Il mondo spirituale, magico e talismanico del popolo Hausa della Nigeria

Il sette dicembre 2020, nella prestigiosa Cappella Palatina del Maschio Angioino di Napoli, avrebbe dovuto essere inaugurata l’esposizione “nel Nome di Dio Omnipotente. Pratiche di scrittura talismanica dal nord della Nigeria”.

L’epidemia ha costretto Andrea Aragosa e gli altri componenti dell’organizzazione a posticipare l’evento alla primavera del  2021 ( fatti i debiti scongiuri).

Locandina dell’esposizione

La mostra è dedicata delle Tavole Coraniche o Alluna  del popolo nigeriano degli Hausa che si islamizzò a partire del XII-XIII sec d.C ad opera di predicatori che provenivano dal Mali.

Localizzazione del Popolo Hausa, nord Nigeria e sud Niger

Sono le tavole utilizzate nelle scuole coraniche estremamente affascinanti per la loro bellezza grafica ed estetica, cariche di simboli e significati che affondano le radici in pratiche esoteriche, magiche, talismaniche non del tutto ancora decifrate.

Le tavole lignee decorate su entrambi i lati, misurano in media tra i 50 ed i 60 cm. e sono di diversa tipologia a seconda del loro utilizzo. Ci sono le allon sauka , equivalenti   a veri e propri diplomi rilasciati a conclusione degli studi coranici, le allon kafin gida,  destinate alla protezione della casa, le allon sha  misteriose tavole numerologiche destinate alla predizione ed alla cura e le allon karatu  quelle usate per pura scrittura.

Per conoscere la futura esposizione, abbiamo incontrato Gigi Pezzoli, che insieme ad Andrea Brigaglia ha curato la mostra che si avvarrà di un poderoso catalogo ricco degli approfondimenti  di specialisti e studiosi internazionali, catalogo al quale ho fornito anch’io un contributo con un breve saggio sulla pratica e sul significato della divinazione.

Caro Gigi Pezzoli, amico e sodale nella realizzazione della mostra Ex Africa del 2019, parlaci di queste Tavole coraniche, ancora così misteriose e sconosciute anche nell’ambito del collezionismo di Arte Africana.

L’argomento è piuttosto complesso e già me ne sono occupato nel mio libro Alluna, Mondo e spiritualità Hausa, nel 2013 per il Centro Studi Archeologia Africana. Qui pertanto mi limito a descrivere una particolare tipologia di tavola coranica, la kafin gida, ovvero quella destinata alla protezione della casa dagli spiriti maligni e lo sanno Dio ed Allah quanto il mondo ne abbia bisogno in questo particolare periodo di pandemia. In altro momento se vorrai tratterò anche delle altre tipologie.

Perfetto Gigi, parlaci delle tavole allon  kafin gida.




Non è certo che questa sia una allon kafin gida ma è la più antica tavola coranica conosciuta con scritte e animali del Sahel. E’ del XIX secolo e proviene probabilmente dal Darfour una regione del Sudan dove da secoli sono installate comunità hausofone. La tavola è conservata al Museo di Brooklyn.

Sono tavole magico-talismaniche fatte  di legno, come hai scritto. Queste tavole, a detta degli informatori Hausa, non si trovano in ogni casa, ma unicamente in quelle di adepti delle confraternite sufi della Qadiriyya e Tijaniyya. Ma non è neppure detto che questo avvenga sempre, dipende dai problemi di quella casa e di quella famiglia. C’è gente che per la protezione personale si affida agli amuleti, altri per proteggere la casa fanno disegnare scritte sui muri, anche se questa è una moda recente. Nel complesso, sono pratiche che gli Hausa facevano come tradizione ancestrale probabilmente derivata dai culti precedenti all’introduzione dell’Islam.

In quale particolare circostanza erano utilizzate ?

In pratica, quando succede che qualcuno si sente minacciato da spiriti malvagi, che cade in trance perché posseduto dal demonio, si rivolge ad un malam per avere protezione, per scacciare lo spirito maligno che è entrato nella sua casa. In hausa la protezione magica si chiama kafi, significa ‘inchiodata’ e gida significa ‘casa’. Quindi l’allon kafin gida ‘inchioda’ gli spiriti cattivi impedendo loro di manifestarsi e di agire. Per tale ragione le tavole sono sempre conservate in casa e, tra l’altro, sovente sono realizzate riutilizzando vecchie tavole di scrittura perché su queste si è accumulata la parola di Dio e così sono più potenti.

