Uno sguardo sull’invisibile

 

E’ ben difficile ed alquanto improbabile, per noi abitanti del XXI sec., con una  storia, una filosofia ed una  tecnologia millenarie alle spalle, comprendere il significato reale e simbolico dello n’kisi.

Provate però ad immaginare di essere sperduti, in un tempo lontano,  nella foresta o savana africane, senza alcun riferimento se non la vostra  comunità di appartenenza, senza alcuna tecnologia a disposizione, esposti ad ogni rischio e pericolo, dalle carestie alle epidemie, dalla minaccia del  fuoco o dell’acqua, dalla ferocia dei nemici e delle belve della foresta…forse, adesso, il significato dello n’kisi vi diverrà più comprensibile.

Lo n’kisi è il nome generico di un oggetto, quasi sempre una figura antropomorfa o zoomorfa  investita da uno o più spiriti che potenziano il potere dell’individuo e della comunità di appartenenza che lo detiene. Il rapporto che vincola lo n’kisi con il suo possessore è magico. In due frasi R.P.J. Van Wing,  sintetizza questa situazione «La gloire du nkisi, c’est d’avoir un maître en vie. Le chef a son autorité, le féticheur a la sienne.» (Études bakongo II, Religion et magie, Bruxelles, G. Van Campenhout, 1938, p. 131).

Lo n’kisi (o i minkisi, se sono più di uno), è destinato pertanto a proteggere l’individuo e la comunità da ogni minaccia, ed in particolare,  dalla stregoneria, vissuta quale suprema causa di ogni possibile evento negativo.
Un oggetto diventa uno n’kisi soltanto quando, dopo essere stato scolpito dal fabbro, è consacrato dal diviner (nganga) che  infonde lo spirito magico nel  bilongo, vale a dire nel contenitore  posto sul corpo della figura. Nel bilongo sono custoditi materiali etereogenei di varia natura quali elementi vegetali (luyala), gesso bianco e carbone ( luhemeba e kala zima), frammenti di fungo (tondo), polvere rossa per neutralizzare gli spiriti maligni ( nkandikila) e molto altro ancora.

Nella regione del Bas-Congo (R.D.C.), tra le variegate etnie afferenti al popolo Kongo, una particolare figura di n’kisi era utilizzata per gli scopi sopra descritti.

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Si tratta della figura del cane, da sempre compagno di vita di quei popoli.

Peculiare è quello della razza Basenji o Cane del Congo, la cui storia si perde nella notte dei tempi.  Una leggenda narra che questo cane  venisse utilizzato per combattere le belve feroci, ma appunto si tratta di una leggenda.

Questo animale è ancora oggi una delle razze più diffuse in Africa, dove viene allevato come cane da caccia o da guardia.

 

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La scelta della  figura n’kisi con le sembianze del cane, denominato mbwa (in alcuni testi nkonde oppure makhende),  non è stata naturalmente una scelta casuale

L’utilizzo  di cani nella mvita, o guerra spirituale, contro forze ostili non è che l’intensificazione rituale del potere dei cani di rintracciare e annusare la preda. I cani, poi,  si muovono liberamente e senza limiti tra villaggio e foresta, attraversano cimiteri, si muovono sia di giorno che di notte e di conseguenza, per quei popoli, sono il contatto duale tra il mondo materiale e quello dell’invisibile, tra quello dei vivi e quello degli antenati: personificano cioè, il rapporto inscindibile tra i due mondi.

Au chien, cet indispensable complice des chasseurs, est attribué le rôle de traqueur de sorciers et de gardien de maisons, son image sculptée suffisant à protéger le village des esprits malins” (Felix, Art & Kongos, 1985, p. 103).

 

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Nail fetishes, 1902, Boma, Congo

Secondo Robert Farris Thompson, “les tenants de la tradition pensent que ces animaux sont dotés de quatre yeux, deux pour ce monde et deux pour l’autre” (in Falgayrettes-Leveau, Le Geste Kôngo, 2002, p. 50).

Le immagini seguenti illustrano le due tipologie di n’kisi mbwa,  vale a dire, per semplificazione, quello con chiodi e lame infissi nel corpo e quello ritto sulle zampe anteriori. Entrambi, però, recano su di loro il bilongo della sostanza magica. Queste figure scultoree sono estremamente rare nella produzione dei Kongo.

 

1916. Verneau,

1916, Verneau

 

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Courtesy Yale University Art Gallery

 

La sostanziale differenza tra le due tipologie non è legata a scopi diversificati.  Tutte e due sono figure di protezione;  il cane con i chiodi, n’kisi nkondi mbwa, era destinato specificatamente alla cura del villaggio, e l’altro a quella più individuale o del clan famigliare.

Questo piccolo n’kisi mbwa della coll. Dartevelle dal codino arricciato, è l’immagine di tutte le caratteristiche sopra illustrate.

 

Kongo doppia immagine

 

La scultura del feticcio è definita in una postura di massima all’erta. Il cane è ritto sulle zampe anteriori, le orecchie drizzate, i tondi occhi  di  faïence scrutanti, le fauci digrignano i denti aguzzi con la piccola lingua rossa penzolante all’infuori e soprattutto reca sul dorso il bilongo, trattenuto da un vetro trasparente che  garantisce allo n’kisi  di vedere anche alle sue spalle.

Kongo codino

Kongo muso1 Il suo scopo, infatti, quello a cui è stato destinato dallo nganga che lo ha consacrato è infatti  annusare, scovare e neutralizzare gli spiriti maligni e stregoneschi garantendo così  la protezione ed il benessere della famiglia.

Al di là del valore estetico di questa scultura, a mio parere più interessante è la sintesi concettuale tra l’oggetto ed il suo intrinseco significato. L’aderenza descrittiva sul piano figurale con la valenza simbolica, infatti,  appare stupefacente, prospettando un’ulteriore mirabile bellezza estetica.

Come ho scritto nel catalogo Skira dell’esposizione appena terminata a Bologna,  Ex Africa, proprio a commento di sculture  Kongo, ” queste figure al di là dei significati magici a loro attribuiti, sono da un lato l’espressione della maestria e fantasia scultorea  degli artisti di questo gruppo etnico,  dall’altro il fedele specchio di una comunità, sociale e famigliare, governata dalla necessità di una proficua e diuturna relazione con il mondo dell’inconoscibile.” 

Elio Revera

 

 

 

 

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