctum!

In un precedente lavoro, Emozione e ragionamento,  (https://artidellemaninere.com/2014/12/30/emozione-e-ragionamento/), ho precisamente avvertito di non sopravvalutare l’aspetto emozionale perché l’arte tribale è anzitutto un linguaggio che va compreso e rispettato.

“L’opera tribale vive di un suo linguaggio sotterraneo che vale quanto la sua innegabile esteriore bellezza; per questo lavorare sull’arte tribale come espressione artistica di una lingua  profonda, irrisolta e poetica, ieratica e simbolica, vuol dire restituire a queste opere una dignità ben oltre ogni stucchevole stupefazione, questa sì balorda ed irriconoscente.”

Questo ho scritto in quell’articolo e perdonatemi l’autocitazione!

Ma tutto ciò, è evidente, non è affatto in antitesi con la modalità  del guardare/vedere  di cui ho parlato; anzi, integra e completa quel legame imperioso e violento che transita dall’emozione  alla comprensione ed esalta il significato artistico.

Del resto,  è proprio Barthes a ricordarci l’importanza dello studium quando l’immagine esige risposte affatto emotive!

Qui, però, è mio interesse ribadire la caratteristica dello sguardo dinanzi ad una maschera o scultura che sia: la presenza o meno  di quel punctum è essenziale.

Attraverso questa modalità  si riesce a cogliere la bellezza ed è questa palpabile bellezza  che suscita un imperituro ed avido desiderio di conoscenza…ed a volte di possesso!

Ma come ho già scritto, tutto questo è il mio peculiare modo di guardare e di interrogarmi, il mio personale modo di vivere la bellezza!

Elio Revera

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