Antica Allon Kafin Gida. La decorazione talismanica della tavola è realizzata su una superficie ricoperta di scritte coraniche fatte negli anni precedenti con un inchiostro ricavato dal fondo nero e grasso dei recipienti utilizzati per la cottura dei cibi. Le antiche tavolette, infatti, erano le preferite perché , secondo la tradizione, imbevute della parola di Allah. Su entrambi i lati ci sono vari uccelli, tutti a quattro zampe e un pavone e questa iconografia è piuttosto rara. Il segno verde a forma di L con la parte inferiore più lunga è il simbolo del predicatore errante e si riferisce a coloro che, provenendo dal Mali, portarono l’Islam agli Hausa nel XII-XIII secolo.

Come si presentano materialmente?

A differenza delle altre tavole coraniche, uniscono parole sacre insieme a disegni di animali della savana. In particolare, ai diversi tipi animali sono associati specifici significati: ad esempio, le lucertole e i serpenti sono di buon augurio, il cammello propizia la ricchezza, il leone la forza, gli uccelli, avendo il potere di beccare l’occhio, scacciano il malocchio. Però, siccome la rappresentazione degli animali è vietata dalla religione, il profilo è definito da parole sacre e così l’interdetto è superato.

Esiste una specifica chiave interpretativa di questa complessa simbologia?

Si, l’Ummu Musa, come suggeriscono le ricerche di Andrea Brigaglia e Mohammed Bunza, profondi conoscitori dell’argomento, è probabilmente la chiave di spiegazione e il prototipo dell’iconografia che appare sulle allon kafin gida. Secondo l’informatore Hausa, “da tempi antichi noi Hausa abbiamo un libro magico esoterico, si chiama Ummu Musa, letteralmente significa ‘la madre di Mosè’ o anche ‘i miracoli della madre di Mosè’. Contiene tutti i disegni e le formule per ogni problema di protezione. Ma scegliere quello giusto è compito del malam esoterista. Per far questo, il malam traccia sulla sabbia bianca tanti piccoli segni, li cancella, ripete il rito più volte, fa i calcoli fino a scoprire ciò che serve al caso in questione. Ma questo è un privilegio riservato solo a coloro che conoscono i segreti della divinazione. A quel punto il malam dice al paziente che bisogna comprare un montone o un pollo per sacrificarlo perché alla fine bisogna sempre fare un sacrificio di sangue”.

Allon Sauka

Cosa puoi aggiungere a proposito dell’Ummu Musa, “madre” delle tavolette talismaniche Hausa?

Un libraio di Kano che commercia in libri antichi e manoscritti racconta che un giorno portò, per conto di un editore, una copia del libro noto come Ummu Musa (la madre di Mosè) presso lo Shaykh Umar Ibrahim Kabo (2008), che era un giurista e il presidente del Nigerian Council of Ulamas, e la cui biblioteca privata era, all’epoca, una delle più grandi a Kano. Appena vide il libro, Kabo scosse la testa e disse: “Ummu Musa, ti è stato riservato un posto speciale tra gli inferi!”. Poi, dopo avere sfogliato le pagine, mostrò al libraio una pagina che descriveva la preparazione di un incantesimo. Secondo la ricetta, una parte dell’incantesimo andava seppellita tra i rifiuti, un’altra tra gli escrementi. Il libraio, che aveva già venduto molte copie dell’Ummu Musa senza essere consapevole di questo dettaglio, tornò dall’editore che ne aveva commissionato la stampa e gli mostrò il passaggio controverso. L’editore sospese la vendita, e dopo la rimozione di quella sezione fece preparare una nuova edizione, “ripulita”, dell’Ummu Musa.

Un aneddoto molto eloquente circa l’utilizzo dei contenuti di questo libro.

Infati, questo aneddoto sintetizza in modo eloquente due aspetti fondamentali che dobbiamo tenere a mente quando ci avviciniamo all’enigmatico libro noto nello Hausaland come Ummu Musa. In primo luogo, l’aneddoto mostra che abbiamo a che fare con un libro intrinsecamente controverso. Shaykh Kabo, il religioso che “maledice” l’Ummu Musa, era affiliato alla Tijaniyya, un ordine sufi che non condanna l’uso di talismani islamici in quanto tale. Eppure, come mostra l’aneddoto, alcune delle ricette contenute nell’Ummu Musa gli risultano indigeribili.

