Kunin o Bakunin?

Gli esiti della recente asta di Sotheby’s, relativa alla collezione di Myron Kunin, hanno suscitato grande clamore per i livelli record che tanti pezzi hanno raggiunto.
Bruno Claessens ha ben descritto i risultati ed è inutile ripeterli in questa sede.

http://brunoclaessens.com/blog/2014/11/in-pursuit-of-record-prices-the-myron-kunin-collection-at-sothebys-new-york-11-november-2014/#.VGzAlcmCWQs

Qui mi limiterò ad alcune personali considerazioni, che probabilmente potranno suonare come una voce fuori dal coro.

Anzitutto una considerazione circa l’ampiezza del risultato di vendita: l’intera collezione è stata venduta per un ammontare di 41.617.500 USD, per 164 pezzi aggiudicati.
Una cifra impressionante, ma che scompare se si pensa che negli stessi giorni e sempre a cura della stessa casa d’asta una sola opera di Mark Rothko, a mio avviso nemmeno tra quelle più significative dell’artista, è stata battuta per 45 milioni di dollari!

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Mark Rothko, N.21 (Red,brown and orange), courtesy of Sotheby’s

Per non dire degi risultati ottenuta anche da Christie’s con artisti contemporanei quali Giacometti o Warhol.

Come si può vedere risulta a tutt’oggi abissale lo scarto tra arte contemporanea ed arte africana nell’apprezzamento del mondo collezionistico, dovuto in somma parte, naturalmente, al fatto che a collezionare arte moderna e contemporanea sono milioni di persone, mentre sono forse alcune decina di migliaia al mondo quelle interessate all’arte africana.

La regina dell’asta è stata la scultura pluridecorata Senufo, un’opera che assomma decine di importanti esposizioni e pubblicazioni, aggiudicata per oltre 12 milioni di dollari.

Ebbene, a mio parere, quest’opera non è tra le opere di maggiore qualità presenti in collezione, almeno secondo i criteri di qualità che ho illustrato in un mio precedente articolo.

Il fatto che abbia realizzato il miglior risulatato di tutta la storia delle vendite in asta di arte africana, se ben ricordo, mi fa pensare all’importanza che riveste una giusta valorizzazione in sede di presentazione del pezzo ed il valore che il mercato attribuisce ad opere già oggetto di precedenti importanti riconoscimenti, in una parola al valore della loro storia.

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Kongo Vili, Congo, ex coll. Kunin, il mio preferito, courtesy of Sotheby’s

E’ stata un’asta storica, l’asta Myron Kunin?

Certamente si per il fatturato, ma credo io, lontana dal significato di altre aste del passato come quelle delle collezioni, Rubistein (1966), Goldet ( 2001) e Verité (2006, fatturato 43 milioni di euro con 514 pezzi), che in un modo o nell’altro altro hanno segnato la storia del mercato dell’arte africana.

I particolare l’asta della collezione Hubert Goldet del giugno 2001 ha marcato una svolta significativa nella considerazioni di mercato. Nel bene e nel male, ha sottratto le opere di arte tribale, nell’immaginario collettivo, da un sottobosco a tratti polveroso, a tratti elitario ed ha permesso a tutti di conoscere ed ammirare, se non proprio di acquisire, manufatti di grande bellezza e di valore storico/antropologico.

Come è stato scritto, da quel giorno il mercato è cambiato, la considerazione artistica di questi oggetti si è ampiamente consolidata e di conseguenza, anche i valori di aggiudicazione e di vendita hanno subito da allora una significativa rivalutazione.

Dal 2007/08, però, in seguito alla crisi economica arrivata anche in Europa ed in seguito anche ad una politica di mercato a volte francamente artificiosa e speculativa, i prezzi si sono ridimensionarsi ed i record d’asta han segnato il passo.

Con questa asta Kunin, l’inversione di tendenza è netta. Ma è un’inversione definitiva, un preludio alla crescita di considerazione economica o un fuoco di paglia?

Insomma Kunin o Bakunin, dove l’anarchia di mercato regna sovrana, da un lato tra oggetti di altissima qualità e dall’altro tra miserrime copie da quattro soldi….sprecati!

Credo sia molto presto per dirlo. Credo che le reali inversioni di tendenza debbano avere altre conferme e consolidarsi nel tempo.

Una cosa, però, a me pare certa e costituire un punto di non ritorno: la ricerca della qualità, intesa specificatamente come bellezza estetica dell’oggetto unita alla sua storia certa, alla sua riconoscibilità ed al suo passato espositivo/editoriale.

E parlando di bellezza, come negare l’attuale preferenza del mercato per opere in cui prevale, rispetto ad una canonica classicità, la presenza di forme inusitate, forme che innovano la tradizione, la vivificano, quasi che il pezzo di autentica arte africana fosse assimilabile ad un moderno oggetto di design.
“Pezzo-design”, a questo punto, come lo definisce Vincenzo Taranto, un giovane, appassionato e competente collezionista italiano.

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Senufo o Bamana, Mali, ex coll. Kunin, courtesy of Sotheby’s

E’ una tendenza questa che è emersa negli ultimi anni, probabilmente in seguito all’affacciarsi sul mercato di nuovi collezionisti legati ad una cultura ed un gusto contemporanei, in cui l’innovazione si confronta e compete con la tradizione.

Un cambiamento di status per l’arte tribale, certamente, sul quale avremo modo di tornare a riflettere in un prossimo lavoro.

Ma ora, qui sta il bello….quale strada imboccherà il collezionismo di arte tribale del prossimo futuro?
L’unico mio augurio è che non si consolidi in una mera operazione finanziario/speculativa destinata inevitabilmente a relegare la bellezza dei manufatti in algidi caveau e che lo spazio per una proficua ricerca dell’ oggetto di qualità non sia soltanto appannaggio di pochi eletti, miracolati da fortune economiche.

Dalla brousse al caveau…ahimè!!

Elio Revera

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