Lungo il fiume Congo

Voglio parlarvi di un uomo che agli inizi del XIX sec, si avventurò in territori sconosciuti del Congo in un’epopea davvero disgraziata. Tutti conoscono Henry Stanley ed il suo incontro con il dott. Livingstone (1871), ma non è di lui che intendo parlare.

Henry Stanley
L’incontro in un disegno dell’epoca

Pochi sanno, invece, di James Kingston Tuckey che si imbarcò in un‘impresa rischiosa per conto dell’Ammiragliato Inglese, a bordo della nave, il cui nome, per l’appunto, era Congo e che prese il largo da Deptford, in Inghilterra, il 26 febbraio 1816.

E’ noto il miraggio dell’oro del continente africano che alimentava le fantasie occidentali fin dall’epoca di Mansa Musa, imperatore del Mali agli inizi del XIV sec. (https://artidellemaninere.com/2017/12/04/il-rinoceronte-doro/)

Nel 1412 Giovanni I del Portogallo inviò in Africa occidentale una spedizione che però, giunta in prossimità dell’equatore, fece ritorno perché si credeva che oltre quella lineaimmaginaria, tutti gli uomini sarebbero bruciati vivi.

In seguito suo figlio, Enrico il navigatore, un pelino più coraggioso del padre, si spinse più a sud, ma invece dell’oro trovò schiavi…eppoi come sia andata è storia nota.

Ma torniamo al prode James Kingston Tuckey. Scopo della spedizione del Congo consisteva nel risalire il fiume Congo, raccogliere tutto quanto di interesse, trovare nuove vie d’acqua, che potessero magari condurre più a sud del continente. Risalire oltre i 300 km conosciuti del fiume prima del suo sbocco nell’oceano, questo era lo scopo ufficiale della spedizione, oltre naturalmente alla colonizzazione di nuove terre, la conoscenza dei luoghi e dei suoi abitanti e naturalmente la scoperta di preziosi giacimenti.

Fiume Congo in una carta geografica all’epoca di Turckey

Non per nulla sul cargo erano stipate le solite cianfrusaglie, collanine, ombrellini, coltelli, specchi e specchietti… che secondo l’Ammiragliato Inglese sarebbero dovuti servire per prendere contatto con i nativi.

Sulla nave, tutto sommato piuttosto piccola per l’impresa, cento tonnellate di stazza, erano imbarcati 56 uomini tra i quali ben quattro carpentieri che avevano il compito di costruire le casse destinate a custodire i vari materiali raccolti in itinere.

A bordo infatti, c’erano anche “scienziati” tra i quali Christian Smith, un botanico norvegese, Lockhard un giardiniere, Galwei un volontario amico del comandante, Tudor un anatomista comparativo, Cranch un ciabattino con la passione del collezionismo di “oggetti di storia naturale” ed altri “esperti” in svariati ambiti.

Vegetazione lungo il fiume

Turckey con questo equipaggio iniziò la risalita del fiume Congo. Se inizialmente il paesaggio, la vegetazione e gli animali erano quelli dell’immaginario tipico europeo ed anche la temperatura era accettabile, col proseguire della navigazione il quadro era completamente mutato. La tratta degli schiavi, che andava avanti da trecento anni, ed era considerata del tutto normale, aveva ridotto i villaggi ed i loro abitanti in uno stato miserabile. Gli esseri umani infatti erano il principale prodotto della regione e la valuta con cui i satrapi locali si compravano dai negrieri le meraviglie della civiltà occidentale: armi, liquori ed altre chincaglierie.

Nel cerchio nero , il porto di Boma quando il fiume Congo sfocia nell’oceano

Il 2 agosto la spedizione raggiunse il principale porto sul fiume, Embomma (attualmente Boma), una città ed un porto che significa anche fortezza in kikongo ed in altre lingue bantu. Stanley nel suo libro “Come ritrovai Livingstone” infatti, utilizza il termine in questo senso. Boma fu fondata come centro per scambio di schiavi da mercanti provenienti da vari Paesi europei fin dal sedicesimo secolo.

Un angolo di Boma

Dopo giorni di navigazione, risalendo il fiume, la nave si arenò e Turckey e l’equipaggio furono costretti a lasciarla e proseguire via terra, insieme a qualche portatore assoldato localmente.

A fermare la spedizione fu però la febbre gialla, che ben presto si manifestò e causava la morte nel giro di una ventina di giorni dall’insorgere dei sintomi. Il primo ad ammalarsi fu Tudor, l’anatomista, ed di seguito tutti gli “scienziati”, morti uno dopo l’altro.

All’inizio di ottobre Turckey ed il suo secondo di nome Hawkej erano i soli due ufficiali rimasti in vita. Turckey però morì il 4 ottobre ed Hawkej gli sopravvisse due giorni.

I superstiti, ridotti al lumicino, tornarono sui loro passi e raggiunta la nave navigarono verso l’Inghilterra, trasportando con loro i campioni di vegetali, di minerali ed una brulicante massa di insetti raccolti durante lo sfortunato percorso dagli “scienziati”.

Complessivamente James Turckey aveva risalito il Congo per i 300 chilometri già conosciuti, percorrendone pochi altri a piedi.

La spedizione rivelatasi un autentico fallimento, indusse l’Ammiragliato Inglese a volgersi verso altre direzioni, di cui la più illustre era la ricerca del mitico passaggio nord-ovest in Artide.

Ma questa è un’altra storia.

Elio Revera

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