Dobbiamo allora concludere che l’Ummu Musa rappresenta un sottogenere specifico, all’interno della pubblicistica talismanica islamica, che è estraneo al mondo degli ‘ulamā’?

 Non necessariamente, in quanto i fatti sono più complessi di quanto appaia a primavista. Le condanne che occasionalmente sono potute provenire da ‘ulamā’ di alto rango come Kabo, infatti, non hanno impedito all’Ummu Musa di godere di una circolazione relativamente ampia, e di un certo grado di accettazione (o perlomeno, di un tacito assenso) nei circoli dell’élite islamica istruita. La copia a stampa pubblicata dalla stamperia di Sharif Bala Gabari(2014), ne è testimonianza. Gabari, infatti, oltre adessere stato attivo nel dominio della stampa islamica, è stato il massimo calligrafo del Corano di Kano, e gestiva una grande scuola dedicata all’insegnamento della memorizzazione del Corano. La pubblicazionedell’Ummu Musa, in questo caso, non è dunque un affare marginale, relativo ad una pubblicistica esoterica di natura prettamente “popolare” e “sincretica”, ma proviene da un religioso di un certo rango, cosa che dimostra come un certo interesse in questo genere dipubblicazioni persista anche in ambienti “ortodossi”. Magari come interesse parallelo e marginale rispetto a quelli che sono i loro interessi principali nel campo degli studi coranici, della giurisprudenza, della teologia edella poesia, ma non necessariamente in contraddizione con questi ultimi.

C’è dell’altro relativamente a questo aneddoto?

In secondo luogo, l’aneddoto, rivelando un episodio di deliberata interferenza con il testo da parte di un editore, mostra un fotogramma della complessa storia di un libro che, per secoli, è passato sicuramente attraverso molteplici recensioni che, come in questo caso, comportavano la continua aggiunta o rimozione di frammenti. Nessuna edizione critica del testo dell’Ummu Musa è stata tentata finora, e verrebbe anche da dubitare che una tale operazione possa essere possibile, considerata la differenza sostanziale che sembra esistere tra molteplici versioni del testo, sia manoscritte che a stampa.

Scritte magiche e talismani Hausa

Come si presenta l’Ummu Musa, e quali sono i suoi usi e il suo contenuto?

Fisicamente ha l’aspetto di un opuscolo che, nella maggior parte delle versioni che abbiamo consultato, contiene circa 180 ricette, asrār (formule segrete), awfāq (quadrati magici), khawātim (composizioni talismaniche), ecc. Le edizioni a stampa che abbiamo consultato hanno di solito o una lunghezza di 140-160 pagine. Alcune versioni manoscritte sono sensibilmente più brevi: consistono solo di immagini talismaniche e quadrati magici, riducendo lo spazio dedicato alle ricette (cioè alle spiegazioni relative a come confezionare e utilizzare un determinato talismano) al minimo essenziale. Il libro è spesso stampato in un formato molto piccolo (12 cm di altezza), così da permettere che esso venga usato, per intero, come un singolo talismano. Secondo Alhaji K. Y., che è specializzato nella vendita di talismani e letteratura talismanica nella sezione dei libri islamici del mercato Kurmi a Kano, questo formato è fatto apposta per soddisfare le esigenze di acquirenti Tuareg, che spesso portano tali edizioni tascabili dell’Ummu Musa come talismani, all’interno di portafogli in pelle indossati al collo. Alhaji K. Y. stampa anche delle grandi riproduzioni in fotocopia, in singoli fogli di dimensione A1, di una complessa composizione manoscritta che include tutti i 180 talismani descritti nell’Ummu Musa: il “distillato” di potere talismanico così ottenuto viene poi ripiegato, chiuso in una custodia di pelle e portato addosso come protezione dai suoi acquirenti.

Scuola Coranica

Come le edizioni tascabili dei romanzi che ci accompagnano in treno o sui mezzi pubblici.

L’Ummu Musa può essere considerato un tipico esempio di quello che in hausa è noto come kundi, in arabo come kunnāsh. Kundi è una parola che significa genericamente “taccuino di note manoscritte a pagine sciolte”, ma che nella tradizione dei malam locali si riferisce in modo più specifico al taccuino sul quale un malam annota le ricette di diversa origine relative alle “virtù” (faḍā’il), o usi pratici, delle varie sure coraniche, dei nomi di Dio, dei quadrati magici e così via. I kundi sono di solito anonimi, in quanto consistono in collezioni di note procedenti da informazione orale raccolta attraverso gli anni dal proprio proprietario a partire da fonti orali disparate. I due kundi più famosi che circolano nello Hausaland sono Ummu Musa e Baru Uwa Uba ga Maraye.

L’Ummu Musa deve il titolo ad una delle figure femminili più affascinanti della narrazione biblico/ coranica, la madre di Mosè. L’uso dei nomi di profeti come tramiti di poteri spirituali efficaci è pratica attestata nelle arti talismaniche sia ebraiche che islamiche.

Quel che ci dici ribalta in gran parte la convinzione diffusa che le Scuole Coraniche ed i loro adepti siano state una congrega di illetterati fanatici e stabilisce un punto di contatto con la tradizione ebraica.

E ci sono delle buone ragioni per attribuire un’influenza magico-talismanica speciale alla madre di Mosè. Nella narrazione coranica, le sue preghiere sono sempre esaudite da Dio in modo miracoloso. Ella porta in grembo e dà alla luce un bebè, l’unico figlio maschio degli israeliti a sopravvivere all’ira degli egiziani, di nascosto dagli occhi dei soldati del Faraone. Quando lo abbandona in una culla sulle rive del Nilo, il bebè miracolosamente sopravvive, e le acque del fiume lo trasportano proprio in un giardino all’interno del palazzo del Faraone, dove viene visto dalla moglie di quest’ultimo. Adottato dalla coppia reale egiziana, il bebè rifiuta di nutrirsi al seno di tutte le donne del palazzo, finché i suoi genitori adottivi si rivolgono ad una donna israelita estranea al palazzo, il cui seno è accetto al bimbo. Questa è, manco a dirlo, la madre naturale del bimbo, della cui reale identità gli egiziani restano però all’oscuro, fin quando Mosè, cresciuto, diventa il leader divinamente eletto che guida il suo popolo fuori dalla cattività.

Allon Karatu

Infatti, il contatto islamico/giudaico mi pare evidente!!

Insomma, la figura della madre di Mosè ha tutto il necessario per essere considerata l’archetipo del ricettacolo di assistenza divina in momenti difficili, e dunque, una figura talismanica: dopo tutto, infatti, le arti talismaniche non sono forse concepite proprio allo scopo di fornire questo tipo di assistenza? Inoltre, nel Corano alla madre di Mosè viene dato credito di avere ricevuto una rivelazione proveniente direttamente da Dio (Qur. 28:7, wa-awḥaynā ilā Ummi Mūsā, “e Noi rivelammo alla madre di Mosè”). Per i sufi, dunque, la madre di Mosè è anche prototipo del santo (walī) che ha accesso ad una conoscenza di origine divina. E per chi pratica le arti talismaniche, più in particolare, il contenuto della “rivelazione” divina ricevuta dalla madre di Mosè secondo quanto alluso dal Corano, aveva la forma di preghiere e formule di efficacia speciale che, recitate al momento opportuno, salvarono la vita del bebè. Queste formule sarebbero poi state trasmesse oralmente, da maestro a discepolo, per millenni, prima di essere infine raccolte nel kundi dell’Ummu Musa.

Gigi, ci stiamo addentriamo in un affascinante percorso esoterico.

La prima sezione del testo ha la forma letteraria di un hadith (narrazione profetica), con un sanad (catena di trasmettitori) improbabile e scritto in un arabo pieno zeppo di errori grammaticali e incoerenze. Dal Profeta, il sanad del hadith fa un salto indietro fino a Mosè e a sua madre, ed è poi seguito da un matn (corpo testuale) che con espressioni ostentatorie introduce i poteri miracolosi delle ricette e delle formule che il resto del testo passerà in rassegna: “chiunque desideri essere sotto la protezione [di Dio] in questo mondo e nell’aldilà, al riparo dai re e dagli uomini e dalle donne, scriva questa ‘madre di Mosè’ (pace su di lui); chiunque desidera incontrare l’amore di uomini e donne, scriva questo supremo nome di Dio, ne beva (l’inchiostro così ricavato) oppure lo appenda al corpo (a mo’ di amuleto): egli sarà onorato dalle genti, non temerà la prigione dei suoi nemici, e Dio lo renderà vittorioso sui suoi nemici…ecc.”. La catena di trasmissione incompleta e improbabile di questo testo, più ancora che il suo contenuto, è certamente una delle ragioni dello scetticismo che molti dei religiosi ortodossi hanno nutrito nei suoi confronti. Se il lettore continua a sfogliare le pagine dell’Ummu Musa, però, incontrerà anche diverse ragioni per restare incantato (in tutti i sensi!) dal libro e dal suo abbondante campionario di immagini di animali (scorpione, cammello, lucertola, pavone, uccelli vari, ecc.). In molti casi, i contorni di questi animali sono formati da lettere dell’alfabeto arabo, o le accludono. Lettere come sīn, hā’ e fā’ sono spesso usate per rappresentare piume, peli o squame, mentre le lettere arabe ḥ-m-d spesso formano le zampe dell’animale dipinto; combinate con il ventre dello stesso, che ha la forma circolare della lettera araba mīm, esse comporranno così la struttura consonantica M-ḥ-m-d, quella del nome del Profeta Muḥammad. Osservando le immagini animali dipinte nell’Ummu Musa, si trova subito risposta alla domanda relativa alle origini dell’iconografia delle tavolette talismaniche hausa (allon kafin gida) . Quasi tutte le immagini del mondo animale che osserviamo su queste tavolette, infatti, possono essere osservate, in realizzazioni virtualmente identiche, sull’una o sull’altra pagina dell’Ummu Musa. Possiamo concludere, dunque, che gli autoridelle allon kafin gida hanno preso spunto direttamentedall’Ummu Musa, che ne costituisce una sorta di manualedi riferimento.

Due Allon Kafin Gida con raffigurazione di animali

A questo punto ti chiedo quale sia stata l’origine dell’iconografia dell’Ummu Musa

La domanda relativa a quale sia stata, rimane aperta. Si tratta forse di un’iconografia hausa preislamica, che è stata poi espressa in un idioma islamico dagli hausa musulmani dopo che questi ebbero fatto propria la nuova religione? Secondo alcuni è proprio così: l’iconografia dell’Ummu Musa deriva da una tradizione ancestrale radicata in culti locali preislamici ed è proprio per questo che gli animali rappresentati sono sempre quelli della tradizione saheliana, con il significato che è loro associato nella tradizione locale. Questi simboli potrebbero essere stati in passato anche simboli totemici associati a clan o gruppi etnici. D’altra parte, invece, ma non necessariamente in contraddizione con la prima ipotesi, potrebbe essere stata proprio la tradizione arabo-islamica di disegnare figure animali attraverso la realizzazione calligrafica delle lettere dell’alfabeto arabo che, penetrando nello Hausaland attraverso i manoscritti di letteratura esoterica, fu adattata e rimodellata secondo un’estetica africana, dando origine all’iconografia dell’Ummu Musa.

Ummu Musa

Mi pare di scorgere in questo la presenza di altre iconografie antiche o sbaglio?

 Non ti sbagli, infatti. L’iconografia islamica di Persia, Turchia e India, dopo tutto, fornisce anch’essa un abbondante campionario (anzi, senz’altro più abbondante dello Hausaland: le allon kafin gida erano molto poco note e discusse nella letteratura fino a tempi relativamente recenti) di realizzazioni calligrafiche di leoni, cammelli, pavoni, scorpioni, ecc., con i simili significati simbolici loro associati. In ogni caso, la presenza di questa ricca iconografia, oltre ad essere l’aspetto più affascinante dell’Ummu Musa e il suo collegamento più evidente con le tavolette talismaniche, è anche un elemento che dà a questo testo, se paragonato ad altri libri del genere kundi, una certa unità di stile e di forma. Sebbene l’autorialità del testo vada senz’altro considerata collettiva e stratificata, la mano di un ingegnoso revisore che, ad un certo punto nella storia, ha riorganizzato materiali che avevano precedentemente circolato in altra forma, viene fuori piuttosto chiaramente.

Allon Sha

Siamo dunque, forse, in grado di speculare sulla possibile identità di tale autore/revisore?

Un breve riferimento all’Ummu Musa (uno dei pochi, forse l’unico, in una pubblicazione accademica in lingua occidentale) appare in un articolo di Jürgen Wasim Fremgben sulla figura dello scorpione nel folklore islamico. Qui, Fremgben attribuisce il libro ad un certo “al-Hajj Mohammad al-Ta’im” di Kano, e dà una data specifica, l’anno 314 dell’Egira, corrispondente al 926 d.C., per la sua composizione. Il nome dell’autore potrebbe essere frutto di un errore di lettura di al-Ḥājj Muḥammad al-Tāsi‘ Yantando, il cui nome appare come quello dell’editore di una delle copie a stampa del testo. Ma la data è irrealisticamente antica: nel X secolo, Kano stava per essere fondata come città, e la prima penetrazione dell’Islam nella regione data solo al XIV secolo.  Inoltre, le copie del testo che abbiamo consultato sono tutte anonime, e i rivenditori di letteratura talismanica del mercato Kurmi di Kano che abbiamo intervistato, hanno tutti confermato di considerarne anonima l’autorialità.

Secondo Habib Alhassan, l’autore dell’Ummu Musa va invece rintracciato negli studiosi islamici delXVIII secolo della città di Yandoto. All’epoca, Yandoto(oggi, nello stato di Zamfara; storicamente, legataa Katsina) ospitava una delle più importanti comunitàdi studiosi islamici dello Hausaland prima del jihad diUsman Ɗan Fodio (m. 1817) dell’inizio del XIX secolo.Le recenti ricerche di uno degli autori della presentenota confermerebbero l’ipotesi di Alhassan, maestenderebbero la regione di possibile origine dell’autore(o degli autori) dell’Ummu Musa anche a Gobir.

Da dove venivano, quale era l’origine di questi scrittori? Da quale regione dell’Africa?

Originari del Mali, gli studiosi di Yandoto avevano un’attitudine quietista rispetto alle comunità superficialmente islamizzate in mezzo alle quali vivevano, e in particolare, rispetto ai loro capi e sovrani. Quando il movimento jihadista capeggiato da Usman Ɗan Fodio si rivolse contro i sovrani hausa di Katsina, esso cercò in origine il sostegno dei religiosi islamici di Yandoto. Ad eccezione di pochissimi, però, la maggior parte di questi rifiutò l’invito a partecipare al jihad e si schierò con il Re. Così, nel 1805, Muhammad Bello (m. 1837), figlio di Usman Ɗan Fodio, guidò un attacco contro la comunità di Yandoto: molti degli studiosi islamici fuggirono, e l’esercito di Bello saccheggiò la città. Scambi epistolari successivi tra Bello e il principale rivale islamico del jihad dei Ɗan Fodio, lo Shehu di Borno, narrano che durante il saccheggio della città, molti dei libri delle biblioteche di Yandoto furono distrutti. Lo Shehu utilizza questo aneddoto per delegittimare le credenziali islamiche dell’esercito dei Ɗan Fodio, il quale, dice, “distrugge, sparge per strada e getta in mezzo allo sporco” libri nei quali è scritto il nome di Dio. Bello, pur ammettendo di avere personalmente visto “fogli di carta che volavano via nel vento” e “cadevano sullo sporco”, si giustifica sottolineando di avere “cercato di recuperarli” ma di non esserci riuscito a causa del loro grande numero, e aggiunge anche che “se qualcuno avesse intenzionalmente gettato via questi fogli di carta”, egli lo avrebbe punito severamente.

Ci piace pensare che, sparsi tra le vie di Yandoto quel giorno, ci fossero anche delle pagine dell’Ummu Musa, immagini iconiche di un’era della storia dell’Islam in Nigeria, e di un aspetto della produzione di sapere islamico in Africa, che da allora in poi sarebbe stata percepita come appartenente al passato, ma che ancora prende corpo, di quando in quando, come sulle superfici delle allon kafin gida  pubblicate sul catalogo.

Carissimo Gigi, mi duole fermati qui perché la ricchezza del tuo narrare richiede di essere assimilata lentamente per assaporarne tutti i benefici influssi.

Ma ci torneremo caro amico, magari dopo che la mostra di Napoli sarà stata aperta e noi potremo prendere fiato dopo la fatica organizzativa e scritturale!

Antica Allon Kifin Gida. Le scritte sulle antiche tavole coraniche erano realizzate con una sorta di inchiostro ricavato dal fondo nero e unto delle pentole utilizzate per la cottura dei cibi. Queste scritture furono fatte, lavate e rifatte più volte. In questo modo, secondo la tradizione, la tavola era impregnata della parola di Allah. Per questo motivo, queste tavolette sono state in tempi successivi preferite per disegnare simboli e numeri talismanici. Su un lato della tavola sono disegnate le agamidi, le grandi e colorate lucertole del Sahael, noto simbolo di protezione della casa e dall’altro, cinque sfere verdi, il colore dell’Islam con l’aggiunta di lettere e numeri.

Si ringrazia Alluna Mondo e spiritualità Hausa, Centro Studi Archeologia Africana, per alcune immagini contenute ad illustrazione dell’articolo.

Elio Revera

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